Il ritorno del Popolo Viola

Li avevamo lasciati il 5 dicembre nel famoso giorno del No B-Day, dedicando un ampio speciale a tutto l’evento anche qui su Camminando Scalzi. Ma il Popolo Viola, come promesso in questi mesi, non si è fermato. Oltre alle tante iniziative che già stanno seguendo i ragazzi in viola (basti pensare al sit in di protesta per la Costituzione, davanti al Parlamento, o la patente viola ai politici virtuosi), ieri a Roma si è tenuta una nuova manifestazione, totalmente autofinanziata. Un grande successo anche questa volta.

Come al solito però nessuno ne ha parlato come si deve, come se quelle migliaia di persone non esistessero. Ma poco importa in fondo: la partecipazione in massa della gente ci dimostra che, nonostante l’informazione faccia di tutto per far passare sotto banco certe notizie -e modificarne altre- questo nuovo movimento nato dal basso sta diventando sempre più solido e presente.

Ieri in piazza del Popolo si è manifestato a favore della legalità, a difesa della Costituzione e contro le leggi ad personam tanto care al Presidente (ne riparleremo sicuramente nei prossimi giorni, ma basti pensare al caso Mills). Due sono, a nostro parere, gli elementi importanti di questo secondo grande appuntamento del Popolo Viola: l’assenza di finanziamenti “esterni” e l’adesione di larghissima parte dell’opposizione.

Il primo fattore, quello dell’autofinanziamento, rappresenta il vero e proprio fulcro dell’essere del Popolo Viola. Un movimento che ha sempre urlato a gran voce la propria lontananza da qualsiasi vecchio partito, quasi a prendere le -dovute- distanze da un’opposizione che si ritrova a rappresentare una parte sempre più piccola del paese. Una macchina organizzativa nata  su Facebook, che ormai conta sedi in tutta Italia, e che ha dimostrato di funzionare in maniera perfetta – vista anche l’enorme quantità di gente accorsa a Roma da tutto il Paese – senza alcun intervento economico da parte dei partiti.

Questa volta, inoltre, i partiti di opposizione sono scesi coesi in campo accanto alle sciarpe Viola, compreso il Partito Democratico (che, ricorderete, aveva fatto nascere una bella bagarre sulla sua adesione al No B-Day). Chiare le parole del Senatore Marino: “È importante essere qui come Partito Democratico che, rispetto alla precedente edizione della manifestazione, ha dato adesione piena” (via | Repubblica.it). Almeno questa volta hanno evitato figure ridicole, diciamolo. Non sono mancati naturalmente gli esponenti dell’Italia dei Valori, dei Verdi, ma anche Pannella e la candidata alla presidenza del Lazio Bonino. Certo, a fare i maligni viene da pensare che in vista delle elezioni fa anche bene farsi vedere con un movimento che sta risultando così positivo e propositivo, ma l’importante è che questa volta la presenza della presunta opposizione sia stata comunque massiccia, segno che questo Popolo Viola comincia a prendere sempre più dei contorni definiti.

Non sono mancati gli interventi di grandi personalità del mondo della cultura, della stampa, del mondo del lavoro. Interventi di Roberto Saviano, Giorgio Bocca, Marco Travaglio e tante altre persone serie che donano credibilità a tutto il movimento.

Cosa farà adesso il Popolo Viola? Sicuramente apprezzabile la decisione di non candidarsi alle regionali, perché sì, qualche preoccupazione che sarebbe diventato un nuovo partito-accozzaglia c’era tutta. Non so se e quanto durerà, ma mi auguro che la strategia scelta dai fondatori e dagli organizzatori possa rimanere questa, prendendo le distanze e rimanendo ben lontani dalla massa gelatinosa (è proprio il caso di dirlo di questi tempi) dei partiti politici italiani. La gente, quella di sinistra, quella di opposizione vera, riesce a difficoltà a trovare una controparte politica, un punto di riferimento che possa rappresentare un’opposizione vera. Il Popolo Viola sta andando pian piano a colmare questo vuoto, sta riportando la gente in piazza, sta unendo le persone sotto un’unica idea, quella di difesa della legalità, della democrazia, della Costituzione.

E di questi tempi, scusate se è poco.

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Censura, ormai una realtà

[stextbox id=”custom” big=”true”] L’articolo di oggi ci arriva da Novalgina2Fast, già autore per Camminando Scalzi.it del post dedicato all’iniziativa “Internet for Peace” [/stextbox]

Italy has one of the lowest levels of press freedom in Europe. A 2009 report by Freedom House classified Italy as “partly free”, one of only two country in western Europe (the second being Turkey), also ranking it behind most former communist states of eastern Europe. Censorship is applied in television such as in press for several reasons.”

Trad:

La mappa sulla libertà di stampa nel mondo (2009) Click per ingrandire

“L’Italia ha uno dei livelli più bassi per la libertà di stampa in Europa. Un rapporto del 2009 di Freedom House ha classificato l’Italia come “parzialmente libera“, uno degli unici due paesi in Europa occidentale (il secondo è la Turchia), dietro anche la maggior parte degli Stati ex-comunisti dell’Europa orientale. La censura è applicata in televisione come nella stampa per diverse ragioni.”

fonte | Wikipedia

Ebbene sì, abbiamo un articolo su Wikipedia dedicato alla censura nel nostro paese.

Ma adesso ricapitoliamo i vari passi che hanno portato alla censura di Internet in Italia. Sono stati poco pubblicizzati e poche testate giornalistiche se ne sono davvero occupate; il problema è che il governo attraverso alcune riforme ha progressivamente censurato il web.

  1. Inizia tutto con la legge del 7 marzo 2001 per l’editoria. Secondo questa legge si assimilano i siti web a testate giornalistiche, infatti chiunque pubblichi informazioni periodiche deve registrare il sito presso il tribunale, pena fino a due anni di reclusione.
  2. Legge del  15 aprile 2004, presentata da Giuliano Urbani, decreta che tutti i siti web italiani debbano presentare una copia elettronica del sito presso le biblioteche centrali di Roma e Firenze.
  3. La legge del 27 luglio 2005 per combattere il terrorismo, invece, impone ai provider di tenere traccia di tutto il traffico generato dagli utenti per un periodo di 6 mesi. Praticamente vengono salvate le e-mail, i siti visitati, cosa avete scaricato in p2p (emule, LimeWire e compagnia bella).
  4. I decreti dell’AMMS che nel 2006 e 2007 hanno bloccato tutti i siti di scommesse estere che ormai arrivano a quota 2073, infatti il gioco d’azzardo è Monopolio di Stato e quindi solo l’AMMS può gestirlo, inoltre per la nostra protezione sono stati oscurati anche tutti i siti di pedopornografia.
  5. Vi è anche il progetto di legge dell’ On. Carlucci secondo cui ogni video postato su Youtube, ogni commento su qualsiasi blog o sito internet e qualsiasi operazione effettuata online non può essere anonima, ovvero l’utente dovrebbe identificarsi. Per fortuna questa legge, così com’è stata presentata, non potrebbe essere applicata in quanto, come ha sottolineato l’avvocato Guido Scorza, internet non dà gli strumenti per farlo: ”scrivere il proprio nome e cognome sopra ogni commento o video non è una valida identificazione”.
  6. Infine il decreto Romani, sul quale non mi dilungo in quanto ne ha già parlato in un ottimo articolo Erika Farris qui su Camminando Scalzi.

Non siamo tanto diversi dalla Cina, dove Google ha rifiutato di mettere i filtri richiesti dal governo e minaccia di non fornire più i propri servizi; dalla Turchia, dove il governo ha praticamente bloccato l’uso di Internet alla popolazione, o da qualsiasi paese in cui vige una dittatura, o uno stato di polizia. Non possiamo esprimerci liberamente, l’informazione che riceviamo è filtrata dal governo, ed ogni notizia trasmessa alla televisione lascia spazio a molti dubbi.

Insomma, la censura in Italia è già diffusa e Berlusconi controlla già tutti i mezzi di informazione cartacei e televisivi: non può controllare anche l’informazione libera del web, ma la può censurare con “piccole riforme” rilasciate di anno in anno, che lentamente logorano il diritto di ognuno di esprimersi liberamente.

A questo punto vi chiedo una cosa: pensando a tutte le riforme, alla situazione del nostro paese, al nostro governo, in Italia, siamo davvero liberi di esprimerci?

E soprattutto, credete davvero a tutto quello che viene detto dai mezzi di informazione?

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Buzz: Google ha sbagliato?

Qualche settimana fa Google ha introdotto una nuova e “interessate” funzione al suo già ampissimo catalogo di applicazioni web gratuite. Questa applicazione risponde al nome di Buzz, che ha lanciato Google nella sfida che ancora non è riuscita a vincere -o meglio, ancora non ha combattuto- quella riguardante il fulcro del web 2.0, ovvero i social network.

Evidentemente a Mountain View hanno fatto proprio un motto che ha reso famoso un discorso di Steve Jobs, “Siate affamati, siate visionari”. Perché Google negli ultimissimi anni sembra non accontentarsi mai, sembra essere un polipo che ha deciso di estendere i propri tentacoli su tutto quello che ha da offrire la nostra esperienza online, al grido di “Don’t be evil!”, loro famoso slogan. Ed ecco quindi che decide di cominciare un’avventura tutta made in bigG dedicata al mondo social.

Ma che cos’è Buzz? Per spiegarlo in due parole, senza addentrarci troppo nelle sue funzioni, è un social network che offre esattamente le stesse opportunità che già altri social fanno da tempo: condividere contenuti (siti, immagini, ma anche elementi di Google Reader), lasciare aggiornamenti di stato personali, commentare i post degli altri, il famoso pulsantino “Like” -il “mi piace” di Facebook (a proposito, vi siete accorti che ora potete cliccare su “mi piace” anche negli articoli di Camminando Scalzi?) e così via. Tutto questo in un’interfaccia che a me continua a sembrare assolutamente poco chiara, con un sistema di priorità e di elementi grafici che non sono propriamente ordinati e di facile lettura. Bene, quindi abbiamo Google che decide di andare a sfidare i colossi del social web, che sono nelle loro posizioni belli saldi da anni (e soprattutto nei cuori virtuali degli utenti): come fare per fare breccia? Insomma, come si fa a far provare un social Facebook-like a qualcuno che già usa Facebook?

Ed ecco che arriva l’illuminante idea: diamolo di default a tutti i milioni di utenti che usano Gmail. Anzi, integriamolo direttamente in Gmail, e installiamolo senza praticamente dare possibilità di scelta. E anzi, vi dirò di più, prendiamo i profili degli iscritti e rendiamoli pubblici, compresa la loro lista di contatti mail (che magari voleva rimanere privata), automaticamente iscritti come “follower”, senza avvisare nessuno! Naturalmente sul web una tale invasione della privacy -per giunta imposta- genera prima poche, poi tantissime voci di protesta. Tralasciando la dubbia utilità di un ennesimo social network, questo “errore” non viene perdonato facilmente, e sintomo sono i centinaia di post sui blog in giro per tutto il mondo. Immagino che un po’ tutti aspettassero al varco la bigG, e dopo il fallimento di Wave (che si è praticamente svuotato a due mesi dalla sua introduzione, quando all’inizio sembrava la next-big-thing del secolo), la casa di Mountain View ha mostrato il fianco facendo un enorme errore di valutazione.

Il “Don’t be evil!” è andato a farsi benedire, e Google è dovuta correre ai ripari (e di questo bisogna dargliene atto). Le opzioni di privacy cambiano di default, viene data la possibilità di disattivare Buzz in maniera più semplice (prima bisognava andare nelle opzioni di Gmail per farlo) e radicale, e sui vari blog internazionali di Google appaiono le scuse dell’azienda, che forse presa da troppo entusiasmo, ha lanciato sul mercato un prodotto ancora in beta (ironia della sorte, l’unico dei loro prodotti uscito senza passare da una fase di beta vera e propria). Certo, aveva una falla di privacy di cui chiunque si sarebbe accorto, ma noi vogliamo credere alla buona fede di Google.

Questa piccola storia cosa ci ha insegnato? Beh, prima di tutto a disinstallare un prodotto inutile e ridondante (almeno, questo è il mio parere), che per giunta ci è stato in qualche maniera imposto (e già questo al netizen dà parecchio fastidio, si sa), in secondo luogo che i rischi dello strapotere della grande G su internet ci sono, sono percettibili, e questa volta sono venuti fuori nel concreto. Avete idea di quanti utenti (noi compresi) utilizzino Gmail? O uno dei tantissimi servizi free offerti da Google? Una quantità di informazioni personali immensa, superata forse solo da quella detenuta da Facebook.

E, per chiudere con una nota sicuramente complottista ed esagerata, non vi è mai venuto da pensare che in fondo tutto quello che ci offrono gratis, a spese loro, sia in qualche modo pagato dal controllo totale della rete che noi gli stiamo regalando?

Riflettiamone insieme, vi aspetto nei commenti.

L'illusione della ricostruzione

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna a scrivere per Camminando Scalzi.it Samanta Di Persio, cittadina aquilana autrice del libro “Ju Tarramutu“, che ci ha presentato in questo articolo. Samanta torna a scrivere della sua città, per raccontarci da due differenti punti di vista come fu vissuto quel tragico 6 aprile 2009[/stextbox]

ore 3.32 più di centomila aquilani (città e paesi) devono evacuare le abitazioni. Alcuni vengono colpiti, seppelliti dalle macerie: feriti e morti. Subito lacrime, dolore, dispersi, distruzione.

ore 3.32 alcuni costruttori si sfregano le mani: “Un terremoto non capita tutti i giorni!” si pensa alla colata di cemento e alle tasche gonfie.

Nel primo pomeriggio i vigili del fuoco scavano fra le macerie per trovare persone vive e corpi. I familiari aspettano fra lacrime, dolore e speranza.

Nel primo pomeriggio il presidente del consiglio Silvio Berlusconi arriva a L’Aquila. Nella conferenza stampa presso la scuola per sottoufficiali della Guardia di finanza dichiara l’intenzione di fare una new town.

Ormai è sera le speranze di poter trovare gente ancora viva si affievoliscono. Il terremoto ha ucciso molte famiglie, molti bambini e giovani. Si sono fidati delle rassicurazioni delle istituzioni. Per sei mesi uno sciame sismico ha tenuto in allerta la popolazione, meno in allerta le istituzioni che fino all’ultimo hanno rassicurato per non diffondere il panico. Fra coloro che hanno detto “Non c’è pericolo!”: Protezione civile, il presidente dell’INGV Boschi, la Commissione grandi rischi.

Ormai è sera; il Presidente del Consiglio e scorta se ne sono tornati a casa. Ha nominato commissario straordinario Guido Bertolaso. Per la prima volta viene nominato commissario una persona che non è del posto.

Dal martedì si cominciano a predisporre i campi di accoglienza. Non bastano per tutti gli sfollati. Metà popolazione viene spostata negli alberghi della costa abruzzese.

Dal martedì un via vai di imprenditori per capire l’entità del danno e capire chi è il referente, per partecipare alla fetta della new town.

Il sindaco Cialente assente fra i cittadini. È nella scuola della Guardia di finanza per fare gli onori di casa, non per dare solidarietà agli aquilani. Nessuna visita nei campi, nessuna divergenza con le scelte di Governo e Protezione civile. Ormai la popolazione è stata divisa, un modo per sedare le polemiche e il dissenso.
Gli sfollati nelle tende prima al freddo e poi al caldo, mentre le intercettazioni telefoniche che emergono a dieci mesi narrano di incontri per accaparrarsi gli appalti sottraendoli ad imprese abruzzesi che sono rimaste senza lavoro. La gara si svolge in pochi giorni, non importa il prezzo più vantaggioso… Ditte che fanno i ribassi minori vengono scartate. Quelli delle intercettazioni vincono (o gli viene confermato) l’appalto.

Ma l’appalto di cosa?

Il Presidente del consiglio quando parla de L’Aquila in televisione descrive una città ricostruita, dove tutti hanno un tetto. Il tetto di nuove costruzioni -nulla è stato riparato- costate 700milioni di euro di soldi pubblici. Non più una new town, ma 20 new town. In deroga a tutte le regole: espropri, terreni non edificabili, colata di cemento ovunque. L’Aquila è il più grande cantiere a cielo aperto, tutto fatto di fretta. Un’arma vincente per la campagna elettorale. Le abitazioni con danni leggeri ed i loro proprietari, non rilevanti ai fini elettorali, lasciati in balia degli eventi. Molto rilevante in termini economici. Gli sfollati con danni leggeri sono ancora al mare, costano 55 euro al giorno. Centinaia di milioni di euro dopo dieci mesi. Le casette di legno avevano un costo di 600/700 euro al mq, vivibili e confortevoli. Le case delle new town hanno un costo di 2.700 euro al mq.

Il 6 aprile non si è deciso come ricostruire una città distrutta, ma come speculare.

La casa eco-sostenibile?Esiste da più di mille anni.

Appare nel panorama come una sorta di U.F.O. appena atterrato. È semplice e funzionale, resistente e leggera, esteticamente gradevole ed accogliente. Ma non è l’ultima trovata dell’ingegneria abitativa: è la yurta o, come viene chiamata in lingua originale, “ger”.
La yurta è l’abitazione tradizionale delle popolazioni nomadi della Mongolia, considerata la sua patria, ma il suo utilizzo in diverse varianti interessa un territorio molto più esteso che va dalla Repubblica di Tuva all’Uzbekistan, dal Tajikistan alla regione del Turkestan. Questa dimora nomade si compone di materiali naturali, assemblati in un modo ingegnoso.

In primo luogo abbiamo il legno. Questo viene utilizzato in listelli che, intrecciati fra loro a formare un reticolato, costituiscono il perimetro circolare della tenda. Due travi al centro sorreggono in alto un cerchio, o “corona”, posto a circa 3 metri di altezza, da cui si dipartono, come la raggiera di un grande ombrello, aste lunghe e flessibili. L’intera struttura si regge quindi su questo scheletro leggero ed elastico, il cui diametro può variare dai quattro ai dieci metri. La costruzione si mantiene solida grazie al gioco di forze opposte creato dai diversi pesi e dalle distinte pressioni. Il vento non riesce a scardinarla, essendo la yurta flessibile nella struttura; solo in caso di fortissimi venti essa viene fissata al suolo. Il pavimento naturale è ricoperto da spessi tappeti di lana o feltro, che isolano dal gelido terreno invernale.

Ma il materiale caratteristico della yurta è il feltro, prodotto dai nomadi stessi e steso su tutta la superficie della tenda. Esso funge da protezione e soprattutto da perfetto isolante termico. Anche quando fuori la temperatura raggiunge i – 40°C, all’interno si mantiene un buon tepore, mentre d’estate l’aria calda sale attraverso il foro superiore, lasciando l’ambiente fresco.
Al centro della tenda si trova il fornello-stufa, i cui vapori fuoriescono dall’apertura in alto. Il carburante principale è di minimo impatto ambientale: sterco animale o rami secchi.

La yurta è per queste popolazioni più di una casa: è una rappresentazione simbolica dell’ordine dell’universo. Le cose sono disposte secondo un criterio scrupoloso, che unisce praticità e significato: a nord si trova l’altare, a sud la porta, a ovest il luogo degli ospiti e degli uomini, a est quello delle donne. C’è il luogo per gli anziani, per i bambini, per i malati. Anche i mobili, dipinti con colori vivaci, hanno la loro posizione predefinita, così come i letti. Non c’è spazio per il superfluo. Solo ciò che è essenziale deve essere conservato, perché il viaggio di spostamento sia leggero e privo di lacci sia materiali che mentali.

La yurta infatti è una dimora nomade e quindi non conosce la permanenza. Al momento opportuno, al cambiare della stagione, i suoi elementi vengono smontati rapidamente; tutto viene poi caricato su carri trainati da animali e trasferito nel nuovo territorio.
La yurta è una casa eco-sostenibile non solo perché rispetta l’ambiente, ma anche perché rispetta l’uomo. Avendo la possibilità di entrarvi, è molto facile venire colti da un pensiero improvviso: vivere in case di forma cubica è assolutamente innaturale!
In una casa circolare ci si sente subito accolti, come se si tornasse in un grande ventre materno. All’improvviso tutti i presenti, da estranei che erano, diventano quasi dei parenti. Ci si sente abbracciati, si prova un senso di unità. La yurta è uno spazio “umano”, e azzera le nostre sovrastrutture mentali per riportarci ad una condizione di naturale condivisione. Oltretutto è un luogo dove il “primordiale” e il “futuristico” sono così estremi da diventare una cosa sola.

Non so se sarà mai possibile per noi occidentali concepire un’abitazione come la yurta, ma quanto meno si può sperare di trovare in essa un’ispirazione, o ancora meglio il simbolo di un concetto dell’abitare. L’umanità presto si troverà di fronte ad una scelta. E allora può darsi che troverà nelle culture “circolari”, quelle che non hanno mai deviato da loro stesse, una fonte di apprendimento.
Che nel futuro ci sia per noi una re-interpretazione della yurta? Non si possono porre limiti all’immaginazione.

Piaccia o no, è davvero lo Special One

Personaggio controverso, vulcanico, eclettico, chiacchieratissimo, amatissimo ed odiatissimo, vincente e sbruffone, comunicatore e dilagante. Stiamo parlando ovviamente di Josè Mourinho, allenatore dell’Inter, che come pochi altri hanno saputo fare è riuscito a crearsi un proprio marchio diventando famosissimo. “Nel bene o nel male l’importante è che si parli di me“. Beh di lui si parla eccome. I giornali lo criticano ma è grazie a lui che possono utilizzare fiumi di parole, i tifosi avversari lo detestano ma se poi l’Inter perde la soddisfazione è doppia.

Ma chi è davvero Josè Mourinho?

Nato a Setubal il 26 gennaio 1963, Josè è figlio d’arte visto che il padre giocava come portiere nel Belenenses come portiere, squadra nella quale ha fatto la trafila delle giovanili. Quando il padre passò ad allenare ed andò al Rio Ave lui lo seguì senza però ottenere grandi successi. Mossa geniale però fu quella di capire che il suo futuro era a bordo campo a comandare le cose dalla panchina. Comincia con le giovanili del Vitoria Setubal, la squadra della sua città ed inizia ad ottenere risultati, così la Estrela Amadora gli offre un posto di assistente (Josè odia i ruoli da comprimario). Ma è l’incontro con Bobby Robson a cambiargli la vita. Sapendo le lingue (eh conoscere altri idiomi è importantissimo!)  diventa il suo interprete allo Sporting Lisbona è Bobby lo porta poi con sè come vice-allenatore al Porto dove vincono molto. Passano poi assieme al Barcellona, ed è un’altra sequela di successi, con Van Gaal che succede a Bobby Robson e decide di tenere Josè nello staff. Mourinho va anche in panchina nella partita di Coppa Catalunya che è il suo primo trofeo da allenatore ufficiale. Robson gli offre il posto di vice al Newcastle ma Josè vuole comandare lui e decide di andare al Benfica ad allenare da protagonista, non prima di diversi siparietti col presidente lusitano. Dura poco l’avventura, il suo carattere spigoloso urta con la dirigenza e Josè va all’Uniao Leira a far miracoli. Il Porto capisce che è il caso di puntare su di lui e la scelta si rivela azzeccata visto che piovono trofei. Coppa Uefa battendo in finale il Celtic ed eliminando la Lazio (nell’andata viene espulso perchè ruba la palla a Castroman che si affretta a battere una rimessa nei minuti di recupero scatenando l’ira laziale e nel ritorno manda oltre cento sms al suo assistente in panchina guidando le cose dalla tribuna dell’Olimpico!!) e dopo aver vinto il campionato trionfa anche in Champions League con un rotondo 3-0 al Monaco (memorabile la sua uscita dopo aver ricevuto la medaglia, scomparendo negli spogliatoi senza esultare). Arriva al Chelsea di Paperone Abramovich. Esordisce definendosi “Special One” e cominciano i suoi show. Era dai tempi di Brian Clough che in Inghilterra non c’era un allenatore-fenomeno mediatico come lui. Vince due campionati di fila (il primo con 95 punti ed una sola sconfitta) col Chelsea che non primeggiava da cinquant’anni, ma in Champions le cose proprio non vogliono andare per il verso giusto ed Abramovich è incontentabile. Dopo mille litigi con Ferguson e Wenger (alcuni spettacolari, bisogna dirlo) sono fatali quelli con Abramovich con Josè che lascia la squadra ad Avram Grant. Eccolo finalmente in Italia. Parla perfettamente la nostra lingua ed esordisce con “Non sono un pirla“. Grandioso. Vince anche all’Inter con una squadra rodata da Roberto Mancini ma in Champions….nisba. Coi giornalisti il rapporto come sempre è burrascoso (ve lo potrà dire Ramazzotti del Corriere dopo Atalanta-Inter) e coi tifosi avversari….lasciamo perdere. Litiga con Ranieri, con Mazzarri, con l’Ad del Catania Monaco, con la dirigenza juventina, con Galliani…vabbè l’elenco è chilometrico. L’ultima della serie…il gesto delle manette dopo le due espulsioni di Samuel e Cordoba (sacrosante) contro la Sampdoria e la frase “Solo in sei possono batterci”.

Personalmente io adoro il personaggio, ho letto quattro libri su Josè e pur essendo tutt’altro che un simpatizzante interista (ma proprio tutt’altro eh!) sono un fan di Mourinho.

Voi invece? Che ne pensate dello Special One? Dite la vostra nei commenti!

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Dov'è finita la musica? In tutti i luoghi, in tutti i laghi.

Ci eravamo ripromessi di evitare di seguire la scia di notizie che seguono inevitabilmente ogni anno quella baracconata tutta all’italiana che risponde al nome di “Festival di Sanremo”.

Eppure mi sembra doveroso scrivere qualcosina riguardo questa sessantesima edizione, se non altro dal punto di vista musicale. Musicale, sì, perché il sottotitolo di questo “evento” è “Festival della canzone italiana”. Beh, se questo è il meglio della canzone italiana, siamo messi veramente male.

Siamo nell’anno 2010, eppure da noi in Italia nessuno sembra essersene accorto. Non c’è una -dico una- canzone che abbia un che di innovativo, che sia qualcosa che ti fa vibrare i sensi. E’ possibile che la migliore canzone italiana (e giù risate) debba contenere nel testo una frase del tipo “dolce come il miele”? Nel 2010? Dolce come il miele? No ma ci rendiamo conto? Eppure il Festivàl (come lo chiamava Baudone) è stato seguito da milioni di italiani, ha fatto un boom di ascolti. E allora viene da chiedersi: ma gli italiani un briciolo di cervello ce l’hanno?

E non basta che l’orchestra si metta addirittura a protestare (una cosa mai vista, senza dubbio) per l’esclusione di alcuni (la povera Malika Ayane, che forse pensava di andare ad una manifestazione seria, ma gli hanno dato il contentino della Critica) a favore di altri, non basta che lo spettacolo nello spettacolo (tutto quello che esula dalle canzoni in gara) sia di una qualità bassa, infima, totalmente scadente (mi viene in mente la realizzazione della buzziClericiona in formato Avatar, fuori sync e scadente). Non basta. Gli italiani votano in massa, lo seguono in massa, si convincono che la Musica sia quella. E allora è normale che poi, come dicevo in un vecchio articolo, la speranza per una rinascita artistica -o quantomeno di una cultura musicale decente- di questo paese va a farsi benedire.

Cosa si salva di questo Sanremo? Niente. Niente, neanche il talento di Mengoni, che se fosse nato in un altra nazione del mondo a quest’ora non sarebbe costretto a cantare una canzonetta facile, che funziona oggi come funzionava venti anni fa. Tutto sprecato. Fa sicuramente piacere che la vittoria sia andata almeno ad un ragazzo, anche se qualche puzzetta sotto al naso la sentiamo (secondo anno che vince un amico di Maria). Voglio dire, almeno non ci siamo dovuti sorbire la vittoria di qualche vecchia cariatide che ancora non si decide ad andare nella pensione della musica, e ci propone brani che secondo me ormai sono composti con un programma per pc, tipo “Sanremo Song Creator”. Te imposti i parametri, e lui ti fa la solita, patetica, scaduta canzone “dolcecomeilmiele”.

Ma possibile che nessuno si renda conto che la musica in Italia non può essere sempre la stessa da sessant’anni? Quando riusciremo a vedere un direttore artistico veramente all’avanguardia -ma basta anche uno che sia situato nel presente attuale-, che ci proponga un po’ di musica come si deve. E non voglio certo fare il rockettaro a tutti i costi, perché anche la musica melodica o d’autore può essere fatta bene, assolutamente. E’ giusto che, essendo il festival della canzone italiana, si parli di tutta la musica italiana, quindi benvengano tutte le età e tutti i generi: ma che sia roba di qualità, non i soliti versi, le solite melodie, le solite note trite e ritrite che ci vengono proposte ogni anno, e che poi nessuno ricorda più. Ci sarà un motivo per cui in tanti a Sanremo manco ci vogliono mettere più piede, no? Ah, e poi una mia curiosità, ma Miguel Bosè da quando è una LEGGENDA ITALIANA? Leggenda di cosa? Boh.

L’importante alla fine è che una settimana nella città dei fiori riesca a distogliere tutti gli italiani dai problemi, che questo popolo di pecoroni senza spina dorsale rimanga ammaliato dalle piacevoli note di Toto Cutugno, che i loro cervelli si spengano ancora di più, sai mai che un po’ di arte e creatività possano in qualche modo stimolarlo.

Insomma, in finale c’è arrivato il principe(distaceppa) con Pupo e il tenore, per quel costume tutto italiano di far andare avanti chi fa pietà. Questo spiega tante, tante, tantissime cose.

Sanremo è lo specchio di un’ Italia retrograda, statica, vecchia e senza alcun tipo di cultura. Ne è la sua celebrazione e la sua immagine.

Mettiamoci l’anima in pace.

In tutti i luoghi, in tutti i laghi.

Maxwell vs Carnot – Motore a Scoppio o Elettrico?

Chi abita in una grande città sa che bene come l’attività della stessa dipenda dalle modalità di trasporto di cui usufruiscono i suoi cittadini. L’automobile è, per lo meno in Italia, il mezzo più usato dai privati, e di conseguenza il motore a combustione interna (tendenzialmente a benzina o diesel) è al tempo stesso fonte della vitalità della città, e responsabile di una parte significativa dell’inquinamento nell’aria che respiriamo. All’orizzonte inziano a comparire le prime auto elettriche, che dovrebbero garantire maggiori efficienze ed emissioni pari a zero. Ma è davvero tutto oro quel che luccica? Cerchiamo di scoprirlo….

IL MOTORE A COMBUSTIONE INTERNA

Il motore a combustione interna moderno venne dettagliato per la prima volta nel 1853 da padre Eugenio Barsanti e da Felice Matteucci. Da allora i progressi nel campo della meccanica di questa macchina sono stati enormi, ed effettivamente i moderni motori a scoppio sono dei piccoli capolavori di meccanica di precisione e ingegno, sebbene si tenda sempre a evidenziarne gli aspetti più sfavorevoli. Il motore che troviamo all’interno della nostra macchina rientra perfettamente nella categoria delle macchine termiche: sostanzialmente è un dispositivo che converte il calore in lavoro meccanico. Il principio che stà alla base del suo funzionamento è la legge dei gas perfetti, la ben nota PV = nRT. Questa legge stabilisce che, all’interno di un sistema termodinamico, il prodotto della pressione (P) per il volume dello stesso (V) è proporzionale alla temperatura (T). Di conseguenza, la variazione di uno di questi fattori influenzerà gli altri due, che tenderanno ad agiiustarsi di conseguenza. All’atto pratico, quando all’interno del pistone la miscela aria-carburante si incendia, assistiamo ad un aumento della temperatura. Questo porta ad un aumento della pressione (abbastanza intuibile, se immaginate il gas che esplode come un insieme di tante particelle che iniziano a sbattere più forte le une contro le altre), che provoca una spinta sulla testa del pistone, e quindi ad un aumento del volume del sistema. VoilaT, avete appena trasformato del calore (proveniente dalla rottura dei legami chimici del combustibile) in lavoro meccanico (il pistone che scende lungo la camera di scoppio). I residui dello scoppio vengono quindi espulsi per far spazio ad una nuova dose di miscela combustibile, pronti per riniziare il ciclo. A far da contorno al motore in sé ci sono tutta una serie di meccanismi il cui scopo quello di garantire la sincronia delle varie fasi del funzionamento, onde evitare ameni episodi come battiti in testa, ingolfamenti, esplosioni, eruzioni cutanee e pruriti vari causati da stress. Il movimento viene trasformato da alternativo dei pistoni in rotatorio del volano tramite l’albero a gomito, per poi essere trasferito alle ruote grazie alla trasmissione. A questo punto potete innestare la prima, percorrere i 50 metri che vi separano dal prossimo semaforo rosso, e fermarvi in coda aspettando il verde. Nel frattempo noterete la quantità di gas, polveri, vapori e schifezze varie che esce dai tubi di scarico di quelli che vi stanno davanti per finire diretti nei vostri polmoni. Avete presente quella puzza di benzina che sentite quando state fermi in mezzo al traffico? Bene, uno dei problemi legati all’efficienza bassa del motore a scoppio deriva dal fatto che la combustione del carburante non è mai completa, e di fatto ad ogni ciclo il motore butta via un po’ della benzina che gli iniettori inseriscono nella camera senza bruciarla. Un moderno motore a scoppio appena uscito da un buon rodaggio garantisce al massimo un’efficienza del 30 / 35 %, a fronte di un massimo teorico attorno al 65%. Il resto dell’energia va dispersa come calore, nell’usura delle parti, nella trasmissione del moto tra le varie componenti, nei giochi che per forza di cose sono presenti in quelle stesse parti, alla batteria etc. Quello che è importante notare è che per quanto bene possiate costruire una macchina termica, essa non avrà MAI un efficienza unitaria. Questo significa che con la natura, oltre a non poter vincere, non si può nemmeno pareggiare: il secondo principio della termodinamica stabilisce che per quanto bene voi possiate fare le cose, non potrete mai bilanciare l’energia che spendete con una quantità uguale di lavoro ricavato, e finirete sempre per rimetterci qualcosa.

Aggiungete che la teoria è sempre basata su considerazioni fatte a partire da situazioni ideali, in cui la vostra macchina non presenta attriti, è indeformabile, indistruttibile, e le trasformazioni termiche che fate sono perfette, e avrete ben chiaro dove va a finire quel 70% di energia che manca alle vostre ruote. E’ chiaro che il limite di efficienza massima reale si stà avvicinando sempre più, e che per migliorare le cose serve cambiare radicalmente i principi di funzionamenteo alla base del nostro motore. Il che ci porta direttamente a……

IL MOTORE ELETTRICO

Ricordo ancora con nostalgia i bei tempi delle mini 4WD, quei modellini giapponesi di automobiline futuristiche e improbabili dune buggy, in grado di raggiungere velocità pazzesche. Ricordo anche le giornate passate a “truccare” il motorino elettrico che le spingeva a velocità davvero notevoli per dei semplici giochini. Bastava un cacciavite per aprirne il fondo, una forbice per tagliare via buona parte degli avvolgimenti in rame del rotore, e un saldatore per riattaccare il tutto. All’epoca avevo 10 anni, e sebbene non comprendessi ancora come effettivamente funzionasse la cosa, la macchinina dopo il trattamento filava via che era un piacere….contro un muro. Il motore elettrico è un dispositivo talmente semplice che anche un bambino può mettervi mano. Certo le cose si complicano all’aumentare delle dimensioni, della potenza e dell’uso che se ne vuole fare, ma il concetto di base rimane valido. La meccanica di un dispositivo di questo tipo consiste in sole due componenti. Il rotore, che è la parte del motore che effettivamente ruota, è composto da un asse di rotazione a cui sono applicate due o più bobine di rame; lo statore è invece il guscio che racchiude il motore, e la sua parete interna ospita i due poli di un magnete, in maniera tale che il rotore risulti “affogato” all’interno di un campo magnetico. Un conduttore percorso da corrente infatti emette un campo magnetico, emesso dalle cariche in moto all’interno di esso. La direzione di questo campo magnetico, nel caso di una spira, risulta essere perpendicolare all’area della spira stessa, e tenderà ad allinearsi con un campo magnetico esterno (nel nostro motore, generato dai magneti dello statore). Non appena la spira risulterà allineata con il campo magnetico, basterà invertire il senso di percorrenza della corrente all’interno degli avvolgimenti, per invertire il campo magnetico da loro generato e far compiere un giro completo al rotore. A quel punto la corrente viene di nuovo invertita, e si ricomincia da capo. Nei motorini più semplici, la variazione dei poli del rotore si ottiene tramite due semplici semplici spazzole (positiva e negativa) che incidono su parte del rotore, suddivisa in sezioni, ognuna delle quali porta corrente ad una bobina. Non appena una delle bobine oltrepassa la spazzola positiva, diretta a quella negativa, viene sostituita da quella successiva e così via, fino a che non viene interrotto il contatto o finisce la carica delle batterie. In questa modo ciascuna bobina viene alimentata con la corretta polarità con la corretta fase (se ad esempio ci sono solo due bobine, l’inversione di corrente all’interno delle stesse avviene ogni 180° di rotazione del rotore, ogni 120° per tre bobine etc.) . I vantaggi del motore elettrico sul motore a scoppio sono molti, legati sia all’efficienza (90% circa per un buon motore), che alla versatilità e alla durevolezza. In un motore a combustione interna si sviluppano fortissime pressioni e altissime temperature, che causano parecchio stress meccanico alle componenti, determinandone l’usura. Il motore elettrico, sebbene si scaldi anch’esso per effetto Joule, non presenta al suo interno le stesse condizioni “estreme”, e l’usura meccanica è semplicemente dovuta all’attrito tra le componenti. Il motore elettrico è inoltre instrinsecamente più efficiente: non è una macchina termica, c’è conversione diretta tra energia elettrica e cinetica, non richiede grosse quantità di lubrificanti (altamente inquinanti), non emette alcuna scoria ed è molto più silenzioso. La benzina, come ben saprete, è altamente infiammabile, mentre le batterie non possono esplodere. Mentre in un motore a scoppio la coppia motrice massima (che fornisce una stima della spinta che il motore riesce a imprimere ) non è immediatamente disponibile, tant’è che quando si parte da fermi o con i giri del motore relativamente bassi, ci si rende immediatamente conto di quando il motore “entra” in coppia, dallo strappo che sembra tirare in accelerazione, con un motore elettrico la gestione di questo aspetto risulta essere molto più semplice, dato che un motore elettrico è potenzialmente sempre a regime ottimale: per aumentare la spinta basta aumentare la corrente di alimentazione, cosicchè il motore lavora a coppia e potenza costanti. Diversamente, i motori a combustione interna hanno una propria curva caratteristica, seguendo la quale i regimi di coppia e potenza massime si hanno in zone molto limitate della velocità di rotazione, in genere verso i 2/3 della velocità massima per la coppia e 4/5 per la potenza. A prova di ciò, una macchina elettrica da 200 cavalli di potenza (e dal consumo equivalente in benzina di 75 km/litro) è riuscita a battere in accelerazione una Lamborghini Gallardo da 520 cavalli (più un asino, generalmente al volante), e 6km/litro se siete molto fortunati. In una macchina elettrica si può sfruttare anche la frenata della stessa per recuperare parte dell’energia che altrimenti andrebbe dispersa in calore nei freni, similmente a quanto accade con il KERS in Formula 1, inserendo sull’asse di trasmissione un alternatore che entri in funzione non appena si prema il pedale del freno. Le prime auto elettriche erano pesantemente inficiate dalle scarissime prestazioni delle batterie, che perdevano rapidamente di efficienza e soprattutto garantivano autonomia al di sotto del centinaio di chilometri. Negli ultimi anni sono stati fatti passi da gigante per quanto riguarda la tecnologia inerente l’immagazzinamento dell’energia elettrica, soprattutto per effetto della grandissima diffusione di cui hanno iniziato a godere i dispositivi elettronici portatili, e sebbene le batterie siano ancora forse un po’ troppo pesanti, ingombranti e composte da sostanze potenzialmente molto inquinanti, la loro capacità di immagazinamento e la vita utile hanno fatto enormi passi in questi anni.

Per quanto riguarda l’impatto ambientale, non so voi ma io comunque preferisco avere un capannone con dentro 500 tonnellate di batterie scadute piuttosto che qualche milione di tonnellate di CO2, monossidi e polveri sottile varie nell’aria. Infine, anche se magari non risolverà il problema dell’intasamento urbano, un auto elettrica ferma ad un semaforo non inquina, per cui non è detto che ci muoveremo necessariamente più in fretta in città, ma per lo meno respireremo aria più pura.

Cronache semiserie di un sistemista disperato – Capitolo n°2 : L'incubo delle password

[stextbox id=”custom” big=”true”]Ritornano su Camminando Scalzi.it le ironiche (ma vere) avventure del Sistemista Disperato! Per rileggere il primo capitolo della saga basta cliccare qui! Buona lettura e buon divertimento![/stextbox]

Assorto nei suoi pensieri, un’espressione serena sul volto. E’ venerdì, sono ormai le 18, ancora mezz’ora e il nostro Sistemista potrà finalmente assaporare la tanto agognata libertà. Tutti i casini settimanali sono alle spalle, il server dati fa di nuovo il backup, quello antispam ha ripreso a funzionare (niente scorte di viagra per il weekend dei nostri poveri utonti), nessun pc ha fatto le bizze nelle ultime ore. La mente vaga, comincia già ad assaporare una bella serata con gli amici, la pizza, il poker fino a tarda notte, la sveglia spenta il giorno dopo, tanto il sabato non si lavora. Ma a risvegliarlo da questo beato torpore ci pensa lo squillare del telefono. Un brivido gli corre lungo la schiena: in tanti anni di battaglie, i suoi sensi sono ormai talmente affinati da riconoscere il suono della richiesta di aiuto di un Utonto in mezzo a mille altri. Rassegnato, mentre alza la cornetta per rispondere vede chiaramente svanire davanti ai suoi occhi ogni sogno di tranquillità.

“Pronto?” esordisce con malcelato fastidio. “Sono l’Ing. Sottuttoio, il portatile non mi accetta più la password, può darmi una mano?” chiede una voce supplicante dall’altro lato della cornetta. “Certo, passi pure da me, posso resettargliela in pochi secondi.” risponde il nostro sistemista, ripresosi all’istante: per fortuna niente di grave, la sua serata è salva. “Ok, ora sono all’aeroporto, arriverò in azienda entro un’ora, grazie mille, a tra poco.” dichiara con voce ferma l’ingegnere, approfittando della sorpresa per attaccare all’istante. “Aspetti, sto per andar…” prova a replicare il nostro povero sistemista, senza successo: il pur scarso principio di felicità provato pochi minuti prima ha irrimediabilmente appannato i suoi riflessi.

Ormai rassegnato, con in cuor suo la speranza che il tutto riesca comunque a concludersi in tempo per non rinunciare alla propria serata, si avvia alla macchinetta del caffè, pronto ad ingurgitare una quantità di caffeina tale da consentirgli di accelerare il tempo percepito di attesa. “Ehi, cosa ci fai ancora qui, non dovresti andar via?” gli domanda uno dei colleghi del turno di notte, guadagnandosi la peggiore occhiata che il nostro sistemista sia in grado di lanciare dopo 5 giorni di duro lavoro. “Aspetto l’Ing. Sottuttoio, ha dimenticato la password del portatile.” “Beh, lo capisco, con tutte quelle parole d’ordine, come si fa a non dimenticarne qualcuna? Possibile che nel 2010 ancora non si utilizzino altri sistemi? Che so, le impronte digitali per esempio.” pontifica, ignorando lo sguardo carico di odio profondo. “Certo, e se poi qualcuno ti taglia il dito e lo usa per rubare tutti i tuoi dati? Molto meglio il riconoscimento dell’iride, è la nuova frontiera della protezione dati.” replica un altro collega, guadagnandosi uno sguardo a metà tra il divertito e il disgustato. “E se qualcuno ti cava gli occhi come la metti?” si oppone il terzo arrivato. “Sarebbe una buona idea.” risponde tra sé e sé il Sistemista, mentre si allontana sognando di utilizzare la stecchetta del caffè sui loro bulbi oculari.

Dopo una lunga attesa ed innumerevoli improperi lanciati contro il Dio dei sistemisti, l’Ing. Sottuttoio finalmente arriva. “Ecco il portatile, faccia in fretta che ho un lavoro da finire.” incalza con voce autoritaria. Trattenendosi a stento dal testare su di lui le appena conosciute nuove frontiere della protezione dati, rigirando tra le dita la stecchetta del caffè appuntita per l’occasione, il Sistemista porta a termine il suo compito. “Ecco, tutto a posto, adesso deve sceglierne una nuova.” “Vediamo un po’, il nome del mio cane no, quello di mia madre nemmeno… Potrei utilizzare il nome di mia moglie con la sua data di nascita.” “Si, mi sembra davvero un’ottima idea!” annuncia entusiasta il Sistemista, rinunciando a far notare la stupidità di una tale password pur di andar via il più in fretta possibile. “Ehi, perché non l’accetta?” Dopo aver letto la scritta sullo schermo, un dubbio attanaglia il nostro povero protagonista. “L’ha già utilizzata in passato, deve sceglierne un’altra.” “Ecco, ora ricordo, era questa la parola d’ordine che avevo dimenticato! Mi dispiace di averle fatto perdere tempo!”

Un dolore lancinante percorre il braccio del Sistemista: evidentemente la stecchetta attorno alla quale la mano si stringe rabbiosa è davvero troppo appuntita. Noncurante della sofferenza, con un fintissimo sorriso a 32 denti stampato in faccia, esclama: “Perfetto, meglio così, ora vado allora!” “Ok, la ringrazio ancora, passi una buona serata.” Fretta. Il cappotto afferrato al volo, si lancia a folle velocità lungo il corridoio. L’uscita è a pochi metri, la meta tanto agognata vicina. “Aspetti!! Qui non funziona niente!!!” Un grido lo blocca a mezz’aria, mentre salta gli ultimi gradini che lo separano dalla libertà. La caviglia dolorante, torna indietro disilluso, dando l’ultimo addio alla propria serata perfetta. “Non trovo più il file!!! Mi serve, devo fare la presentazione lunedì mattina!!!” Sarà una lunga nottata.

Dolore. Apre a fatica gli occhi, la coscienza torna lentamente. E’ caduto dalla sedia. La mano indolenzita nel tentativo maldestro di ripararsi, una fitta alla caviglia urtata contro la scrivania. Alza gli occhi alla parete: l’orologio segna le 18:30. Si era addormentato aspettando l’ultima mezz’ora. E’ stato solo un sogno? Non gli sembra vero. Il dolore lo rende quasi felice nel riportarlo alla realtà. La sua serata perfetta è ancora salva. Prende di corsa il giubbotto, si avvia alla porta della stanza. Ma il telefono squilla. L’incubo del Sistemista non finisce mai.

[stextbox id=”custom” caption=”Web-comics”]Come per il primo capitolo de “Il sistemista disperato” non può mancare la vignetta di Gabville (autore del fumetto Supporto Buongiorno) disegnata in esclusiva per Camminando Scalzi.it !!![/stextbox]

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Meridiano Zero – Progettati per adattarsi.

Fisiologicamente progettati, costruiti ed aggiornati per ricercare l’omeostasi, l’equilibrio.
La nostra evoluzione (fisica, morale, culturale) così come l’evoluzione dell’intero regno animale e vegetale ci dicono che siamo fatti per adattarci; non è quindi il più forte a vincere, ma il più adatto, quello che meglio si piega alle nuove condizioni imposte. Lo dice Darwin eh, non io, e se avete più di 15 anni, o se ne avete 4 ma siete uno di quei fottutissimi geni che finiscono a studio aperto perché già laureati, lo sapete benissimo.
Che poi come fai a completare 13 anni di scuole (elementari, medie, liceo) e iscriverti all’università a 4 anni? Esiste un modulo da compilare? Che ne so, vai in segreteria e compili il modulo 44c e salti subito alla maturità, che supererai con una tesina sui puffi, e poi a 4 anni ti iscrivi all’università (lettere, per dire) avvantaggiandoti di ben 15 anni sul futuro, ovvero quello del mantenuto fuoricorso? Così, per sapere.
Comunque.
Questo concetto ci ha accompagnato nel corso dei millenni. Geneticamente preparati per adattarci, per trovare il punto di equilibrio nel più breve tempo possibile: fa freddo? Ci scaldiamo. Fame? Mangiamo. E questo, con l’avvento della tecnologia, con le sue scale mobili, gli ascensori, i Mac Book e i McDonald e i temperamatite, ha finito con il farci addormentare. Ormai, lo sforzo che ci procura il riflettere su ciò che ci circonda, automaticamente ci porta a pensare alle veline, ai quiz a premi, alle televendite, a Sanremo, scambiando per satira quella che ci offre Striscia la Notizia (che negli over 60, tra l’altro, ha preso il posto del giustiziere della notte: mai sentito dire “per fortuna che ci son loro signoramia che i carabinieri son buoni solo per rubare lo stipendio le mezze stagioni non ci sono più e qui una volta erano tutti campi“?) piuttosto che impegnarsi a seguire un discorso di senso compiuto.
Ci adattiamo. Alla fine mica rubavano i partiti eh. Non tiriamo in ballo tangentopoli che non c’entra assolutamente nulla. Lì rubavano i partiti, qui rubano i membri dei partiti, di un sacco di partiti, che è ben diverso, carimiei.
Alla fine, se il capo della Protezione Civile si bombava le brasiliane pagate da un imprenditore edile in un centro benessere del suddetto imprenditore edile, imprenditore edile che poi aveva interessi insieme al cognato del capo della Protezione Civile nella costruzione del megavillaggio della Maddalena, oh, pazienza; era comunque un bravo lavoratore. Magari poco onesto, ecco, però lavorava bene e non è giusto rimuoverlo dal posto di comando che occupa solo perché si bombava le brasiliane pagate da imprenditori edili con ovvi interessi nel campo dei megavillaggi da G8 e non è giusto che si dimetta, perché vai a capire perché. In altri stati, in altri mondi, ti fanno dimettere se non confessi un pompino da una stagista, per dire. Sarà che la stagista non è brasiliana? Boh.
Alla fine, se la Chiesa irlandese decide di collaborare per far luce sui crimini commessi dai preti pedofili in quasi trent’anni, è visto come progresso, come apertura. Che dobbiamo fare? Applaudiamo! Stracciato il velo di omertà! Abbasso la connivenza! Finalmente i preti che nel ’75 hanno commesso atti sessuali su bambini verranno processati! Proprio così! Quei preti che magari avevano 60 anni e ora ne hanno 90 e se sono ancora vivi vai a capire dove sono finiti saranno processati!
Progettati per adattarsi alle inculate.