Baarìa, il ritorno del kolossal italiano

11 anni dopo “La leggenda del pianista sull’oceano”, e 3 anni dopo il suo ultimo film “La sconosciuta”, Tornatore torna al grande cinema con un opera gigante sia come budget e sia come intenti.
Baarìa punta ad essere oggi un ossimoro del cinema moderno: il kolossal italiano, e nonostante tutto, riesce ad esserlo.
Escludendo infatto qualche raro caso, il cinema italiano ha avuto sempre difficoltà enormi a dare vita (artisticamente e economicamente) a produzioni simil-americane chiudendosi spesso in un antipatico snobbismo culturale.
Oggi gli spettatori si trovano di fronte ad un film che è “il cinema” nella sua accezione più antica: arte ed intrattenimento, dove il profilmico non prende vita, ma lo è già, attraverso quasi una firma tra gli attori e Bagheria di patti Lateranensi, tesi ad elevare la qualità dell’opera intera.
Il regista siciliano, con la sua regia (che stilisticamente ricorda il cinema americano anni 70), riesce a farci sentire parte di un popolo e di un epoca, attraverso salti temporali che fanno leva sui ricordi primordiali Junghiani del pubblico italiano.
Attraverso la storia del paese siciliano così, è tutta la nazione che si ricorda ciò che è stato e soprattutto come lo è diventato.
I mini episodi in cui è scandito il film, ondeggiano, da un punto di vista qualitativo, da momenti di puro lirismo (la scena della fuitina domestica, o quella di Guttuso con il polpo) a momenti meno incisivi ma pur sempre di qualità.
Baarìa è un film che punta in alto, e come qualunque Icaro ogni tanto perde di quota, ma arriva comunque a testa alta al traguardo dove avviene quello “scarto del reale”: una corsa, un giro di trottola e la macchina da presa (invisibile qui) che segue, rincorre e unisce Peppino e suo figlio, tra la Bagheria del passato e quella moderna. In fondo, in un opera cinematografica che fa del cinema il cinema, avvelersi di qualunque mezzo per aggiungere arte all’opera è giustificata.
E se qualcuno si lamenta per la durata del film (2 ore e mezza), ricordate che prima di mangiare il pane, deve lievitare per bene.
Certo, potete sempre usare il microonde.

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Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Presentiamo un nuovo autore qui su Camminando Scalzi, Andrea Rizzo, che ci propone un interessante commento-recensione all’ultimo film di Giuseppe Tornatore. Ci piacerebbe conoscere anche le vostre impressioni sul film, non dimenticate di commentare. Buona lettura.

La redazione di CamminandoScalzi.it

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Undici anni dopo “La leggenda del pianista sull’oceano”, e 3 anni dopo il suo ultimo film “La sconosciuta”, Giuseppe Tornatore torna al grande cinema con un opera gigante sia come budget e sia come intenti.

Baarìa punta ad essere oggi un ossimoro del cinema moderno: il kolossal italiano, e nonostante tutto, riesce ad esserlo.

Escludendo infatti qualche raro caso, il cinema italiano ha avuto sempre difficoltà enormi a dare vita (artisticamente e economicamente) a produzioni simil-americane chiudendosi spesso in un antipatico snobbismo culturale.

Oggi gli spettatori si trovano di fronte ad un film che è “il cinema” nella sua accezione più antica: arte ed intrattenimento, dove il profilmico non prende vita, ma lo è già, attraverso quasi una firma tra gli attori e Bagheria di patti Lateranensi, tesi ad elevare la qualità dell’opera intera.
Il regista siciliano, con la sua regia (che stilisticamente ricorda il cinema americano anni 70), riesce a farci sentire parte di un popolo e di un epoca, attraverso salti temporali che fanno leva sui ricordi primordiali Junghiani del pubblico italiano.
Attraverso la storia del paese siciliano così, è tutta la nazione che si ricorda ciò che è stato e soprattutto come lo è diventato.

I mini episodi in cui è scandito il film, ondeggiano, da un punto di vista qualitativo, da momenti di puro lirismo (la scena della fuitina domestica, o quella di Guttuso con il polpo) a momenti meno incisivi ma pur sempre di qualità.

Baarìa è un film che punta in alto, e come qualunque Icaro ogni tanto perde di quota, ma arriva comunque a testa alta al traguardo dove avviene quello “scarto del reale”: una corsa, un giro di trottola e la macchina da presa (invisibile qui) che segue, rincorre e unisce Peppino e suo figlio, tra la Bagheria del passato e quella moderna. In fondo, in un opera cinematografica che fa del cinema il cinema, avvelersi di qualunque mezzo per aggiungere arte all’opera è giustificata.

E se qualcuno si lamenta per la durata del film (due ore e mezza), ricordate che prima di mangiare, il pane, deve lievitare per bene.

Certo, potete sempre usare il microonde.

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