La protesta della Giustizia.

Questa mattina in tutta Italia si apre l’anno giudiziario. L’Associazione Nazionale Magistrati ha scelto proprio questa giornata per manifestare il proprio dissenso nei confronti delle idee di questo governo riguardo la giustizia. E così oggi in molte città (Napoli, Roma, Milano, Firenze, Campobasso, Palermo, ecc.) i magistrati dell’Anm hanno attuato la loro protesta. Durante l’intervento del rappresentante del Governo sono usciti dall’aula in silenzio, con un foglio con su scritto “Costituzione” in mano.

È un momento realmente critico per la Giustizia in Italia: quando persino i magistrati protestano, bisogna rendersi conto che c’è un problema in atto, che sta succedendo un qualcosa che non rientra nella “normalità” di un Paese civile. I continui tentativi di Berlusconi e del suo Governo di mettere mano alla Costituzione, per fini non propriamente pubblici, ma piuttosto per risolvere delle controversie personali, sta avendo l’effetto di rendere difficoltosa la professione dei magistrati. Questi ultimi, oltre agli allarmi lanciati continuamente, agli appunti fatti ai vari lodi proposti da Alfano e dalla crew legale del Governo, oggi sono arrivati a compiere un atto diretto, una presa di posizione concreta (non tutti, bisogna precisarlo) nei confronti di uno Stato che vuole cambiare a tutti i costi delle regole per gli interessi personali di determinati soggetti.

Vi chiedo: ma a voi non si accappona la pelle quando sentite parlare di “processo breve” e “legittimo impedimento”? Legittimo impedimento di cosa? Ma perché una persona che governa, che quindi lavora PER noi, deve avere dei privilegi che il comune cittadino non ha? E ci stanno provando in tutti i modi: immunità per le alte cariche dello Stato, estensione di questa immunità a molti rappresentanti parlamentari, “legittimo impedimento”, mettere mano alle intercettazioni e quell’orrore giudiziario che è il processo breve, che per salvarne uno ne manda al macero tantissimi altri. Quella che ormai è diventata praticamente un’ossessione per il nostro Presidente del Consiglio, rischia seriamente di danneggiare il sistema Giustizia in Italia. È ora che ci si renda conto di questa cosa, è ora che la si imprima nella memoria, per tirarla fuori nel momento in cui ci sarà da dare la famosa preferenza sulla scheda elettorale.

Non è possible che da un po’ di mesi a questa parte non si faccia altro che parlare della riforma della Giustizia, quando c’è una Crisi (sì, con la maiuscola) in atto che sta realmente sfasciando la serena vita quotidiana di milioni di cittadini italiani. Il lavoro è diventato una chimera, un obiettivo irraggiungibile per chi non ce l’ha, una non-certezza per chi ce l’ha. Andatelo a raccontare ai 18 operai sul tetto di Termini Imerese, che lavorano là da 25 anni e ora si vedono licenziati, che per l’Italia è importante la legge sul “legittimo impedimento”, e vediamo cosa vi rispondono.

Ma insomma, ora che anche i Magistrati, i garanti della giustizia imparziale, persone che hanno dedicato la propria vita alla difesa di quella Costituzione e delle sue leggi che sono i fondamenti dello stato Italiano, ora che anche loro sono lì a battere concretamente i piedi per terra, a fare una protesta di tale portata, non sarebbe ora che ci rendessimo un po’ tutti conto che la famosa “Riforma della Giustizia” è tutto fuori che una Riforma della Giustizia?

Concludo con un pensiero del Governo, attraverso il ministro dell’Ambiente Prestigiacomo, che commentando la protesta si è rivolta così ai magistrati: “La riforma della giustizia va avanti con il consenso dei cittadini. I magistrati si ricordino che le leggi le fa il Parlamento” (fonte | via Repubblica.it)…

Insomma, si fa come diciamo noi, fate un po’ quello che vi pare.

Meridiano Zero – La Chiesa nella Politica

Cardinal Bagnasco

Splendido. Non ho davvero altre parole, se non “splendido”. Se non fosse per gli abiti appariscenti, le mani giunte sul petto e la montatura degli occhiali dorata (molto demodé, diciamocelo. Il primo passo è assumere un consulente immagine), si potrebbe pensare che a parlare sia un Obama, un Martin Luther King, un De Gasperi; qualcuno comunque dalla parlantina sciolta, che infiamma le masse e sa quel che dice. Uno che arriverà lontano, ce l’ha scritto in fronte. E invece è il pacioso Cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana (quella che, per intenderci, gestisce i soldi dell’8×1000 versati alla Chiesa). Il pacioso Angelo, in occasione dell’apertura dei lavori del Consiglio permanente, ha smentito il suo diretto superiore, che il 25 dicembre aveva invitato la Chiesa e i vescovi a non fare politica, lanciandosi in una lunga e articolata disamina sulla politica italiana, senza tralasciare nulla.

Per la demagogia cattolica che trasuda dalle parole del cardinale parrebbe più un discorso da fine campagna elettorale, quando anche un voto potrebbe fare la differenza e bisogna caricar giù duro, senza sconti per nessuno. Uno scandalo, in un paese normale. E invece passa tutto come normale, come se fosse all’ordine del giorno che un cardinale, presidente di un organo di amministrazione della Chiesa Cattolica, si metta davanti ad un microfono ad insegnarci a stare al mondo. Bello, no?

Riforme. Sono un “obiettivo urgente, colpevolmente sempre rinviato ed è invece dovere della politica mettervi mano. Per questo occorre mettere da parte calcoli individuali” dice il cardinale di Genova. “Molto opportunamente” raccomandate dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Per farle, ovviamente, occorre il clima adatto. E quello attuale non piace al cardinale. Che vede un confronto pubblico “sistematicamente ridotto a rissa” e critica la “denigrazione reciproca” che arriva a “denigrare il paese intero”. Uno scenario al quale non sono estranei i mass media, “da cui provengono a volte deviazioni e intossicazioni”. Quello che serve, continua Bagnasco, è un “disarmo duraturo tra schieramenti e gruppi”.

Che mi suona terribilmente banale e demagogico. Il tempo delle riforme è una di quelle cose che si sentono dire dai politici, ma che il cittadino non capisce mai a cosa si stia alludendo. Io mi immagino sempre una sorta di fiera, dove tutti giulivi fanno riforme bellissime e perfette e tutti sono amici e si vogliono bene e si sente proprio che l’Italia ha una marcia più, ora che è arrivato il tempo delle riforme. E invece le stagioni politiche si susseguono, ma di questo tempo io ancora non ne ho visto l’ombra. È bellissima sopratutto la chiosa, invitando alla pace tra schieramenti e gruppi: massì, Berlusconi, Fini, Casini, D’Alema e Bersani tutti insieme concordi sul conflitto di interessi, sulle leggi ad personam, su pacs, dico e droghe leggere! FICHISSIMO ANGELO, COME ABBIAMO FATTO A NON PENSARCI PRIMA?!

Aborto e fine vita. Non potevano mancare i temi legati alla bioetica e all’aborto. Per Bagnasco la commercializzazione in italia della pillola abortiva ru486 “rischia di introdurre una prassi di banalizzazione ulteriore nella tutela della vita umana”. Chiedendo a Parlamento, ministero della Salute e Regioni di “circoscrivere quanto è più possibile” la diffusione della pillola, nonostante il via libera dell’Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco). Anche i registri del testamento biologico istituiti in questi giorni da diversi Comuni italiani, raccolgono le “riserve” della Conferenza episcopale, che li definisce “una fuga irresponsabile in avanti”.

Al Cardinale non la si fa, miei cari. Sì, quei comunisti boriosi saccenti che non sanno nulla di vita, morte e compagnia bella dell’Aifa hanno approvato la pillola abortiva, ma perdindirindina, che il Parlamento, o il ministero se quest’ultimo non dice niente, o addirittura le Regioni (che amministrano le ASL, ocio), facciano qualcosa! Mica vorremo lasciare il libero arbitrio a questa massa di bifolchi ignoranti! Mica che se in possesso di ogni capacità di giudizio decidano autonomamente come o quando morire noi che abitiamo tra gli agi dei palazzi vaticani a chilometri di distanza non ci possiamo mettere bocca!

Cattolici in politica. Bagnasco dice di sognare “una generazione nuova di italiani e di cattolici” che “sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni” per “la cosa pubblica”. “Vorremmo”, continua l’alto prelato, “che i valori che costituiscono il fondamento della civiltà formassero anche il presupposto razionale di ogni ulteriore impresa, e perciò fossero da costoro ritenuti irrinunciabili sia nella fase della programmazione sia in quella della verifica”.

La prima parte è fuffa che non vuol dire nulla, la seconda invece è quella più divertente:
“Vorremmo che i valori che costituiscono il fondamento della civiltà (cattolica ovviamente) formassero anche il presupposto razionale di ogni ulteriore impresa (atto politico), e perciò fossero da costoro ritenuti irrinunciabili sia nella fase della programmazione sia in quella della verifica”. In pratica tenere sempre bene a mente l’ideologia cattolica in ogni momento della vita politica italiana, dalla programmazione alla verifica appunto.

Ma non s’era detto che l’Italia è uno stato laico?

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Apple: l'iPad è tra noi

Yerba Buena Center, San Francisco. Un dimagritissimo ma in forma Steve Jobs si appresta a presentare l’ultima creatura nata nella casa di Cupertino. Tra gli applausi generali, il device più atteso dal mondo informatico e non è finalmente tra noi, l’iPad è realtà.

Ma che cos’è questo iPad? Trovare una definizione non è facile, è un cosidetto Tablet PC, quaesto di sicuro, ma è anche qualcosa di più. Immaginate una via di mezzo tra un netbook (i computer portatili dalle dimensioni ridottissime, vedi eeepc ad esempio) e un dispositivo multitouch (quale può essere l’iPhone piuttosto che l’iPod Touch). Il tutto racchiuso nelle incredibili dimensioni di 9,7 pollici di schermo LED (luminosità e definizione altissime quindi) per poco più di un centimetro di spessore.

L’interfaccia.
Tutto ciò che rimane della classica interfaccia utente è racchiuso nello schermo. L’iPad è semplicemente questo, un grande schermo portatile multitouch, dove tutto quello che si può fare lo si fa semplicemente sfiorando la superfice. Scorrere le pagine internet, cliccare sui link, consultare le proprie email, ma anche guardare foto, video, e chi più ne ha più ne metta, tutto racchiuso nelle mani dell’utilizzatore. Nelle intenzioni di Apple, non è più l’utente che deve adattarsi al dispositivo, ma è il dispositivo che si adatta all’utente. Questo si traduce nella pratica nella totale mancanza di un’orientazione base dello schermo. Semplicemente, per come lo girate, così lui vi mostrerà il contenuto scelto. Orizzontale, verticale, al contrario, poco importa. Il device è al vostro servizio, grazie agli accelerometri già visti in funzione sui vari iPhone. Non manca la possibilità di avere a schermo una tastiera qwerty completa, “simulata” e funzionale grazie proprio alle possibilità offerte dal multitouch. Anche i giochi avranno interfacce studiate appositamente (immaginate di girare lo sterzo in un gioco di guida, come si vede a fine articolo nel video).

Tecnica.
Il display ad alte prestazioni è sicuramente la punta di diamante dell’iPad. I dispositivi monteranno in maniera predefinita memorie da 16, 32 e 64 Gigabyte (un po’ poco forse come memoria integrata, considerato che ci si potranno riversare anche film), il WiFi di serie, bluetooth 2.1 per la connessione con gli altri apparecchi Apple. La batteria pare avere una durata straordinaria, si parla di 10 ore continuative in uso e un mese di standby! Numeri sicuramente esagerati, per questo bisognerà aspettare di poter toccare con mano l’iPad. Non mancano periferiche esterne, come la dockstation che ricarica l’iPad e funge da supporto insieme ad una tastiera apposita (per chi non trovasse pratica quella integrata nel sistema operativo).

Gli store.
Altra novità che presenta l’iPad, grazie alla sua connettività wifi, il possibile accesso agli store Apple che già conoscevamo, quindi quello dedicato alla musica (iTunes) e quello dedicato alle applicazioni (AppStore), con in più l’aggiunta di un nuovo store dedicato ai libri, iBook, completamente online. Sì perché l’iPad è anche un lettore di eBook, libri in formato digitale. Immaginate di starvene lì spaparanzati sul divano, aprite il vostro catalogo, scegliete il libro da leggere, lo acquistate, e lo sfogliate simulando il gesto sul display multitouch. L’esperienza è sicuramente cool ed entusiasmante sulle prime, quantomeno da vedere. Bisognerà capire quanto gli eBook abbiano futuro (anche altre aziende si stanno spostando su questa strada), anche se -opinione personale- un libro di carta sarà sempre più pratico e piacevole da sfogliare.

Quanto costerà?
L’iPad monterà
diversi quantitativi di memoria, quindi saranno presenti diverse versioni sul mercato. Da fine Marzo saranno disponibili in tutto il mondo le versioni da 16Gb (499 dollari), 32Gb (599 dollari) e 64Gb (699 dollari). Successivamente verranno immesse sul mercato le versioni con la connettività 3G (a quanto pare senza obbligo di usare un determinato produttore, quindi qualsiasi Sim andrà bene), che costeranno un po’ di più (tra i 629 e gli 829 dollari), e permetteranno di connettersi anche alla rete di telefonia portatile. In Italia non si sa ancora molto, ma conoscendo le politiche di distribuzione dell’iPhone nel nostro paese, immaginiamo una buona rialzata dei prezzi dalle nostre parti.

Opinioni a caldo.
La Apple, forte dei risultati ottenuti grazie alle vendite iPhone (si parla di un fatturato di 15,6 miliardi di dollari), propone una nuova periferica sul mercato, cercando di essere innovativa come sempre. L’impressione è quella di proporre un prodotto sicuramente cool, che ti fa spalancare la bocca appena guardi le sue funzioni, ma che in fondo forse di “pratico” non offre nulla di nuovo. Sostituire un normale laptop o un netbook (che probabilmente è la fascia di mercato in cui andrà a combattere l’iPad) è sicuramente una sfida impegnativa, e l’intero sistema da un’impressione di delicatezza che forse poco si sposa con un dispositivo portatile (naturalmente è soltanto un’impressione, però uno schermo così grande, portato in giro, pone il fianco a troppi rischi di urto-rottura, secondo me).  Bisognerà capire quanto successo avrà questo nuovo dispositivo, se davvero sarà un’innovativa esperienza per il web-use, come ha detto lo stesso Jobs, o se si rivelerà l’ennesimo giocattolone costoso della casa di Cupertino. Personalmente penso che il suo successo lo avrà, anche perché la Apple ci ha abituati a non sbagliarne una. Il tempo ci darà le risposte.

Un’ultima considerazione: ma è proprio necessario che ogni cosa che producono debba avere come nome i-qualcosa? Basta, un po’ di originalità su!

Vi lascio ad un video dove i ragazzi di Apple ci spiegano cosa può fare iPad. Guardatelo e diteci la vostra…

La Normale Scuola di Saviano

22 gennaio 2010. Appuntamento alle ore 17 nella “Sala Azzurra” della Normale di Pisa. Il noto giornalista Roberto Saviano tiene un incontro dal titolo “Strategie e tattiche criminali internazionali”, il primo del ciclo di seminari che seguirà in primavera… Alle ore 16:15 una fiumana di persone ammassate impedisce la visuale delle marmoree scale della rinomata Scuola pisana. Gli 80 posti della sala adibita all’incontro sono già stati occupati dai pochi privilegiati a conoscenza della possibilità di prenotare. Le altre 4 aule in collegamento video riusciranno ad accogliere solo una minima parte dei tanti aspiranti caoticamente disposti in fila che inutilmente attendono di varcare la bramata soglia.

Normale di Pisa

Svanita la prospettiva di poter accedere a quell’elitario incontro per “potenti” ed “insigni” fortunati, una rapida pedalata mi riaccompagna sul divano di casa, dove lo streaming della diretta ha già cominciato a divulgare il discorso del celebre autore di “Gomorra”… I suoi tratti scuri e marcati, il suo onesto sguardo appassionato, il suo manifesto sorriso affabile e la timida gestualità di un uomo che nonostante il meritato successo ha custodito la semplicità di chi si emoziona per un complimento. La sua incantatrice esposizione narrativa e le tante parole che per oltre tre ore hanno rapito la mente dei tanti che hanno scelto di ascoltarlo. Non ama definirsi un eroe, ma certamente rappresenta un simbolo, di singolare talento giornalistico e spiccata integrità umana.

Roberto Saviano ha parlato di poche città, emblema dei luoghi in cui le radici delle mafie hanno attecchito prima di espandersi su tutto il territorio nazionale, e anche oltre. Perché non esiste sbaglio peggiore di pensare che tale questione sia confinabile nel solo “Meridione”.

Roberto Saviano ha parlato di Villa Literno, dove negli anni ’70 un’ondata di manodopera africana giunse nelle vaste campagne della provincia casertana per la raccolta dei pomodori. Dieci anni dopo… la rivolta, nello stesso stile della recente Rosarno. Nel 2008 la ribellione scoppia a Castel Volturno, a seguito di un regolamento di conti interno al Clan dei Casalesi. Assieme alla vittima predestinata Antonio Celiento, un pregiudicato affiliato al clan, persero la vita sei passanti innocenti. Sei giovanissimi immigrati africani vennero brutalmente assassinati in quella che successivamente venne chiamata “la strage di Castel Volturno”. Il giorno seguente al massacro donne, bambini e lavoratori scesero in strada per gridarlo a gran voce: “Mai più. Non osate!”. E’ l’urlo audace e convinto di coloro che hanno già rischiato tutto e non hanno più niente da perdere. L’ostinata determinazione di chi ha scelto quella terra nella ricerca di un futuro migliore, e non riesce ad accettare l’ingiusta condizione dei tanti italiani che oramai si sono adeguati a convivere con un Male troppo potente per essere debellato.

Territori ostili, dove i fori di proiettile sui cartelli stradali simboleggiano il chiaro segnale di una zona “dominata”, sotto controllo. Luoghi dove chi lavora nei campi viene spesso costretto ad ingerire pericolose misture di droghe ed alcol, per sopperire a condizioni di lavoro umanamente insostenibili. Zone dove si può essere assassinati per una denuncia, come il centinaio di lavoratori polacchi misteriosamente scomparsi in Puglia, dopo che tre connazionali ventenni, il 10 agosto 2005, decisero di smascherare i perversi meccanismi del caporalato pugliese.

Stavolta è toccata a Rosarno: l’attuale simbolo di una lotta che coloro che nascono in questi territori non riescono a fare. “L’immigrazione come potenzialità antimafia”, sostiene lo scrittore, perché chi nasce in certi territori è oramai rassegnato al fatto che in quelle zone o si convive o si va via, e non c’è nulla che si possa fare per sovvertire l’ordine prestabilito dalle mafie. Ma per gli immigrati la rivolta è lecita.

Loro vogliono stare lì, – prosegue Saviano – non vogliono andare via. Loro hanno scelto di crescere in un territorio migliore”.

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Il giorno della Memoria

L’Armata Russa 65 anni fa liberava i prigionieri del campo di sterminio di Auschwitz. Fu la scoperta del punto più basso mai raggiunto dall’umanità. Milioni di ebrei, zingari, omosessuali, perseguitati politici, immigrati furono condannati a vivere l’inferno sulla Terra, sfortunati d’esser nati sotto una stella “sbagliata”, colpevoli soltanto d’essere loro malgrado i nemici di un pazzo visionario e del suo governo. Un incubo che ha lasciato una profonda cicatrice nella nostra Storia, una cicatrice che non potrà -e non dovrà- mai essere cancellata.

E’ difficile trovare delle parole per parlare dell’Olocausto. Lasciamo anche noi il nostro ricordo, usando le parole dei poeti, di chi quell’inferno l’ha vissuto in prima persona e di chi ha provato a raccontarci una storia che nessuno di noi dovrà mai dimenticare.

Che tutte quelle vittime, tutti quei perseguitati, non abbiano sofferto invano.

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo.
Come una rana d’inverno
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

The Big Eye In The Sky

Da che l’uomo è presente sulla terra, ha sempre guardato al cielo con un misto di ammirazione, curiosità, mistero e perché no, riverenza. Nelle varie intepretazioni che le stelle hanno assunto in differenti epoche presso differenti culture, il loro fascino sembra essere uno dei pochi denominatori comuni. Oggi sappiamo bene o male vita, morte e miracoli degli astri, grazie agli studi che gli astrofisici hanno condotto sin dal primo telescopio ottico di Galilei, arrivando a impianti come il VLA (Very Large Array, il sistema di radiotelescopi che si può anche ammirare alla fine del film “Contact”). Il continuo avanzamento tecnologico ha portato alla costruzione di telescopi e radio telescopi sempre più grandi e dalle prestazioni sempre migliori, in grado di captare anche il più debole segnale in arrivo sulla Terra. Tuttavia i telescopi ottici terrestri hanno sempre sofferto la presenza dell’atmosfera, che per quanto possa essere considerata trasparente o quasi dall’occhio umano, altrettanto non si può dire per gli occhi elettronici che scrutano il cielo alla ricerca di informazioni che noi non saremmo mai in grado di percepire senza gli strumenti adeguati. Gli effetti dell’atmosfera sono principalmente due: da un lato lo strato d’aria che circonda la terra attenua la luce che giunge sino a noi, assorbendone una parte. La luce che viene trasmessa poi viene modificata dalle proprietà ottiche dell’atmosfera stessa, cosicché la luce che percepiamo presenta componenti di provenienza terrestre, difficili da discriminare. Si può porre rimedio ad entrambi i problemi, aumentando la dimensione degli specchi, costruendo i telescopi in altitudine e migliorandone l’elettronica di acquisizione. Tuttavia se fosse possibile bypassare del tutto l’atmosfera, sarebbe possibile vedere più lontano, meglio e con uno specchio più piccolo.

HST

Nell’aprile del 1990 viene immesso in orbita stabile l’Hubble Space Telescope (d’ora innanzi, HST), a circa 600km di altitudine. All’epoca non si trattava del primo telescopio spaziale, ma era di gran lunga il più avanzato mai costruito. Oltre ad operare nello spettro ottico, l’HST sfrutta appieno la sua condizione “siderale”, ottenendo immagini sia negli infrarossi che negli ultravioletti, radiazioni non osservabili dalla terra a causa della succitata presenza dell’atmosfera. Sebbene sul telescopio siano installati una vasta gamma di strumenti dedicati alle osservazioni e alle analisi spettrografiche di varie porzioni dello spettro elettromagnetico, il principale impianto ottico è composto da un telescopio riflettore il cui specchio principale ha un diametro di 2,4 metri. Il design del sistema ottico determina le performance finali del telescopio. Per potersi avvantaggiare appieno dell’ambiente spaziale, l’HST è stato progettato come sistema diffraction limited: in pratica la capacità di un sistema ottico di distinguere due punti vicini l’uno rispetto all’altro (la risoluzione) viene solitamente limitata da fattori quali imperfezioni nelle lenti, errori di allineamento e la presenza o meno di un mezzo in cui la luce si propaga (come l’atmosfera). Tuttavia c’è un limite massimo alla risoluzione di qualunque sistema ottico, dovuto al fenomeno della diffrazione, che si manifesta come una variazione di traiettoria dell’onda elettromagnetica quando questa incontra un ostacolo. Questo effetto è tanto maggiore quanto le dimensioni dell’ostacolo e la lunghezza d’onda della luce incidente coincidono. Stando così le cose, se per ipotesi potessimo avere una sorgente di luce perfettamente puntiforme, la sua immagine presenterà comunque una leggera sfocatura ai lati. Essendo limitato solo dalla fisica delle onde elettromagnetiche, l’HST permette di raggiungere risoluzioni anche 10 volte maggiori rispetto ai normali telescopi terrestri. Ovviamente per raggiungere queste prestazioni è stato necessario limitare le imperfezioni presenti sulla superficie dello specchio con un’accuratezza mai raggiunta prima, riducendo tutte le possibili asperità ad un massimo di 10 nanometri. Alla quasi perfezione ottica è abbinato un altrettanto perfezionato sistema di puntamento e controllo dell’assetto, in grado di individuare e orientare di conseguenza lo strumento con una precisione di 0,0003 arcosecondi (per darvi un’idea, un grado angolare è composto da 3600 arcosecondi).

Il telescopio miope

Miglioramento dovuto al sistema ottico correttivo (click per ingrandire)
Due immagini che mostrano la correzione del problema ottico iniziale (click per ingrandire)

Le prime immagini che arrivarono dal telescopio gettarono tuttavia nello sconforto i tecnici che per anni avevano lavorato al HST, nella speranza di ottenere risoluzioni notevolmente maggiori rispetto alle osservazioni terrestri. Le immagini erano sì migliori delle loro controparti terrestri, ma non si avvicinavano nemmeno lontanamente al limite di diffrazione tanto agognato. Come è possibile che un progetto sulla carta tanto valido restituisse risultati tanto scadenti? Si capì in seguito che ad essere sbagliata era la forma dello specchio, troppo “piatto” di circa 2,2 micron ai lati. Questa apparente minuscola imperfezione, dovuta ad un errata calibrazione degli strumenti responsabili del controllo della forma dello specchio, introduceva in realtà moltissimi problemi di aberrazione ottica, impedendo un fuoco accurato degli oggetti che si andavano ad osservare, e dimostrando una volta di più la supremazia dei fisici (che non hanno sbagliato nulla a livello progettuale) sugli ingegneri preposti al controllo di qualità del sistema (non se la prendano i piccoli humpa-lumpa della scienza… Servono anche loro a qualcosa). Cambiare lo specchio in orbita sarebbe stato impossibile, e altrettanto difficoltoso sarebbe stato riportare il telescopio a terra per effettuare le riparazioni. Si decise quindi di apporre un sistema ottico correttivo, similmente a quanto si fa con un paio di occhiali per gli esseri umani. Nell’immagine qui in alto dovreste poter notare il notevolissimo miglioramento che ne è risultato.

I risultati


L’HST ha aiutato a risolvere molti problemi astrofisici di lunga data, e ha messo in evidenza risultati che hanno richiesto nuove teorie per la loro spiegazione. In particolare, grazie a misurazioni di un accuratezza finora mai raggiunta, ha migliorato grandemente la stima della costante con cui condivide il nome (Edwin Hubble fu il primo a ipotizzare che la velocità di allontanamento delle galassie da noi fosse proporzionale alla loro distanza tramite una costante che prende il suo nome). Di conseguenza è stato possibile migliorare la stima dell‘età dell’universo (sapendo a che rateo esso si sta espandendo). Inoltre ulteriori osservazioni hanno suggerito che effettivamente l’espansione dell’universo stia accelerando, più di quanto non dovrebbe fare secondo la teoria dello stesso Hubble, e molti interpretano questi risultati come una delle prove indirette della presenza di energia oscura (che non c’entra niente con le forze demoniache. Si tratta di una forma ancora piuttosto misteriosa di energia, che sembra comporre niente meno che il 70% circa dell’Universo, ndR). Inoltre sembra oramai assodato che al centro delle maggior parte delle galassie vi sia un buco nero, anche grazie alle osservazioni di Hubble. Le immagini delle regioni più lontane mai osservate (Hubble Ultra Deep Field) ci permettono realmente di osservare l’Universo indietro nel tempo di 13 miliardi di anni, e le immagini di meravigliose nebulose in espansione, dei resti delle supernove, di stelle binarie e supergiganti blu hanno iniziato ad affollare internet e ad essere usate anche in altri ambiti rispetto a quello astronomico, come ben sanno ad esempio i fan dei Pearl Jam, che hanno riempito il loro album “Binaural” con le immagini delle nebulose Clessidra, Elica e Aquila. Ma Hubble non significa esclusivamente osservazioni di oggetti lontani: nel 1994 la cometa Shoemaker-Levy 9 impattò contro Giove, e le osservazioni tramite l’HST permisero di studiare con estrema accuratezza le dinamiche dell’impatto di una cometa con Giove, che si ritiene sia un evento che accada con la frequenza di uno ogni parecchie centinia di anni.

LINK UTILI
– Sito ufficiale del telescopio Hubble
– Galleria immagini catturate dal telescopio

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Crisi economica: capitolo cinese

Chi segue Camminando Scalzi si ricorderà che tempo fa ho parlato delle conseguenze della crisi finanziaria sull’economia degli Stati Uniti. Ciò che non ho detto è che l’attuale crisi affonda le sue radici in un fattore del quale i più non parlano: la sovrapproduzione. Si è raggiunto un punto critico di produzione per il quale i redditi disponibili non sono più sufficienti a garantire il consumo dei beni e servizi prodotti, meccanismo che ha portato all’uso/abuso del debito. Questo discorso vale in primo luogo per il Paesi occidentali ma può essere esteso anche ai Paesi in via di sviluppo. Mentre il super consumatore occidentale è allo stremo e usa le poche energie residue per trovare il modo di ripagare i propri debiti, la nascente classe media dei Paesi emergenti non ha le possibilità economiche per sostituirlo e quindi garantire il continuum nella catena produzione-consumo.

La Cina ha reagito meglio alla crisi rispetto all’Occidente e questo in virtù di fattori quali la velocità decisionale, i conti pubblici in salute, impressionanti riserve valutarie accumulate attraverso l’esportazione dei suoi prodotti, piani di sviluppo incentrati sul lungo periodo, arretratezza e forte controllo da parte del governo dei mercati finanziari. Approfondiamo questi punti.

Quando gli occidentali sentono parlare del partito unico cinese storcono il naso. Ciò può essere comprensibile, eppure in una situazione di crisi come quella odierna il sistema politico cinese si è rivelato più efficace ed efficiente rispetto ai governi democratici. Questo è dovuto principalmente al fatto che le decisioni sono state prese in tempi ridotti consentendo di affrontare con tempestività i problemi. Essere in democrazia, invece, significa dover intermediare una pluralità di interessi differenti e tale processo necessita di tempi lunghi e reazioni lente.

Grazie al basso debito pubblico e alle riserve di liquidità, il governo cinese ha potuto varare piani di sviluppo economici sia di breve che di lungo termine (la cifra iniziale stanziata per i suddetti piani si aggirava intorno ai 500 miliardi di dollari). Quelli a breve servono a tappare le falle causate dalla crisi ma il vero valore aggiunto della politica economica cinese sta nell’aver pensato al lungo periodo, mossa fondamentale per gettare le basi di un’economia sana e prospera. Mentre il governo USA stanziava più di 700 miliardi di dollari per salvare banche e industrie “too big to fail” occupandosi solo dei problemi correnti e non delle necessità future, la Cina ha investito in infrastrutture, ricerca scientifica, istruzione, produzione ad alto contenuto tecnologico. Si può dire che mentre il governo americano si guardava la punta del naso quello cinese scrutava l’orizzonte.

I 500 miliardi di dollari spesi per le misure anti crisi non hanno rappresentato per il partito unico un drammatico problema. Basta sapere che le riserve valutarie estere della Cina sono le più ampie del mondo e ammontano a circa 2.270 miliardi di dollari (fonte Sole24ore). Non solo Pechino ha potuto varare le misure interne necessarie senza erodere la solidità delle casse statali, ma è anche corsa in aiuto degli Stati Uniti continuando a finanziare il debito americano attraverso l’acquisto dei  bonds del tesoro emessi da Washington, nonostante i suddetti titoli, in particolare quelli con scadenza a breve, siano ormai considerati dai più spazzatura. Si è così ulteriormente consolidata la posizione di prima creditrice mondiale che la Cina da tempo ha nei confronti degli USA.

La Cina nell’ultimo decennio si è trasformata nella fabbrica del pianeta e i suoi prodotti hanno invaso ogni angolo del globo. Mentre le potenze occidentali si lasciavano sedurre dai soldi facili – e spesso ingannevoli – della finanza, l’impero di mezzo ha costruito un apparato produttivo senza eguali che poggia le sue solide basi sulle industrie pesanti e manifatturiere ma che sta facendo progressi formidabili anche nelle produzioni ad alta tecnologia. Non smetterò mai di ripetere, ma questa è la mia opinione, che nel mondo di oggi una Nazione può vantare una economia forte solo se ha un settore secondario ben sviluppato e capace di vendere all’estero ciò che produce internamente.

Comunque sia non è tutto oro ciò che luccica. La Cina è una Nazione immensa sia per territorio che per popolazione e i problemi non mancano mai. Non voglio soffermarmi sulle difficoltà interne del Paese, reali o potenziali che siano, bensì su quelle derivanti dalla crisi, soprattutto su una in particolare: ora che l’economia mondiale è in fase stagnante come farà la Cina a mantenere l’impressionante tasso di crescita degli ultimi anni, e dunque consolidare lo status quo di potenza?

La Cina non è ancora pronta ad assumere il ruolo di leader mondiale, questo perché rimane comunque un Paese in via di sviluppo ma soprattutto perché il mondo di domani non sarà come quello che ci lasciamo alle spalle. Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi gli USA sono stati la super potenza dominante – alcuni preferiscono usare il termine “impero” – ma in molti sono convinti che in futuro gli equilibri di potere si sposteranno da una dimensione unilaterale a una multilaterale. Già oggi si vocifera di una possibile leadership globale detenuta da un G2 – USA e Cina – o da un G3 – USA, Cina, Unione Europea -. La Cina non è in grado di “correre da sola” e probabilmente non lo sarà ancora per molto tempo, soprattutto ora che i consumi mondiali sono fermi e il principale partner commerciale, gli USA, è in difficoltà. Chi sosterrà la bilancia commerciale cinese comprando l’impressionante quantità di merci che produce  ed evitando così un dannoso calo delle esportazioni? Il partito unico vorrebbe potenziare il mercato interno ma anche facendo così i consumatori cinesi non potrebbero mai sostituire quelli d’oltreoceano.

Insomma la Cina è sempre più una super potenza eppure ha bisogno più che mai di alleati forti e in buona salute.

Il sole sorge a est eppure la Cina guarda ancora a ovest.

[stextbox id=”custom” caption=”Web-comics”]Ospitiamo oggi il famoso vignettista PV. Vi invitiamo a seguire il suo blog, aggiornato quotidianamente, ricco di “originali” personaggi e tanta, tanta satira! [/stextbox]

Il Derby della Madonnina – Serie A giornata 21

Nel film “Eccezziunale veramente” Diego Abatantuono nei panni di Donato, capo della curva, convocava tutti i suoi seguaci alle otto della domenica mattina perchè l’argomento del giorno era di capitale importanza: “Il debbo”. Milan-Inter o Inter-Milan, poco importa. Stadio Giuseppe Meazza (che i rossoneri preferiscono comunque chiamare San Siro). Una stracittadina importantissima, fra le più illustri del mondo. In Italia è quella che vede in campo il maggior numero di trofei (il derby di Torino nonostante i tanti scudetti juventini è lontano). Due squadre che hanno alle spalle una storia ricchissima, fatta di gioie e dolori, vittorie e disfatte. Più di un secolo è passato da quando un gruppo di dirigenti del Milan per protestare contro la Lega che non voleva consentire l’utilizzo di giocatori stranieri in campionato si staccarono e decisero di formare un club per conto loro (ripensandoci oggi suona davvero strano…i nerazzurri che si lamentano perchè vogliono gli stranieri…). Nacque così l’Internazionale (“Perchè siamo fratelli del mondo”, a detta dei fondatori), diventata poi Ambrosiana sotto la dittatura fascista. Il primo derby lo vince il Milan 6-0, e da quel giorno tanti sono stati i protagonisti della sfida. Se ne possono elencare a bizzeffe. Quante le partite storiche. La Milano proletaria dei tifosi del Milan (chiamati “casciavìt” dai cugini, proprio perchè in dialetto vuol dire “caciaviti” per sottolineare l’origine operaia) contro la Milano borghese dell’Inter (i “bauscia“, bavosi nel senso di gradassi). Sarebbe impossibile elencare tutti i derby, ma alcuni li voglio ricordare.

1949: Milan sul 2-0 con doppietta di Cadiani, accorcia Nyers. Nordhal e Franzosi segnano le reti del 4-1 ma poi l’incredibile visto che il “Fornaretto di Frascati” Amedeo Amedei sigla una doppietta, con Nyers e “Veleno” Lorenzi a completare il sorpasso! Annovazzi pareggia, Amedei segna ancora e Candiani colpisce la traversa…vince l’Inter 6-5!!!

2001: Inter-Milan 0-6! Il più grande scarto nella storia di un derby ufficiale. Due Sheva, due Comandini, uno Giunti ed uno Serginho…Inter umiliata. 2004: nerazzurri sul doppio vantaggio all’intervallo con le reti di Stankovic e Zanetti ma nella ripresa Tomasson, Kakà e Seedorf ribaltano il punteggio ed il “Diavolo” si impone 3-2.

2006: altro match ricchissimo di reti, prevalgono i ragazzi di Moratti per 4-3! In gol Crespo, Stankovic, Ibra, Seedord, Materazzi, Gilardino e Kakà. Spettacolo a San Siro! 2009 e 2010: doppia vittoria dell’Inter, 4-0 all’andata, 2-0 al ritorno con la truppa di Mourinho che vola verso lo scudetto numero 18.

In conclusione, come non ricordare i derby “europei”. Prima la semifinale di Champions League del 2003, col Milan che prevale per le reti fuori casa e vince poi il trofeo a Manchester con la Juve ai rigori, poi due anni dopo nei quarti con 2-0 firmato Sheva-Stam e 3-0 a tavolino al ritorno per lancio in campo di petardi da parte della curva interista.

Passano gli anni ma il Derby della Madonnina rimane sempre affascinante ed è vero…certe sere Milano ha dei colori straordinari.

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Craxi: Gesù o Barabba?

“La menzogna diventa verità

e passa alla storia.”

George Orwell

Quando i giudizi morali, e non, relativi ad un uomo  si articolano lungo un continuum i  cui estremi sono “ladrone” e “santone”, aldilà del bene e del male stiamo parlando sicuramente di una personalità di un certo rilievo. Dare la soluzione a questa atavica dicotomia non è il proposito di questo articolo, in primis perché non ne ho il potere, in secundis perché non è lo scopo dell’articolo stesso. Di certo è impossibile sfuggire da opinioni ed inclinazioni personali, ma il mio obiettivo è cercare di porre pro e contro di questo controverso uomo politico, per dare una panoramica, se non completa, quantomeno verosimile dell’uomo Craxi.

Tutto il polverone è esploso al decennale della morte dell’ex socialista. Da un  lato chi ne proponeva la beatificazione, dall’altro chi ne ripudiava la memoria. Insomma, la solita storia.

A vantaggio dei sostenitori è doveroso menzionare che stiamo parlando comunque di un uomo che a soli 19 anni è entrato in politica, dopo poco è divenuto funzionario del partito socialista e a 26 anni era già assessore a Milano. Inoltre da responsabile della politica estera del PSI si è impegnato a finanziare economicamente i partiti messi al bando dai regimi dittatoriali in Spagna, Grecia e Cile.

Stiamo parlando di un politico che partendo dal ruolo di segretario transitorio del partito, diede vita ad uno dei governi più longevi della storia italiana e che pose le basi per numerose riforme. Infine di un uomo, e sia ben inteso che non voglio assolutamente intenzione di farlo passare per martire, a cui fu negato il ritorno in patria per sottoporsi ad una delicata operazione per diabete mellito che lo affliggeva da tempo e che morì solo durante il suo esilio (o latitanza ) in Tunisia… Però, però, però… Detta così pare si stia parlando di una vittima, di un bersaglio del sistema. Beh, la verità non è proprio questa. Craxi ha percorso un lungo cammino politico prima di giungere a questa fine. Un cammino fatto di alleanze politiche più disparate, pur di ottenere consensi elettorali, e che lo portarono a contraddire i principi storici del partito. Un esempio su tutti sono gli accordi con la Chiesa che stridono fortemente con la tradizione anticlericale del PSI. E’ stato il fautore di quella politica-spettacolo, spesso ricca di demagogia e povera di sostanza, che ancora oggi, attraverso il suo maggiore discepolo, sta dilaniando il nostro Paese. Craxi varò il famoso “Decreto Berlusconi” (che poi ha permesso l’ascesa allo sconfinato potere del nostro eroe), sul quale Vittorio Feltri (si badi bene) pronunciò le seguenti parole di “elogio”: ” […] la scappatoia che consente all’intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Bettino Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura, in un soprassalto di dignità, e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna.

"Il Fatto Quotidiano" 03/01/2010

Naturalmente, il pezzo forte deve ancora venire, queste sono solo ciliegine su di un’enorme torta dall’impasto mooooolto variegato, fatto di corruzione nel processo Eni-Snai e nel caso Enimont, mazzette per la costruzione della metropolitana milanese, tangenti Enel, il famoso caso del “Conto Protezione” in cui era coinvolta anche la P2,  finanziamento illecito del partito ed altri reati estinti a causa del decesso dell’imputato. Il tutto per un totale di venti avvisi di garanzia circa e, ad occhio e croce, un ergastolo.

I sostenitori portano avanti la tesi che questo arricchimento  sia stato posto in essere per ragion di partito e non per scopi personali. Ora, a parte il fatto che è stato dimostrato dalla magistratura il contrario, in quanto quei soldi sono stati investiti in parte per beni immobili, il reato è reato, non è in maniera assoluta giustificato dal qualsiasi tipo di fine. Il voler far passare un reo per un principe machiavellico è un’opera di riabilitazione che non mi sento di accettare. Inoltre se le mozioni difensive fossero state davvero tanto valide, credo che la fuga, seguita dalla latitanza, in Tunisia non sarebbe stata necessaria.

In questo stato di controversia, il fumo del tempo trascorso pare annebbiare le memorie, e così ci ritroviamo a leggere che il Presidente Giorgio Napolitano riabilita la figura politica di Craxi, e si respira nell’aria dell’opinione comune una sorta di profumo di perdono, di voglia di restituire alla storia un personaggio dipinto solo di colori vivi, trascurando l’uso di toni scuri e cupi. Fortunatamente o fortunosamente poi ci sono persone, come l’on. Di Pietro, che ci riportano con i piedi per terra e ci ricordano che comunque in quegli anni è forse stata dipinta la pagina più nera della Repubblica italiana.

Anche se è sacrosanto il detto “chi è causa del suo mal pianga se stesso” sul piano umano sono dispiaciuto per la fine miserabile di Craxi, e per il fatto che in fin dei conti personaggi che sono saliti sulla stessa giostra (uno su tutti, Giulio Andreotti) ne sono scesi senza pagare alcun biglietto.

Pur non illudendomi di dirimere questa annosa questione, ho cercato di porre semplicemente i fatti,  l’unica cosa vera ed incontestabile nella nostra caliginosa realtà. I fatti sono incontestabili, e consegnano agli annali un uomo, un politico, uno statista, che come altri e forse più di altri ha sfruttato il potere per se stesso e per la stretta accolita al suo seguito. Che come altri o forse più di altri ha calpestato la dignità di chi gli ha permesso di governare, abbagliato dalle promesse di giustizia e libertà.

A chiusura di questo articolo mi ronza per la mente una famosa frase del già citato Andreotti, caro amico del nostro Craxi, che sosteneva: “il potere logora chi non ce l’ha”, ma se alla fine della fiera è questo il prezzo da pagare, non so fino a che punto ciò sia veritiero e condivisibile.

Equo dissenso sull'equo compenso

Comincio l’articolo con una premessa: non parlerò di diritti d’autore, del ruolo della SIAE come intermediario nel percepire i proventi di questi diritti o della effettiva redistribuzione che ne viene fatta; parlerò invece dell’ennesimo tentativo dello Stato di rallentare lo sviluppo tecnologico di questo paese, imponendo una tassa che costringe un italiano a pagare cifre sensibilmente più alte di un qualsiasi cittadino europeo per beni ormai entrati a far parte dell’uso comune.

L’equo compenso è una somma di denaro versata a priori alle società preposte alla protezione ed all’esercizio dei diritti d’autore (nel nostro paese la SIAE) e serve a compensare le presunte perdite che l’industria discografica e cinematografica affermano di subire a causa della condivisione illegale di brani musicali e film. Questa tassa, diffusa in tutta Europa, viene versata dai consumatori solo in seguito all’acquisto di Cd, Dvd e masterizzatori, oltre a supporti ormai obsoleti come VHS ed audiocassette.

Lo scorso 30 dicembre però qualcosa è cambiato: il ministro dei Beni e delle Attività Culturali Sandro Bondi, sfruttando il ben noto trucchetto di utilizzare il periodo festivo di fine anno per far uscire in sordina leggi scomode – vedi gli articoli sul digitale terrestre (decreto salva Rete4) e sul wireless (proroghe al decreto Pisanu) per altri esempi – ha firmato un decreto legge che estende il range di applicabilità dell’equo compenso ad un numero di dispositivi e supporti molto più ampio di quello precedente. In sostanza, qualunque dispositivo dotato di “supporto registrabile” come ad esempio pendrive, schede di memoria, hard disk, cellulari, console, decoder viene interessato dall’applicazione della tassa, con un contributo fisso o in proporzione alla quantità di dati stoccabile, secondo delle tabelle presenti nello stesso decreto.

Facciamo qualche esempio, tenendo conto di alcuni tra i prodotti tecnologici più diffusi :

  • Un hard disk esterno da oltre 400 Gbyte (la quasi totalità di quelli attualmente in vendita) verrà tassato per 0,01 € al Gbyte. Considerando che l’attuale street price di un’unità da 1 Terabyte è intorno agli 80 €, si avrà un aumento di 10 €, pari ad oltre il 10%.
  • Un lettore Mp3 con una capacità tra i 2 e gli 8 Gbyte (i più venduti attualmente) vedrà aumentare il suo prezzo dai 5,15 € ai 6,44 €, quelli di capacità superiori arriveranno ad aumenti fino a 12,88 € .
  • Per quanto riguarda i cellulari, la cifra da pagare sarebbe di soli 0,90 € ad apparecchio; ma il decreto specifica che per gli apparecchi polifunzionali dotati di memoria (in pratica tutti i cellulari di ultima generazione) bisogna pagare invece in base alle dimensioni di quest’ultima, ad esempio un Iphone da 32 GB costerà 6,44 € in più.

Provate anche voi come Giacomo Dotta ad effettuare, basandovi sulle tabelle del decreto, un rapido calcolo di quanto vi sarebbero costati in più i vari prodotti tecnologici che avete in casa. Io, arrivato a cifre vicine ai 200 euro, ho dovuto smettere per sopraggiunto esaurimento nervoso.

La manovra farà confluire ingenti flussi di denaro nelle casse della Società Italiana Autori ed Editori: secondo le stime di Confindustria e Assinform infatti, vedrà i suoi introiti per l’equo compenso quadruplicare nel solo 2010, passando dagli attuali circa 70 milioni di euro a oltre 300, recuperati a danno dei consumatori in un periodo di feroce crisi economica. La cosa in assoluto più grave è che si tratta, per la prima volta nella storia, di una tassa sullo sviluppo tecnologico: al migliorare delle tecnologie aumenta la quantità di dati che è possibile registrare su di un supporto e quindi anche l’obolo dovuto alla SIAE. Inoltre il decreto prevede una revisione delle tabelle dopo 3 anni che porterà certamente, visti i precedenti, ad ulteriori aumenti.

La SIAE si difende comunicando che queste entrate saranno redistribuite agli autori, editori, artisti ed a tutti gli aventi diritto, affermando inoltre che non si tratta di una tassa ma di diritti d’autore e quindi dello stipendio di chi produce opere (film, canzoni, ecc). Come scritto nell’introduzione, non è mia intenzione trattare in questo articolo del diritto d’autore (che ritengo sacrosanto) né di quanta parte dei soldi raccolti vadano davvero a finire agli autori (si parla di cifre prossime al 76% del bilancio della società utilizzate per pagare il solo personale); proverò invece a fare alcune considerazioni, ovviamente passibili di smentite, sui possibili effetti che questa legge potrebbe portare a tutto il mercato tecnologico italiano.

Per i consumatori di beni tecnologici di tutto il mondo, gli effetti della crisi economica si faranno sentire con maggior forza nel corso del 2010. L’anno appena trascorso ha visto infatti una riduzione del volume di produzione di componentistica, dovuto alla minor richiesta, e una riduzione degli investimenti in nuove fabbriche. Quindi i previsti aumenti della domanda nel corso dell’anno faranno sì che ci sia un aumento generalizzato dei prezzi, in particolare nel mercato delle memorie, dove i produttori operano in sofferenza già da un paio di anni. A questi andrà sommato soltanto in Italia quanto dovuto a causa del decreto Bondi, portando i consumatori italiani a subire aumenti anche superiori alle 2 cifre percentuali. Quanto impatterà questa situazione sui consumi, nel paese dei 1000 euro al mese?

Gli effetti più gravi però si avranno probabilmente nel mercato professionale. Le nostre aziende, già martoriate dalla crisi e dal sistema fiscale, messe in difficoltà dalle resistenze delle banche a concedere prestiti ed in costante debito di competitività nei confronti delle aziende straniere, si troveranno a dover fronteggiare gli aumenti nel momento peggiore. Questo porterà ad un ulteriore decremento di quegli investimenti in nuova tecnologia che sono indispensabili per uscire dalla crisi e per competere con le aziende estere, relegando sempre di più il nostro paese in quel terzo mondo tecnologico nel quale stiamo scivolando.

Ovviamente non pretendo di trattare in maniera esaustiva un argomento così complesso e sfaccettato, spero però di essere riuscito a dare sufficienti spunti a chi intenda approfondire. Si parla da tempo di azzeramento del digital divide, dell’idea di un pc con collegamento ad internet in tutte le case ed in tutte le scuole, della digitalizzazione della pubblica amministrazione; ma a tutti questi buoni propositi si contrappone l’attuale movimento politico, che sembra fare di tutto per svilire ogni tentativo del nostro paese di risalire la china. Il decreto Bondi non farà altro che precipitare ancora di più il nostro paese verso l’abisso della mediocrità e dell’arretratezza, e a farne le spese non saremo soltanto noi, ma soprattutto le future generazioni. Abbiamo soltanto un’arma a disposizione: persone in grado di prendere decisioni simili, miopi e dannose, non sono degne di essere elette. Quando lo capiremo?