Precaria della scuola, precaria della vita.

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Una nuova autrice su Camminando Scalzi.it

Continua la nostra inchiesta sul mondo del lavoro: oggi abbiamo il piacere di presentarvi Rosalinda Gianguzzi che, con la sua esperienza da precaria dell’insegnamento scolastico, ci racconta il suo vissuto e ci fa capire cosa significa insegnare da “precari” in Italia. Un fenomeno quanto mai di attualità, visto dagli occhi di chi è dentro quel mondo ingarbugliato che è l’Istruzione italiana. Buona lettura.

La Redazione di CamminandoScalzi.it

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Ciao,

sono Rosalinda Gianguzzi, precaria della scuola e, come spesso accade, un po’ precaria della vita.

MaestraOggi, per noi precari, sentir parlare di “elogio al posto fisso” sembra quasi una beffa, soprattutto considerando che, contemporaneamente alle interviste raccatta-consensi, bagarre, scorrettezze procedurali e continui richiami a mostrare maggiore interesse alle discussioni in aula, il parlamento nei fatti sancisce il precariato a vita per i pochi superstiti dai tagli.

Ho deciso proprio per questo di lasciarvi memoria, in stile “romanzo storico” (la storia cioè raccontata dai suoi protagonisti anche più semplici), di cosa sia questa specie in estinzione dei precari della scuola.

La parola precariato è spesso associata ad un’immagine preconcetta che rappresenta giovani “Peter pan”, bamboccioni che guadagnano quattro lire -forse con un certo compiacimento- perché questo dà loro la possibilità di poter spendere quello che guadagnano e continuare ad essere mantenuti dalla famiglia. In parte è vero, soprattutto parlando di retribuzioni, ma la situazione differisce radicalmente quando in un calderone sono inseriti i precari di call center privati con i precari della pubblica amministrazione/precari della scuola. Il precariato della scuola è del tutto diverso da qualunque altro precariato, e lo dimostra l’età degli “aspiranti insegnanti” o “supplenti” inseriti nelle graduatorie ad esaurimento. Questi sono i termini che sono utilizzati per definirci, ma per la verità di “aspirante” abbiamo ben poco dato che molti di noi insegnano da decine d’anni e c’è persino chi va in pensione da precario, spesso senza “supplire” nessuno. In realtà sono su posti vacanti, posti che esistono al solo fine di risparmiare sugli scatti di anzianità degli insegnanti o, alla peggio, per poter tagliare cattedre, innalzando il numero legale di alunni per classe.  Un altro aspetto che ci permette di differirci dagli altri precari è il non essere legati a logiche clientelari, vale a dire che a Natale non abbiamo grosse ceste piene di prelibatezze da regalare per ringraziare qualcuno. Tutto quello che abbiamo e che siamo, lo abbiamo costruito negli anni attraverso lo studio permanente, i concorsi e il servizio.

In una sola parola: IL MERITO.

Allora mi si potrebbe chiedere come sono diventata precaria della scuola (io e buona parte degli altri 299999 colleghi)?

La mia avventura comincia da diciottenne appena diplomata, con la voglia di essere la nuova Maria Montessori e la presunzione che le magistrali mi avessero dato tutti gli strumenti per entrare nella testa e nel cuore di ogni alunno, per dar loro le chiavi per costruire il proprio giudizio critico e la propria coscienza intellettuale.

La mia formazione scolastica e universitaria attacca il nozionismo e, come risposta ad una società complessa e in rapida trasformazione, vuole offrire ai discenti chiavi di lettura che permettano loro di essere costruttori e attori della propria formazione. Per la verità ci sono voluti una laurea, due master e diciotto anni d’insegnamento, per capire ogni giorno che non esiste “una ricetta buona e perfetta” per ogni alunno.

Mariastella Gelmini, attuale Ministro dell'Istruzione
Mariastella Gelmini, attuale Ministro dell'Istruzione

Ognuno è un universo a sé, vuole essere preso con il proprio verso, con i propri tempi, con strumenti educativi differenti. La prima “palestra” sono state le scuole private, veri e propri “centri d’addestramento”, in cui la voglia di fare fa i conti con “il cliente che ha sempre ragione”. Posti in cui la libertà di insegnamento diventa libertà di fare ciò che dicono i direttori, non dare rogne con i genitori e non dispiacere troppo l’alunno. Dopo anni di mobbing, soprusi vari, contratti “aggiustati”, la mia avventura prosegue nella scuola pubblica. Tutto inizia con l’attesa del telefono che squilla: significa essere vestita e pronta per uscire la mattina alle otto, senza sapere se e dove sarai impegnata. Che felicità quando al cellulare sento la musichetta “We are the champions”, associata ai numeri delle scuole. Per non parlare di quando arrivano gli assegni, festeggiati con un “acquisto gratificante”. Nel frattempo gli anni passano, “la chiamata” diventa la regola e arriva finalmente l’incarico: da settembre a giugno o da settembre ad agosto, non sostituisco nessuno, sono in realtà la titolare di una cattedra vacante. Non importa se in un’isola, in un carcere, in un paese di montagna o nella scuola sotto casa. E’ la mia cattedra per un anno. E sono dodici punti che, come gradini, mi permettono di scalare la difficile montagna della stabilizzazione. A questo punto penso di poter affrontare persino un progetto di vita insieme all’uomo che amo e di concedermi un “matrimonio gratificante”. Il sindacalista di turno mi rassicura: “una volta preso l’incarico, sei dentro”.

Così divento precaria sostanzialmente nella sede e nel dover vivere i piccoli grandi disagi dell’“ultima arrivata”. Una precaria, infatti, è quella che deve accontentarsi quando si formula l’orario, quella a cui, in termini di rendimento, è richiesto sempre di più. Anche le mie figlie diventano “precarie”. Sono abituate ad essere lasciate alla nonna, alla zia, alla vicina o a chiunque disponibile, spesso ancora con il pigiama, avvolte in una coperta e quando capita anche febbricitanti perché “oggi non posso mancare”. La mamma non ha tempo per consolarle quando piangono per andare all’asilo, come non ha tempo per rimanere alle loro feste di Natale a scuola. Quando posso, prendo un’ora di permesso, per sorridergli o per rassicurarle quando recitano la loro poesia. Sono ormai abituate a fare i loro compitini e le loro cose da sole, magari in un banco di un’aula vuota, in silenzio, mentre la mamma compila i registri e programma insieme ai colleghi.

Ma fino a due anni fa, una certezza: punto dopo punto, anno dopo anno, avrei avuto l’agognato ruolo. Poi c’è stato l’avvicendarsi -come in una contraddanza- di vari ministri che, con le loro “novità”, ci facevano fare chi tre passi indietro, rimescolando fasce e graduatorie, chi due passi avanti, con una buona tornata d’immissioni in ruolo. Ma la mia certezza rimaneva: loro si avvicendavano, ma noi eravamo sempre lì, con la nostra borsa sempre più logora, piena di fotocopie e penne, per noi e per l’alunno distratto di fiducia.

Io non ho mai chiesto altro: una classe tutta mia, perché insegnare è tutto ciò che so e voglio fare.

Poi arriva il terremoto Berlusconi/Tremonti/Gelmini/Brunetta: raccontano che siamo fannulloni, che “pochi pagati bene” sono meglio di “molti che vivono dignitosamente”, senza dire cosa deve fare chi resta fuori da questo setaccio. Assicurano che vogliono “riformare” la scuola, modernizzarla: tagliano cattedre, chiudono scuole, tolgono insegnanti di sostegno, eliminano i tre insegnanti specialisti su due classi della scuola primaria per averne una tuttologa, eliminano le compresenze che permettono di far fare gite, eliminano informatica, eliminano il  supplire i colleghi che mancano -dato che le scuole non sempre possono pagare i supplenti- senza dividere le classi, riducono le ore di italiano alle superiori e accorpano classi e materie. E poi ancora la  coda/pettine, e gli incarichi fuori e salvaprecari (che altro non è che un escamotage per aggirare le sentenze dei tribunali, che ci danno ragione sul nostro diritto ad essere stabilizzati).

Insomma un vero tsunami per la scuola pubblica.

E cosa ne sarà dei precari? E di me?

Il desiderio è quello di contrastare in ogni modo: scioperi, manifestazioni, comizi, sit in, forum, azioni di protesta, ma soprattutto puntare su di un’informazione vera.

Il tutto finalizzato a prendere tempo e restare in gioco perché -come è successo finora- la politica cambia.

Loro sono i veri precari. Noi vogliamo solo continuare a lavorare.

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24 pensieri su “Precaria della scuola, precaria della vita.

  1. Precaria della scuola, precaria della vita. | Camminando Scalzi…Walking Barefoot…

    Continua la nostra inchiesta sul mondo del lavoro: oggi abbiamo il piacere di presentarvi una nuova collaboratrice che, con la sua esperienza da precaria dell’insegnamento scolastico, ci racconta il suo vissuto e ci fa capire cosa significare insegnare…

  2. (scusate… mi è partito il dito su SUBSCRIVE!!) dicevo. ad esempio, nell’arco dei miei 5 anni al liceo, un anno è stata aggiunta una classe ed un altro è stata tolta un’altra classe. ancora oggi (sono passati dieci anni) sento che accade lo stesso nel circondario. una o due classi in più… oppure una mena. qualche accorpamento que e là. ok, primo punto fissato.
    secondo punto. “vita media” di un professore. la mia prof di filosofia ancora insegna. quello di italiano ha insegnato per altri due anni dopo la mia maturità. eccetera eccetera. sento le nuove leve, e mi raccontano aneddoti su quelli che erano stati miei prof. insomma: il turnover è moooolto lento.
    dove voglio andare a parare… su una semplice domanda: quella degli insegnanti non dovrebbe essere una di quelle porfessioni SERIAMENTE REGOLAMENTATE? o meglio… non è più logico porre un “limite” nel senso: numero chiuso nelle università e corsi ad anni alterni per evitare un numero eccessivo di laureati immessi in un mercato SATURO!!

  3. Questo è un altro di quegli argomenti di cui si sente parlare sempre troppo poco in TV. Ci passano solo le solite pillolette… i nuovi licei, le riorganizzazioni, ma di concreto non traspare nulla, e quindi il popolo ignora…

  4. L’intento di chi è al potere è quello di mantenere il popolo ignorante. Solo così potrà avere il controllo su di esso e raccontargli e convincerlo di quello che vuole. Sono solidale con Rosalinda ed apprezzo molto quando dice: “insegnare è tutto ciò che so e voglio fare.”
    Sul quartetto potrei tradurti una frase napoletana: chiste teneno a mangiatoia vascia ( questi hanno la mangiatoia bassa).

  5. la figura dell’insegnante è molto importante, culturalmente e umanamente. Io ho dei ricordi bellissimi dei miei insegnanti; essi sembravano avere la tua stessa passione e ce la trasmettevano. Mi auguro che la situazione cambi.
    ps.a proposito di scuola e precari, ti segnalo questa vignetta apparsa sul corriere.

  6. Io sono un’insegnante di ruolo, ma non ho dimenticato i miei trascorsi da precaria anche se (e non è passato tanto tempo) adesso le difficoltà sono decisamente maggiori. Voglio solo dirvi che condivido il vostro disagio, che comunque è di tutti i lavoratori della scuola. Brava Linda, continua con la tua analisi puntuale e spassionata!!!!

  7. Ho letto il tuo articolo, solo oggi, apprezzandolo sia come forma che contenuto, ma ciò che dovrebbe passare nelle menti della gente, non è principalmente la rottamazione del precario come elemento usa e getta, ma il valore dell’insegnante nel contesto della società odierna, considerando il lavoro che svolge, che non è quello che molti affermano di solo 18 ore alla settimana, ma molto di più, rispetto a qualsiasi lavoro dove finito il servizio ritorni a casa pensando ad altro, ma è un costante aggiornamento e ripensamenti di come devi modulare e impostare il dialogo per trasmettere qualcosa di utile e positivo ai discenti, nonostante i problemi personali.
    Nella vita di tutti in generale, sia nel campo privato che pubblico, ciò che si acquisisce nella scuola non viene trasmesso poiché il sapere diventa un’arma con cui potersi riscattare ed elevare dalla propria posizione sociale e culturale. Risulta avvilente il fatto che oggi si tenda a voler fare dei tuttologi che alla fine sanno poco di quel tutto che si vorrebbe fare insegnare, si veda la riforma dei licei e dei tecnici, fatta da gente che non ha mai avuto esperienza sul campo, esperienza che ti forma in modo sostanziale poiché ti porta a risolvere problemi reali di trasmissione delle informazioni e dei metodi di valutazione dei saperi.
    L’altro giorno ho incontrato un mio alunno di 20 anni fa cambiato fisicamente pensava che potevo riconoscerlo e mi ricordava con affetto e stima sincera per ciò che gli avevo trasmesso, oggi è un affermato professionista, mentre io ancora aspiro a passaggio in ruolo, una brutta sensazione di come lo Stato mi ha usato senza darmi il giusto valore e rispetto.
    Il punto è proprio questo, se non ci rispettano le istituzioni come pretendiamo rispetto dalla gente che non conosce il nostro lavoro, o lo conosce in modo superficiale?
    Eppure, noi operiamo in un campo che forma le future generazioni, ovvero coloro che prenderanno posti di responsabilità a livello sociale, culturale ed economico che dovrebbero servire a portare avanti la nostra Italia.
    L’insegnante non chiede più soldi per il suo lavoro non ben retribuito in considerazione del campo in cui opera, ma chiede più rispetto da chi fa le leggi, da chi gli affida i suoi figli e chiede soprattutto una serenità che dovrebbe essergli dovuto in uno Stato che possa dirsi evoluto.

  8. Non sovraffollando classi a dispetto della 626 sulla sicurezza, dando le ore di sostegno giuste a chi ne ha bisogno, riuscendo a capire che il modello della maestra tuttologa è OBSOLETO, sbloccando il turn over, dando le immissioni SU TUTTI I POSTI VACANTI e potrei continuare, togliendo chi è di ruolo dalle graduatorie e potrei continuare!
    Il problema non è quanti siamo, nella graduatoria di Palermo di scuola primaria ad esempio ci sono 5000 abilitati, ma 4000 non hanno mai fatto un solo giorno di lezione.
    E’ impensabile che ci siano i posti per tutti, ma chi HA SERVITO LO STATO PER ANNI, e di cui lo stato si è servito, non può essere liquidato con un arriverci e grazie!

  9. stai già scrivendo un nuovo post se non sbaglio. Potresti continuare ad elencare. Sono ignorante in materia, sarebbe utile capire COME poter risolvere i problemi oltre a denunciarli. 😀 alla prossima linda

  10. Merito! Merito! Alalà!

    di Vincenzo Pascuzzi

    Negli ambienti scolastici ricorre, da un po’ di tempo, il termine “merito”. Insistente, frequente, sottolineato. Sembra quasi sentire l’eco del grido …. Merito! Merito! Alalà! quale attuale parafrasi del dannunziano, e poi fascista, Eja, Eja, Alalà.

    Come il termine “comunista” (ma questo è solo un esempio per capire un espediente dialettico) risuona quale sicura, rapida e sbrigativa scorciatoia per (tentare di) addossare il torto ad altri, anche la parolina “merito” risuona quale sicura e rapida scorciatoia per (tentare di) avere per sé il consenso, per appropriarsi della ragione, per giustificare qualsiasi proprio annuncio, provvedimento, iniziativa, cantonata, rinvio, omissione e anche per affermare implicitamente di possederlo, il merito, e di saperlo quindi valutare negli altri.

    Altri termini, usati analogamente a merito, sono: responsabilità, rigore, razionalizzazione, competenza. Le espressioni tipiche usate sono: «la scuola del merito e della responsabilità», «riportiamo a scuola il merito e il rigore», «il partito del merito», «la scuola della competenza, del merito e della responsabilità», «si torna alla scuola della serietà, del merito e dell’educazione», «docenti, carriera per merito».

    Ma quale è, o potrebbe essere, la ragione che richiede il ricorso all’uso del termine “merito” e ai vantaggi dialettici connessi?

    All’origine di tutto c’è un problema reale e rilevante: gli insufficienti apprendimenti scolastici dei nostri studenti uniti spesso a comportamenti indisciplinati. I nostri governanti, che sono in imbarazzo e in difficoltà di fronte alle classifiche internazionali, vorrebbero migliorare la posizione della scuola italiana. Per farlo, occorrerebbero: serie analisi della situazione, individuazione delle cause, opportune scelte strategiche, programmi ripartiti nel tempo, finanziamenti adeguati. Insomma una riforma vera, valida e graduale della scuola, magari e meglio se condivisa fra destre e sinistre. Chiaramente ciò non è facile non solo da attuare ma forse anche da pensare e progettare.

    Allora si ripiega verso una cura di prevalente o sola immagine, di facciata, cosmetica. Ci si accontenta di imbellettare le apparenze invece di intervenire e incidere sulla sostanza. Per meglio spacciare questa pseudo-soluzione per soluzione vera, si modifica l’approccio al problema, se non il problema stesso. Si comincia col semplificare e mistificare le cause, ciò che è all’origine della situazione, e i responsabili. Ecco allora: i “guasti” del ’68 (40 anni fa!), il buonismo, il lassismo, la sinistra, la mancanza di rigore, di merito; i ragazzi che non studiano e i prof che non li bocciano abbastanza (così, per loro capriccio?!). Modificato il problema, spacciare la soluzione è poi semplice: indietro tutta, ingraniamo una robusta retromarcia, riportiamo i buoi nella stalla, mettiamo votacci, bocciamo di più.

    Così si rinuncia a cercare le cause vere, si fa una diagnosi che giustifichi la terapia disponibile (per qualcuno peraltro congeniale). I docenti non vengono coinvolti, nemmeno informati, ricevono solo ordini, idem per studenti e famiglie. Si prescinde dai cambiamenti intervenuti in oltre 40 anni, dall’aumento del numero degli studenti (alle medie superiori si è passati da 400.000 unità a 2.500.000, sei volte di più!), dai programmi scolastici datati, non si impostano interventi graduali e pluriennali, non si individuano indicatori di successo/insuccesso, si ignorano problemi quali la massiccia dispersione scolastica (pari al 20%), la burocrazia ipertrofica e asfissiante (carte e carte, circolari, relazioni, …), la sicurezza e l’idoneità degli edifici scolastici, l’aggiornamento dei docenti. Il tutto poi viene abbondantemente condito e insaporito con gli ingredienti imposti dal MEF che obbligano a tagli, tagli e tagli!

    Il merito (sempre lui) ricorre anche per quanto riguarda la situazione dei docenti e, in particolare, le loro retribuzioni.

    Che gli insegnanti siano malissimo retribuiti, lo sanno anche i sassi e questa è anche una causa, indiretta e minore (ma non tanto), dei mali della scuola. Se possono, i laureati migliori non fanno gli insegnanti. Essendo sotto-pagati, alcuni (chiamiamoli pure fannulloni, comunque non sono certamente la maggioranza) si impegnano al minimo, non sono incentivati ad aggiornarsi, a volte sono costretti a un secondo lavoro.

    La situazione retributiva è talmente grave e paradossale che Piero Citati, nel luglio 2007, proponeva: “raddoppiamo gli stipendi ai professori” in quanto ”gli insegnanti sono diventati una specie di sottoproletariato”. La provocazione riguardava la fattibilità economica non la giustezza dell’obbiettivo.

    Ci sono poi i precari cioè i supplenti, dei quali la scuola non può fare a meno ma mantiene (nel numero spaventoso di 100-200.000!!) sospesi in una situazione infame e immorale, sempre per motivi economici e di risparmio.

    Queste situazioni vengono tenute in caldo (in stand-by!) dal governo ipotizzando, per la prima, vaghe, bizzarre e bizantine selezioni in base al “merito” per poi ripartire – forse, solo ad alcuni e in futuro – una frazione dei risparmi ottenuti con la riduzione del personale (una sorta di cannibalismo) e, per la seconda, graduatorie in più provincie e strani accordi estorti a Regioni e sindacati per riciclare sotto altro nome l’indennità di disoccupazione.

    Così siamo arrivati alla critica situazione attuale abbondantemente descritta e denunciata più su internet – siti, blog, forum, liste – che sui media. Vedremo cosa succederà ancora. Intanto si continua a ripetere, e con enfasi, il solito slogan: Merito! Merito! Alalà!

  11. Concordo i precari sono loro, cambiano di continuo. Hai descritto in modo sublime la vita del precario. Il precario è l’ultimo arrivato, sempre, anche nei casi in cui ha più esperienza del docente di ruolo; non esiste democrazia che tenga, il precario è sottoposto a rigido regime. Il precario lavora più degli altri, deve dimostrare sempre qualcosa a qualcuno; questo qualcuno è spesso il collega che ci sfrutta. Il precario, spesso, è sottoposto a rigido giudizio, da parte del docente di ruolo che, spesso, vorrebbe fare la chiamata diretta a suo piacimento; è capace, non è una favola, di calunniarti senza un contraddittorio, giudica il tuo lavoro, il tuo operato ed è protetto, coccolato dal dirigente scolastico di turno che, puntualmente non ha le p…. Tuttavia, dobbiao guardare avanti e, contrastare questo insulso ministro e questo governo fino in fondo; dovremmo essere più vicini, per contarci e diventare più forti. In Campania, c’è un gran fermento, uniamoci!!!!!!!!!!!!! Colegatevi al nostro blog, per avere le ultime notizie delle iniziative che stiamo per mettere in atto
    http://insegnantiprecaricaserta.blogspot.com/

  12. ma volete comporre, creare, ideare, scrivere e sottocrivere una benedetta riforma come volete voi? volete capire si o no che ormai la politca è PURO rilfesso dlla società? e che se la società, la persona, il gruppo per primo non agisce, al politico frega poco o niente e attua provvedimenti che spesso non hanno la totale visione dle problema?
    invece di parlare su blog e siti internet, voleteriunirvi e strutturare una proposta di legge, una riforma?
    per quanto mi riguarda, allo stato attuale delle cose, gli studenti sono da mandare tutti ai lavori forzati, i professori tutti in carcere e tutto il sistema universitario dovrebbe essere sospeso in blocco per 5 anni. e tra l’altro apprezzo anche quello che sta facendo la gelmini.
    se non vi sta bene, muovete il culo e fate quello che dovete fare. il che significa non andare in piazza con i fichietti, ma mobilitarvi seriamente e prendere un bel pezzo di carta ed iniziare a mettere nero su bianco quello che volete. farvi dare ascolto in maniea seria, proporre, discutere. ma dovete farlo voi ora, non aspettando chissà quale messia. e sicuramente senza affidarvi ai sindacati, che vi prendono per il culo ogni secondo che passa.
    punto.

    • http://insegnantiprecaricaserta.blogspot.com/
      Carissimo, su molte cose sono d’accordo con te, anzi concordo pienamente. Far schiodare il culo a molti dalla sedia è impresa ardua, ma ci stiamo provando. Il nosro non è solo un lamentarsi via web o scrivere sui blog o altro, il nostro movimento è vivo e reale che si muove ed agisce nella vita reale, parlano per noi le nostre proteste, ma per la riforma proposta da noi, in questo hai pienamente ragione, dovremmo metterci a tavolino e fare una riforma sensata, poichè proveniente da persone che lavorano nella scuola che vi operano e che cercano di farla funzionare, nonostante le miserie economiche del ministro. Per quanto riguarda i ragazzi che scendono in piazza con noi, quelo è un punto di forza, anche perchè, più ligi, prima di noi, o di alcuni di noi, hanno capito, letto ddl, pdl etc; le hanno interpretate e sono arrivati alla conclusione, prima di alcuni docenti, che non era una riforma, ma una distruzione della scuola statale e dei suoi operatori, talvolta i migliori ed i più entusiasti nel svolgere questo lavoro difficilissimo. Ritorno alla riforma, la pseudoriforma, non mira ad altro che a far chiudere, privatizzare la scuola statale, su questo punto, penso, non ci sia da discutere. Ho inviato l’indirizzo del blog ed ho fatto un appello all’unità, come punto di forza, ho tralasciato quelli che potevano essere i problemi all’interno di un ambiente lavorativo ed ho posto l’accento sui nemici da combattere, ossia il governo e la Gelmini. Perchè tutto cio? Perchè l’unione fa la forza, perchè dobbiamo tenere, nei prossimi giorni, una conferenza-stampa reale, perchè in quell’occasione ribadiremo e faremo nuovamente un appello all’unità, non solo di tutti i precari,ma di tutte le componenti della scuola, compreso gli studenti; in seguito alla conferenza, metteremo il nostro c..su una sedia e faremo la nostra riforma. Una riforma che, tenga conto della crisi economica, senza tralasciare la qualità di una scuola statale e democratica. Una riforma che saprà dove trovare i soldi per far funzionare la scuola e credimi quelli ci sono, solo che non c’è la volontà politica di trovarli, certe riforme o pseudo tale, bisogna leggerele come un programma ben preciso che, probabilmente, mira ad altre cose e non al miglioramneto della scuola. Privatizzando la scuola, si potranno anche privatizzare le menti delle persone. Ci sarà l’insengante unico privatizzato o meglio confindustriale, il pensiero unico, l’attegiamento unico, ma certamente non ci sarà la democrazia, quella certamente non sarà unica, ma sparita del tutto in modo democratico.
      http://insegnantiprecaricaserta.blogspot.com/

  13. Già la parola “unico” mi induce ad una certa preoccupazione. Sono per il pluraliusmo. E, forza precari, non vi scoraggiate c’è bisogno anche del vostro aiuto.

    • Grazie per la vicinanza. La società civile, dovrebbe entrare nelle scuole per vedere il lavoro che svolgiamo ogni giorno, sia pure tra mille difficoltà. Obama, si dice, abbia vinto le elezioni con l’ipnosi, convincendo gli elettori con lo sguardo o altro. Ora se, non vogliamo credere a questa leggenda metropolitana, anche se in psicologia certi risultati si possono ottenere, certo non vincere le elezioni,ma ottenere una certa credibilità. Ti starai chiedendo il nesso Obama-precari, è semplice. Pensa a quel film staunitense in cui tutto era falso e la vita di quest’uomo sotto i riflettori, ignaro di vivere in un soap opera. Ora se volessimo analizzare la situazione italiana, è sotto gli occhi di tutti, di come gli italiani stanno vivendo uno stao di rassegnazione e dove tutto è possibile, non ci si indigna più e, la cosa non sembra troppo reale. Penso che, la maggior parte degli italiani stia vivendo la sindrome di Stanford. A tal uopo, ti invio l’indirizzo di un blog, dove tale sindrome è ben descritta, poi fammi sapere.
      http://goccediattuallit.blogspot.com
      P.S. il governo è ad un bivio, non so come faccia a tenersi in piedi. La magistratura, nel campo scolastico, sta dando sonore bocciature a questo governo e a questo ministro. Leggete le ultime sentenze
      http://insegnantiprecaricaserta.blogspot.com/

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