Listening 02: Josh Homme

Volume a palla. Si comincia.

3Joshua Homme nasce nel 1973 a Joshua Tree, in California. La sua infanzia la trascorre a Palm Desert, cittadina situata nella Coachella Valley. Cominciamo a focalizzarci su questa parola: “Desert” – il deserto. A nove anni comincia a suonare la chitarra e, sebbene la sua altezza lo pone subito all’attenzione dei coach sportivi del liceo, la sua passione rimane la musica.

Nel 1987 fonda una band, la sua prima band, che si chiama Sons of Kyuss (dal nome di un dio del famosissimo gioco di ruolo Dungeons’n’Dragons), che successivamente si chiamerà soltanto Kyuss. Sono gli antesignani dello stoner rock nei primi anni novanta.

Ma che cos’è lo stoner rock? “Stoned” è una parola slang americana che significa “fumati, sballati“, ed è la sensazione che si può provare ascoltando questo “genere”. E’ un rock duro, pesante, concentrato sulle tonalità basse, ed è ripetitivo, dannatamente ripetitivo. Ma attenzione, in questo caso la parola “ripetitivo” non deve trarre in inganno o  essere vista con un’accezione negativa. La forza dello stoner rock è proprio in questa sua caratteristica principale, che affonda le sue radici nella musica psichedelica degli anni ’70, psichedelia che ritroviamo già in questi inizi del Josh musicista.

Colpisce sicuramente l’uso degli effetti che fa Josh con la sua chitarra, avvalendosi di un vecchio preamp per basso e suonando due toni sotto (per gli esperti: chitarra accordata in C), dando ulteriore cupezza al suono espresso nella musica dei Kyuss. Personalmente trovo il generale mood musicale dei Kyuss molto coinvolgente, sebbene sia ancora una musica “acerba”, considerato soprattutto cosa Homme farà poi nella maturità musicale. Ma andiamo per gradi: ecco un video dei Kyuss, per farvi un’idea di cosa sia lo stoner rock duro e puro (si sente anche qualche influenza del grunge, che a quei tempi spopolava).

Nel 1995 i Kyuss si sciolgono, e Josh fa un incontro importante, diventando il chitarrista degli Screaming Trees di Mark Lanegan (un gotha del grunge). I due diventano molto amici, e la collaborazione di Josh come lead guitarist dura fino al  1997, anno in cui nascono i Gamma Ray (niente a che vedere con il gruppo power metal fondato da Kay Hansen, ndR), che successivamente diventeranno i mastodontici Queens of the stone age.

2Josh si ritrova così per la prima volta nella sua vita a fare anche il cantante. Il suo modo di cantare mi ha sempre affascinato tantissimo, ha qualcosa che ricorda inevitabilmente Elvis. Con il Re condivide la timbrica vocale e quei falsetti che fanno tanto rock’n’roll anni ’50, decontestualizzati, e reinseriti in una musica che con quel rock’n’roll condivide soltanto la prima parte del nome. La musica dei Queens of the Stone Age è sicuramente più “matura”, e Josh fa un altro incontro importante, quello con Nick Oliveri, che lo porterà a produrre il più bell’album rock alternativo degli anni 2000: “Rated R“. Di questo periodo è indimenticabile la prossima canzone, si intitola “Feel Good Hit of Summer”. Quando gli chiesero del testo, Josh rispose che era la sua lista della spesa per quando va in vacanza. Non stento a crederci.

Basso distorto, batteria che batte sulle sinapsi, chitarre nervose nel ritornello, e sempre lo stesso accordo che si ripete per più o meno tutta la canzone. Questo è Rock ragazzi.

Canzoni per Sordi.
Nel 2002, per quella strana coincidenza astrale che colpisce tutti i grandi gruppi, anche i QOTSA si ritrovano a sfornare il loro album capolavoro. Alla batteria c’è Dave Grohl (parleremo di lui in una delle prossime puntate di Listening), ex Nirvana; al basso Nick Oliveri; Troy Van Leuween è il pazzo secondo chitarrista; Mark Lanegan che è la voce “ospite”, e Josh canta e suona la lead guitar. Una formazione perfetta. 1A mio avviso non sono più stati raggiunti questi livelli successivamente. Songs for the Deaf è un album che dovrebbe far parte delle collezioni musicali di tutti gli appassionati. Registrato in maniera che ogni brano sembri arrivare dallo switching del sintonizzatore di una radio vecchio stile, ci fa immergere in un viaggio attraverso il deserto californiano, dove ogni canzone è introdotta da un’interferenza radio, un programma in spagnolo, o una radio religiosa. In quest’album possiamo trovare tutte le sfaccettature musicali che caratterizzano i Queens of the Stone Age. Ci sono i pezzi rock che ti entrano in testa e non escono più (No one Knows, Go with the flow), Nick Oliveri e le sue urla disperate (Millionaire), la “canzone perfetta” che è Song for the Dead, lo stoner più puro di Song for the Deaf e il gran finale con la bellissima ballad “Mosquito Song”. Il tutto condito con Grohl che picchia come una bestia quella batteria. Difficile scegliere il pezzo più rappresentativo, non posso che consigliarvi di ascoltarvelo tutto, quest’album. Questa la conoscete tutti, ne sono sicuro, ma è sempre un piacere riascoltarla.

I QOTSA continuano il loro percorso musicale. Oliveri esce dal gruppo per una lite con Homme (a quanto pare c’entrava l’allora ragazza di quest’ultimo, ma sono tutte voci mai confermate) e fonda i Mondo Generator. La formazione si arricchisce di nuovi membri ed esce Lullabies to Paralize, titolo che prende spunto da uno dei versi di Mosquito Song, ed è una sorta di concept album che ha come tema le vecchie storie che si raccontavano ai bambini. Ospiti importanti anche in questo lavoro (Lanegan ancora, ma anche il cantante degli ZZ Top, quelli di LaGrange, che tutti voi chitarristi avrete suonato almeno una volta nella vita), che dimostra una maggiore maturità musicale. Lo stoner dei primi tempi comincia a sparire a favore di pezzi elaboratissimi dal punto di vista tecnico. Non è propriamente un passo indietro, ma si capisce che Songs for the Deaf rimarrà il loro capolavoro assoluto.
Nel 2007 esce Era Vulgaris, attualmente ultimo lavoro della band. C’è un ritorno ad uno stoner più grezzo, con pezzi (come il singolo d’apertura Sick, sick, sick) che ricordano non poco i brani da “one-chord” dei primi tempi. L’album è molto valido, ma a mio parere il continuo cambiamento di formazione del gruppo ha portato a perdere per strada un po’ di qualità, a favore magari della leadership di Josh. Sembrano più album suoi personali, che veri e propri “lavori di gruppo”. Da ricordare quanto loro siano veramente devastanti in live, e a dimostrazione di ciò, tratta proprio dall’album Era Vulgaris, ecco una mostruosa Misfit love. Oh, non c’è un minimo errore.

Side Project
Come ogni grande musicista che si rispetti, il buon Homme ha molteplici progetti “esterni” che segue. Cominciamo con le Desert Session. Josh raduna di tanto in tanto, al Rancho della Luna, in pieno deserto californiano, tutta una schiera di musicisti. La caratteristica delle Desert Session è proprio il loro essere improvvisazioni musicali, seguendo il flow che scorre in ogni musicista presente. Le registrazioni sono spesso fatte in presa diretta. Immaginatevi cosa vuol dire stare là, scrivere e improvvisare musica, e intorno a voi il sole che tramonta in una cornice di cactus e terra brulla. Ecco un brano delle Desert Session, si intitola Subcutaneous Phat. Si ritorna allo stoner nudo e crudo. Chiudete gli occhi e immaginate di essere al Rancho della Luna.

Nel 1998 Josh fonda, con il suo amico Jesse “The Devil” Huges, gli “Eagles of death metal“, gruppo in cui suona la batteria (Josh è anche un polistrumentista…nel primo album dei QOTSA ha registrato tutti i bassi e parte delle batterie), dal piglio più rock’n’roll. Anzi, sexy rock’n’roll. Siamo un po’ fuori dal suo genere preferito, ma i risultati sono altrettanto interessanti. Io l’ho sempre visto un po’ come il gruppo “scacciapensieri” di Josh. Da notare nel seguente video la presenza di Grohl e di Jack Black come guest star.

Chiudiamo il capitolo delle sue collaborazioni esterne con un Homme produttore. Quest’anno ha deciso di produrre il gruppo indie Arctic Monkeys. Ecco, ascoltate il loro nuovo singolo. Si sente puzza di deserto lontano un miglio, tanto che molti li hanno giustamente ribattezzati Desert Monkeys. Lo zampino di Josh produttore è riuscito a farmi piacere una indie band (che tendenzialmente disprezzo), quindi direi complimenti. Un altro album consigliatissimo.

Attenti arrivano gli Avvoltoi.
Quest’anno Josh partecipa ad un altro progetto che mi sta facendo già fremere le orecchie. Quest’estate appaiono sulla scena musicale i Them Crooked Vultures. Una superband composta da Josh, Dave Grohl (che torna a picchiare le pelli per il nostro amico del deserto) e al basso un mostro sacro della musica rock, John Paul Jones, il bassista dei Led Zeppelin. Dopo due mesi di promozione virale (per dirvene una, i loro concerti erano più o meno a sorpresa, si scoprivano qualche giorno prima) e la totale mancanza di brani registrati in studio, è di questi giorni la notizia dell’uscita dell’album omonimo (lo recensirò senz’altro, lancette puntate al 13 Novembre). Chiudiamo quindi con il singolo ufficiale, New Fang. Dentro c’è il rock di Josh, con i suoi classici giri, il ritmo di Grohl (che sembra divertirsi sempre tanto dietro la batteria) ed i classici riff alla Led Zeppelin.

Alla prossima. E ricordate, volume sempre a palla, su Listening.

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Hacker: malvivente o semplice curioso?

Nel giornaliero peregrinare lungo le autostrade dell’informazione, a tutti è capitato di imbattersi nella parola hacker. Dai mezzi di comunicazione l’hacker viene descritto come un malvivente, pronto a derubare grazie al furto delle password, all’introduzione nei computer delle proprie ignare vittime, alla violazione dei sistemi informatici di aziende ed istituti di credito. Ma cos’è davvero un hacker? In questo articolo proverò a spiegarlo.

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La maggioranza degli odierni hacker fa risalire l’etimologia del termine al MIT, dove compare nel gergo studentesco all’inizio degli anni ’50. Per quanti frequentano l’istituto in quegli anni,  il termine “hack” viene usato come sinonimo di goliardata, ad indicare gli scherzi tipici da campus. È a questo che si ispira il termine “hacking”: prendere in giro qualcuno, divertirsi, in modo creativo e innocuo. Più avanti negli anni ’50, la parola acquista una connotazione più netta e ribelle. Al MIT vige un elevato livello di competizione e l’attività di hacking emerge come reazione alla tensione accumulata e per dare spazio a pensieri e comportamenti creativi repressi dal rigoroso percorso di studio dell’istituto. Gli hacker si divertono ad esplorare la miriade di corridoi e tunnel sotterranei presenti nel campus, non intimoriti da porte chiuse e cartelli di divieto, il cosiddetto “tunnel hacking”, e prendono di mira il sistema telefonico interno violandolo con un’attività battezzata “phone hacking“, poi diventata il moderno ”phreacking”.

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Sul finire degli anni ’50, arriva nel campus il TX-0, uno dei primi modelli di computer lanciati sul mercato. Non ci vuole molto perché gli hacker mettano le mani sulla macchina, utilizzando il proprio spirito di gioco creativo: a differenza della scrittura del software “ufficiale”, gli hacker compongono i propri programmi con poco rispetto di metodi e procedure. Questo porta ad un mutamento etimologico del termine: hack prende il suo significato moderno, quello della forma sostantiva del verbo inglese “to hack” che significa “tagliare”, “aprirsi un varco”, inteso appunto tra le righe di codice che compongono i programmi software.  Un classico esempio di quest’ampliamento della definizione di hack è Spacewar!, il primo videogame interattivo. Sviluppato nei primi anni ’60, Spacewar ha le caratteristiche tipiche dell’hack tradizionale: un divertimento, una distrazione per le decine di hacker del MIT. Inoltre è completamente libero e gratuito: avendolo realizzato per puro divertimento, gli hacker  non vedono motivo per restringerne in alcun modo l’utilizzo, favorendone così la diffusione in ogni parte del mondo.

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Nella seconda metà degli anni ’70 il termine “hacker” assume la connotazione di élite. Per potersi definire hacker, una persona deve compiere qualcosa di più che scrivere programmi interessanti: deve far parte dell’omonima cultura e onorarne le tradizioni. Pur se con una struttura sociale aperta, gli hacker di istituzioni elitarie come il MIT, Stanford e Carnegie Mellon iniziano a parlare apertamente di “etica hacker“: le norme non ancora scritte che ne governano il comportamento quotidiano. Nel libro del 1984 “Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica“, l’autore Steven Levy, dopo un lungo lavoro di ricerca e consultazione, codifica questi principi fondamentali:

  • L’accesso ai computer – e a tutto quello che può insegnare qualcosa sul modo in cui funziona il mondo – deve essere illimitato e totale;
  • Obbedire sempre all’imperativo hands-on (ovvero prova, sperimentazione ed esperienza in prima persona ndCT);
  • Tutte le informazioni dovrebbero essere libere;
  • Diffidare dell’autorità – promuovere la decentralizzazione;
  • Gli hacker devono essere giudicati per la loro azione di hacking, non per falsi criteri come grado, età, razza o posizione;
  • E’ possibile creare arte e bellezza su un computer;
  • I computer sono in grado di migliorare la vostra vita.

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A partire dai primi anni ’80 i computer cominciano a diffondersi, e i programmatori che una volta dovevano recarsi presso grandi istituzioni o aziende soltanto per aver accesso alla macchina, si trovano a stretto contatto con hacker di grande livello via ARPANET e cominciano ad appropriarsi delle filosofie anarchiche tipiche della cultura hacker. Tuttavia, nel corso di un simile trasferimento di valori va perduto il tabù culturale originato al MIT contro ogni comportamento malevolo. Mentre i più giovani iniziano a sperimentare le proprie capacità con finalità dannose – creando e disseminando virus, facendo irruzione nei sistemi informatici militari, provocando il blocco di macchine quali lo stesso Oz del MIT, popolare nodo di collegamento con ARPANET – il termine “hacker” assume connotati punk, nichilisti. Quando polizia e imprenditori iniziano a far risalire quei crimini a un pugno di programmatori che citano a propria difesa frasi di comodo tratte dall’etica hacker, quest’ultimo termine inizia ad apparire su quotidiani e riviste con una denotazione del tutto negativa. Nonostante libri come quello di Levy avessero fatto parecchio per documentare lo spirito originale di esplorazione giocosa da cui nacque la cultura dell’hacking, per la maggioranza dei giornalisti “computer hacker” diventa sinonimo di “rapinatore elettronico”.

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Anche di fronte alla presenza, negli ultimi due decenni, delle lamentele degli stessi hacker contro questi abusi, le valenze ribelli del termine risalenti alla nascita del fenomeno rendono difficile distinguere tra un quindicenne che scrive programmi capaci di infrangere le protezioni e li utilizza per il puro scopo di far danni, dallo studente degli anni ‘50 che sfonda le porte per puro spirito di scoperta e conoscenza. D’altra parte, quella che per qualcuno è soltanto sovversione creativa dell’autorità, non è altro che un problema di sicurezza per qualcun altro. L’essenziale tabù contro comportamenti dannosi trova conferma a tal punto da spingere la comunità hacker a coniare il termine cracker – qualcuno che volontariamente decide di infrangere un sistema di sicurezza informatico per rubare o manomettere dei dati – per indicare quegli hacker che abusano delle proprie capacità. Scrive Randolph Ryan, giornalista del Boston Globe, in un articolo del 1993: “L’azione di hack richiede attenta pianificazione, organizzazione e finezza, oltre a fondarsi su una buona dose di arguzia e inventiva. La norma non scritta vuole che ogni hack sia divertente, non distruttivo e non rechi danno. Anzi, talvolta gli stessi hacker aiutano nell’opera di smantellamento dei propri manufatti“.

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Rispondendo alla domanda presente nella prima parte dell’articolo, un hacker è semplicemente una persona curiosa, che sfrutta le proprie conoscenze informatiche per esplorare, noncurante delle barriere imposte; non crea alcun tipo di danno ma anzi, aiuta i gestori dei sistemi violati a chiudere i buchi nella sicurezza che gli hanno permesso di accedere; il suo unico scopo è approfondire la conoscenza del mondo che lo circonda. La percezione negativa che l’opinione pubblica ha del fenomeno dell’hacking è frutto della cattiva informazione, che punta più al sensazionalismo fine a sé stesso che alla verità dei fatti. Nessuno può negare che esistano persone che sfruttano le proprie capacità informatiche per provocare danni ed ottenere un profitto economico: questi non sono hacker ma cracker, e la distinzione non è semplicemente nei termini, ma nel sistema etico che regola un intero movimento.

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Allen e il finto misantropo

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Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

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Siamo orgogliosi di presentarvi un nuovo autore. Obi-Fran Kenobi, al secolo Francesco Stefanacci, ha finora lavorato nelle “retrovie” della blog-zine, occupandosi della revisione e dell’editing degli articoli. Ha un blog tutto suo (che vi consiglio di visitare), è un aspirante scrittore, è sceneggiatore della Meow Production. Ecco il suo primo articolo in esclusiva per la nostra blog-zine, si parla di Woody Allen, buona lettura.

La Redazione di CamminandoScalzi.it

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Ci sono pochi registi prolifici come Woody Allen. IMDB segnala sessantaquattro (ses-san-ta-quat-tro, non so se rendo) tra film e telefilm scritti da lui, “solo” quarantacinque di cui è regista e cinque in meno in cui recita.

Essendo emanazione diretta dei fratelli Marx (per sua ammissione), Allen ha regalato al mondo del cinema commedie esilaranti e taglienti, critiche e satiriche, che grazie al suo stile unico e inconfondibile costituito da intelligenza, intellettualità, cultura a trecentosessanta gradi, nervoso, impazienza, insicurezza, ipocondria, pessimismo, fatalismo, comicità, avanspettacolo, e cento altre cose sono entrati nell’immaginario collettivo con una prepotenza inarrestabile quanto piacevole.

Ma essendo lui un artista poliedrico (alla scrittura e alla regia accosta regolarmente i concerti dell’orchestra jazz in cui suona il clarinetto), riesce male a rimanere incastrato in un solo genere. Senza contare le contaminazioni presenti in tutte le sue commedie – che tendono a far buttare nel cesso i sudati tentativi dei critici di appiccicargli un’etichetta – Allen ha infatti espresso negli ultimi anni un suo lato poco conosciuto, che è la passione per gialli e thriller. Ha esordito in questo genere nel 2005 con “Match Point“, riuscendo pienamente nel suo intento e confezionando un thriller non solo con tutti i crismi, ma anche originalissimo in quanto a ritmica e ambientazione.

Il bis non è stato altrettanto sopraffino: “Cassandra’s Dream” (in Italia “Sogni e delitti”, 2007; dopo “Scoop” che ha degli elementi gialli ma rimane sostanzialmente un ritorno alla commedia) mantiene il ritmo e l’ambientazione di “Match Point”, ma delude quanto a contenuti e recitazione, con un McGregor e un Farrell piuttosto fiacchi.

“Vicky Cristina Barcelona”, dell’anno scorso, ha quasi diviso gli Allenisti, forse perché è un film più difficile degli altri da catalogare: chi ha gradito le affascinanti chiacchiere di Bardem non ha gradito il resto, e viceversa.

Con questo “Whatever works” (“Basta che funzioni”) il ritorno alla commedia è netto.

[stextbox id=”alert” caption=”Avviso Spoiler”]Di seguito potrebbe essere rivelata in parte la trama del film, attenzione![/stextbox]

Il film è incentrato sul personaggio di Boris Yellnikoff, interpretato da Larry David, un uomo che ha passato la mezza età, genio della fisica che ha sfiorato il nobel, misantropo. L’ultimo aggettivo è quello chiave, perché Allen utilizza il carattere di Boris – suo evidente simulacro sulla scena – come fulcro della narrazione. L’insofferenza per l’umanità tutta, l’eterna insoddisfazione di non essere capito dagli altri perché troppo geniale, la sufficienza con cui egli tratta quelli che chiama “vermetti” (cioè tutti), e la pesantissima, glaciale, paralizzante consapevolezza che stiamo viaggiando su un pezzo di roccia a novecento miglia all’ora partito da chissà dove, verso chissà dove, chissà perché, e che siamo nati per caso lottando contro ogni probabilità quantistica, senza alcun senso e significato sono gli elementi scatenanti di tutte le scene comiche e di tutte le riflessioni del film.

Peccato che tutte queste belle cose si rivelino delle pagliacciate.

Sì, avete letto bene, riprendetevi.

Sono delle pagliacciate perché con lo scorrere del film, per non parlare del finale (triste dirlo, ma uno dei finali più scialbi, banali, piatti, triti e ritriti che abbia visto nell’ultimo periodo), ci si rende conto che Boris è un fantoccio. Il manichino di un vecchio brontolone perennemente insoddisfatto su cui sono stati appiccicati sopra gli adesivi della misantropia e del pessimismo.

Quello di Boris è l’ennesimo personaggio Alleniano pieno di seghe mentali, idiosincrasie, fobie, psicosi, manie e tutte le altre cose elencate nel primo paragrafo; e fin qui tutto funziona. E’ quando Allen prova ad esacerbare la sua insofferenza per gli esseri umani che tutto acquista un significato posticcio.

Ho avuto una discussione con mio padre. Lui dice che si nasce pessimisti, mentre io sono convinto che la maggior parte invece lo diventi per cause esterne. Io parlo per esperienza personale, lui invece è un inguaribile ottimista (vota ancora PD), quindi è evidente che ho ragione io (ihihih).

In ogni caso, la mia opinione è che un pessimista o, ancora peggio, un misantropo che va al cinema a vedere “Basta che funzioni” si immedesimerà parzialmente con Boris, solo per rimanere profondamente offeso e innervosito dalla piega che il film prende da un certo punto in poi.

Boris piagnucola e si lamenta, ma in realtà ha avuto una vita piena e felice. Ha avuta molta fortuna: incontrare tre donne belle e brillanti (più o meno) e riuscire a sposarsele tutte e tre (la seconda pure di ventun anni e con le sembianze di quell’angelo di Evan Rachel Wood, se non è culo questo…). Ha insegnato in una prestigiosa università, ha sfiorato il nobel. Ha tanti amici più o meno intelligenti e più o meno interessanti, che comunque gli vogliono bene.

Ma nonostante questo, il genio di Boris non riesce a vedere la sua stessa fortuna.

Inoltre, sembra agire più mosso dal caso che dalla ragione. Fa tanti bei discorsi sull’inutilità del tutto, ma continua a gettarsi dalla finestra ogni volta che un rapporto finisce (e per di più, siccome piove sempre sul bagnato, ogni volta che lo fa trova un’altra anima gemella). La sua misantropia è solo di facciata, perché non manca di partecipare ad eventi mondani. In breve: le sue azioni non riflettono il suo pensiero. E’ incoerente.

So cosa state pensando. “Allen lo ha fatto apposta”: non ho avuto questa impressione; “il messaggio è che anche un genio non può fare nulla davanti all’amore”: alla faccia della banalità. No, veramente, se ci fosse una classifica delle banalità da diario delle medie questa sarebbe fuori concorso e riceverebbe il premio speciale. Semplicemente, non si può banalizzare così la lotta tra l’amore e la misantropia. Non si può e basta, e chi dice il contrario non ha capito un cazzo della misantropia.

L’odio per l’umanità è in genere vissuto con sofferenza anche da chi lo prova. Da chiunque abbia un minimo di cervello, almeno. Riconoscersi come misantropi significa riconoscere una mancanza, un disadattamento; l’incapacità di relazionarsi degnamente con gli altri individui, perché si trovano troppo diversi da noi per aspetto, intelligenza, cultura, interessi, modi di fare, vestire, pensare. Significa essere consci della propria solitudine. Non solo: autoisolarsi, in preda alla disperazione di non capire e di non essere capiti dal mondo. Guardate che è brutto. Ma tanto.

Il pessimismo nasce invece dall’osservazione (sempre da parte di una persona intelligente) del funzionamento del caso nell’Universo. Ci sono le macrosfortune (nasci in un paese del terzo mondo e ogni giorno sopravvivere è una scommessa incerta; nasci con un handicap mentale o fisico grave; perdi i genitori nell’infanzia; ti prende un tumore, la meningite, la leucemia…) e con quelle si può far poco. Ma poi ci sono le microsfortune, ovvero quelle piccole sconfitte quotidiane che vanno dall’inezia alla rottura di palle di diversa gravità. Queste piccole sconfitte si accumulano, si accumulano, si accumulano, e tu ti sforzi di capire perché continuano ad avvenire a te e allora cerchi di analizzarti, di capire dove sbagli. Piangi e ti disperi, ti psicanalizzi per anni, fai ricerca interiore. Cerchi di cambiare il tuo rapporto con gli altri, il tuo aspetto esterno. Adotti il pensiero positivo, metti su gli occhialoni dalle lenti rosa… E non funziona una sega ugualmente: le piccole sconfitte quotidiane continuano ad impilarsi disordinatamente nella tua vita.

Non puoi fare a meno di notare persone che nella vita ci sguazzano come fosse una piscina, mentre per te ogni avvenimento comporta una strisciata lenta e faticosa in una palude melmosa. Gli altri conquistano traguardi e trofei scintillanti come se fosse la cosa più naturale del mondo, mentre a te sembra già un miracolo il non avere ancora gli occhi coperti di fango e poter vedere il cielo e le stelle (e i premi che gli altri conquistano, talvolta rubandoteli da sotto il naso). Sport, scuola, lavoro, amici, donne, famiglia… Per gli altri sono cose normali, per te scalate potenzialmente letali di picchi inarrivabili.

Spero di aver reso vagamente l’idea.

Allen tutto questo lo semplifica e banalizza.

La misantropia di Boris è poco credibile. Poco vera, poco reale. E’ mercificata a scopi clowneschi.

Ecco perché un misantropo che va a vedere questo film si sentirà tradito e offeso.

Poi, oh, intendiamoci: Allen è sempre Allen. Noterete che non ho parlato degli aspetti tecnici. E’ perchè non ce n’è bisogno. La qualità e lo stile sono quelli dell’ultimo Woody, che esaltato dagli esperimenti dei suoi ultimi film ora mescola la sua tecnica “classica” con le nuove sperimentate in “Match Point” e “Sogni e Delitti”. C’è poco e nulla da dire su regia, fotografia, montaggio e recitazione, a parte far notare il divertente (ma quanto davvero utile ai fini narrativi?) esperimento di meta-cinema con Boris che parla direttamente agli spettatori. Quello su cui si può discutere a lungo, come ho appena fatto, sono i contenuti e i modi usati per raccontarli.

Rimonte in zona Cesarini – Decima giornata

Denis el Tanque
Denis el Tanque

Un ottimo Napoli rimonta due gol al Milan negli ultimi minuti e conquista un prezioso nonchè meritato pareggio. Due gol che soprattutto sono stati realizzati nei minuti di recupero, la famosa “Zona Cesarini“. Il mitico calciatore italo-argentino Renato Cesarini forse mai avrebbe immaginato che del suo nome si sarebbe fatto questo uso (anzi….abuso). Comunque…un gol al novantesimo…non è proprio un qualcosa di inusuale, anzi, succede spesso. Una rimonta completa invece, è più rara. Di casi ce ne saranno tantissimi, ma ci tengo a citare quelli che hanno maggiormente emozionato me (e come sempre poi….lascerò la parola a voi). Permettetemi quindi di ricordarvene qualcuna, di quelle in stile Longobarda contro l’Atalanta nel film “L’allenatore nel pallone” con la doppietta di Aristoteles a tempo quasi scaduto.

Gunnar Solskjaer
Gunnar Solskjaer

Una su tutte ovviamente…la finale Bayern-Manchester United giocata a Barcellona! Gli inglesi non vincono la coppa da quando il team di Matt Busby guidato da George Best trionfò a Wembley sul Benfica, ma un gol di Mario Basler sembra dirigere la “Coppa dalle grandi orecchie” verso la Germania. Lo stesso Best raccontò che al novantesimo disse ad un amico “Dai andiamo via che è finita”. Tragico errore, come lui stesso ammise. Eh si, perchè nel giro di due minuti prima Teddy Sheringham e poi Ole Gunnar Solskjaer ribaltarono il punteggio regalando il trofeo ai Mancunians e lasciando nello sconforto i bavaresi (memorabile il pugno sul terreno di Koffour).

Un’altra che ricordo bene (magari qualcuno no) fu un incontro di Coppa Uefa tra Genoa ed Oviedo. Era il tre ottobre del 1991, l’andata era finita uno a zero per gli spagnoli. Il Genoa passa con Skuhravy ma un clamoroso svarione regala il pari agli asturiani alla fine del primo tempo. Servono due reti per passare il turno ovviamente, ma nei minuti finali si è ancora sull’uno a uno. Poi…miracolo: prima una mitragliata di Bortolazzi e poi un altro stacco imperioso di Skuhravy regalano il passaggio del turno al Genoa. Da quel momento il calcio diventò una passione folle per me.

Un altro storico ribaltone che ricordo fu un Juventus-Fiorentina: i viola conducono due a zero ad un quarto d’ora dal termine, poi Vialli accorcia. Si arriva a questa fatidica “Zona Cesarini” quindi sull’uno a due. I fiorentini reggono benissimo, ma poi ancora Vialli quasi allo scadere impatta. Sembra finita, ma ad un paio di giri di lancette dal triplice fischio una prodezza di un giovane numero dieci fa esplodere il Delle Alpi, pochissimo dopo la già grande esultanza per il pari di Vialli. Quel giovane numero dieci gioca ancora oggi, ed è Alex “Pinturicchio” Del Piero.

Chiudiamo con due “perle”.

Una riguarda sempre Del Piero….perchè non sarà una rimonta…ma chi si scorda più le due reti nel giro di un minuto e mezzo con le quali siamo volati in finale nel mondiale del 2006? Semifinale contro la Germania…in Germania. Prima Grosso, poi Pinturicchio. Eh bè….!!! L’altra invece, è una mia dedica personale al primo Pallone d’oro: Sir Stanley Matthews. Blackpool-Bolton, 1953. Il Bolton conduce 3-2 fino al novantesimo…poi però Matthews (che aveva già inventato i due gol precedenti) con due giocate sopraffine regala due assist al bacio…prima a Mortensen (tripletta per lui) ed infine a Billy Perry! Rimonta compiuta, e coppa al Blackpool!!

Voi invece? Quali ricordate?

Risultati 10a giornata serie A

Bologna Siena 2-1
Catania Chievo 1-2
Lazio Cagliari 0-1
Udinese Roma 2-1
Livorno Atalanta 1-0
Genoa Fiorentina 2-1
Juventus Sampdoria 5-1
Napoli Milan 2-2
Parma Bari 2-0
Inter Palermo

Il vizietto del ricatto

berlusconi

Nelle scorse settimane ci siamo ritrovati ad affrontare l’argomento Berlusconi-escort, e ci siamo resi conto di come il nostro Presidente del Consiglio, valutazioni morali a parte, sia in realtà una persona “ricattabile”. E’ bastato che una delle escort che frequentava fosse “infelice” (per un impegno politico non mantenuto) per far venire fuori uno scandalo nazionale. Fiumi di parole sono stati spesi sull’argomento, discussioni su quanto sia giusto o meno, se sia morale o meno, se debba dimettersi o meno.

Giovedì scorso il presidente  (ormai ex) della Regione Lazio Piero Marrazzo si è trovato coinvolto in un nuovo scandalo a sfondo sessuale tutto all’italiana. Nel mese di Luglio scorso viene beccato in flagrante da quattro carabinieri mentre si intrattiene con un transessuale in un’abitazione. I quattro filmano la loro irruzione nell’abitazione e, a quanto pare, imbastiscono una scena ancora più umiliante (si parla di immagini che ritraggono della cocaina vicino alla tessera del presidente), al fine di estorcere dei soldi al politico. Un ricatto in piena regola. Tu mi dai dei soldi, io non dico niente a nessuno e non ti rovino la vita.

In quel momento Piero Marrazzo commette il terribile errore (che, se vogliamo, è anche comprensibile vista la situazione) di piegarsi a quel ricatto. Dà così dei soldi ai carabinieri, firma quattro assegni (secondo le ipotesi di indagine, ma l’istruttoria ancora non ha chiarito precisamente questa vicenda) e spera che tutto finisca nel dimenticatoio. Dimenticando però la componente essenziale di ogni ricatto: da un ricatto non si esce. Il ricatto non finisce mai. Si assopisce soltanto, finché il ricattatore non avrà bisogno di ottenere qualcos’altro.
La settimana scorsa accade un fatto ancora più inquietante. Il filmato –che gli indagati hanno provato a vendere per tutto il periodo estivo– comincia a girare per i giornali scandalistici più famosi, fino ad arrivare nelle mani di Alfonso Signorini, attuale direttore della rivista di gossip “Chi”. Signorini, per chi non lo sapesse, fa capo alla casa editrice della figlia del nostro Premier, Marina Berlusconi, la quale, convocata, non ci pensa su due volte e avvisa il Papi, che a sua volta fa un colpo di telefono a Marrazzo, facendogli sapere del filmato e promettendogli che loro non lo pubblicheranno. Come dire “il filmato ce l’abbiamo noi, è al sicuro“. Passano i giorni e Marrazzo, forse per la pressione terribile a cui è sottoposto, forse in un tardivo slancio di coscienza, si decide a denunciare tutto l’accaduto. Scoppia l’inevitabile scandalo, il pressing mediatico si fa insostenibile, e l’ex presidente tenta prima in maniera un po’ goffa di negare, per poi raccontare tutto l’accaduto sia ai giudici che alla stampa.

Questo, in sintesi, cio che è accaduto nei movimentatissimi ultimi giorni.

Il viziettoNon voglio addentrarmi troppo sul discorso morale, non è questa la sede, e in fondo interessa anche poco al nostro ragionamento. Marrazzo ha commesso degli errori, ma questi errori non sono da ricercare nel suo “vizietto”, bisogna andare ben più a monte del problema. Marrazzo si è prima di tutto rovinato con le sue stesse mani. Ha permesso ad una sua debolezza di prendere il sopravvento, di mettere a rischio non solo la sua vita politica, ma anche quella personale, con la sua famiglia. Insomma, non ci vuole molto a capire che se proprio hai il bisogno di andare con un trans, magari puoi evitare di farlo con l’auto blu, di andare sempre nello stesso posto, di metterti nella condizione di essere riconosciuto. Un uomo politico dovrebbe prendere delle precauzioni. E non mi sto riferendo a quelle per le malattie veneree.
Un uomo politico non si dovrebbe mai mettere nelle condizioni di essere ricattato. Il comportamento in sé sarà forse discutibile, ma rimane comunque una faccenda che riguarda la sua vita privata. Nel momento in cui cede al ricatto, però, diventa “inabile” a fare politica. Si mette sotto il giogo di qualcuno (poco importa chi sia questo qualcuno), gli permette di controllare la sua vita e con essa le sue decisioni politiche. Non è riuscito a denunciare tutto subito? Benissimo, lo si può accettare, ma non appena confessa deve abbandonare le sue cariche. L’ex presidente della regione Lazio in effetti si dimette, è di oggi l’annuncio dell’abbandono totale della vita politica. Fine dei giochi, adesso lasciamolo in pace a sistemare la sua vita privata.
Questo stesso discorso lo possiamo allargare al caso Berlusconi-escort. Nel momento in cui una escort, Patrizia D’Addario, dimostra che il premier può essere messo sotto ricatto, automaticamente quest’ultimo dovrebbe rassegnare le dimissioni, perché “inabile” a fare politica. Se può essere ricattato da lei -e sappiamo che nei famosi festini Patrizia non era la sola- senza parlare dei collegamenti di alcuni dei suoi alleati con ben peggiori realtà, chi ci assicura che non sia attualmente sotto il  ricatto di qualcuno? La sua storia recente ci ha dimostrato che è ricattabile. E quando una persona diventa ricattabile deve lasciare immediatamente la gestione della cosa pubblica. Non ce n’è, inutile girarci tanto intorno. E’ una questione, questa sì, di correttezza morale nei confronti di chi gli ha dato mandato di governare.

Mi viene in mente un esempio recente, una lezione di stile in piena regola. Lo statunitense conduttore del Late Show, il famosissimo David Letterman, si è ritrovato invischiato qualche tempo fa in uno scandalo analogo. Qualcuno ha scoperto le sue scappatelle extraconiugali con una autrice del programma, e ha deciso di ricattare il presentatore. Soldi in cambio di silenzio. E cosa ha fatto David Letterman? Ha raccontato tutto in diretta, nella sua puntata dello show serale, davanti a milioni di ascoltatori. Ha denunciato il ricattatore, lo ha letteralmente sputtanato in pubblico, e ne è uscito in qualche maniera pulito. L’unico modo per rendere inutile un ricatto è rivelarlo. A volte essere chiari, dire la verità, evitare di voler tenere nascoste le cose, è la strada migliore da percorrere. Anzi, togliamoci pure quel “a volte”.

Rimane un ultimo, inevitabile dubbio. Lecito chiedersi quanti dei nostri politici, dei nostri governanti, dei nostri rappresentanti (da una parte e dall’altra) abbiano qualche scheletro nell’armadio, siano persone ricattabili o siano addirittura già sotto un qualche tipo di ricatto.

E non è detto che si tratti sempre di puttane e transessuali.

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Web Comics

L’articolo di oggi è arricchito da una strip di ENTJ autore del web-comic satirico Caos Deterministico che vi invitiamo a leggere. Ringraziamo l’autore per questa strip in esclusiva per Camminando Scalzi.it[/stextbox]

Caos Deterministico in esclusiva per Camminando Scalzi.it

Precaria della scuola, precaria della vita.

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Una nuova autrice su Camminando Scalzi.it

Continua la nostra inchiesta sul mondo del lavoro: oggi abbiamo il piacere di presentarvi Rosalinda Gianguzzi che, con la sua esperienza da precaria dell’insegnamento scolastico, ci racconta il suo vissuto e ci fa capire cosa significa insegnare da “precari” in Italia. Un fenomeno quanto mai di attualità, visto dagli occhi di chi è dentro quel mondo ingarbugliato che è l’Istruzione italiana. Buona lettura.

La Redazione di CamminandoScalzi.it

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Ciao,

sono Rosalinda Gianguzzi, precaria della scuola e, come spesso accade, un po’ precaria della vita.

MaestraOggi, per noi precari, sentir parlare di “elogio al posto fisso” sembra quasi una beffa, soprattutto considerando che, contemporaneamente alle interviste raccatta-consensi, bagarre, scorrettezze procedurali e continui richiami a mostrare maggiore interesse alle discussioni in aula, il parlamento nei fatti sancisce il precariato a vita per i pochi superstiti dai tagli.

Ho deciso proprio per questo di lasciarvi memoria, in stile “romanzo storico” (la storia cioè raccontata dai suoi protagonisti anche più semplici), di cosa sia questa specie in estinzione dei precari della scuola.

La parola precariato è spesso associata ad un’immagine preconcetta che rappresenta giovani “Peter pan”, bamboccioni che guadagnano quattro lire -forse con un certo compiacimento- perché questo dà loro la possibilità di poter spendere quello che guadagnano e continuare ad essere mantenuti dalla famiglia. In parte è vero, soprattutto parlando di retribuzioni, ma la situazione differisce radicalmente quando in un calderone sono inseriti i precari di call center privati con i precari della pubblica amministrazione/precari della scuola. Il precariato della scuola è del tutto diverso da qualunque altro precariato, e lo dimostra l’età degli “aspiranti insegnanti” o “supplenti” inseriti nelle graduatorie ad esaurimento. Questi sono i termini che sono utilizzati per definirci, ma per la verità di “aspirante” abbiamo ben poco dato che molti di noi insegnano da decine d’anni e c’è persino chi va in pensione da precario, spesso senza “supplire” nessuno. In realtà sono su posti vacanti, posti che esistono al solo fine di risparmiare sugli scatti di anzianità degli insegnanti o, alla peggio, per poter tagliare cattedre, innalzando il numero legale di alunni per classe.  Un altro aspetto che ci permette di differirci dagli altri precari è il non essere legati a logiche clientelari, vale a dire che a Natale non abbiamo grosse ceste piene di prelibatezze da regalare per ringraziare qualcuno. Tutto quello che abbiamo e che siamo, lo abbiamo costruito negli anni attraverso lo studio permanente, i concorsi e il servizio.

In una sola parola: IL MERITO.

Allora mi si potrebbe chiedere come sono diventata precaria della scuola (io e buona parte degli altri 299999 colleghi)?

La mia avventura comincia da diciottenne appena diplomata, con la voglia di essere la nuova Maria Montessori e la presunzione che le magistrali mi avessero dato tutti gli strumenti per entrare nella testa e nel cuore di ogni alunno, per dar loro le chiavi per costruire il proprio giudizio critico e la propria coscienza intellettuale.

La mia formazione scolastica e universitaria attacca il nozionismo e, come risposta ad una società complessa e in rapida trasformazione, vuole offrire ai discenti chiavi di lettura che permettano loro di essere costruttori e attori della propria formazione. Per la verità ci sono voluti una laurea, due master e diciotto anni d’insegnamento, per capire ogni giorno che non esiste “una ricetta buona e perfetta” per ogni alunno.

Mariastella Gelmini, attuale Ministro dell'Istruzione
Mariastella Gelmini, attuale Ministro dell'Istruzione

Ognuno è un universo a sé, vuole essere preso con il proprio verso, con i propri tempi, con strumenti educativi differenti. La prima “palestra” sono state le scuole private, veri e propri “centri d’addestramento”, in cui la voglia di fare fa i conti con “il cliente che ha sempre ragione”. Posti in cui la libertà di insegnamento diventa libertà di fare ciò che dicono i direttori, non dare rogne con i genitori e non dispiacere troppo l’alunno. Dopo anni di mobbing, soprusi vari, contratti “aggiustati”, la mia avventura prosegue nella scuola pubblica. Tutto inizia con l’attesa del telefono che squilla: significa essere vestita e pronta per uscire la mattina alle otto, senza sapere se e dove sarai impegnata. Che felicità quando al cellulare sento la musichetta “We are the champions”, associata ai numeri delle scuole. Per non parlare di quando arrivano gli assegni, festeggiati con un “acquisto gratificante”. Nel frattempo gli anni passano, “la chiamata” diventa la regola e arriva finalmente l’incarico: da settembre a giugno o da settembre ad agosto, non sostituisco nessuno, sono in realtà la titolare di una cattedra vacante. Non importa se in un’isola, in un carcere, in un paese di montagna o nella scuola sotto casa. E’ la mia cattedra per un anno. E sono dodici punti che, come gradini, mi permettono di scalare la difficile montagna della stabilizzazione. A questo punto penso di poter affrontare persino un progetto di vita insieme all’uomo che amo e di concedermi un “matrimonio gratificante”. Il sindacalista di turno mi rassicura: “una volta preso l’incarico, sei dentro”.

Così divento precaria sostanzialmente nella sede e nel dover vivere i piccoli grandi disagi dell’“ultima arrivata”. Una precaria, infatti, è quella che deve accontentarsi quando si formula l’orario, quella a cui, in termini di rendimento, è richiesto sempre di più. Anche le mie figlie diventano “precarie”. Sono abituate ad essere lasciate alla nonna, alla zia, alla vicina o a chiunque disponibile, spesso ancora con il pigiama, avvolte in una coperta e quando capita anche febbricitanti perché “oggi non posso mancare”. La mamma non ha tempo per consolarle quando piangono per andare all’asilo, come non ha tempo per rimanere alle loro feste di Natale a scuola. Quando posso, prendo un’ora di permesso, per sorridergli o per rassicurarle quando recitano la loro poesia. Sono ormai abituate a fare i loro compitini e le loro cose da sole, magari in un banco di un’aula vuota, in silenzio, mentre la mamma compila i registri e programma insieme ai colleghi.

Ma fino a due anni fa, una certezza: punto dopo punto, anno dopo anno, avrei avuto l’agognato ruolo. Poi c’è stato l’avvicendarsi -come in una contraddanza- di vari ministri che, con le loro “novità”, ci facevano fare chi tre passi indietro, rimescolando fasce e graduatorie, chi due passi avanti, con una buona tornata d’immissioni in ruolo. Ma la mia certezza rimaneva: loro si avvicendavano, ma noi eravamo sempre lì, con la nostra borsa sempre più logora, piena di fotocopie e penne, per noi e per l’alunno distratto di fiducia.

Io non ho mai chiesto altro: una classe tutta mia, perché insegnare è tutto ciò che so e voglio fare.

Poi arriva il terremoto Berlusconi/Tremonti/Gelmini/Brunetta: raccontano che siamo fannulloni, che “pochi pagati bene” sono meglio di “molti che vivono dignitosamente”, senza dire cosa deve fare chi resta fuori da questo setaccio. Assicurano che vogliono “riformare” la scuola, modernizzarla: tagliano cattedre, chiudono scuole, tolgono insegnanti di sostegno, eliminano i tre insegnanti specialisti su due classi della scuola primaria per averne una tuttologa, eliminano le compresenze che permettono di far fare gite, eliminano informatica, eliminano il  supplire i colleghi che mancano -dato che le scuole non sempre possono pagare i supplenti- senza dividere le classi, riducono le ore di italiano alle superiori e accorpano classi e materie. E poi ancora la  coda/pettine, e gli incarichi fuori e salvaprecari (che altro non è che un escamotage per aggirare le sentenze dei tribunali, che ci danno ragione sul nostro diritto ad essere stabilizzati).

Insomma un vero tsunami per la scuola pubblica.

E cosa ne sarà dei precari? E di me?

Il desiderio è quello di contrastare in ogni modo: scioperi, manifestazioni, comizi, sit in, forum, azioni di protesta, ma soprattutto puntare su di un’informazione vera.

Il tutto finalizzato a prendere tempo e restare in gioco perché -come è successo finora- la politica cambia.

Loro sono i veri precari. Noi vogliamo solo continuare a lavorare.

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Quando il gol arriva dalle retrovie… – Nona giornata

Tocchi di classe, punizioni imparabili, colpi di testa all’incrocio dei pali, controlli e tiri fulminanti. Niente di nuovo sotto al cielo direte voi…ma quando questi gesti li fanno i difensori…allora qualche attenzione l’attirano.

Alessandro Nesta, il “Ministro della difesa”, com’è stato ribattezzato dai tifosi, ha appena regalato un successo sul Chievo al Milan con una doppietta. Ora…Nesta non è propriamente quello che si definisce un goleador, anzi, al fantacalcio non è proprio il primo obiettivo del reparto. Ma ci sono tanti difensori che hanno fatto del gol un’arte.

Daniel Passarella
Daniel Passarella

E non parlo dei vari Loria (prolifico al Siena prima di scaldare la panchina alla Roma) oppure di Chiellini, Legrottaglie ai tempi del Chievo, Portanova ogni tanto eccetera. Parlo di difensori che di reti…ne han fatte proprio tante!! Esempi più recenti ci ricordano le dodici reti in un anno di Materazzi a Perugia (capocannoniere anche dell’Italia campione del mondo….bello farlo presente no??). Oppure…come dimenticare le stupende punizioni di Sinisa Mihajlovic, forse uno dei migliori tiratori della storia, capace di farne tre in una sola partita. Ma la storia ci lascia tanti altri esempi. Uno su tutti: Daniel Passarella, col marmo al posto delle caviglie (citando Oronzo Canà), rigorista, specialista dei calci piazzati e micidiale di testa. E che ne dite di Ronald Koeman? Se siete sampdoriani mi direte “Fanculo” (gol nel finale dei supplementari di una finale di Coppa dei Campioni Barcellona-Sampdoria). Se non lo siete direte “Cavolo, faceva una valanga di gol ed aveva la dinamite nei piedi”.

Roberto Carlos
Roberto Carlos

Chi aveva l’Amiga 500 non può non ricordare Steve Bruce (qui un suo goal), protagonista di quel “Manchester United” sia nel gioco che nella realtà, visto che ha salvato diverse volte le chiappe a Sir Alex Ferguson. Tornando più al presente…e sempre collegandolo ai videogames….Roberto Carlos. Ci si innamorò di lui dopo quella punizione dall’effetto folle alla Francia, lo si schierava in attacco a Winning Eleven poichè era veloce quattro volte gli altri (alcuni amici miei lo hanno soprannominato “O’ mbruoglie”, l’imbroglio). Tant gol nell’Inter prima di diventare l’ennesimo affare d’oro (per gli altri) dell’era Moratti. Infine altri due nomi. Il primo Mariano Pernia, che detiene il record di gol per un difensore nella Liga spagnola (il fatto che giochi nel Getafe non guasta). Il secondo John Terry, che ricordo maggiormente per tutte le volte che ha gonfiato la rete piuttosto che per quell’erroraccio nella finale di Champions contro lo United che gli costò un pianto hollywoodiano.

E voi? Volete citare qualcun’altro? Aspettiamo i vostri commenti… intanto vi lasciamo con i risultati della nona giornata di serie A e con una video-compilation dei goal di Sinisa Mihajlovic !

Risultati 9a Giornata

Sampdoria Bologna 4-1
Inter Catania 2-1
Cagliari Genoa 3-2
Palermo Udinese 1-0
Bari Lazio 2-0
Roma Livorno 0-1
Atalanta Parma 3-1
Fiorentina Napoli 0-1
Siena Juventus 0-1
Chievo Milan 1-2

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Te-le-visioni

IL COMUNISTA. – Lettera aperta a Camminando Scalzi.
Ho sempre pensato di essere comunista. Non comunista cinese, comunista russo o altro; COMUNISTA. Da ragazzo frequentavo l’Azione Cattolica e ricordo che per prendere la prima comunione andavamo a catechismo dalle suore dell’orfanatrofio vicino casa. Lì ci parlavano del Vangelo, della Madonna, dei Santi, ma soprattutto di Gesù che, per quello che diceva e per quello che faceva, secondo me era il classico esempio di cosa volesse dire essere comunista. All’Azione Cattolica eravamo divisi in gruppi e ci sfidavamo su gare di cultura, di attualità, di sport ma tutto avveniva nel massimo rispetto verso gli altri, che si fosse vincitori o perdenti. Penso  che,  fermo restando che ” fra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare”, quello che ci dicevano le suore fosse abbastanza giusto. Più tardi ho iniziato a leggere qualche libro, un poco di storia e per quello che mi raccontava mia madre, essendo vissuta Lei negli anni della guerra, mi ritrovavo sempre di più a stare da una parte (politica) anziché dall’altra. Ho vissuto gli anni della mia gioventù fra i banchi di scuola nel 1968. In quel periodo portavo i capelli abbastanza lunghi come era consuetudine fra i giovani di allora e ricordo che il prof. di italiano, pena la bocciatura, ci “consigliava” di tagliarli.  Per il solo fatto di portare dei capelli lunghi eri ritenuto un simpatizzante della Sinistra, un comunista. Vedevo in questi “consigli” una forma di privazione della libertà, un modo di dire “qui fai quello che dico io perchè comando io”. Non c’era confronto, non c’era rispetto per il pensiero altrui neanche nelle piccole cose; allora ancora una volta mi sentivo comunista e decisi di non seguire i “consigli” del mio prof.  Ho partecipato a lotte sociali per ottenere un posto di lavoro cercando di abolire un vecchio sistema clientelare e/o fatto di raccomandazioni. Ho sempre cercato di rispettare gli altri. Non ho mai rubato. Non ho commesso delitti. Ho sempre cercato di mantenere l’unione della mia famiglia. Ho educato i miei figli ad avere una vita sana. Eppure sono un COMUNISTA. Certamente avrò fatto degli errori, ma da quelli ho cercato di trarne esperienze positive.
Oggi  però, leggendo quotidiani e settimanali o seguendo trasmissioni televisive, vedo che alcuni personaggi parlano dei comunisti come se fossero chissà che cosa; come se fossero quelli che mangiavano i bambini; come se fossero persone con le quali è meglio non avere a che fare e chi più ne ha più ne metta.

L’altro giorno mi trovavo in un Centro Commerciale, precisamente nel reparto per la vendita di televisori. Sullo schermo vi era un signore, seduto davanti allo Stemma della Repubblica Italiana, che teneva una conferenza stampa. Ho sentito che diceva qualcosa come “quelli sono comunisti… Non vi fidate di loro…” eccetera.  Non ricordo le parole esatte perchè mi ero un poco spaventato, ma diceva questo. E fra una barzelletta e l’altra, che raccontava, ora prendeva in giro qualcuno, ora ironizzava sulla signora di turno, Guardavo quei monitor sulla parete, almeno venti, tutti sintonizzati sull’immagine di quel signore. Mi sentivo circondato, quasi in imbarazzo; sembrava che fossi additato, e quasi cercavo di schivare la gente che affollava il reparto. Per un attimo ho pensato di avere sbagliato tutto; in quei momenti di confusione, mentre quel signore gridava, gridava, gridava e sembrava convincere tutti, mi sono chiesto se poi questo comunismo esistesse davvero e cosa volesse rappresentare. Con molta fretta sono tornato a casa. Qui, ancora con un’ansia che provavo addosso mi sono avvicinato alla nostra piccola libreria di casa, ho tirato fuori il mio piccolo vocabolario ed alla pagina 166 ho letto:  Comunismo sm. Dottrina politico-sociale per cui, se i beni fossero comuni a tutti, il benessere del genere umano sarebbe assicurato. Mi sono rasserenato. Ma allora di cosa parlava quel signore alla conferenza stampa?!

Ciro Iorio

Al giorno d’oggi abbiamo bisogno di un paio di occhiali belli forti per poterci vedere distintamente. Il mezzo informativo più potente e diretto è la televisione: tutti ne hanno almeno una.

Gli schermi dei televisori sono specchi deformanti la realtà, occulta o deviata alla vista dei più.  La politica è un cancro per l’informazione, la assoggetta e la assolda a fini speculativi. Sembra di scorgere non più notizie ma slogan politici ogniqualvolta si legge un giornale, si guarda un TG, una fiction, persino nello sport. Mi sembra di scorgere una sottile e subdola trama politica per la programmazione tv, con un occhio orwelliano per condizionare le menti dei cittadini. Io guardo assai raramente la televisione, la accendo principalmente per lo sport… Real Madrid – Milan 2 a 3… Grande partita della squadra del presidente del consiglio! Ma che c’entra lo sport con la politica? Ecco, appunto…

La libertà di stampa in Italia? E’ qui la deformazione… Io credo ci sia ancora. Non esistono leggi di limitazione. Almeno per ora, certo. Il problema è che la verità viene negata a logiche di faziosità politiche delle testate (vedi voce “finanziamenti pubblici”) e che se ti leggi un giornale o l’altro ti fai un’idea da una base politica, non sul fatto in sostanza. E’ questo che si è perso di vista con il passare degli anni. Per fare un esempio: notiamo come l’emergenza rifiuti in Campania sia passata con molto clamore, a differenza del dramma “mondizzia” a Palermo. Va “tutto bene” e quindi discutiamo di “problemi” come gli orologi che non funzionano a Roma, dell’amore o presunto tale tra Clooney e la Canalis o delle esternazioni di Mourinho che fanno spettacolo.

La vita è un grande show, si applaude sempre, anche quando si muore. Ma perché? Cosa c’è da applaudire alla morte dei poveri alluvionati di Messina, ai terremotati dell’Abruzzo… Siamo in preda al business televisivo pure in chiesa? Colpa di questo grande specchio deformante, che tramuta il fatto in evento grottesco teatralizzato. La vita in diretta, dai vostri schermi. A muovere i fili dello spettacolino questa volta è un burattino, che a sua volta ha creato una catena di S. Antonio per essere certo che il messaggio giunga a destinazione, subdolo ma chiaro.

L’ insultare l’avversario politico di turno centinaia e centinaia di volte ha una finalità di persuasione del tele-vedente. A volte ci si rende conto come certi insulti siano patetici (“catto-comunisti”), eppure qualcuno ci crede.  Quindi ogni volta che la accendete, la televisione, ricordate che state accendendo un tele-teatrino con protagonisti, antagonisti, comparse e una voce fuori campo.

Trattatela come tale, così i fili si spezzeranno.


Digitale terrestre, la solita storia all'italiana

Il digitale terrestre (DDT) arriva finalmente anche nel nostro paese. Decantata come una tecnologia innovativa negli spot, presentata nel 2003 dal ministro Gasparri come “paradiso digitale terrestre”, è in realtà una tecnologia vecchia, le cui sperimentazioni risalgono addirittura ai primi anni ’70. Già verso la fine degli anni ’90, paesi come Stati Uniti, Inghilterra, Finlandia, Svezia e Svizzera hanno effettuato il passaggio globale a questa tecnologia. L’Italia come suo solito arriva in mostruoso ritardo: proviamo a ripercorrere le tappe di questo storico passaggio, e a capire cosa comporterà per il futuro della fruizione televisiva.

Paradiso digitale terrestre

La storia del passaggio dal sistema analogico a quello digitale terrestre in Italia è stata lunga e travagliata. Dagli anni Ottanta, più del 90% degli introiti pubblicitari sono in mano alla Rai e alla Mediaset. Le istituzioni sollecitano l’apertura del mercato televisivo ma è dal 2001, con l’elezione a presidente del Consiglio del proprietario di quest’ultima, Silvio Berlusconi, che la questione diventa spinosa. Nel luglio dell’anno successivo il presidente della Repubblica Ciampi invia un messaggio alle camere nel quale richiama l’attenzione sull’importanza, per il corretto funzionamento di una democrazia, del cosiddetto pluralismo dell’informazione, cioè della necessità che tutti i punti di vista, politici e non, siano adeguatamente rappresentati nei mezzi di comunicazione: evidente riferimento al mercato italiano, nel quale tre reti sono di proprietà del presidente del Consiglio e le altre tre sono l’emanazione di uno stato del quale è capo del governo. Si tenta di riequilibrare almeno in parte la situazione quando nel novembre dell’anno successivo la Corte Costituzionale fissa un limite: entro il 31 dicembre 2003 una rete Mediaset (Rete 4) si sarebbe dovuta spostare sul satellite per far posto ad Europa Sette. Ma prima della scadenza vengono approvati la riforma Gasparri, non controfirmata da Ciampi e, alla vigilia di Natale, il cosiddetto decreto salva Retequattro: si permette a Rete4 di continuare a trasmettere fino al 30 aprile successivo, quando l’Authority delle comunicazioni (AGCOM) avrebbe presentato il risultato di uno studio sulla diffusione sul territorio nazionale dei decoder digitali terrestri. La diffusione è considerata sufficiente, salvando così la terza rete Mediaset.

Digitale sulla terra

Qualcuno si è chiesto in che modo quella diffusione è stata raggiunta? In teoria, dopo tutti i ritardi del passato, non c’era fretta di passare al digitale terrestre proprio in quel periodo: solo nel 2005 l’Unione Europea ha legiferato in proposito, rendendo obbligatorio il passaggio in tutta Europa entro il 2012. Ma la volontà da parte del governo di salvare Rete4 spinge a stanziare 210 milioni di euro per l’acquisto dei decoder (molti dei quali vengono distribuiti da una società, la Solari.com Srl, controllata dal fratello del premier, Paolo Berlusconi), permettendo così di raggiungere la soglia minima prevista per il superamento dello studio dell’authority. Ovviamente questo mette in allarme l’Antitrust dell’UE che apre una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per aver fornito aiuti di stato, violando il principio di libera concorrenza. Per giustificare questa improvvisa fretta, viene posta come data di passaggio al DDT in Italia il 2006… Data questa che viene più volte rimandata – ovviamente, essendo un obiettivo impossibile da raggiungere – fino ad arrivare ad oggi.

Decoder

Esaminati i soliti aspetti di “inciucio politico all’italiana”, passiamo alle problematiche di tipo tecnico. E’ il 3 gennaio 1954 quando cominciano le trasmissioni televisive regolari, ad opera della Rai. Due anni dopo il segnale analogico è già molto diffuso, ma per raggiungere la quasi totalità del paese è necessario un grande sforzo negli anni successivi: molte sono le leggende sulla straordinaria bravura dei tecnici Rai nel portare il segnale nelle più sperdute e inaccessibili zone delle valli alpine e della dorsale appenninica. Adesso il problema si ripropone, in quanto gli impianti attuali sono spesso inadeguati per il digitale terrestre: mentre la tecnologia analogica permette la visione, seppur disturbata, anche in presenza di scarso segnale, il segnale digitale deve arrivare perfettamente pulito all’impianto di ricezione, pena la visione a “scatti” o la mancanza totale di visione. Questo porta costi sia per chi distribuisce i contenuti che per i fruitori finali: i primi devono adeguare gli impianti di trasmissione esistenti o costruirne di nuovi in quanto la tecnologia digitale è più “pesante” e ne richiede di più potenti e in numero maggiore, mentre i secondi devono ripuntare o in molti casi sostituire le antenne, eliminare i vecchi filtri e acquistare decoder o nuovi televisori con decoder integrato. Attualmente nemmeno le regioni nelle quali è stato effettuato lo spegnimento totale del segnale analogico (switch-off) sono completamente coperte. Si spera che la situazione migliori entro breve tempo.

antenne

Un altro grave problema del digitale terrestre è che si tratta di una tecnologia comunque limitata dal suo essere trasmessa attraverso le stesse frequenze utilizzate finora da quella analogica: questo vuol dire un maggior numero di canali, ma comunque limitati dallo scarso numero di frequenze utilizzabili. In un confronto con la tecnologia satellitare ad esempio, il digitale terrestre ne esce con le ossa rotte. Facciamo un esempio pratico con un programma molto seguito (purtroppo), come il grande fratello. Sulla piattaforma Sky si ha la possibilità di alternare le diverse inquadrature con la semplice pressione di un pulsante senza pesare troppo, in quanto il numero massimo di canali visualizzabili è enorme. Tramite il digitale terrestre invece, ogni inquadratura occupa lo spazio di un intero canale. Proviamo anche a pensare al futuro della televisione, l’alta definizione (HD): questa occupa una quantità di banda superiore a quella a definizione standard, facendo così diminuire il numero di canali che è possibile veicolare attraverso lo scarso numero di frequenze utilizzabili. Senza contare che la maggior parte dei decoder e televisori compatibili con lo standard digitale terrestre, sopratutto se economici, non hanno il supporto all’HD, e quindi chi in futuro vorrà usufruire di questo tipo di canali, dovrà rimettere mano al portafogli.

Molti canali, ma sono abbastanza?

Riassumento: il DDT è una tecnologia obsoleta, spinta a forza e nel momento sbagliato dall’esecutivo per mantenere una posizione dominante nel mercato dell’informazione e non di certo per ottenere uno sviluppo tecnologico del paese. Inoltre la diffusione del segnale prosegue molto a rilento per problematiche tecniche e di scarso dispiegamento di fondi, e non c’è la certezza che al momento dello spegnimento totale del segnale analogico tutti gli italiani saranno in grado di usufruirne. Ovviamente la trattazione dell’argomento non pretende di essere completa, dato lo scarso spazio a disposizione su di un blog generalista. Molti altri sono gli argomenti che andrebbero trattati o approfonditi: la piattaforma satellitare Tivu’-Sat, che dovrebbe portare gratuitamente (agli abbonati rai) i canali del digitale terrestre nelle zone non coperte dal segnale; gli effetti della legge Gasparri, che hanno portato anche nel DDT lo stesso duopolio Rai – Mediaset presente nella tv analogica, prendendo a schiaffi la necessità di pluralismo dell’informazione che tanto bene farebbe al nostro paese; le alternative presenti e sopratutto future per la diffusione della televisione nel nostro paese, tra cui la WebTv. Sulla televisione digitale terrestre torneremo sicuramente a parlare in futuro, a switch-off totale avvenuto, per tirare le somme e capire se gli attuali timori sono fondati. Se qualcuno degli altri argomenti vi interessa particolarmente e volete sia approfondito, o se avete dubbi e perplessità, non esitate ad utilizzare i commenti.

Intervista a Neil Blevins – Interview with Neil Blevins

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In Esclusiva per Camminando Scalzi.it

Il nostro Andrea Rizzo ha intervistato Neil Blevins, Techincal Director della Pixar! Siamo orgogliosissimi di ospitare sulle nostre pagine una personalità così importante nel mondo dell’arte 3d. Speriamo di avervi fatto una gradita sorpresa. Buona lettura!

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Hatred (realizzato da Neil Blevins)
Hatred (realizzato da Neil Blevins)

Neil Blevins è Techincal Director alla Pixar Animation Studio dal 2002 (Gli Incredibili, Cars, Wall-e, Up). Dopo aver conseguito un diploma BFA in Design Art ha lavorato come Animator al Blur Studio dal 1999 al 2002. Ha collaborato inoltre a diverse pubblicazioni, come:
-AAVV, 3DStudio Max 3 Magic
-AVV, Inside 3dsmax4
Nel tempo libero ama sviluppare lavori sci-fi sia in 2d che in 3d, aventi come oggetto principale creature robotiche, alieni e sfondi di fantascienza.

Cura inoltre personalmente lezioni di tecnica online presenti sul suo sito sui seguenti temi: Art Theory, Modeling, UV Mapping, Shader Theory, Shader Examples, Texture Painting, Effects, Lighting, Optics, Brazil, Technical.

Il bellissimo sito di Neil Blevins: http://www.neilblevins.com (fateci un salto, è pieno di immagini bellissime, come quelle all’inizio di questo articolo!)

Ma adesso vi lascio all’intervista vera e propria.
NB: Abbiamo tradotto* l’intervista per agevolare la lettura al nostro pubblico di lingua italiana.


Andrea Rizzo: What’s the  most important difference between 3d studio artists and old painters ?
Neil Blevins:   I think they’re more the same than different. Both groups need to understand color, composition and light. Both had to learn new techniques. Digital does mean we have an undo, which the old masters didn’t have, that’s one big advantage. Not having to deal with chemicals or a messy cleanup after painting is another nice thing about digital (mind you, we do get hit with a lot of radiation from our monitors) And of course, 3d has that third dimension that painting does not, so in many ways 3d is a little more akin to sculpture, except the final result looks more like a painting, since we add color and texture, etc.

AR: What do you think about the new Pixar movie? UP?
NB: Up is a fantastic film, and I am very lucky to have been a part of the team that got to create it. I cry every time I see it, Pete Docter and his team of story people really knows how to pull those emotional heartstrings.

AR: Is 3d technology better for movies or for cartoons?
NB: It’s good for both.

AR: In witch serial tv would you like to collaborate?
NB: Personally I don’t think I’d like working on tv shows. I have a lot of friends who’ve done TV, and the schedules and budget at which these things get produced doesn’t really give the artist enough time to make things as beautiful looking as they may want. For example, I have a friend who was a lighter on one cartoon, and they had to light like 20 shots a week. He said they had just enough time to make sure you could see all the characters, and then they had to move onto the next shot, no time to make it actually look good. I’ve worked on projects before that had to be done quickly, but that sort of schedule is just ridiculous. That said, if I had to pick a TV show, maybe a Star Trek series, since I could build some spaceships or do some matte paintings of alien landscape.

AR: Do you like Miyazaki’s works? And in your opinion what’s the main differences (not technically speaking)  between traditional cartoons and new generation digital (Pixar, Dreamworks) one?
NB: I like many of Miyazaki‘s works, especially “Princess Mononoke” and “Totoro”. If you strip away the technical differences between 2d hand drawn animation and 3d digital animation, I’d have to say there isn’t a huge difference. Again, you still need to known color, composition, and lighting. You still need to give emotion to your characters. The story process is pretty much identical. You are still inspired by other films, you lay out the camera is a similar way. And again, the connection between 3d films and stop motion is a little stronger, since you need to build / paint and light a set that works from multiple angles, wheras in 2d hand drawn animation you have to do a new painting for most camera angles.

Cacodaemon Rough (realizzato da Neil Blevins)
Cacodaemon Rough (realizzato da Neil Blevins)

AR: Is there a border between your passion and your job?
NB: Yup. Anytime you work on something collaborative, that is a different process than working as an individual. I love my job, but it’s very different finding a way to create something that fulfills someone else’s vision, whether that be the director of the film, the production designer, your supervisor, etc. When you work on your own work, you may ask for other people’s opinions, but at the end of the day, you make your own final decisions. So while there certainly is some crossover, I generally keep those things separate, and need a little of both in my life to truly be happy.

AR: What’s your next projects?
NB: Right now I’m between projects at Pixar, I’ll be assigned to a new movie soon. I also do a lot of personal artwork at home, and I spend most of the summer doing nothing but 2d painting. So this fall I want to get back into doing more personal 3d projects, just to keep things fresh.


Andrea Rizzo: Qual è la differenza più grande tra gli artisti del digital 3d e i grandi vecchi pittori?
Neil Blevins: Penso che siano molto più simili che diversi. Entrambi hanno bisogno di conoscere il colore, la composizione e la luce. Entrambi devono imparare nuove tecniche. Digitale vuol dire che noi abbiamo un tasto undo (il tasto che permette di tornare indietro e cancellare l’ultima operazione eseguita ndAR), che i vecchi maestri non avevano, questo è un grande vantaggio. Non dover avere a che fare con prodotti chimici o dover pulire tutto dopo aver dipinto, sono altri aspetti positivi del digitale (attenzione però, noi siamo esposti a molte radiazioni pericolose dai nostri monitor). E naturalmente il 3d ha la terza dimensione che la pittura non ha, così alla fine il 3d è un po’ più simile alla scultura, eccetto il risultato finale che sembra più una pittura, poiché aggiungiamo colore, texture (un immagine che serve per rivestire la superficie di un oggetto digitale ndAR), ecc.

AR: Cosa ne pensi dell’ultimo film Pixar: UP?
NB: Up è un film fantastico, sono stato molto fortunato ad aver fatto  parte del team che l’ha creato. Piango ogni volta che lo guardo, Pete Docter (il regista ndAR) e il suo team di sceneggiatori sa veramente come toccare le corde del cuore.

AR: La tecnologia 3d è meglio applicabile nei film o nei cartoni animati?
NB: E’ buona per entrambi.

AR: Ti piacerebbe collaborare in una serie TV? Se sì, quale?
NB: Personalmente non penso che mi piacerebbe lavorare negli show televisivi. Ho molti amici che hanno fatto TV, e i programmi e il budget coi quali sono costretti a lavorare non danno la possibilità per fare le cose sufficientemente belle come loro vorrebbero. Per esempio, ho un amico che è stato lighter (responsabile dell’illuminazione digitale ndAR)  per un cartone e realizzava circa 20 riprese alla settimana. Lui mi disse che avevano giusto il tempo di assicurarsi che si potessero vedere tutti i  personaggi e successivamente dovevano spostarsi sulla ripresa successiva, senza soffermarsi troppo per renderlo realmente di qualità. Prima di questo, ho lavorato in progetti che dovevano essere fatti in fretta, ma quel genere di programmazione è semplicemente ridicola. Se dovessi scegliere uno show televisivo, forse la serie di Star Trek, poiché potrei costruire qualche navicella spaziale o realizzare qualche pittura sbiadita di sfondi alieni.

AR: Cosa ne pensi dei lavori di Miyazaki? E secondo te qual è la più grande differenza (non dal punto di vista semplicemente tecnico) tra i cartoni animati tradizionali e quelli della nuova generazione digitale (Pixar, Dreamworks) ?
NB: Mi piacciono molti lavori di Miyazaki, specialmente “Principessa Mononoke” e “Totoro”. Se togli le differenze tecniche tra il disegno in 2d fatto a mano tradizionale e le animazioni digitali 3d, direi che non c’è un enorme differenza. Anche qui hai bisogno di conoscere il colore, la composizione e la luminosità. Devi sempre dare l’emozione ai tuoi personaggi. Il processo della stesura dello storyboard è abbastanza identico. Sei ancora ispirato da altri film, disponi la telecamera in un modo simile. Inoltre la connessione tra i film 3d e la tecnica della stop motion è un po’ più forte, perché hai bisogno di costruire/dipingere e illuminare un set che funzioni per tutte le inquadrature previste per una scena (i diversi camera angles, o punti di ripresa ndAR), mentre in 2d, l’animazione disegnata a mano, devi fare un nuovo disegno per ogni inquadratura.


AR: Esiste, nel tuo caso,  un confine tra passione e lavoro?
NB: Yup. Ogni volta che lavori in team affronti  un processo diverso dal lavorare individualmente. Amo il mio lavoro, ma è molto differente trovare un modo per creare qualcosa che appaghi la visione di qualcuno, sia esso il regista del film, lo scenografo, il tuo supervisore, ecc.. Quando lavori nei tuoi progetti, puoi chiedere l’opinione di altre persone, ma alla fine del giorno sei tu a prendere le decisioni finali. Certamente le cose si incrociano (passione e lavoro), io generalmente le tengo separate. Ho bisogno un po’ di entrambe le cose nella mia vita per essere veramente felice.

AR: Quali sono i tuoi prossimi progetti?
NB: Adesso sono immerso tra progetti alla Pixar, mi verrà assegnato un nuovo film presto. Realizzo inoltre diversi lavori personali a casa, e ho speso la maggior parte dell’estate facendo nient’altro che dipinti 2d.  Quest’autunno però voglio tornare a realizzare altri progetti personali in 3d, giusto per tenermi allenato.

Grazie mille al gentilissimo Neil Blevins che ci ha concesso questa interessante intervista. Thank you very much Neil!

*Si ringrazia Piero Cannarozzo per l’aiuto nella traduzionediverse