Nel paese dell'olio di palma – Prima parte

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Una nuova tematica su Camminando Scalzi.it

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Siamo molto lieti di presentarvi il primo di una serie di articoli che avranno come tema l’Ambiente, argomento finora poco trattato dalla nostra blog-zine, ma a cui teniamo molto. Sergio Baffoni, dal sito salvaleforeste.it (che vi consigliamo di visitare al più presto), ci racconta di un suo viaggio in Indonesia, e di come la deforestazione a favore della piantagione di palma da olio abbia generato un vero e proprio disastro ambientale. Vi lasciamo quindi alla prima parte del suo racconto, buona lettura.

La Redazione di CamminandoScalzi.it

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CIMG6048-jurrienUn enorme impianto industriale scorre sotto l’aereo. Sembra una raffineria, ma senza le immagini che in genere accompagnano queste strutture: i fuochi in cima ai pinnacoli delle ciminiere, il fumo nero, segni inconfondibili che il petrolio lascerebbe attorno a sé. No, qui si raffina altro, e la risposta è distesa tutta attorno: palme da olio. Un’unica spianata, per chilometri e chilometri, si estende fino a perdersi nell’azzurro dell’orizzonte. Come un pattern generato da un computer, quadrati di pixel verdi tutti uguali e se stessi si riproducono uno in fila al”altro, come soldatini di un esercito digitale , divisi da strade e canali accuratamente regolari, come un infinito gioco di specchi dominato da un supremo ordine di perfezionismo.

Non so, non posso sapere cosa ci fosse qui un tempo. Foresta pluviale di pianura? Foresta palustre? Torbiere?
Non so neppure cosa ci sia adesso, questo nulla verde moltiplicato all’infinito e in continua, progressiva espansione. Un’espansione che continuerà fino a quando ci sarà terra da erodere, foreste da abbattere, mercati da saturare. Che sia per produrre panettoni e merendine piuttosto che saponi, dentifrici, rossetti. O più probabilmente per l’ultima ondata del massacro energetico: il biodiesel.

L’Indonesia ha appena strappato il primato mondiale alla Malesia. Questi paesi sono i due giganti mondiali dell’olio di palma, controllando oltre il settanta per cento del mercato. Intanto, la richiesta di olio di palma cresce senza fermarsi. Banche e azionisti investono nella commodity del futuro, nuove società nascono, si fondono, fanno accordi. Nuove linee vengono tracciate sulla carta geografica, per smembrare foreste e terre indigene native in concessioni di piantagione. La corsa al petrolio verde è appena cominciata, e già corre a piena velocità di marcia, come normale nella nuova economia. Nulla sembra poter fermare questo enorme schiacciasassi, neppure l’orizzonte grigioazzurro in cui si perde il ripetersi dei quadrati verdi.

Passato il porto di Dumai e le sue raffinerie, l’aereo raggiunge Pekanbaru, capitale di Riau la provincia orientale di Sumatra.
I cartelli ai bordi delle strade anninciano al mondo una nuova era. Il Governatore della provincia e’ raffigurato in posa statuaria assieme al Presidente della Repubblica, sorridente davanti a sterminate piantagioni di palma da olio. E’ l’ideologia della nuova frontiera, la nuova corsa all’oro è iniziata: avventurieri e disperati accorrono per raccogliere denaro contante e speranze nate morte. Giganteschi alberghi di lusso costeggiano le strade. Sfoggiano marmi e cristalli, ma l’acqua non esce dai rubinetti e i tappeti, appena appoggiati, cominciano già marcire: l’umidità divora tutto, e sembra voglia trasformare tutto in humus e foresta. Questa volta però la foresta non riuscirà a prendersi la sua rivincita semplicemente perché qui, ormai, la foresta non c’è più. E’ stata ormai sradicata da tempo. Pekambaru è solo una tappa, l’epicentro della nuova corsa all’oro verde, ma la frontiera si è ormai spostata lontano. Non sembra neppure una frontiera, ma un piccolo arcipelago di isolette circondate dalle ruspe.
CIMG5965“The Golden Crop” -reclamizza la televisione di stato- il raccolto d’oro. Ma è oro di cattiva fusione, fatto di carbonio che se ne va per l’atmosfera. Infatti l’espansione delle piantagioni ha un target ben preciso: le terre “non produttive”, vale a dire le foreste palustri. Queste foreste però, oltre ad ospitare una biodiversità unica, covano una ricchezza immensa per il pianeta: la torba. Per decine di migliaia di anni, il materiale organico delle foreste palustri si è accumulato sul fondo della palude, creando uno strato di torba che va dai due ai venti metri e più. E’ di uno dei più grandi serbatoi di carbonio del pianeta. Circa 550 miliardi di tonnellate di carbonio sono sequestrate nelle torbiere di tutto il mondo, circa il 75 per cento di tutto il carbonio presente nell’atmosfera, o l’equivalente delle emissioni globali di carbonio in circa settant’anni. La torba è zuppa di acqua. ma quando viene bruciata o seccata, entra in contatto con l’ossigeno e si decompone, rilasciando carbonio nell’atmosfera. Tanto i danni saranno altri a pagarli. Dei 27,1 milioni di ettari di foreste palustri del Sud-est asiatico, 12 milioni sono già stati deforestati e in gran parte drenati. Un terzo delle torbiere si trova nei tropici, e di questo il 60% si trova proprio in Indonesia: 22,5 milioni di ettari di torbiere, ma il volto sorridente del Governatore non lascia dubbi: l’assalto è già cominciato.

Cerco di ricordami di quel poster, quando sono sul pullman. Il finestrino è il retroscena di quella pubblicità, l’altra faccia della stessa macchina: guadagni per pochi, distruzione e miseria per tutti gli altri. In realtà non è un pullman, è un semplice furgoncino. Ma ha gli stessi passeggeri di un pullman, e ogni volta che prende velocità -cioè sempre- bascula come una valigia a rotelle troppo carica, schivando di un pelo autocarri e biciclette. Ma sono ormai quasi cinque ore che sfreccia a tutta velocità, e il panorama ai bordi della strada è sempre lo stesso: palme, palme, palme. Ogni tanto un brandello di foresta, ogni tanto un campo di riso, ogni tanto un’area spianata da cui emergono come neri artigli i ceppi bruciati degli alberi abbattuti. E’ uno scenario che si ripete senza finire mai, impossibile credere che una ventina di anni fa qui ci fossero le grandi foreste. Eppure è così. Poi sono arrivate le prime piantagioni di gomma, poi il taglio a raso su vasta scala e le piantagioni di acacia, e alla fine ecco la palma da olio.

Man mano che il pullmino compie il suo percorso, le aree divorate dal fuoco si fanno più vaste. Gli incendi diffusi in Indonesia nel 1997 hanno rilasciato oltre 2,57 miliardi di tonnellate di carbonio. Da allora, ad ogni stagione asciutta, migliaia di incendi hanno rilasciato ogni anno tra i 0,39 e i 1,18 miliardi di tonnellate di carbonio. Queste emissioni sono destinate a crescere parallelamente alla conversione delle foreste palustri in piantagioni di palma da olio.
Vedere tutto questo con i tuoi occhi fa un effetto diverso. Fuori dal finestrino scorre per chilometri un brullo campo di terra abbrustolita, sempre uguale a sé stessa. Alla fine ti appisoli, e quando una buca ti sveglia con un sussulto -non sai quanto tempo dopo- il campo è ancora lì, che scorre come un nastro incantato. Un nastro che scorre, scorre, scorre, fino al villaggio di Kualacenaku. La frontiera della foresta è arrivata qui, con la sua organizzazione di motoseghe, ruspe e canali.

CONTINUA…

3 thoughts on “Nel paese dell'olio di palma – Prima parte

  1. Siamo alle solite. L’uomo, per i suoi affari, è sempre disposto a distruggere tutto quello che invece dovrebbe imparare a conservare. E come sempre gli interessi di pochi sono a danno di molti. Sarebbe bello se al prossimo sussulto ti ridvegliassi in un mondo diverso ( me lo auguro anch’io ).
    Alla prossima. E speriamo con meno motoseghe, meno ruspe e meno canali.

  2. si parla tanto di biodiesel come un carburante poco inquinante, ma nessuno cita mai cosa viene sacrificato per produrlo…

    Complimenti Sergio per l’inchiesta, aspettiamo il prossimo capitolo!

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