La "grande occasione" sudafricana dei Mondiali di calcio

“Era il 15 maggio 2004 quando la Fédération Internationale de Football Association (FIFA) annunciò l’assegnazione dell’organizzazione dei mondiali 2010 al Sudafrica”, scrive il ricercatore Antonio Pezzano dell’Università Orientale di Napoli sul numero di aprile della rivista Babel: il trimestrale della Ong fiorentina COSPE.

Era appena stata annunciata la “grande occasione” dell’intero continente africano e della sua estrema punta sud… Già Nelson Mandela aveva parlato di “nazionalismo sportivo”, considerando lo sport come un possibile collante per stimolare l’unità del Sudafrica. Lo stesso principio che guidò i Mondiali di Rugby del 1995, che hanno peraltro ispirato la recente pellicola cinematografica di Clint Eastwood: “Invictus”. Successivamente lo stesso Thabo Mbeki vide nei Mondiali un’occasione storica per mostrare al mondo intero il nuovo volto del Sudafrica democratico, sfruttandone l’impatto sull’economia e lo sviluppo del Paese. “Ma l’idea che una grande manifestazione come la Coppa del Mondo possa contribuire al rilancio della crescita economica – sostiene Pezzano – è sminuita dal ruolo che, in un’economia globale, hanno i grandi potentati internazionali nel gestire il business dei grandi eventi sportivi che, seppure si svolgono ormai su diversi palcoscenici internazionali, lasciano ben poco spazio ai profitti locali”.

Pubblicità, diritti televisivi e licenze per la vendita dei prodotti del Mondiale sono infatti direttamente gestiti dalla FIFA, e i più grossi appalti legati alla realizzazione delle opere sono stati assegnati a ristrettissime élite. I 500 mila posti di lavoro creati dalla preparazione dell’evento spariranno non appena la squadra finalista alzerà la Coppa del Mondo in segno di vittoria. Due terzi dei 3,2 miliardi di Euro dati dal governo come contributo ai preparativi del mondiale sono stati spesi per gli stadi e le infrastrutture, che in molti casi rimarranno cattedrali nel deserto. Una cifra simile è stata destinata alle infrastrutture di trasporto, ma poche avranno realmente un’utilità quando la manifestazione sarà conclusa. Il resto del budget è andato soprattutto per la sicurezza (più di 200 milioni di Euro), per rendere più efficaci le misure di controllo dell’immigrazione (circa 60 milioni di Euro) e per televisioni e telecomunicazioni (circa 30 milioni di Euro). Poco più di 20 milioni di Euro sono poi andati alle infrastrutture sportive in comunità svantaggiate e altrettanti a comunicazione, cultura, arte.

Spese sostenute da un Paese in cui un terzo della popolazione vive ancora sotto la soglia della povertà e oltre il 10% dell’intera popolazione è affetta da HIV/AIDS, con circa due milioni di orfani causati dalla malattia. Uno Stato in cui il tasso di disoccupazione “allargata” è intorno al 40% e in cui un terzo della popolazione è occupata in attività informali, come il commercio ambulante di cibo e bevande, gadget per tifosi e souvenir per turisti, che saranno peraltro vietate durante il periodo dei Mondiali nelle vicinanze degli stadi, a vantaggio delle aziende autorizzate dalla FIFA e dal Comitato organizzatore, come la McDonald’s. In una nazione che, assieme al Brasile, si classifica come uno dei Paesi con maggiore diseguaglianza sociale, dove il 10% delle famiglie più ricche ricevono ben più della metà del reddito disponibile.

“Forse l’immagine più viva di questo Sudafrica – prosegue Antonio Pezzano – sono proprio le masse di poveri che entrano in rotta di collisione con i preparativi del mondiale. Quei poveri che vivono negli insediamenti informali o popolano le strade dei centri urbani, nel tentativo di sbarcare il lunario, che in vista dei Mondiali sono stati deportati a decine di chilometri di distanza dai luoghi che ospiteranno lo spettacolo della Coppa del Mondo, in periferie povere e segnate dalla criminalità e dall’assenza di servizi sociali. Un’immagine che riporta alla mente gli anni più bui del regime dell’apartheid in cui si “ripulivano” le zone centrali riservate ai bianchi deportando forzatamente i residenti di interi quartieri in periferie isolate e prive di servizi”.

Una grande occasione, quindi. Resta solo da stabilire per chi…

Il lodo (Alfano) che esce dalla porta e rientra dalla finestra

La legge è uguale per tutti? Una domanda banale, per la quale ci si aspetterebbe una risposta ancora più banale. Invece, sembra essere diventata la questione filosofica più complicata in assoluto (almeno in Italia).

La questione non è più banale da quando Berlusconi è salito al governo. Evidentemente lui è più uguale degli altri.

Ecco la  notizia di oggi: il Pdl ha messo a punto un nuovo disegno di legge – in sostituzione del Lodo Alfano – costituito da tre articoli, che prevede uno scudo giudiziario per il Presidente della Repubblica, per il Presidente del Consiglio e per i ministri. Rispetto al Lodo, sono stati esclusi dallo scudo le figure del presidente della Camera e quello del Senato per rispondere all’obiezione della Corte Costituzionale secondo la quale, a quel punto, lo scudo sarebbe dovuto essere esteso anche ai parlamentari.

Il gioiellino è stato firmato da Maurizio Gasparri e dal (presidente) vicario dei senatori Gaetano Quagliarello.

L’ennesimo tentativo di leggina ad personam, perlomeno, non tenta di nascondere – a partire dal nome – lo scopo per cui nasce. “Scudo”: appena penso a questa parola mi vengono in menteLo scudo e il Cavaliere immagini di combattenti, validi eroi che si difendono dagli attacchi nemici, da draghi; gentiluomini che mettono a rischio la propria vita per il bene dell’umanità. E cos’altro è il nostro caro presidente del Consiglio, se non un valoroso Cavaliere combattente, costretto a difendersi dagli attacchi di chi gli vuole male?

Il ddl in questione prevederebbe che il procedimento giudiziario possa andare avanti, obbligando invece il Magistrato a informare la camera di competenza (Camera o Senato) e chiedere a questa l’autorizzazione a procedere, che può essere negata entro 90 giorni dall’avvio delle indagini. Detto in parole povere: mettiamo che io sia indagata per un’ipotesi di reato. Il procedimento nei miei confronti comincia, si raccolgono prove e si fanno le indagini del caso. Il Magistrato che si occupa del mio caso, intanto, avverte mia madre e le chiede gentilmente se può continuare ad indagare. Ovviamente mia madre, che mi vuole bene, se vede davanti a sé porsi la possibilità di fare in modo che io non abbia fastidi di alcun genere cerca di evitarmeli, quindi risponde al Magistrato: “la ringrazio tanto per la sua proposta, ma preferisco che mia figlia non venga indagata”. Allora, il Magistrato non può far altro che ringraziare e allontanarsi con la coda fra le gambe, aspettando che io abbia voglia di farmi processare.

È assolutamente assurdo. Non vedo come – a meno che non siano malate – delle menti riescano a pensare a qualcosa del genere. Ovviamente si parla solo di sospensione del processo fino al termine del mandato, non di annullamento, ma ponendo ad esempio il caso remoto che Berlusconi continui a governare fino al termine del suo mandato e che, per assurdo, venga poi eletto Presidente della Repubblica… Beh, fate voi i conti.

Le informazioni al riguardo sono ancora poche, ho appreso la notizia dall’ANSA. Ma l’esperienza mi dice che  le cose possono solo essere peggiori di quello che sembrano all’inizio, sicuramente non saranno migliori.

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La Pirateria e il valore della Conoscenza

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna a scrivere per Camminando Scalzi  Giuseppe Pirò, ventottenne laureato in Ingegneria delle Telecomunicazione già autore di un interessante articolo riguardante la tecnologia. Giuseppe (qui il link al suo profilo twitter) è autore della pagina facebook Prospettive Telematiche nella quale condivide le news tecnologiche provenienti dal web. Buona lettura![/stextbox]

Non si parlerà qui ancora una volta della necessità di trovare il miracoloso compromesso tra Web e Copyright. Non spenderemo ulteriori parole per evidenziare il fatto che siamo di fronte alla singolarità del diritto d’autore, cioè il momento storico in cui si abbandonerà il vecchio modello di protezione dei contenuti per passare ad un nuovo concetto che abbia senso nel mondo di Internet. Questo cambiamento, che sta faticando ad arrivare ma che in moltissimi attendono, rappresenterà la trasformazione della regolamentazione e dello sfruttamento delle opere protette in una direzione per cui i produttori, i distributori e gli utilizzatori dei contenuti sul web nutriranno un mercato economico, senza però essere intrappolati nella vecchia concezione fondata sull’impedimento della duplicazione e della condivisione delle opere. Tale concezione infatti è un modello che necessariamente perde di significato quando l’opera è costituita da bit e risiede in rete, cioè nel luogo dell’immaterialità per eccellenza, dove l’informazione non è altro che una serie di numeri, ricopiati continuamente alla velocità della luce in supporti come hard disk e schede di memoria ram sparsi spesso in tutto il mondo, al punto che non è né facile né realmente significativo individuarne l’esatta posizione per vietarne la duplicazione.

Nondimeno, questo articolo non vuole promuovere la cultura dell’illegalità: né quando è intesa come l’atto di appropriarsi dei prodotti della genuina creatività degli autori senza pagare, né tantomeno quando è intesa come l’atto di superare i biechi monopoli dei contenuti attuati dai loro distributori. Cercheremo qui invece di valutare unicamente gli innegabili vantaggi culturali che l’attività di scaricare illegalmente dalla rete, nel bene o nel male, procura.

Da sempre, nella storia dei contenuti duplicabili, si è osservato il fenomeno per il quale il livellamento economico per il loro accesso dovuto alla pirateria ha permesso, sia a chi non disponeva della capacità finanziaria per l’acquisto, sia ai giovani che volevano estendere la sperimentazione di argomenti del tutto nuovi (per esempio alcuni nascenti generi musicali), di poter ottenere tali contenuti senza grossi investimenti; è similmente palese che la maggior parte delle persone non acquisterebbe indefinitamente prodotti di cui non abbia certezza di ricavarne soddisfazione. Ciò ha provocato un evidente arricchimento del patrimonio di conoscenze individuali, per non parlare del fatto che ha altresì sancito spesso l’effettivo apprezzamento del prodotto, il quale, spogliato del valore economico del supporto fisico, esigeva valore contenutistico per poter rimanere in vita e non essere ignorato.

Oggi però, con l’avvento di Internet, il fenomeno si è evoluto dando vita a uno scenario che non può più essere classificato con il vecchio nome. È sufficiente ripercorrere ad esempio la storia dei maggiori supporti musicali per rendersene conto: il vinile ha permesso per la prima volta l’ascolto domestico della musica, la musicassetta ne ha permesso la duplicazione privata, il cd ne ha permesso la copia indistinguibile dall’originale, l’mp3 ne ha permesso la distribuzione planetaria a tempo e costo zero. Oggi gli impatti sociali della pirateria sembrano aver toccato quindi aspetti più profondi della semplice duplicazione. Ora si parla di condivisione. L’informazione digitale ha prodotto il totale annullamento dei costi di distribuzione ed è quindi paragonabile ad uno scambio di battute tra amici: non costa ripeterle e tutti le vogliono sentire.

Ma ciò non significa esclusivamente svago, è anche conoscenza. Distogliamo un attimo lo sguardo dal contesto musicale e pensiamo a tutto ciò che attualmente è informazione. È qui che sorge davvero la questione: qual è per noi il valore di usufruire gratuitamente delle informazioni? La risposta è che, come uomini, viviamo di informazioni; non ci accontentiamo mai di quelle che abbiamo. Se non hanno costo infatti, siamo generalmente portati a volerne di più, perché sappiamo che più ne abbiamo e più siamo coscienti, istruiti e in grado di difenderci.

Il divario formativo tra generazioni, in termini di capacità di accedere all’informazione, è evidente. E forse mai nella storia dell’uomo lo è stato tanto quanto per quelle generazioni a cavallo della diffusione del personal computer.

Oggi, i giovani che hanno un accesso estremamente economico ai contenuti della rete hanno un vantaggio culturale innegabile sugli altri. Se economico infatti vuol dire accaparrarsi tanto, gratis vuol dire accaparrarsi tutto. Ebbene, la pirateria vuol dire accaparrarsi tutto.

Usiamo la parola “pirateria” nonostante storicamente sia stata utilizzata per la sua connotazione negativa. Non diamo qui giudizi di valore sulla sua legittimità. Consideriamo soltanto che chi scarica tutta l’informazione che vuole è favorito. Paradossalmente anche chi fa una rapina è favorito poi dall’avere una grossa somma di denaro, ma nel caso della pirateria stiamo parlando di conoscenza, che viene scaricata, utilizzata e ridistribuita. Ci si potrebbe scandalizzare del fatto che tali considerazioni implichino la violazione della legge. Lecito.

Certamente ci si potrebbe scandalizzare, se non fosse però che gran parte del tessuto sociale italiano (limitiamoci a parlare del nostro paese, ma credo che valga per tutti) ha competenze che derivano in parte dall’aver non pagato qualcosa. Facciamo degli esempi.

Le ultime generazioni di ingegneri, architetti, medici, designer, giornalisti, ecc. hanno contribuito certamente alla loro formazione specialistica universitaria con lo scambio illegale di informazioni non liberamente distribuibili. In primis con l’utilizzo di software non originale. Gran parte degli attuali laureati ha raggiunto le proprie competenze professionali violando la legge. E le università hanno beneficiato largamente di queste competenze acquisite fuori dai percorsi formativi accademici; molti dei corsi infatti prevedono che gli studenti possiedano già certune nozioni informatiche; la possibilità per gli allievi poi, di imparare sul proprio pc di casa ad utilizzare i costosissimi software dei corsi accademici, ha permesso alle università di risparmiare sulle licenze software, ridurre le postazioni pc dei laboratori e probabilmente molte ore di lezione teorica aggiuntive. Oppure pensate che questi esclusivi software siano sempre forniti agli studenti dalle università?

Prendiamo la società in generale, non solo gli studenti; pensiamo a Microsoft Windows, il sistema operativo che ha spiegato al mondo intero come si utilizza un PC; oppure Microsoft Office, che ha insegnato a generazioni intere a scrivere e impaginare un testo. Questi sono i software a pagamento più piratati della storia, dato il prezzo elevato. Ma quanto è stato utile piratarli? Quanta gente si è informatizzata grazie alla copia che gli veniva passata sottobanco? Mai nessun corso di Informatica avrebbe insegnato a milioni di persone ciò che ha permesso la pirateria. E quali sono le opportunità che ha generato? Pensiamo altresì a Photoshop, il più famoso programma di grafica di sempre. È così famoso proprio perché tanta gente ne ha potuto provare le ottime qualità senza spendere le svariate centinaia di euro della licenza. Quanti creativi designer ha prodotto la pirateria di Photoshop? Quanti talenti del marketing e della web-grafica sono emersi dopo aver provato da ragazzini una copia illegale del programma?

Si può obiettare che le alternative gratuite esistono e sono sempre esistite (un esempio è Linux), spesso qualitativamente superiori. Questo è vero, ma solo per il software. Se si parla però di prodotti per l’intrattenimento non è così. Per questi prodotti unici nel loro genere, la pirateria non offre soltanto l’enorme opportunità di avere l’intera discografia e filmografia mondiali, ma spesso anche l’unico modo per poter usufruire di determinati contenuti. A questo proposito l’esempio delle serie televisive americane è lampante. La maggior parte di queste straordinarie produzioni viene trasmessa al di fuori degli Stati Uniti anche uno o due anni dopo la prima uscita; ciò principalmente a causa degli accordi commerciali tra le emittenti televisive che vogliono evidentemente impacchettarle in format adatti alla Tv. In Italia giungono quindi solo dopo molto tempo e non in lingua originale. Lo scambio degli episodi di queste serie tramite filesharing supera tali limitazioni. Ma non si banalizzi questa azione: tali produzioni si portano dietro un largo interesse nel dibattito e nutre vastissimi gruppi di appassionati da tutto il mondo che si ritrovano sul web per accompagnarne l’uscita degli episodi. La web-community è un fattore importante di dialogo e condivisione di idee, e travalica l’appartenenza a uno stato, a un credo religioso o a una comunità linguistica. Lasciare indietro l’Italia nella fruizione di queste produzioni significa di fatto escludere tanti italiani dalla vita di community in rete, quest’ultima imperniata per sua natura sulla contemporaneità dei fatti.

Abbiamo visto il passato, il presente e ora gettiamo uno sguardo al futuro, perché il prossimo protagonista della condivisione illegale a livello globale è forse il caso più emblematico del rapporto tra pirateria e conoscenza: l’eBook. Il libro in formato digitale inevitabilmente sarà presto tra i contenuti più piratati; la sua introduzione nasce dalle spinte dell’editoria in cerca di nuove frontiere e dello sviluppo dei dispositivi elettronici per la lettura confortevole dei testi, come gli ebook-reader e i tablet. I due ostacoli principali che finora hanno limitato la copia dei libri, cioè l’uso degradante della fotocopiatrice e l’affaticante lettura a monitor, sono stati superati. Il formato condiviso per i libri digitali ePub probabilmente risalterà a breve agli onori della cronaca, proprio come quando il suo cugino mp3 iniziò a sdoganare la musica in rete. Pensiamo alle opportunità, la possibilità di avere milioni di testi in tasca, nei quali è possibile trovare le informazioni in pochi secondi.

Ci si deve chiedere allora che occasioni di conoscenza, di collegamenti mentali, di innovazioni concettuali e di dialogo traggano origine dall’utilizzo di materiale protetto. Quanto vale per noi tutto questo? È davvero vantaggioso combattere ciò che svincola la conoscenza dalle briglie economiche? O meglio: è vantaggioso demandare la lotta alla pirateria solo a chi detiene degli interessi e omette l’aspetto culturale del fenomeno? I produttori di contenuti che non hanno ancora strutturato un nuovo modello di business tenendo conto di Internet, ostacoleranno rigidamente la pratica della copia illegale. Manterranno questa posizione di intransigenza e di denigrazione perché gli permetterà di mantenere, finché possono, introiti economici. Per il momento, finché non si scopre l’agognata soluzione al problema, sarebbe conveniente che lo Stato intervenisse per difendere l’accesso dei propri cittadini ai contenuti, estendendo l’opportunità a tutti di usufruirne e potersi potenziare, permettendo all’Italia di essere culturalmente concorrenziale nei confronti delle altre nazioni. La pirateria è un meccanismo che regge la competitività del paese, anche se non lo si ammette. La soluzione tampone per questo periodo di transizione allora, rischia di rimanere davvero quella di lasciare le cose così come sono, cioè consentendo sottobanco la fruizione dei contenuti a molti lasciando che paghino in pochi. Non è bella, ma si è rivelata per adesso l’unico modo per non creare una frattura insanabile nella società di Internet, esito verosimile se dovessero passare proposte di legge anti-copia come quelle che ogni tanto vengono fuori indebitamente dalla bocca di qualche politico non avvezzo a comprendere il cambiamento storico in atto. Se saranno imposte forti limitazioni al download illegale, potrebbe realizzarsi un digital divide temporale tra le attuali generazioni e quelle future. Ci si deve augurare che sempre più materiale sia disponibile in rete e che sempre più persone possano usufruirne. La possibilità dell’uso personale di contenuti protetti andrebbe preservata, perché ha valore sociale. È un investimento nel progresso digitale della nazione, che in Italia tende tristemente a mancare.

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Col cervello nei piedi

Ha fatto molto scalpore in settimana il comportamento di “SuperMario” Balotelli, che alla fine di una grande impresa, ovvero aver battuto la squadra più forte del mondo in una semifinale di andata di Champions League, insulta i propri tifosi ed addirittura getta a terra la maglia con disprezzo. Rischia il linciaggio, lui rincara la dose, poi arrivano le scuse…non digerite dagli ultras che con un chiaro comunicato lo accantonano definitivamente, tanto che Moratti deve portarlo via dal ritiro prima del match con l’Atalanta per salvare la situazione divenuta insostenibile. Ora che dietro ci possa essere una manovra del furbo e viscido Mino Raiola, lo stesso procuratore di Ibrahimovic, ci può anche stare. Ma è innegabile che Balotelli abbia un carattere difficile, ed è solo l’ultimo di una lunga lista. Eh già, perchè prima di lui altri hanno fatto piazzate straordinarie in campo. Di teste calde che hanno giocato in Italia se ne contano a bizzeffe, da Gascoigne al “Burro” Ortega, e senza scomodare gli dei del calcio come il meraviglioso George Best (perfino Ferguson ha dichiarato in una intervista “Io non avrei mai saputo gestirlo”) vorrei ricordare giusto qualche episodio di qualche giocatore rimasto credo nella memoria di tutti.

Partiamo dal “principe” dei gesti inconsulti: Eric Cantona. Ad inizio carriera nel 1989 giocava nel Marsiglia ed in una amichevole (!!) contro la Torpedo Mosca reagisce gettando la maglia sul campo, venendo squalificato poi per un mese per aver insultato in diretta tv il tecnico della nazionale. Nel 1991 nel Nimes scaglia il pallone addosso all’arbitro…altro mese fuori. Il rapporto coi giornalisti non è idilliaco, anzi, alcune volte li definì “fottuti idioti”, ma tocca il suo apice quando reagisce agli insulti di un tifoso del Crystal Palace scagliandovisi contro con un calcio da kung-fu!

Ma vediamone un altro: Antonio Cassano. Inizio carriera sfavillante, con un meraviglioso gol all’Inter ed il passaggio dal Bari alla Roma. In un Roma-Juventus terminato 4-0 promise a Fabio Capello (che sedeva sulla panchina giallorossa) di rompere la bandierina in caso di gol e mantenne la promessa. Nella finale di Coppa Italia contro il Milan viene espulso dall’arbitro Rosetti e uscendo dal campo fa il gesto delle corna e lo apostrofa “cornuto”. Passa al Real Madrid dove diventa “El gordito” (Il ciocciottello) ed alla presentazione si presenta con un giubbotto da tamarro spettacolare. Torna in Italia alla Samp e si rende protagonista di due episodi. In un Sampdoria-Fiorentina finita 2-2 viene ammonito ed essendo in diffida si ricorda di dover saltare la sfida con la Roma, sua ex squadra… ed inizia a piangere, togliendosi la maglia e gesticolando. L’anno successivo in un Samp-Torino, altro 2-2, dopo aver segnato il gol del pari viene espulso per proteste, lancia la maglia addosso all’arbitro Pierpaoli e gli dice “Ti aspetto fuori”. Insomma tanti “colpi di testa” che prendono il nome di “cassanate”.

Chiudiamo con un giocatore meno famoso ma non per questo meno folle: Salvatore Soviero, portiere di Palma di Campania. Nel 2004 scoppia una rissa in un Messina-Venezia e lui con una rincorsa spettacolare va a picchiare selvaggiamente un dirigente avversario e poi subito dopo chiunque gli capiti a tiro. Risultato…cinque mesi di squalifica e Venezia che lo cede immediatamente. Anche a Fermo del resto si era reso protagonista di una rissa, scrollandosi da dosso un dirigente che cercava di tenerlo a bada con una mossa degna del miglior wrestler. Spettacolare poi una sua reazione contro un guardalinee che aveva segnalato un calcio d’angolo alla squadra avversaria quando giocava nel Genoa: una meravigliosa e gustosa sequela di insulti volgarissimi in dialetto napoletano che quasi spaventarono il povero guardalinee, che tra l’altro…aveva ragione!! A voi chi viene in mente??

L'antiarticolo che non vi aspettavate

Cari lettori di Camminando Scalzi, i tempi sono maturi affinché noi si esplori assieme una delle entità più fanta-evocative che l’universo ci mette a disposizione. Se avete visto almeno una qualsiasi puntata di Star Trek sapete a cosa mi riferisco; per tutti gli altri, continuate a leggere se siete curiosi…

Tutto cominciò…

… Nel 1928 quando un allora ventiseienne Paul Dirac, giocando un po’ con l’equazione d’onda di Shroedinger (uno degli “esseri matematici” che stanno alla base della meccanica quantistica, e che descrive la propagazione delle particelle come delle onde) si rese conto che il risultato di suddetta equazione non cambiava se si invertiva simultaneamente sia il segno del termine di energia, sia quello temporale. Meno per meno fa più, come tutti sappiamo, di conseguenza Dirac postulò che, in termini meramente matematici, un elettrone (energia positiva) che si muove in avanti nel tempo (quindi positivo) equivaleva a quello che poi sarebbe diventato l’antielettrone (energia negativa) che si muove indietro nel tempo. Se la cosa vi lascia basiti, non preoccupatevi. Qua Ritorno al Futuro non c’entra, l’equivalenza regge puramente a livello matematico, e questo non significa che le antiparticelle si muovano tra il presente e il passato. La fisica si sforza di modellizzare a livello matematico la realtà per cercare di descriverla e prevederne l’evoluzione temporale, per cui se due modelli matematici differenti portano ai medesimi risultati, sono entrambi assolutamente validi.
Qualche tempo dopo, nel 1932, Carl Anderson scoprì proprio l’antielettrone, che con un immenso sforzo di immaginazione venne chiamato positrone, in quanto del tutto identico al suo cugino abituato ad orbitare attorno ai nuclei atomici, ma dotato di carica elettrica positiva. Il modello standard predice che ogni particella è dotata di un’anti-compagna, non importa quale sia il valore della sua carica elettrica, ed effettivamente fino a ora questa ipotesi è sempre stata confermata. La materia conosciuta, in tutto l’universo da noi osservabile, è composta da atomi, il cui nucleo è a sua volta composto da protoni e neutroni, attorno cui orbitano gli elettroni. Ora provate a immaginare un nucleo atomico composto da antiprotoni e antineutroni, attorno a cui ruotano antielettroni: in pratica, antimateria.

PIU’ CHE ESSERE DISINTEGRATO… ANNICHILITO?

Bene o male tutta la materia osservabile dalla Terra è composta unicamente da materia ordinaria, e questo trend sembra sia praticamente una costante (per fortuna) all’interno di tutto l’universo sino a ora osservato. Se infatti si fa interagire una particella con la propria antagonista, si assiste ad un fenomeno chiamato annichilazione: le due particelle vengono INTERAMENTE convertite in energia sotto forma di due raggi gamma (fotoni ad altissima frequenza). Se ci fossero regioni dell’universo in cui domina la presenza di antimateria, dovremmo essere in grado di vedere i continui raggi gamma prodotti ai bordi della stessa dall’interazione con la materia ordinaria che la circonda. È opinione diffusa che questo enorme disequilibrio tra antimateria e materia ordinaria (si stima un rapporto di 1/1079) debba essersi originato in un qualche momento immediatamente dopo il big bang.
Le antiparticelle vengono prodotte in natura tramite reazioni estremamente energetiche, come le collisioni dei raggi cosmici con l’atmosfera, o in alcuni decadimenti radioattivi. Esse sono del tutto identiche alle loro compagne, con i medesimi valori di massa, tempo di vita se esse decadono (la cosidetta emivita, in inglese half life; vi ricorda per caso un certo Gordon Freeman? ndR) e così via. L’unica differenza risiede nella carica elettrica, che è uguale e opposta. Artificialmente è possibile produrre antimateria negli acceleratori di particelle come LHC al CERN (ne abbiamo già parlato, ricordate? ndR). Nell’acceleratore europeo e al Fermilab di Chicago sono stati prodotti atomi di antiidrogeno e antielio, sebbene in numero estremamente ridotto e con tempi di vita estremamente brevi.

APPLICAZIONI PRATICHE: POSITRON EMISSION TOMOGRAPHY.

L’unica applicazione che ha trovato fino a ora l’antimateria è in campo medico, e prende il nome di tomografia a emissione di positroni (PET). In pratica si introduce all’interno del corpo un isotopo tracciante, che abbia un’emivita nell’ordine delle ore o giorni al massimo, per evitare che i pazienti inizino a brillare di luce propria o si trasformino in supereroi una volta terminata la procedura. Il decadimento dell’isotopo produce un positrone, che a sua volta si annichilerà immediatamente con un elettrone nelle vicinanze, generando due impulsi gamma che vengono quindi rilevati dalla macchina. È importante notare che la macchina rigetta tutti i singoli fotoni, tenendo conto solo delle coppie effettive (e quindi dei gamma che vengono rilevati a pochi nanosecondi di distanza). Grazie a questa tecnica è possibile quindi stabilire il punto del corpo da cui provengono i lampi gamma, ottenendo così l’immagine complessiva delle attività metaboliche. L’isotopo viene infatti legato a una molecola generalmente zuccherina, che entra quindi a far parte dei processi biochimici del nostro organismo. La PET quindi, invece di fornire un’immagine di tipo morfologico (come la TAC o le radiografie), è in grado di generare vere e proprie mappe dei processi funzionali all’interno del corpo.

POSSIBILI APPLICAZIONI FUTURE: ANTIMATTER ROCKET.

Nelle collisioni materia – antimateria la teoria ci dice che l’intera massa delle particelle viene convertita in energia, sotto forma dei due fotoni gamma. Facendo i dovuti calcoli, si ottiene che l’energia per unità di massa che viene rilasciata in queste reazioni è 10 miliardi di volte maggiore rispetto a una normale esplosione di tritolo, 10.000 volte maggiore rispetto all’energia derivante dalla fissione nucleare e 100 volte maggiore rispetto alla migliore reazione di fusione nucleare possibile. Anche supponendo un’efficienza nell’uso dell’energia del 50% – assolutamente realistica – si tratta semplicemente della migliore fonte di energia di sempre. Un ipotetico space shuttle alimentato ad antimateria, utilizzerebbe per il decollo circa 50g di combustibile, contro le 750 tonnellate di idrogeno e ossigeno che consuma attualmente. Capite bene che l’antimateria sembra essere il carburante candidato ideale per i futuri viaggi interplanetari e interstellari, in quanto permetterebbe di stivare un’immensa quantità di energia in uno spazio e con un peso estremamente contenuti. Purtroppo l’antimateria è sì il miglior carburante concepibile, ma è anche in assoluto la sostanza più costosa da produrre: una recente stima pone il costo di un grammo di positroni attorno ai 25 miliardi di dollari. Questo perché la sua produzione è legata all’utilizzo di grossi acceleratori di particelle, come quello del CERN: macchine enormi, costose da costruire e mantenere, concepite per un utilizzo sperimentale e quindi senza tenere conto dei loro consumi energetici. Sebbene la quantità di antimateria prodotta di anno in anno è cresciuta con una progressione geometrica dal 1955 ad oggi, non siamo nemmeno lontanamente vicini a poterla produrre a livello commerciale. Anche perché una volta prodotta, non sapremmo dove metterla: stoccare l’antimateria con della materia ordinaria è chiaramente impossibile, a meno di non voler generare dei piccoli brillamenti solari ogni qualvolta si cercasse di ricaricare la propria cella a positroni personale. Metodi di confinamento, basati sull’utilizzo di campi magnetici ed elettrici, sono già stati sperimentati, ma rimangono appannaggio di quelle stesse strutture che producono con tanta fatica e con costi esorbitanti le nostre antiparticelle. Eppure, prima o poi, qualcuno potrà ordinare “curvatura 5” al proprio timoniere senza correre il rischio di venire internato…

Compagno Fini – Reloaded

adSono ormai un po’ di mesi che Gianfranco Fini non perde occasione per punzecchiare qua e là il suo partito, quel Pdl che ha contribuito a fondare insieme al nostro Imperatore Maximo Silvio Berlusconi. Ieri c’è stata una vera e propria lite tra i due, durante il congresso post-elettorale del partito, dove si è arrivati ad uno scontro urlato degno del peggior pomeriggio domenicale televisivo. Sembra proprio che il Pdl, non avendo alcun tipo di opposizione valida che sia degna di questo nome, forse stanco di avere tutto troppo facilmente, ha deciso di crearsela da sé l’opposizione. Ecco alcuni estratti della “scaramuccia” di ieri.

La situazione è sicuramente molto tesa. Da una parte c’è la Lega che continua a mietere indisturbata consensi in -praticamente- tutte le regioni del Nord, guadagnando sempre più potere decisionale all’interno della coalizione di maggioranza, dall’altra c’è il Premier Silvio Berlusconi impegnato nelle infinite riforme della giustizia inseguendo questa o quella legge ad-personam. Nel mezzo di questo calderone, il presidente della Camera forse comincia a rendersi conto che qualcosa non va, e lancia una bomba politica che sarà destinata a cambiare sicuramente la situazione al vertice. Fini e alcuni dei suoi fedelissimi già nella giornata di ieri si sono riuniti, e anche oggi le riunioni continuano da una parte e dall’altra. Berlusconi dal canto suo cerca di calmare le acque e assicura che non ci sarà “un altro Predellino” in seguito alle velate minacce della Lega che, cogliendo la palla al balzo, ha iniziato ad esigere il tributo dovutogli dalle ultime elezioni regionali. Ci sono anche le prime voci di elezioni anticipate (anche se, ripeto, tutti stanno cercando di calmare le acque) che, secondo Gasparri, andrebbero contro il volere degli italiani (ma lui non era un Finiano una volta?).

Tutto questo evidenzia un momento di grossa crisi nella maggioranza, figlio sia dei risultati elettorali che della gestione del Paese negli ultimi anni. Uno dei fulcri della discussione tra Fini e i vertici del Pdl pare essere il serissimo tema dell’immigrazione. Uno scontro Fini-Bossi su una legge che porta il loro nome? Fini se ne accorge ora che certe idee del mondo padano sono un po’ troppo xenofobe? Meglio tardi che mai. La situazione è sicuramente destinata a profilarsi meglio nelle prossime ore e nei prossimi giorni. C’è da chiedersi se -come al solito- questa discussione interna non porterà a nulla, se tutti si ritroveranno a fare la pace, a vivere felici e contenti e ognuno otterrà quello che vuole, o se la grossa spaccatura che ormai comincia a fare acqua con uno zampillo di troppo non sia l’inizio di una rivoluzione all’interno della coalizione di maggioranza. La grossa incognita è capire in quanti nel centro-destra saprebbero seguire Fini in questa diaspora, sia dal punto di vista politico che dell’elettorato. Ecco spiegata la cautela dimostrata in questi due giorni. Rischiare tutto per un salto nel buio non piace neanche al più rivoluzionario dei leader di centro-destra.

Ma in tutto questo, l’opposizione? Non fa e non dice niente, figuriamoci. Su certe cose si può stare più che tranquilli.

Bari: Assolti due uomini che investirono e uccisero un giovane

Il lungomare di Bari è bellissimo. A maggio lo è ancora di più, profuma di mare e di primavera, esercita su chi si trova in questa città un’attrazione irresistibile.

Mimmo Bucci

Qui, a maggio di tre anni fa, un barese come tanti, Mimmo Bucci, si stava godendo l’aria inebriante che gli scivolava sul viso, a bordo del suo motore. Era uno stimato cantante, leader della nota cover band di Vasco “La combriccola del Blasco”, apprezzata dallo stesso cantante che la ispira. Quella sera, la sua voce è stata zittita per sempre, Mimmo è stato barbaramente investito da una motocicletta guidata da due balordi. I due si erano già fatti notare poco prima per il disturbo recato alla pubblica quiete: sono stati visti impennare su quella strada tanto gioiosamente frequentata, spaventando i passanti. Inizialmente si paventò l’originale possibilità – subito lasciata cadere – di indagare finanche su eventuali inadempienze da parte dei vigili che non li avevano fermati. Purtroppo, furono fermati solo dallo schianto letale. Nell’impatto, uno dei due ha smarrito una pistola, e meno male; se non fosse stato per quella, non sarebbe stato neanche condannato per porto e detenzione abusiva di arma. Perché, per aver causato la morte di Mimmo, nessuno è stato ancora indicato come il responsabile. La seconda sezione della Corte d’Appello di Bari ha assolto il presunto conducente per non aver commesso il fatto. Questa nuova sentenza rovescia la prima che condannava a 5 anni e 8 mesi di reclusione il presunto conducente, sentenza maturata alla luce di alcune incongruenze sulla ricostruzione della dinamica dell’incidente.

In un primo momento la notizia lascia disorientati. Non è accettabile che una giovane vita venga stroncata per un comportamento scellerato e che non si trovi un responsabile. Sembra che ci siano dei punti cruciali da chiarire, in particolare su chi stesse guidando il ciclomotore. Certo è che l’Honda non camminava da sola, qualcuno la stava guidando, dunque vi è un colpevole. Speriamo che questa considerazione, che ora può solo salvarci dal disorientamento, porti poi alla giustizia, quando le dinamiche verranno accuratamente riesaminate.

Ci sono due persone che certamente sanno la verità. Mi chiedo come si possa cercare di discolparsi da una responsabilità così pesante. Il responsabile della prematura morte di Mimmo, sapendo di esserlo, saprà cos’è il rimorso, come si chiede la madre di Mimmo?

Una disgrazia può succedere, loro l’hanno cercata, Mimmo no.

La madre del ragazzo, che ha appreso la sentenza tramite il quotidiano locale, oltre allo sconcerto ha manifestato un senso di delusione nei confronti della giustizia. Chi si sente di rincuorarla?

Intanto, su Facebook, è già nato il gruppo “Giustizia per Mimmo Bucci” che oggi, 23 aprile, conta già  2553 sostenitori .

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Ipocrisia ecclesiastica

Andrew Sullivan è un giornalista britannico che lavora negli USA. È cattolico e conservatore, ma persino lui non manca di criticare il recente comportamento della Chiesa Cattolica e la maniera in cui Papa Ratzinger&Co. hanno scelto di affrontare gli scandali che l’hanno coinvolta nell’ultimo periodo… Nella rivista “Internazionale” n°841, Sullivan scrive di Benedetto XVI e del suo coinvolgimento “nell’insabbiamento di due casi di stupro e molestie sui bambini, avvenuti uno in Germania e l’altro negli Stati Uniti”.

Il caso tedesco parla di un sacerdote di nome Peter Hullermann, colpevole di aver stuprato almeno tre bambini di Essen intorno alla fine degli anni ’70. Il caso fu sottoposto all’allora cardinale Ratzinger, il quale mandò il sacerdote in terapia senza denunciarlo, permettendogli peraltro di proseguire la sua attività. Hullermann nel frattempo abusò di molti altri bambini, ma l’attuale pontefice continuò a disinteressarsi del problema e delle svariate telefonate fatte dallo psichiatra del sacerdote che riteneva il suo paziente un potenziale pericolo per i bambini.

“Il caso statunitense è più complesso – scrive Sullivan – Riguarda gli abusi commessi nel Wisconsin su 200 bambini sordi da parte di un certo padre Lawrence Murphy. Gli stupri, le molestie e gli abusi sono andati avanti per decenni e le gerarchie ecclesiastiche si sono rifiutate di intervenire. […] Ma quando il caso è arrivato all’attenzione di Ratzinger, nel 1996, la Congregazione ha preso tempo, non ha allontanato il colpevole dal sacerdozio e quando Murphy stava oramai per morire, ha chiesto alle autorità ecclesiastiche di interrompere il processo canonico”.

In risposta a questi scandali, dopo aver incontrato 8 vittime di abusi sessuali a Malta, Papa Benedetto XVI non è riuscito a fare altro che condannare i mezzi di comunicazione, criticandone “idee e valori che sono talvolta in contrasto con quelle vissute e predicate da nostro Signore Gesù Cristo, spesso presentati con un grande potere persuasivo, rinforzato dai media e dalla pressione sociale, da gruppi ostili alla fede cristiana”. In risposta a questi scandali il segretario di Stato della Santa Sede Tarcisio Bertone ha invece perso un’occasione per riflettere in silenzio, sentenziando che “non c’è relazione tra celibato e pedofilia [mentre] c’è una relazione tra omosessualità e pedofilia”.

Alla luce di questi scandali tornano peraltro alla mente le parole del cardinale Angelo Bagnasco, che durante le ultime elezioni regionali ha pubblicamente offerto indicazioni di voto agli elettori italiani, elencando alcuni “valori non negoziabili” come la “dignità della persona umana”. E adesso verrebbe da chiedersi come abbia fatto la Chiesa cattolica a considerare “negoziabili” i comportamenti di quei sacerdoti che hanno completamente ignorato il concetto di “dignità umana”, calpestando l’innocenza dei molti bambini che hanno dovuto rinunciare alla propria infanzia troppo presto.

Nasce spontanea la necessità di riflettere sul coraggio di una gerarchia ecclesiastica che invece di pensare alla “trave dentro il proprio occhio” si concentra nel giudicare la pagliuzza nell’occhio altrui. Una totale incapacità di autocritica e un’ipocrisia dilagante che porterà la Chiesa Cattolica a soccombere sotto le macerie dei suoi stessi errori, perché, come ha affermato Sullivan, “un papa privo di autorevolezza morale non può fare il papa. Certo ha il potere ecclesiastico. Ma questo potere da solo sottolinea il vuoto di un clero che vuole solo perpetuare sé stesso”…

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Dell'Utri: "Faccio il senatore soltanto per difendermi"

Sono di domenica 18 aprile le dichiarazioni di Marcello Dell’Utri: “Faccio il senatore solo per difendermi”.
Quindi, fatemi capire: Dell’Utri percepisce 13.000 euro di stipendio dallo Stato solo per potersi difendere in tribunale dalle accuse per concorso esterno in associazione mafiosa?
Detta altrimenti: noi stiamo pagando uno stipendio che non percepisce un operaio in un anno per salvare la pelle al migliore amico del nostro Presidente del Consiglio?
È di qualche giorno fa la notizia di un operaio residente nel comune di Bologna che si è tolto la vita, dopo essersi visto togliere la cassa integrazione di 800 euro mensili.
Lui , come tanti altri che in questi mesi hanno scelto di farla finita piuttosto che subire l’umiliazione di non poter più provvedere alle proprie famiglie, ha pagato fino all’ultimo le tasse necessarie agli stipendi per personaggi come Dell’Utri.
In Italia le finanziarie tagliano soldi all’istruzione, alla sanità, alla cultura, alla ricerca, alle pensioni . I comuni non sanno come mandare avanti servizi basilari e dove trovare i fondi per il materiale didattico delle scuole.
Siamo uno dei pochi Paesi europei in cui i libri della scuola si pagano dal primo all’ultimo degli anni d’istruzione obbligatoria, mentre nei Paesi anglosassoni e scandinavi l’istruzione è totalmente gratuita e di livelli eccelsi. Da noi si giustifica la precarietà dell’istruzione pubblica con la mancanza di risorse.
Da noi, si lasciano senza pranzo i figli di famiglie disagiate… Nelle scuole pubbliche.
Da noi, gli altri genitori giustificano scelte come queste con frasi del tipo: “ Se non hanno i soldi per pagare la mensa, che li tengano a casa, i figli” (Ah, i valori cristiani della solidarietà…!).
Da noi, si accetta però che gli stipendi di parlamentari e senatori siano tra i più alti d’Europa, mentre gli stipendi della gente comune sono tra i più bassi.
Da noi si accetta che i propri soldi versati in tasse, che dovrebbero servire per i NOSTRI servizi, servano invece a permettere a persone come Dell’Utri di difendersi in tribunale.
Chi di voi potrebbe fare lo stesso senza essere amico del Presidente del Consiglio?
Ma soprattutto, perché ancora lo accettiamo?

L’articolo sul Riformista.

C'era una volta l'ammazza-campionato

Quante volte sarà successo che il campionato è già deciso a marzo per non dire a febbraio? Tante.

Così come in ttto il mondo ci sono stati tornei praticamente dominati da una squadra che a diverse giornate dalla fine ha già un distacco incolmabile e festeggia quando ancora non è tornata l’ora legale, giocando in pratica senza rivali. Beh quest’anno si va controcorrente. Se si guardano infatti i maggiori campionati europei…non c’è nessuna squadra già certa del titolo, anzi. In Italia dopo il grande successo nel derby laRoma torna in vetta con un punto di vantaggio sull’inter che batte la Juventus grazie ad una prodezza di Maicon…ed il campionato rimane apertissimo!! A quattro dal termine può davvero succedere di tutto, considerando che entrambe hanno calendari all’apparenza non impossibili ma che possono nascondere mille insidie. Questo equilibrio però come abbiamo già detto non regna solo nel nostro paese. In Inghilterra ad esempio un’altro derby scintillante, quello di Manchester, rimette in corsa lo United che batte nel recupero il City ed approfitta della sconfitta del Chelsea contro il Tottenham (cavolo…ancora un derby!!!). I Reds adesso sono ad un solo punto dai Blues, e per Carletto Ancelotti conquistare il suo primo trofeo all’estero diventa molto più complicato, con Sir Alex Ferguson che proverà a fargli l0 sgambetto. In Germania mancano tre partite…titolo assegnato? Neanche per sogno. Il Bayern Monaco ne rifila sette (!!) all’Hannover ma lo Schalke è sempre là, a soli due punti, pronto ad approfittare del minimo passo falso di Robben e compagni, che tra l’altro hanno il non certo secondario impegno della semifinale di Champions League contro il Lione. Proprio il Lione è fuori dai giochi in Francia, dove in testa c’è l’Olimpique Marsiglia, avanti di cinque lunghezze sull’Auxerre, ma i marsigliesi non sono nuovi ad incredibili scivoloni ad un passo dal successo quindi anche nel torneo transalpino non c’è ancora nulla di scritto. In Spagna…eh neanche a parlarne. Il Barcellona va a vincere due a zero a Madrid grazie a Messi e Pedro…ma poi si fa bloccare sullo zero a zero dall’Espanyol nel derby (abbiamo già sottolineato che in questa giornata sono stati decisivi? eheh) con tanto di sciarpa dell’Inter nella curva biancoblu, mentre il Real batte due a zero il Valencia e torna prepotentemente in corsa ad una sola lunghezza di ritardo dai blaugrana! Che finale emozionante aspetta gli spagnoli, col team di Guardiola che tra l’altro deve pensare anche a quello di Mourinho, viaggiando in pullman fino a Milano a causa dei voli sospesi in tutta Europa per colpa del vulcano…vabbè…quello là, quello in Islanda. Perfino in Portogallo finisce il dominio del Porto…ma a beneficio di chi? Benfica o Sporting Braga? Eh anche qui il titolo si giocherà sul filo di lana. L’Europa resta col fiato sospeso!!

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