Wireless libera tutti

Si avvicina la fine dell’anno e, per quanto riguarda la connettività in Italia, si pone il problema della scadenza o meno del cosiddetto decreto Pisanu. Nello specifico, si tratta della legge 31 luglio 2005 n. 155, che converte il decreto-legge 27 luglio 2005 n. 144, recante misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale. Com’è possibile che una legge studiata per combattere il terrorismo si sia rivelata uno dei maggiori vincoli allo sviluppo della rete wireless nel nostro paese? Scopriamolo insieme.

Una rete wireless sfrutta dei dispositivi chiamati access point, che distribuiscono il segnale nell’aria utilizzando onde radio e generando così un Hotspot, all’interno del quale è possibile per i dispositivi compatibili – tutti i portatili venduti negli ultimi 6 anni e molti dei cellulari più avanzati, ma esistono adattatori per quelli che non lo fossero – connettersi ad internet senza l’utilizzo di cavi. Questo permette la diffusione di internet anche in zone che non possono essere cablate, contribuendo alla diminuzione del digital divide, ma pone anche problemi di sicurezza, in quanto una rete non protetta lascia libero l’accesso anche ai malintenzionati, con l’ovvia difficoltà nell’individuazione data dalla mancanza di un punto di accesso fisico.

Il decreto Pisanu nasce nel 2005 pochi giorni dopo gli attentati terroristici del 7 Luglio a Londra, senza alcuna analisi d’impatto economico-sociale e senza discussione pubblica. Doveva essere provvisorio, ed è infatti già scaduto due volte (fine 2007 e fine 2008) ma è stato due volte prorogato. Si tratta di una serie di norme che non hanno alcun corrispettivo in nessun Paese democratico: nemmeno il Patriot Act USA, approvato dopo l’11 settembre 2001, prevede l’identificazione di chi si connette a Internet da una postazione pubblica. Tra i vari articoli che favoriscono il lavoro delle forze dell’ordine nell’individuare e trattare eventuali terroristi presenti nel nostro territorio, una parte è dedicata alle comunicazioni, introducendo una serie di misure che si avvicinano molto a quelle adottate in Cina per il controllo della navigazione dei propri cittadini. Riassumendo, chiunque offra al pubblico un servizio di connessione ad internet tramite terminali, prese ethernet o wireless deve adempiere ad una serie di obblighi:

  1. Richiedere una licenza in questura.
  2. Identificare il soggetto al quale si offre il servizio, trascrivendone i dati anagrafici su un registro e conservandone la fotocopia di un documento di identità.
  3. Tenere traccia, su di un supporto che non possa essere modificato nel tempo, delle attività svolte dal soggetto.

Il tutto vale non solo per gli esercizi pubblici – internet point, bar, ristoranti – ma anche per chiunque, da casa propria, dia accesso internet a terzi. Ma per quale motivo un privato dovrebbe essere interessato a condividere la propria connessione con degli estranei?

Il modo più frequente nel quale ciò accade è per scarse conoscenze informatiche, in quanto non tutti sentono la necessità né sono in grado di proteggere la propria rete senza fili dagli accessi non autorizzati. Ma nell’ottica della condivisione che ha sempre contraddistinto internet fin dalla sua nascita è nato il movimento Fon. Chiunque acquisti una Fonera entra a far parte della comunità dei Foneros: condividendo una porzione della propria banda internet attraverso l’ Hotspot generato dall’apparecchio, si ha il diritto di connettersi gratuitamente a tutte le Fonera presenti nel mondo, al momento più di 700.000. Questo consente di diminuire il digital divide, permettendo a chiunque di connettersi ad internet anche in assenza di reti a gestione pubblica.

Tutto molto bello sulla carta; peccato che in Italia, grazie al decreto Pisanu, il movimento Fon sia completamente illegale, a meno di non affacciarsi dalla finestra chiedendo i documenti a chiunque voglia utilizzare il proprio Hotspot. Queste limitazioni hanno fatto in modo che negli ultimi anni il nostro sia stato uno dei paesi a più basso tasso di crescita del numero delle reti wireless nel mondo, ponendo un grosso freno allo sviluppo culturale ed economico, considerando l’ampio numero di zone che non è possibile cablare per motivi geografici o di costi.

Cosa si sta facendo per combattere questa situazione che ci pone come al solito in svantaggio nei riguardi del resto del mondo civile? Alcune amministrazioni locali particolarmente intraprendenti stanno sviluppando reti wireless aggirando la legge, ad esempio utilizzando i cellulari per l’identificazione (in Italia ogni scheda sim è venduta soltanto dietro la presentazione di un documento di identità) o registrando preventivamente l’utente, consentendogli di accedere con un unico account a tutti gli Hotspot presenti sul territorio interessato. I progetti sono presenti quasi tutti al Centro-Nord: tra i primi a partire, quelli di Bologna e Reggio Emilia (dal 2006), gli ultimi in ordine di tempo sono di Pescara (20.000 euro di spesa) e di Firenze (in dieci piazze il Comune regala un’ora di WiFi). Il progetto forse più attivo al momento è ProvinciaWiFi: con 2 milioni di euro di budget, si punta entro il 2010 ad ottenere 500 Hotspot in tutta Roma e comuni limitrofi.

Quello che manca è un appoggio deciso del governo, anche se sembra che qualcosa stia finalmente muovendosi: il deputato del Pdl Cassinelli pubblicizza tramite il proprio blog la proposta di legge n. 2962, che dovrebbe eliminare tutti gli attuali vincoli legislativi, attirando verso di sé le attenzioni della rete. Forse è troppo poco, ma è sicuramente un segnale positivo, attendendo gli sviluppi previsti per fine anno. Ci sarà un ulteriore rinnovo del decreto Pisanu, o riusciremo finalmente a liberarcene per fare un passo verso uno sviluppo possibile, ma troppe volte rimandato?

Al momento nel nostro paese il wireless pubblico è osteggiato e si sviluppa a macchia di leopardo, senza alcuna best practice né coordinazione, e con la solita esclusione delle aree del sud da ogni minimo progresso tecnologico. Come scritto in un precedente articolo, l’unico modo per combattere l’analfabetismo informatico che ci attanaglia è quello di diffondere le moderne tecnologie, internet in primis; ma la conclusione è ancora una volta la stessa: senza un cambio deciso di mentalità da parte delle istituzioni siamo avviati verso un baratro del quale si fatica a vedere il fondo.