Jazz Session 01: Le origini

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova rubrica su Camminando Scalzi.it

Continua il percorso musicale di Camminando Scalzi per portare la Musica -la vera Musica- nelle orecchie dei nostri lettori. Il nostro nuovo collaboratore Jack D’Amico ci porterà per mano a conoscere un genere musicale spesso sottovalutato, ma assolutamente fondamentale nella storia della musica moderna: il Jazz. Si comincia dalle sue origini storiche. Buona lettura.[/stextbox]

Il Jazz.

Da dove viene? Com’è nato? E quando?

Le risposte a queste domande sono molteplici, nessuno ne ha la certezza. Con sicurezza possiamo però affermare che il Jazz è un’ottima commistione fra i ritmi di derivazione africana e l’armonia europea.

Procediamo con ordine.

Durante la seconda metà del 1800, lungo le rive del Mississippi, nelle piantagioni di cotone degli stati sud-occidentali degli U.S.A. (Cotton Belt), gli schiavi neri cercavano di alleviare le fatiche del lavoro intonando dei canti, le cosiddette “Work Songs”.

Questi canti erano molto tristi, date le circostanze; gli schiavi erano strappati alla loro terra, l’Africa, e costretti a lavorare in condizioni pietose. Spesso si accompagnavano con un banjo rudimentale, costruito da loro stessi; il tempo era scandito dal rumore delle zappe che penetravano nel terreno, o dai picconi che battevano sulle pietre.econtin

I brani, identificati in futuro come “spirituals”, dato il contenuto religioso dei testi, erano caratterizzati dal frequente utilizzo delle “Blue Notes”, ovvero delle note suonate ed intonate in maniera calante, quasi stonate; il che conferiva al brano la tristezza malinconica che li contraddistingue. (Blue Notes = III, V e VII grado di una scala maggiore, abbassati di un semitono, suonate – ma soprattutto cantate – in maniera calante).

Sappiamo che la più importante forma di contaminazione musicale dell’epoca per un bambino era la “ninna-nanna”. Ora: le ninna-nanne degli schiavi erano basate sulla scala pentatonica (una scala di soli 5 suoni, probabilmente la più antica che il mondo conosca, ritrovata nella musica africana così come in quella asiatica) quindi quei bambini, crescendo, impararono ad intonarla con estrema naturalezza. Le blue notes, applicate alla scala pentatonica, diedero vita alla scala blues, ovvero la scala su cui i grandi bluesmen improvvisarono per decenni.

La nascita del blues rese la musica finalmente popolare, alla portata di tutti.

Il blues (il blu è il colore della tristezza e della sofferenza), oltre ad essere l’antenato di tutti i generi musicali nati nel 1900, divenne un punto di congiunzione tra la musica colta europea del 1700 e del 1800, e la musica moderna.

Quando finalmente, nel 1886, negli States venne abolita la schiavitù, gli schiavi musicisti poterono esibirsi in giro per il mondo, divulgare e rendere popolare la propria musica, intrinseca della sofferenza che sino a quel momento avevano portato dentro.

Ma facciamo un passo indietro.

I padroni dei terreni e quindi degli schiavi, avevano la “cattiva abitudine” di intrattenere relazioni extraconiugali con le mogli degli schiavi stessi. Naturalmente, a volte accadeva che dalle suddette relazioni nascesse un figlio, che era ovviamente un meticcio, i cosiddetti “creoli” (un meticcio nato da un genitore nero ed uno bianco, nelle colonie spagnole, francesi o portoghesi d’America). Questi bambini, a differenza dei figli degli schiavi, avevano un rapporto privilegiato con il padrone, che spesso e volentieri permetteva al figlio meticcio di girovagare e giocherellare all’interno della sua (lussuosa) dimora.

Come molti di voi sapranno, all’epoca non era da tutti possedere un pianoforte. Alcuni dei ricchi padroni di terreni e schiavi lo possedevano.

Il piccolo creolo, dunque, attirato dalla bellezza, estetica e acustica del pianoforte, chiedeva al padre/padrone di insegnargli a leggere quegli spartiti, colmi di polvere, che erano poggiati sullo strumento.

Si narra quindi che dall’unione tra musica classica (che il piccolo col tempo imparava a suonare) e le scale pentatoniche e blues che aveva nelle orecchie (ninna-nanna) sia nato un nuovo stile, il Ragtime.jellyroll

Stile prettamente pianistico, raggiunge il picco di celebrità a cavallo tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900, fino ad eclissarsi intorno agli anni ‘20. I maggiori esponenti sono Scott Joplin e Jelly Roll Morton.

Quando agli inizi del 1900 si decise di arrangiare per più strumenti alcuni Ragtime, ecco che vide la luce un nuovo stile chiamato New Orleans. Da qui il passo verso il Jazz è davvero breve. Coloro che vengono identificati come gli inventori del Jazz (oltre Jelly Roll Morton, che se ne attribuì la creazione) sono i componenti della “Original Dixieland Jass Band”, i primi a registrare un brano Jazz nel 1917 (il Dixieland non è nient’altro che una versione “bianca” dello stile New Orleans suddetto).

Sembra che in principio il termine per indicare questa musica fosse “Jass” (dal francese Jaser=rumore). Si racconta che sia stato modificato in seguito agli scarabocchi che alcuni teppisti praticavano sui manifesti della O.D.J.B. Cancellavano infatti la lettera J lasciando la parola “ass” (sedere). Altri invece affermano che derivi dal verbo “to jizz” (jism) ovvero l’atto di eiaculare.

Ad ogni modo, come ci spiega Gunther Schuller nella sua collana “Il Jazz”, questa musica è stata assieme al Blues (anzitutto per una questione cronologica e in secondo luogo perché musica “completa”) il genere che ha permesso, grazie alle sue ramificazioni, la nascita di tutta l’altra musica, dal Rock all’Hip Hop, dal Soul alla Disco Music.

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6 thoughts on “Jazz Session 01: Le origini

  1. Un grande tributo ad un bellissimo genere musicale e le sue radici… Bello anche l’origine e le trasformazioni della parola “Jazz” “Jass” ecc..🙂

  2. La cosa che più mi piace di tutta questa storia sono le vere e proprie origini, la musica come fuga dalla realtà per gli schiavi, l’unico modo per riuscire a sopravvivere in una situazione di sfruttamento terribile. Perché in fondo gli uomini li puoi incatenare, la musica è un po’ più difficile. Bello davvero.

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