Allen e il finto misantropo

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Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

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Siamo orgogliosi di presentarvi un nuovo autore. Obi-Fran Kenobi, al secolo Francesco Stefanacci, ha finora lavorato nelle “retrovie” della blog-zine, occupandosi della revisione e dell’editing degli articoli. Ha un blog tutto suo (che vi consiglio di visitare), è un aspirante scrittore, è sceneggiatore della Meow Production. Ecco il suo primo articolo in esclusiva per la nostra blog-zine, si parla di Woody Allen, buona lettura.

La Redazione di CamminandoScalzi.it

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Ci sono pochi registi prolifici come Woody Allen. IMDB segnala sessantaquattro (ses-san-ta-quat-tro, non so se rendo) tra film e telefilm scritti da lui, “solo” quarantacinque di cui è regista e cinque in meno in cui recita.

Essendo emanazione diretta dei fratelli Marx (per sua ammissione), Allen ha regalato al mondo del cinema commedie esilaranti e taglienti, critiche e satiriche, che grazie al suo stile unico e inconfondibile costituito da intelligenza, intellettualità, cultura a trecentosessanta gradi, nervoso, impazienza, insicurezza, ipocondria, pessimismo, fatalismo, comicità, avanspettacolo, e cento altre cose sono entrati nell’immaginario collettivo con una prepotenza inarrestabile quanto piacevole.

Ma essendo lui un artista poliedrico (alla scrittura e alla regia accosta regolarmente i concerti dell’orchestra jazz in cui suona il clarinetto), riesce male a rimanere incastrato in un solo genere. Senza contare le contaminazioni presenti in tutte le sue commedie – che tendono a far buttare nel cesso i sudati tentativi dei critici di appiccicargli un’etichetta – Allen ha infatti espresso negli ultimi anni un suo lato poco conosciuto, che è la passione per gialli e thriller. Ha esordito in questo genere nel 2005 con “Match Point“, riuscendo pienamente nel suo intento e confezionando un thriller non solo con tutti i crismi, ma anche originalissimo in quanto a ritmica e ambientazione.

Il bis non è stato altrettanto sopraffino: “Cassandra’s Dream” (in Italia “Sogni e delitti”, 2007; dopo “Scoop” che ha degli elementi gialli ma rimane sostanzialmente un ritorno alla commedia) mantiene il ritmo e l’ambientazione di “Match Point”, ma delude quanto a contenuti e recitazione, con un McGregor e un Farrell piuttosto fiacchi.

“Vicky Cristina Barcelona”, dell’anno scorso, ha quasi diviso gli Allenisti, forse perché è un film più difficile degli altri da catalogare: chi ha gradito le affascinanti chiacchiere di Bardem non ha gradito il resto, e viceversa.

Con questo “Whatever works” (“Basta che funzioni”) il ritorno alla commedia è netto.

[stextbox id=”alert” caption=”Avviso Spoiler”]Di seguito potrebbe essere rivelata in parte la trama del film, attenzione![/stextbox]

Il film è incentrato sul personaggio di Boris Yellnikoff, interpretato da Larry David, un uomo che ha passato la mezza età, genio della fisica che ha sfiorato il nobel, misantropo. L’ultimo aggettivo è quello chiave, perché Allen utilizza il carattere di Boris – suo evidente simulacro sulla scena – come fulcro della narrazione. L’insofferenza per l’umanità tutta, l’eterna insoddisfazione di non essere capito dagli altri perché troppo geniale, la sufficienza con cui egli tratta quelli che chiama “vermetti” (cioè tutti), e la pesantissima, glaciale, paralizzante consapevolezza che stiamo viaggiando su un pezzo di roccia a novecento miglia all’ora partito da chissà dove, verso chissà dove, chissà perché, e che siamo nati per caso lottando contro ogni probabilità quantistica, senza alcun senso e significato sono gli elementi scatenanti di tutte le scene comiche e di tutte le riflessioni del film.

Peccato che tutte queste belle cose si rivelino delle pagliacciate.

Sì, avete letto bene, riprendetevi.

Sono delle pagliacciate perché con lo scorrere del film, per non parlare del finale (triste dirlo, ma uno dei finali più scialbi, banali, piatti, triti e ritriti che abbia visto nell’ultimo periodo), ci si rende conto che Boris è un fantoccio. Il manichino di un vecchio brontolone perennemente insoddisfatto su cui sono stati appiccicati sopra gli adesivi della misantropia e del pessimismo.

Quello di Boris è l’ennesimo personaggio Alleniano pieno di seghe mentali, idiosincrasie, fobie, psicosi, manie e tutte le altre cose elencate nel primo paragrafo; e fin qui tutto funziona. E’ quando Allen prova ad esacerbare la sua insofferenza per gli esseri umani che tutto acquista un significato posticcio.

Ho avuto una discussione con mio padre. Lui dice che si nasce pessimisti, mentre io sono convinto che la maggior parte invece lo diventi per cause esterne. Io parlo per esperienza personale, lui invece è un inguaribile ottimista (vota ancora PD), quindi è evidente che ho ragione io (ihihih).

In ogni caso, la mia opinione è che un pessimista o, ancora peggio, un misantropo che va al cinema a vedere “Basta che funzioni” si immedesimerà parzialmente con Boris, solo per rimanere profondamente offeso e innervosito dalla piega che il film prende da un certo punto in poi.

Boris piagnucola e si lamenta, ma in realtà ha avuto una vita piena e felice. Ha avuta molta fortuna: incontrare tre donne belle e brillanti (più o meno) e riuscire a sposarsele tutte e tre (la seconda pure di ventun anni e con le sembianze di quell’angelo di Evan Rachel Wood, se non è culo questo…). Ha insegnato in una prestigiosa università, ha sfiorato il nobel. Ha tanti amici più o meno intelligenti e più o meno interessanti, che comunque gli vogliono bene.

Ma nonostante questo, il genio di Boris non riesce a vedere la sua stessa fortuna.

Inoltre, sembra agire più mosso dal caso che dalla ragione. Fa tanti bei discorsi sull’inutilità del tutto, ma continua a gettarsi dalla finestra ogni volta che un rapporto finisce (e per di più, siccome piove sempre sul bagnato, ogni volta che lo fa trova un’altra anima gemella). La sua misantropia è solo di facciata, perché non manca di partecipare ad eventi mondani. In breve: le sue azioni non riflettono il suo pensiero. E’ incoerente.

So cosa state pensando. “Allen lo ha fatto apposta”: non ho avuto questa impressione; “il messaggio è che anche un genio non può fare nulla davanti all’amore”: alla faccia della banalità. No, veramente, se ci fosse una classifica delle banalità da diario delle medie questa sarebbe fuori concorso e riceverebbe il premio speciale. Semplicemente, non si può banalizzare così la lotta tra l’amore e la misantropia. Non si può e basta, e chi dice il contrario non ha capito un cazzo della misantropia.

L’odio per l’umanità è in genere vissuto con sofferenza anche da chi lo prova. Da chiunque abbia un minimo di cervello, almeno. Riconoscersi come misantropi significa riconoscere una mancanza, un disadattamento; l’incapacità di relazionarsi degnamente con gli altri individui, perché si trovano troppo diversi da noi per aspetto, intelligenza, cultura, interessi, modi di fare, vestire, pensare. Significa essere consci della propria solitudine. Non solo: autoisolarsi, in preda alla disperazione di non capire e di non essere capiti dal mondo. Guardate che è brutto. Ma tanto.

Il pessimismo nasce invece dall’osservazione (sempre da parte di una persona intelligente) del funzionamento del caso nell’Universo. Ci sono le macrosfortune (nasci in un paese del terzo mondo e ogni giorno sopravvivere è una scommessa incerta; nasci con un handicap mentale o fisico grave; perdi i genitori nell’infanzia; ti prende un tumore, la meningite, la leucemia…) e con quelle si può far poco. Ma poi ci sono le microsfortune, ovvero quelle piccole sconfitte quotidiane che vanno dall’inezia alla rottura di palle di diversa gravità. Queste piccole sconfitte si accumulano, si accumulano, si accumulano, e tu ti sforzi di capire perché continuano ad avvenire a te e allora cerchi di analizzarti, di capire dove sbagli. Piangi e ti disperi, ti psicanalizzi per anni, fai ricerca interiore. Cerchi di cambiare il tuo rapporto con gli altri, il tuo aspetto esterno. Adotti il pensiero positivo, metti su gli occhialoni dalle lenti rosa… E non funziona una sega ugualmente: le piccole sconfitte quotidiane continuano ad impilarsi disordinatamente nella tua vita.

Non puoi fare a meno di notare persone che nella vita ci sguazzano come fosse una piscina, mentre per te ogni avvenimento comporta una strisciata lenta e faticosa in una palude melmosa. Gli altri conquistano traguardi e trofei scintillanti come se fosse la cosa più naturale del mondo, mentre a te sembra già un miracolo il non avere ancora gli occhi coperti di fango e poter vedere il cielo e le stelle (e i premi che gli altri conquistano, talvolta rubandoteli da sotto il naso). Sport, scuola, lavoro, amici, donne, famiglia… Per gli altri sono cose normali, per te scalate potenzialmente letali di picchi inarrivabili.

Spero di aver reso vagamente l’idea.

Allen tutto questo lo semplifica e banalizza.

La misantropia di Boris è poco credibile. Poco vera, poco reale. E’ mercificata a scopi clowneschi.

Ecco perché un misantropo che va a vedere questo film si sentirà tradito e offeso.

Poi, oh, intendiamoci: Allen è sempre Allen. Noterete che non ho parlato degli aspetti tecnici. E’ perchè non ce n’è bisogno. La qualità e lo stile sono quelli dell’ultimo Woody, che esaltato dagli esperimenti dei suoi ultimi film ora mescola la sua tecnica “classica” con le nuove sperimentate in “Match Point” e “Sogni e Delitti”. C’è poco e nulla da dire su regia, fotografia, montaggio e recitazione, a parte far notare il divertente (ma quanto davvero utile ai fini narrativi?) esperimento di meta-cinema con Boris che parla direttamente agli spettatori. Quello su cui si può discutere a lungo, come ho appena fatto, sono i contenuti e i modi usati per raccontarli.

7 thoughts on “Allen e il finto misantropo

  1. ho sempre pensato che allen fosse un finto misantropo per il suo egocentrismo e il suo bisogno di esaltare la sue peculiarita’ personali in ogni film che fa..allen ha bisogno della societa’ per affermare se stesso..e un misantropo egocentrico e’ quasi un ossimoro..

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