Nel paese dell'olio di palma – Seconda Parte

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Seconda Parte


Vi proponiamo oggi la seconda parte del viaggio in Indonesia di Sergio Baffoni, responsabile di Salva le Foreste, osservatorio sulle foreste primarie. Qui trovate la prima parte del racconto mentre a questo indirizzo potete osservare tutte le foto scattate in quel magnifico angolo della Terra. Buona lettura e ancora tante grazie a Sergio.

La Redazione di CamminandoScalzi.it

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Kualacenaku è un gruppo di casette e capanne stretto fra il fiume e la strada. Camion sfrecciano tra i bambini che giocano, portando petrolio, olio, frutti di palma. Non è da ieri che la gente di Kualacenaku si batte contro le grandi compagnie. Una decina di anni fa sono riusciti a cacciare via una grande impresa che si era impossessata delle loro terre. Ora se ne è presentata un’altra, Duta Palma si chiama, e mostra di aver imparato la lezione: in men che non si dica ha deforestato, scavato canali, drenatoemesso a coltivazione una buona parte delle terre comunitarie. E’ la politica del fatto compiuto. Ma non si ferma qui. I macchinari continuano ad avanzare, mangiando ogni giorno nuove fette di foresta. In mano ha un permesso di concessione rilasciato dal governo provinciale. Una recente investigazione della polizia della provincia di Riau ha dimostrato come gran parte dei permessi nella regione siano stati rilasciati in modo illegale, ma Duta Palma non si preoccupa: ha gia’ travalicato i limiti della concessione assegnata, e continua a spingersi avanti, come se dovesse raggiungere i confini del cielo. E’ verso questi confini che andiamo.

La piccola barca da pesca si avvia faticosamente. Il vecchio motore di fabbricazione cinese deve essere stato più e più volte modificato. Ora è un insieme di ammaccate pentole tenute assieme con lo spago. Quando alla fine riesce a partire, fa un baccano del diavolo, sputando gorghi di fumo nero e schizzi d’acqua ogni volta che si incanta. Teres tiene con un piede la corda legata alla leva di accensione, e con l’altro un bastone legato all’acceleratore. Mentre il motore sussulta in preda alle convulsioni, la barca scivola sul fiume leggera.
Lungo il fiume donne che lavano i panni e uomini che fanno toletta, piu’ di rado qualche pescatore. Ciuffi di giacinti d’acqua corrono speditamente verso la sorgente come se risalissero la corrente, allungando i loro colli di cigni con eleganza desueta. In realtà è la corrente a risalire il fiume, spinta dalla marea montante a decine di chilometri di qui. E la marea ci porta lungo il fiume verso le concessioni di palma da olio: una distesa di nero fango putrescente e cenere, da cui affiorano come ossa scarnificate, brandelli di tronchi e rami bruciacchiati, in parte ancora neri dal fuoco, in parte sbiancati dal sole e dalle piogge. Un inferno esteso per chilometri fino all’orizzonte, dove ancora resiste compatta la muraglia della foresta, un nastro azzurro da cui affiora il suono delle motoseghe in azione.

Camminare in questo pantano è complicato. I piedi affondano in una mota soffice e senza fondo, ma abbastanza elastica da richiudertisi sui sandali e succhiarteli nei suoi recessi profondi. L’unico modo è cercar di camminare in equilibrio sui rametti affioranti o sui tronchi abbattuti. Perfino dove è asciutto, il fuoco ha bruciato la torba sotto la superficie, scavando voragini che fanno cedere il terreno come una sottile crosta di pasta frolla. E’ un marciare lento e incespicante su un terreno che non sai se c’è o è pura immagine.
L’aria attorno è silenziosa, Non ci sono uccelli, ne’ rane, ne’ grilli, non c’e’ il frastuono della foresta. C’e’ silenzio. Di lontano arriva il richiamo di un predatore, ma non ci sono piu’ predi qui attorno. E se ne vola via.

Il ciclo della vita si è spezzato, anzi è sprofondato nella palude e succhiato via con l’acqua che i canali drenano costantemente dalla torbiera per prosciugarla.Via l’acqua, via la vita. E si fa spazio al fuoco.
E’ un fuoco che non si può spegnere, che marcia invisibile, sbucando all’improvviso contro il cielo. E quando lo vedi e’ troppo tardi. Tonnellate di torba bruciano sottotraccia, passando perfino al di sotto dei canali di drenaggio, scavano gallerie incontrollate che si estendono per chilometri e chilometri, per poi riemergere all’improvviso in un macabro festino di tronchi e ceppaie in fiamme. Tigri, elefanti, oranghi, e le migliaia di specie animali e vegetali cedono il posto all’ordinata schiera di palme da olio, fino a quando l’ultimo albero sara’ abbattuto, l’ultima foresta trasformata in un silenzioso inferno.

In lontananza, offuscati dalla polvere, alcuni automezzi arancioni dragano il fondo del canale di drenaggio. Sull’acqua di torba, nera come caffè, ondeggiano lente file di tronchi uniti tra loro da assicelle inchiodate. Serviranno a tirar via questo triste treno, destinato al mercato internazionale del meranti e del ramino.

Come in un triste presagio, quando torniamo all’approdo troviamo la barca inclinata sul fianco. La marea è calata e il fiume ha ripreso a scorrere verso la foce. Bisogna aspettare sotto il sole che l’acqua risalga, senza neppure il sollievo di un bagno nel fiume: in questo punto i coccodrilli pare che scorrazzino a schiere. E allora pazienza. E sottomissione alla dittatura dei cicli naturali, fino quando non saranno estirpati una volta per tutte dalla faccia della terra. Ma quello, per quanto vicino, e’ ancora un altro giorno.

E un brandello di futuro è ancora nelle nostre mani.

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