Quando la rivalità non è solo calcistica

In precedenza abbiamo spesso parlato di alcune storiche rivalità, come River Plate-Boca Juniors oppure Real Madrid-Barcellona. Ma ce ne sono alcune veramente storiche anche in altri sport. Sul calcio ovviamente ci torneremo, preparatevi, perchè sta per arrivare la scorpacciata della Coppa del Mondo (non vedo l’ora), ma stavolta è doveroso ricordare una rivalità cestistica, visto che si ripropone come gustosissimo finale di stagione della NBA. Los Angeles Lakers contro Boston Celtics. Due squadre che hanno tantissimi tifosi anche in Italia, proprio perchè sono le due più famose e vincenti (quelli che han vissuto l’adolescenza nei novanta però sicuramente aggiungerebbero anche i Chicago Bulls di Sua Maestà Air Jordan) e fanno nascere dispute perfino da noi. I Celtics, dal Massachusetts, dalle radici irlandesi e con un leprechaun (in pratica uno gnomo, sapete…quello tipico delle leggende) come simbolo, contro i californiani che una volta furono di Minneapolis (la franchigia infatti si spostò a Los Angeles nel 1960). Una battaglia infinita, cominciata proprio negli anni sessanta e che ha visto quasi sempre prevalere Boston. Dal 1957 al 1969 il titolo ai bostoniani sfugge solo nel 1967, quando a strapparlo sono i Philadelphia 76ers, ma quel decennio è tutto di marca biancoverde. A farne le spese…sono anche i Lakers. Eh si, perchè sei di quelle finali vinte dal Celtics sono proprio contro i gialloviola. Sono i tempi delle prime leggende, giocatori che faranno la storia, difatti sia lo Staples Center che il TD Garden hanno appesi gli stendardi con molti numeri ritirati. Il 44 di Jerry West ad esempio, fuoriclasse bianco dai tiri impossibili, o il 22 di Elgin Baylor, altra superstella dei Lakers.

Dall’altro lato strabiliavano il mondo Bob Cousy, che sembrava un ragioniere dell’Olivetti ma era in realtà il miglior playmaker del pianeta, il re delle stoppate Bill Russel e l’uomo dalle percentuali folli Bill Sharman (in pratica non sbagliava mai!).

Dopo quelle batoste i Los Angeles cominciarono a crescere in maniera esponenziale ma non riaffrontarono più Boston nonostante le due squadre arrivassero spessissimo in finale, ma sempre in anni diversi. Per rivederle contro si dovette attendere il 1984, e le facce nuove non avevano niente da invidiare a quelle degli illustri predecessori. Lo showtime dei Lakers con Magic Johnson, Kareem Abdul-Jabbar e James Worthy contro il pragmatismo dei Celtics, con Larry Bird l’universale e Kevin McHale (il Signore del post-basso) affiancati da fuoriclasse come Dennis Johnson e Robert Parish.

Negli ottanta i Lakers vincono de volte contro una (ma mettono in bacheca ben quattro titoli). Dopo l’era Jordan c’è quella dei gialloviola targati Phil Jackson, con il signor Kobe Bryant e il signorn Shaquille O’ Neal, che aggiungono altri quattro anelli in California. Ma due anni fa la finale fu nuovamente Celtics-Lakers, con Boston che rivinse il campionato dopo ben ventidue anni. Quest’anno sono di nuovo contro…per quella che sicuramente sarà soltanto un’altra pagina di una sfida infinita.

Campioni di una domenica di fine Maggio

Domenica di sport all’insegna di Formula uno e Ciclismo, la strana coppia per gli sportivi pallonari italiani.  Ergendomi a portavoce degli “sportivi”, noi… si spera che queste domeniche di astinenza da calcio scorrano il più velocemente possibile.  Le corse – siamo quasi in estate, nel loro abituale tempo – che siano motoristiche o ciclistiche, sono tanto affascinanti quanto noiose: non insinuano quel germe d’insana follia che noi ricerchiamo nella palla, nei calci, nella conformità del fanatismo di massa. Ragion per cui ai mondiali ci sentiamo, da nord a sud, tutti “italiani”.

Un vantaggio schiacciante del calcio è la sua facile praticabilità, con le emozioni dei campioni fantasiosamente replicabili su un campetto di periferia tra amici. Ed è questo avvenimento uno spaccato a tratti della società italiana: troveremo chi non la passa mai, chi si atteggia a campione, chi s’incazza manco fosse in ballo il proprio posto di lavoro, chi simula, chi se la prende con il più debole e potremmo continuare all’infinito… nel calcio è possibile sovvertire lo status della ragione sociale con l’accanimento, riscattarsi e trovare quell’oretta di gloria, proprio come quella che avevano i gladiatori nell’antica Roma, combattenti però non per caso, ma per forza.

E la formula uno invece? La noia del traffico di tutti i giorni è trasferita in pista. Nemmeno il ciclismo si salva: è un viaggio utopistico tra città priva di auto e automatismi.  Sport per vecchi e per bambini, per tempi (remoti) ottocenteschi, e per futuri-remoti, ma questo è un personale auspicio. Perché all’italiano medio – scusate l’espressione – piace andare in auto, sportellare nel traffico, insultare il prossimo,  andare in una corsia riservata, tutto con noia.

Con un po’ di fantasia cerchiamo allora di stilare una classifica di vincenti tra piloti e ciclisti, che ricorderemo soltanto in questa domenica avulsa dal calcio – tranquilli, il pensiero subito ritornerà ai mondiali in Sudafrica.

Vincente è Lewis Hamilton, il più sfrontato e spettacolare in pista, eroe perché combatte il nulla agonistico con la sua carica. E’ alla sua prima vittoria in pista, ha compiuto quest’anno più sorpassi di tutti. Con due orecchini inaugura un nuovo look,  insolito per l’ambiente: è un modello vincente perché in controtendenza.

Ivan Basso, che dopo due anni di mea-culpa per il doping ha forza e coraggio per riprendersi il Giro d’Italia, meritatamente. Si riscatta e dà l’esempio: bravo, ma non doparti più. Di seguito riportiamo gli ultimi chilometri della terzultima tappa in cui il varesino ha conquistato la maglia rosa, portandola fino all’arena di Verona.

Di questo passo sarà vincente anche Jenson Button: il pilota inglese si sta mostrando più tattico e concreto di Hamilton. Come una formica… è lì a lottare per il mondiale. Senza gerarchie in McLaren. Lotta anche Vincenzo Nibali, compagno di squadra di Basso, siciliano dalle belle speranze che ha talento e classe da vendere. Ottimo gregario di Basso, futuro campione, esempio di umiltà.

800 gran premi per la Ferrari: la vecchia Signora della F1 è la grande assente di questa domenica. Dove sei finita Ferrari? Massa settimo e impotente, Alonso che lotta tristemente per l’ottavo posto… Sei stata inghiottita nel gruppo delle squadre inseguitrici – prendo a prestito il gergo ciclistico – se non ti sviluppi, muori.

Ed ora Vettel, tu sei un campione.  Eri dietro a Webber, primo fino allora. Non ci stai a fare il secondo, capiremo perché: stavi per sopravanzare il tuo compagno di squadra quando lo chiudi senza motivo; ti ritiri, insulti Webber platealmente. Danneggi tutta la squadra. Non ci stai a fare il secondo: anche nel 2007 in Giappone colpisti Webber che ti precedeva e lì guidavi la Toro Rosso, seconda squadra della Red Bull.

Accogliamo il tuo caso umano e ti ringraziamo per l’incidente che ha trafitto la noia. Eravamo lì, ordinatamente disposti in fila indiana nel traffico, ad osservare la tua constatazione amichevole dell’incidente con Webber.

Sei tu il campione di questa domenica, perché hai sovvertito la realtà delle cose, come spesso accade in una partitella tra amici di periferia.

Touch & Go

Uno degli oggetti di uso più comune che negli ultimi anni ha subìto un’evoluzione spaventosa è sicuramente il telefono cellulare. Pareva già fantascienza, qualche anno fa, quando iniziarono a uscire i primi modelli dotati di fotocamera digitale integrata, e oggi come oggi è difficile trovare modelli che limitino le loro funzioni a quelle di un semplice telefono: telefonare e mandare messaggi. Connettività Wi-Fi, fotocamere con ottiche di qualità, sensori da svariati megapixel, capacità di riprodurre mp3: oramai il cellulare è diventato un mezzo di entertainment e utilità a 360 gradi, in grado di sostituire in condizioni di emergenza apparecchi elettronici come ipod vari e fotocamere digitali. Certo la qualità non è la stessa, ma è il prezzo che si paga per la versatilità. Una delle ultime aggiunte in questo campo riguarda l’integrazione dei moduli GPS all’interno dei telefonini più avanzati. All’aumentare delle funzioni disponibili però deve fare da contraltare una migliore interfaccia utente, in grado di gestire le nuove funzionalità in maniera veloce e precisa: insomma volete girarvi Milano a piedi sfruttando la guida del vostro fido telefonino dotato di modulo satellitare integrato: cosa c’è di meglio che toccare direttamente la mappa visualizzata sullo schermo per ottenere magari informazioni riguardo a quel particolare monumento o, preda di una fame chimica senza precedenti, ricercare la prima tavola calda nel raggio di 500 metri ?

TOUCHSCREEN

Se si escludono i joystick con il ritorno di forza (tipo il famoso “Sidewinder Force Feedback Pro”), il touch screen è la prima periferica elettronica a funzionare sia come dispositivo di input, che di output. L’utente interagisce direttamente con i contenuti visualizzati sullo schermo semplicemente toccandoli. Sebbene le tecnologie che permettono tutto questo siano molte e svariate, in commercio ne esistono principalmente due tipologie passive: capacitiva e resistiva. Come potete intuire dai loro nomi, si basano entrambe sul comportamento elettrico che viene più o meno modificato dal contatto tra schermo e l’input meccanico (il vostro dito).Nei sensori capacitivi, la superficie esterna degli stessi viene ricoperta da un sottile film metallico (quindi conduttore), che viene poi mantenuto sotto tensione. Questa tensione è assolutamente uniforme sino a che un conduttore (il vostro dito interpreta piuttosto bene questo ruolo) viene messo a contatto con la stessa. Nel punto di contatto avverrà quindi una variazione della capacità elettrica. Questa variazione viene “letta” da una matrice di condensatori posti al di sotto della superficie del sensore o dello schermo. Semplice, preciso e pulito, sempre che lo siano le vostre mani. Il maggiore pregio della tecnologia capacitiva sono i suoi tempi di risposta, estremamente brevi. Inoltre il fatto di funzionare esclusivamente tramite conduttori permette agli schermi di venir puliti senza indurre input accidentali. Dall’altro lato della medaglia, gli schermi capacitivi sono più costosi, e in inverno doversi togliere i guanti con 10 gradi sottozzero per scrivere un messaggino sullo schermo non è proprio il massimo della gioia. Gli schermo resistivi, se possibile sono ancora più semplici: due strati flessibili ricoperti di materiale conduttivo vengono tenuti separati da un sottile strato di aria. La pressione su un punto della superficie mette in contatto i due strati, e il passaggio di corrente viene registrato anche qui da una matrice di semplici contatti elettrici. Essendo sensibile alla pressione, lo schermo resistivo può essere utilizzato con qualsiasi oggetto, anche non conduttivo. Sono schermi tendenzialmente meno costosi da produrre rispetto ai loro cugini capacitivi, ma non hanno lo stesso tempo di risposta. Possono tuttavia essere anche di tipo multitouch, ovvero in grado di gestire più pressioni contemporaneamente, come mamma Apple ha voluto insegnarci ultimamente.
GPS

Ricordo ancora con un po’ di nostalgia la prima volta che io e il GPS ci siamo conosciuti: correva l’estate del 1998 e mio cuGGino più grande se ne arrivò in montagna sfoggiando una sorta di parente grasso del tricorder di Star Trek in gomma nera e gialla. Era enorme, pesante, limitato nelle funzioni, ma pur sempre terribilmente fico. Le prime unità GPS non erano in grado di visualizzare le mappe, fornendo unicamente le coordinate spaziali. La loro precisione si aggirava attorno ai 100m , per cui erano assolutamente inutilizzabili per una navigazione di precisione. Ma il fatto di avere in mano un aggeggio che fosse in grado di dirti a qualunque ora del giorno e della notte in qualsiasi luogo tu ti trovassi la tua posizione sulla terra, beh era una cosa che io trovavo sensazionale. Il Global Positioning System attualmente vanta una costellazione di 31 satelliti al suo attivo, ognuno dei quali percorre due orbite complete al giorno. Ogni satellite conosce perfettamente la propria posizione, l’ora esatta (grazie a ben 4 orologi atomici sincronizzati) e la posizione relativa di tutti i suoi fratelli in orbita. Queste informazioni vengono trasmesse con un segnale a microonde che viene raccolto dal ricevitore, che calcola la distanza da ciascun satellite misurando il tempo che il segnale impiega a raggiungerlo. Dal canto suo il vostro GPS non può sapere quando è partito il segnale dal satellite, per cui ecco spiegata la presenza degli orologi sui satelliti: confrontando l’ora ricevuta dal segnale con il proprio orologio interno, il navigatore è in grado di calcolare le distanze dei satelliti e, grazie alle altre informazioni contenute nel segnale, la propria posizione.

Occorrono almeno 3 satelliti per conoscere la propria posizione in 2D (ovvero latitudine e longitudine), e almeno 4 per ottenere anche l’altitudine. Ogni satellite aggiuntivo fornisce ulteriori informazione e quindi velocizza il processo di calcolo. Il GPS attuale non ha più le limitazioni che venivano imposte all’inizio alle apparecchiature civili, e allo stato attuale è in grado di garantire una precisione nell’ordine della decina di metri. Rimangono comunque alcune restrizioni sulla quota massima a cui può funzionare (18.000 metri) e anche sulla velocità (515 m/s), per evitare che apparecchiature civili possano fungere da sistema di guida per eventuali missili a lungo raggio. L’unica pecca del GPS è forse la lentezza con cui acquisisce la propria posizione: in media ci vogliono tra i 45 e i 90 secondi dall’attivazione del dispositivo. Per questo, e per risparmiare anche preziosa batteria, i cellulari di ultima generazione fanno uso dell’ Assisted GPS: in pratica, tramite la normale rete di telefonia mobile, si fanno pervenire al terminale le informazioni riguardanti i satelliti visibili dalla cella a cui l’utente risulta connesso. Assumendo che i satelliti in vista dall’utente siano quelli in vista dalla cella, il calcolo della posizione iniziale risulta molto più veloce, dato che in pratica il GPS sa già cosa andare a cercare e non deve passare il tempo a discriminare tra segnali troppo deboli o che non lo soddisfano appieno. Questo sistema è particolarmente utile in città, dove la presenza di edifici alti può oscurare i cieli al vostro ricevitore, allungando il tempo che il satellite impiega a capire a quali satelliti agganciarsi.

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La Terra brucia

È un muro di fuoco, ma il fuoco non si vede.  Si vede il fumo. Un muro grigio e compatto che arriva fino al cielo, e lo trasforma in fumo. Il muro si muove, avanza lentamente, come un rullo compressore. Il fumo appare dal suolo e sale, è la terra stessa che brucia. Una terra fatta di carbone,  anzi di torba: alberi palustri che per dieci, ventimila anni hanno lasciato cadere foglie e rami sotto il pelo dell’acqua, dove si sono accumulati, sottraendo carbonio all’atmosfera e nascondendolo sotto le proprie radici. Ora la foresta è stata abbattuta, la palude prosciugata.
Non è l’inferno, è lo sviluppo che avanza, la nuova Indonesia: le piantagioni di acacia e di palma per la produzione di carta e di combustibile. La torba è un suolo sterile, non è buona per le piantagioni, ma  una volta seccata, è come una distesa di carbonella: basta un cerino e il gioco è fatto, la cenere è un ottimo fertilizzante.
Il fumo dall’Indonesia copre il cielo della Malesia e di Singapore, ma prima passa per i polmoni della popolazione del posto costretta a vivere in quella camera a gas globale. E la gente si ammala, i bambini muoiono. E il carbonio, fino a 300 tonnellate per ogni ettaro, se ne torna in atmosfera a scaldare lì’intero pianeta. Le emissioni provocate dalla distruzione delle foreste torbiere, fanno di un paese scarsamente industrializzato come l’Indonesia il terzo emettitore di carbonio, dopo Stati Uniti e Cina.
La vita dei contadini, la sopravvivenza delle specie, e il futuro dello stesso pianeta sono sacrificabili. Serve nuova terra per produrre merci da immettere sul mercato estero.
La distruzione delle foreste è pianificata dall’alto. A guidare le operazioni, il conglomerato cartario sino-indoensiano Asia Pulp & Paper (APP), un gigante capace di produrre tre milioni di tonnellate di cellulosa ogni anno. Ancora nel 2006, la APP si riforniva per il 70 per cento da foreste naturali e solo per un 30 per cento da piantagioni. Nel frattempo le piantagioni si sono espanse, ma sempre ai danni delle foreste naturali: fino al 2003 l’impresa ha ottenuto 121.000 ettari di piantagioni, nel 2004 ne ha aggiunti altri 65.000 ettari, nel 2005 ancora 81.000 e nel 2006 ulteriori 108.000 ettari. In molti casi si tratta di aree di grande valore ambientale.
Questa impresa ha distrutto da sola un milione di ettari di foresta, un’area grande come tre volte la Val d’Aosta. Dodici anni di deforestazione in Riau stanno portando l’elefante e la tigre di Sumatra all’estinzione. La tigre di Sumatra, l’ultima delle tigri insulari, non supera ormai i 500 esemplari in natura. La APP ha recentemente ottenuto dal governo indonesiano il permesso per abbattere tutti gli alberi su 200.000 ettari nell’area del Parco Nazionale di Bukit Tigapuluh, nella provincia di Jambi. Questo parco è essenziale per la tigre di Sumatra e l’orango. Le operazioni dovrebbero iniziare nel 2010, e includeranno l’unica area in cui era stato reintrodotto con successo l’orango.
La continua espansione sui mercati internazionali, dovuta al basso costo della materia prima prodotta con metodologie devastanti, fa sì che la APP abbia un continuo bisogno di espandere le proprie piantagioni, distruggendo quel che resta delle foreste di Sumatra, e affacciandosi a quelle del Borneo e della Nuova Guinea.
Le foreste asciutte nel frattempo si sono esaurite e oramai il 75 per cento delle nuove piantagioni della APP nelle provincie di Riau e Jambi, si trova in torbiere palustri, ricchissime di carbonio (fino a 300 tonnellate per ettaro).
Stesso paese, stesso scenario. Ma è un altro muro di fuoco quello che si leva dal villaggio di Suluk Bongkal, in una remota area di Sumatra. Questa volta è fuoco vivo, le fiamme si alzano in lingue giallastre sui tetti delle 400 capanne. Un fuoco secco, da cui si leva un sottile cono di fumo nero e acre di benzina e  gomma bruciata. Il villaggio è stato sgombrato dall’irruzione una composita truppa d’assalto: agenti di polizia, security privata e bande criminali. Da un elicottero della polizia piove carburante sui tetti delle case. Basta un cerino, come sempre.
Mentre il fuoco divora le poche cose dei contadini, la polizia arresta 70 abitanti nel fuggi fuggi generale. Alla fine due bambini saranno trovati morti, uno, di due mesi ucciso dalle fiamme, l’altro, di due anni, annegato in una pozza mentre fuggiva nella foresta. Gli arrestati saranno poi trattenuti per mesi senza processo.
Cosa ci fa questo scenario da guerra civile nell’isola di Sumatra? È il conflitto per il controllo della foresta: i colossi industriali della carta e dell’olio di palma hanno urgente bisogno di nuovi terreni da mettere a piantagione, il governo rilascia loro nuove concessioni senza curarsi dei diritti di indigeni e comunità locali e quando questi non accettano di abbandonare le proprie case, si passa alle maniere spicce.
L’impresa PT Arara Abadi aveva ottenuto la concessione alcuni anni prima, ma assieme ad altre imprese del gruppo APP – Sinar Mas era finita nel mirino di investigazioni sul taglio illegale, che avevano portato al sequestro di un milione di metri cubi di legname. Secondo gli investigatori le concessioni erano state rilasciate in modo irregolare.
Gli abitanti del villaggio di Suluk Bongkal avevano forse festeggiato, ma contro la polizia di Riau è intervenuto l’allora ministro delle foreste Malam Kaban, e dopo mesi di braccio di ferro istituzionale, il capo della polizia di Riau era stato rimosso. Nel giro di pochi giorni, ecco la polizia locale schierata assieme alle guardie private della Arara Abadi nel distruggere il villaggio.
Suluk Bongkal non l’eccezione. Simili conflitti sono diffusi trai Jambi e Riau. Le violazioni dei diritti umani si estendono anche ai giornalisti: nel luglio 2009 la security aziendale a di una impresa del gruppo APP, la PT Lontar Papirup Pulp and Papers, ha sequestrato due reporter della televisione France 24, che riprendevano camion di tronchi.
La APP sostiene di svolgere un ruolo cruciale per il benessere delle comunità delle aree in cui opera, lasciando intendere che il sacrificio delle foreste sia necessario allo sviluppo di un paese povero. Una tesi su cui si può discutere, ma quel che è certo è che l’espansione della APP è una disgrazia per le comunità indonesiane: foreste in questo paese danno da vivere a 30 milioni di persone, tra cui 300 gruppi indigeni. La loro distruzione lascia questa gente senza casa, senza fonti di sussistenza, senza il loro ambiente e la loro cultura. La loro vita, sostenuta dalla foresta per migliaia di anni, si trasforma in una povertà senza radici né mezzi di sussistenza dignitosi. In realtà i profitti dell’industria del legno e della carta non contribuiscono certo allo sviluppo. Secondo un rapporto pubblicato da Human Rights Watch redatto sulla base dei dati forniti dalla Commissione per lo Sradicamento della Corruzione (KPK) voluta dallo stesso Presidente della Repubblica, il settore forestale indonesiano avrebbe sottratto circa 2 miliardi di dollari, tra tasse evase, sussidi “aggiustati” e prelievo di tronchi senza le necessarie autorizzazioni. La stessa cifra, secondo i calcoli della Banca Mondiale, sarebbe sufficiente ad assicurare l’assistenza sanitaria a 100 milioni di indigenti per almeno due anni.
Intanto le ruspe avanzano, e i mercati si riempiono di nuovi prodotti, gli strateghi commerciali pianificano aggressive politiche di penetrazione dei mercati. Editori e tipografie italiane ricevono la visita di venditori con una piacevole sorpresa: carte di buona qualità a prezzi imbattibili e con generosi tempi di pagamento. Sotto le cravatte dei venditori si nasconde l’inferno dell’Indonesia: se la APP riuscirà ad espandersi sul mercato italiano e europeo, questo si tradurrà un nuove foreste convertire in piantagioni. Non è una mera previsione: il governo indonesiano ha allocato 29 milioni di ettari alla produzione di legno, e altri 10 milioni di ettari alla conversione in piantagioni. Si tratta di una superficie più grande dell’Italia.
Assieme al Rainforest Action Network, una associazione ambientalista statunitense, l’associazione ambientalista Terra! ha scoperto che uno dei principali fornitori di packaging delle griffe, PAK 2000, era una controllata della APP, e ne veicolava le fibre nel mondo della moda, sotto forma di shopper e packaging. Il primo risultato della campagna di Terra! è stata la rottura dei contratti con PAK2000 da parte di imprese come Tiffany, Gucci, Balenciaga, e Versace, riconvertendo i propri acquisti a prodotti certificati Forest Stewardship Council (FSC). Per evitare di perdere tutti i propri clienti, alla fine PAK 2000 si è impegnata a chiudere i contratti di fornitura dalla APP o altre imprese coinvolte nella deforestazione, e usare solo fibre certificate FSC. Per dare credibilità a questa mossa, PAK 2000 ha dovuto liberarsi del controllo azionario della APP.
Nel frattempo, numerose altre imprese, come Staples, Fuji Xerox, , H&M, Office Depot, Corporate Express, Idisa Papel, Metro, Woolworths, Robert Horne e Ricoh hanno interrotto gli acquisti dalla APP, considerata società a rischio.
Sparita dalle griffe, la carta incriminata continua a essere consumata in Italia, primo importatore europeo di carta e cellulosa indonesiana. Fonti di Terra! hanno messo in luce un’aggressiva campagna di espansione nel mercato italiano da parte della APP, che nel frattempo ha aperto uffici in Italia, Spagna, Regno Unito e Germania. L’Italia è divenuta oramai il primo importatore europeo di prodotti cartari dall’Indonesia, superando le 77.000 tonnellate. Nel 2009, editori, tipografie e rivenditori di carta hanno acquistato oltre 40.000 tonnellate di carta soltanto dalle tre cartiere indonesiane del gruppo APP: Tjiwi Kimia, Pindo Deli e Indah Kiat. Il 10 maggio 2010, nel cuore di Roma, a Piazza Venezia, è comparso uno striscione pubblicitario delle Cartiere Paolo Pigna: “Per deforestare abbiamo carta bianca: le cartiere Pigna contribuiscono ogni giorno alla distruzione delle foreste secolari”. La beffa è ispirata al rapporto Le Tigri di Carta, pubblicato da Terra!, secondo cui  le Cartiere Paolo Pigna acquistano carta e prodotti lavorati dal colosso cartario asiatico APP. In questo modo, sostiene Terra!, anche le cartiere italiane alimentano la distruzione delle foreste pluviali dell’Indonesia. La continua espansione del mercato, sostenuta dal basso prezzo della materia prima, non fa che accelerare la distruzione delle foreste. È un circolo vizioso: le foreste indonesiane vengono abbattute per produrre carta a costi contenuti. Le cartiere Pigna negano e hanno annunciato denunce e richieste di danni. Ma chi pagherà i danni ai contadini di Suluk Bongkal?

Un Tremonti nei panni di Visco

Sono passati circa due anni da quando Silvio Berlusconi incantava le facce degli Italiani promettendo un miracolo economico fatto di nuovi posti di lavoro, pensioni più alte e meno tasse per tutti… Ma oggi si ritrova in mezzo a due fuochi, conteso tra la necessità di chiedere dei sacrifici economici ai tanti fiduciosi che lo hanno votato e il bisogno di mantenere alto il suo consenso al fine di portare a termine il “programma” di Governo.

“Via libera del Consiglio dei ministri alla manovra correttiva da 24 miliardi messa a punto dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti. – scrive Rosaria Amato in un articolo de “La Repubblica.it” del 25 maggio – Ma è un via libera con riserva, senza conferenza stampa finale, senza l’invio del documento finanziario alla Gazzetta Ufficiale per la pubblicazione, e con l’ammissione che “ulteriori aggiustamenti” vanno fatti su misure tutt’altro che laterali”.

Nel frattempo il debito pubblico dello Stato italiano si appresta a superare il 118 per cento del PIL, e il Governo taglia stipendi e allunga i tempi di pensionamento per coprire il buco nel bilancio del governo entro il 2012, mentre la classe politica affoga negli scandali. Dall’ingenua innocenza di un Claudio Scajola che è stato costretto alle dimissioni nonostante la sua completa estraneità ai fatti, sino alle accuse che hanno coinvolto Guido Bertolaso e la tanto rinomata Protezione Civile. Una interminabile lista di scandali accomunati dal nome dell’imprenditore Diego Anemone. Per tranquillizzare gli animi “Berlusconi ha assicurato – afferma Guy Dinmore del Financial Times su un articolo dell’Internazionale del 21 maggio – che nessuno dei colpevoli resterà impunito. Ma allo stesso tempo ha criticato la pubblicazione dell’elenco dei clienti di Anemone, tra cui figurano anche Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli, gli uffici e la residenza romana del premier”.

Tra servizi segreti, mafie e Vaticano, oltre 400 persone sono inserite nella lunga lista di amici-debitori del costruttore Anemone e del suo importante collaboratore Angelo Balducci, ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici che al momento è ancora in carcere. Il recente film “Draquila”, di Sabina Guzzanti, riesce a dare un’idea molto chiara e documentata del giro di incompetenza e corruzione che ha coinvolto il Governo assieme ai suoi “protetti”, limitandosi a descrivere solo un piccolo frammento dell’attualità di questo Paese. Un focus sulla “non ricostruzione” dell’Aquila, sostituita dalla edificazione di una nuova città parallela, dove i vecchi Aquilani si sono ritrovati a dover ricostruire la propria vita al posto della loro precedente casa.

E mentre l’establishment politico affoga in questo schifo, la priorità principale di questo Governo continua a essere la legge sulle intercettazioni, quelle stesse che hanno contribuito a portare a galla questi scandali. Ma tutto ciò non è bastato a ridurre i consensi del premier più amato d’Italia, e adesso resta solo da vedere se il buon Silvio riuscirà a cavarsela anche con la caterva di tagli che dovrà apportare, soprattutto all’interno delle pubbliche amministrazioni.

“Si andrà in pensione più tardi: un anno per i dipendenti, diciotto mesi per gli autonomi. – spiega il giornalista Roberto Petrini su “La Repubblica.it” del 26 maggio – Gli statali dovranno fare qualche sacrificio: i loro stipendi resteranno congelati per quattro anni e saranno bloccati tutti gli automatismi. Stretta anche sulle pensioni di invalidità mentre le donne della pubblica amministrazione dovranno attendere di più per avere i requisiti della pensione. Più della metà della manovra (13 miliardi) è costituita da tagli a Comuni, Province e Regioni”.
Oltre a ciò questa manovra può vantare il merito di abbattere una serie di spese spesso inutili, dalle consulenze alle spese per sponsorizzazioni e pubbliche relazioni. E i dirigenti della pubblica amministrazione che guadagnano più di 90 mila euro dovranno rinunciare ad un 5 per cento del loro stipendio, con un rialzo al 10 per cento per chi incassa oltre i 130 mila euro.

A controbilanciare i meriti arriva però l’ennesimo condono edilizio, con “una maxisanatoria catastale che comprende anche una sanatoria ai fini fiscali degli abusi edilizi”, giusto per conservare almeno i consensi dell’elettorato migliore…

La legge bavaglio e la rivolta dei post-it

BavaglioLegge bavaglio: così è noto ormai ai più il decreto sulle intercettazioni proposto dal Pdl.  Secondo questo decreto  “l’autorizzazione [alle intercettazioni] è data con decreto, motivato contestualmente e non successivamente modificabile o sostituibile, quando vi sono evidenti indizi di colpevolezza“. Questa situazione renderebbe le intercettazioni ormai inutili poiché,  se si hanno elementi per riscontrare “gravi indizi”, vuol dire che se ne hanno abbastanza per richiedere il rinvio a giudizio.

Il decreto prevede inoltre multe e carcere per i giornalisti che pubblicano le intercettazioni o  gli atti delle inchieste: per loro è prevista una multa da 5 mila euro per i verbali, 10 mila per le intercettazioni e fino a un mese di reclusione . Queste pene sono state, anzi,  “drasticamente” ridotte, poiché la proposta iniziale prevedeva carcere fino a 2 mesi e multe superiori del 100%.

Migliaia i cittadini che hanno firmato vari appelli o fanno parte di gruppi di protesta: tra il sito nobavaglio.it e il gruppo facebook “libertà e partecipazione”  sono state raccolte, in totale, più di 160.000 adesioni.

Le testate giornalistiche che si schierano contro la legge, stavolta, non hanno colore politico: le proteste arrivano dal Tg5, da Studio Aperto, addirittura dal Giornale di Vittorio Feltri che critica severamente il provvedimento: “Si tratta di un attentato alla libertà di stampa e non potrà passare al vaglio della corte costituzionale. Supplichiamo Berlusconi: non ci somministri l’estrema unzione. Non ci trasformi da cani da guardia in barboncini scodinzolanti”. E se lo dice pure lui… Stavolta c’è davvero di che preoccuparsi!

Le proteste si susseguono, con iniziative originali sia sul web che su strada. Oltre ai già citati gruppi, sit-in a Montecitorio e la rivolta dei post-it sul web: giovani che mandano le loro foto a Repubblica.it con un post it sulla bocca e una frase su un cartello: “meno informazione=più corruzione”, “con la censura casta più sicura”, “no alla legge bavaglio”.

Per una volta possiamo dare onore e merito a Berlusconi: è riuscito a mettere d’accordo tutti.

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El Principe del gol

Ha fatto sorridete tanta gente, ma non è il “Principe della risata” Antonio de Curtis. Ha fatto sognare tante ragazze (anche ragazzi eh) ma non è il Principe Azzurro. Più semplicemente, è colui che con i suoi gol ha fatto vincere alla sua squadra le partite decisive per ottenere campionato, Coppa Italia e Coppa dei Campioni. Niente male eh? Sembra uno di quei sogni che si fanno da bambini mentre giochi con il Super Santos fuori al balcone di casa tua. Stiamo ovviamente parlando del “Principe” Diego Milito. Il soprannome gli venne affibiato a causa della sua somiglianza con Enzo Francescoli, il fantasista uruguayano (che veniva chiamato proprio in quel modo) ma più di una persona ha notato che ricorda molto anche un altro ex-giocatore, ovvero Fernando “Rambo” De Napoli, centrocampista del Napoli degli anni di Maradona. A voi giudicare le sue fattezze. Ma parliamo del giocatore.

Diego Alberto Milito nasce a Bernal, vicino Buenos Aires il 12 giugno 1979 (l’Argentina esordisce al Mondiale contro la Nigeria proprio nel giorno del suo compleanno…che si regali un gol per festeggiarlo?) da papà Jorge Salvador, figlio di due immigrati calabresi, Salvatore Milito e Caterina Borelli, giunti a cercar fortuna in America da Torrenova di Sibari. Diego infatti ha il doppio passaporto. La sua carriera comincia nel Racing Club, squadra di Avellaneda, che gioca il derby con l’Indipendiente, che era tra l’altro la squadra del fratello Gabriel. Segna trentaquattro gol in centotrentasette presenze, vincendo il campionato nel 2001. Vaglielo a spiegare che avrebbe dovuto attendere un decennio per rivincere qualcosa, e ben più importante. Nel mercato di gennaio del 2004, Preziosi ha un colpo di genio e lo acquista per il Genoa. Esplode la Milito-mania! Dodici gol in venti partite. Era l’anno del post-casino Catania, con la B a ventiquattro squadre, con sei squadre promosse in A (Palermo, Cagliari, Livorno, Atalanta, Messina e dopo i play-off col Perugia che era in A anche la Fiorentina) e Napoli e Genoa a far da nobili decadute a metà classifica (il Napoli poi fallì, ma questa è un’altra storia). L’anno dopo gioca l’intero campionato segnando la bellezza di ventuno gol, uno in meno di Spinesi (lo so che rasenta il ridicolo, ma è vero). Genoa in A…prima del papocchio di Preziosi con il denaro in nero a Pagliara per “aggiustare” la partita col Venezia. Genoa in C e Diego va in presito al Real Zaragoza (l’idea di Milito in C però è divertente, ve lo immaginate contro Lumezzan e  Sassari?) dove giocava il fratello. Quindici gol, Zaragoza salvo e sconfitto in finale di Coppa di Spagna dall’Espanyol, dopo aver battuto 6-1 il Real Madrid…con quattro segnature del “Principe”. Ah però… mica male, non ha fatto piangere solo i tifosi del Barcelona allora! L’anno dopo è vicecapocannoniere del campionato alle spalle di Ruud van Nistelrooy (eh bè, senza offesa ma è meno bruciante che essere secondi a Spinesi), Zaragoza sesto e qualificato alla Coppa Uefa. Torna al Genoa una volta che i grifoni ritrovano la Serie A… e riprende da dove aveva lasciato, ovvero segnando come un pazzo. Ventiquattro reti, di cui alcune decisive come quelle nel derby con la Sampdoria (1-0 all’andata, 3-1 al ritorno…e le segna tutte lui!!). Ancora vicecapocannoniere (assieme a Di Vaio) alle spalle di Zlatan Ibrahimovic col Genoa che va in Europa League. Passa finalmente ad una grande squadra, l’Inter, per 25 milioni di euro assieme a Thiago Motta. Mourinho ci ha visto giusto. Ventidue reti in Serie A, e come sempre vicecapocannoniere. Ma come diavolo è possibile che c’è sempre qualcuno che gli strappi il titolo? Stavolta tocca al super Totò Di Natale che ne insacca ventinove. Il resto è storia recente, ma c’è ancora qualcosa da scrivere perché Milito -diciamolo- punta al Pallone d’Oro. Essendo l’anno della Coppa del Mondo, però, tutto si deciderà in Sud Africa. Milito si guadagna ovviamente la convocazione ma forse non partirà titolare. Com’è la relazione tra Diego e la selecciòn? Esordisce contro l’Honduras il 31 gennaio 2003 segnando il suo primo gol (bell’esordio eh?), ma non va a Germania 2006. L’anno dopo arriva secondo in Coppa America segnando alla Colombia. Nelle qualificazioni per Sud Africa 2010 non segna neanche un gol… ma se gli verrà data la possibilità magari qualche pallone dentro lo butta!

Non è la Rai…

Giovedì 20 maggio 2010. Sono le ore 21 e Rai2 trasmette una delle ultime puntate di Annozero. Michele Santoro apre il programma col suo solito editoriale, lanciato in una strenua difesa del proprio diritto a lavorare liberamente, con l’auspicio di poter conoscere una Rai diversa, quella stessa del Paladozza di Bologna, quella stessa della storica serata di “Raiperunanotte”.

Su “Il fatto quotidiano” dello stesso giorno, Marco Travaglio commenta la questione riguardante la possibilità che il suo collega continui a lavorare per la Rai solo da esterno, con le parole tristi ma comprensive di uno che conosce la vicenda da vicino. “So che nessuno può lavorare per un’azienda che non lo vuole – scrive Travaglio – e non solo non gli dice grazie, ma lo prende pure a calci in culo. Santoro l’ha fatto per 4 anni, più per tigna politica che per motivi professionali, consumandosi una bella fetta di fegato e di sistema nervoso, mobbizzato ogni giorno a colpi di telefonate, minacce, proiettili, pressioni, avvertimenti, multe, ammonimenti, sabotaggi, bastoni fra le ruote, fango a mezzo stampa e tv (persino su Rai2)”.

Nel frattempo quotidiani e tg, a braccetto con un malpensante entourage politico, commentano la notizia della possibile chiusura di Annozero parlando di denaro e buonuscite, e mentre Santoro attende il temine della contrattazione per spiegare le proprie motivazioni, si diffonde l’ipotesi che le sue dimissioni siano state “comprate” da un’allettante liquidazione.

Un pubblico di affezionati alla trasmissione commenta la notizia sulla pagina Facebook di Annozero, tra biasimi, condanne e frasi d’incoraggiamento affinché non venga più chiuso il programma. Cinque milioni di telespettatori a puntata che oggi non vogliono rinunciare a uno dei pochi spazi alternativi del panorama culturale ed informativo italiano. Una trasmissione che in più di un’occasione ha dato spazio a quelle deboli voci che in quello studio hanno avuto la possibilità di gridare al Paese la propria opinione. Un elenco di puntate e di consecutive polemiche, sempre immancabili verso qualunque programma osi osteggiare i poteri forti di questa folle Italia, tra le serate dedicate alla Chiesa, ai casi di pedofilia e ai video-scandalo che nessun’altra trasmissione si è mai sognata di rendere pubblici. Tra la fortissima puntata su Gaza e le innumerevoli accuse di antisemitismo, per continuare con l’esclusiva intervista in diretta a Patrizia D’Addario, contro ogni autorizzazione e tutela da parte dei vertici Rai.

Uno dei programmi più seguiti e meno costosi dell’intero palinsesto Rai, con uno share medio di 20,34%, si ritrova oggi a dover fare i conti con l’incapacità di una rete pubblica che non riesce a distaccarsi dagli interessi partitici che siedono al tavolo del Consiglio di amministrazione. Una trasmissione che neppure la più cruda logica di mercato è riuscita a salvaguardare, perché non è sufficiente essere uno dei programmi maggiormente seguiti della tv quando il record di ascolti è garantito dagli interventi di giornalisti come Santoro, Travaglio, Ruotolo o Vauro.

Ma un’altra televisione è possibile, e la serata del 26 marzo 2010 a Bologna ce lo ha già dimostrato…

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Meridiano Zero – "Draquila – L'Italia che trema"

Ore 3:32 del 6 Aprile 2009. L’Italia trema. Una parte di essa, ferita mortalmente, cade. Dalla fine della scossa, pochi secondi forse, poi le urla, le sirene. E Draquila. Draquila non è Silvio Berlusconi. Nel film della Guzzanti, Berlusconi non è l’antagonista, quello che ti aspetteresti da un documentario della Guzzanti, ne fa parte, ma non è lui. Draquila è “la macchina”. Quella macchina, alimentata a corruzione, collusioni e connivenze, guidata da pochi (amici e amici di amici) che si mette in moto subito, pochi minuti dopo, assetata, inarrestabile. Ce lo dicono le intercettazioni, i documenti. Una marea di soldi sotto forma di macerie, tragedie, vite spezzate, famiglie distrutte, sangue e lacrime, da depredare, da stillare dal collo dello Stato. 93 minuti di documentario, implacabile, che silenzioso si muove tra le macerie, che dà voce a quella parte d’Italia inascoltata, quella che rimane lontana dai riflettori berlusconiani della consegna delle case comprate con i soldi della Croce Rossa e che urla, disperata, tutto il suo malcontento, la sua tristezza, tutte le incongruenze e i limiti di una gestione mediocre. Il lavoro della Guzzanti è martellante e meticoloso, si espande inesorabile in ogni direzione, Napoli, La Maddalena, Roma, alternando dati a fatti (alcuni noti, altri meno noti) a considerazioni e ragionamenti precisi e pertinenti (a volte più, a volte meno: la gestione di un campo non è stata inventata da Bertolaso).
La Guzzanti già con “Viva Zapatero!” ci aveva mostrato tutto il suo disagio verso i confini del documentario nel senso stretto del termine, e anche qui si allarga, svaria, si pone come : abiti normali, gente normale, fatti. Niente green screen, niente effetti speciali, niente 3d, solo la realtà, cruda. Questo è il grande pregio e il grande difetto del film: Draquila è di parte e non nasconde di esserlo e per questo rischia di parlare a chi già la pensa allo stesso modo senza suscitare il minimo interesse dall’altra parte, al di là dei Bondi, Cannes & Co. Ha il merito di evidenziare il peso del PD in tutta la faccenda, ovvero nullo. L’opposizione è assente, connivente con il Draquila assetato di sangue e l’immagine del tendone, chiuso di giorno come di notte, d’estate come d’inverno, dà perfettamente l’idea di come opposizione, nell’immaginario collettivo, faccia ormai rima con desolazione.

Vi lasciamo al trailer…

Acqua pubblica, senza se e senza SpA

[stextbox id=”custom” big=”true”]Pier Mario Demurtas, studente della facoltà di Medicina all’università Cattolica di Roma, appartiene all’associazione “Sognatori in Cantiere” che aderisce al comitato sostenitore del referendum per l’acqua pubblica. Su questo tema ha preparato il suo primo articolo per Camminando Scalzi.it . Buona lettura! [/stextbox]

Ignorati dalla stampa, snobbati dai parlamentari in tutt’altre faccende affaccendati, disprezzati dai poteri forti, ma comunque determinati a farsi sentire, quasi 500.000 cittadini in circa 20 giorni si sono già recati ai banchetti per firmare a favore dei tre quesiti referendari per la ripubblicizzazione dell’acqua. Il messaggio che portano è, se vogliamo, molto banale: l’umanità possiede dei beni comuni che in nessun modo possono essere fatti merce e sottoposti alle regole, o meglio all’assenza di regole, del mercato. E per esprimere questo concetto si parte dall’acqua, di cui spiegare quanto è essenziale con frasi a effetto quali “siamo fatti al 70% di acqua”, risulta ormai addirittura superfluo. Sono circa ormai 15 anni, infatti, che la gestione dell’acqua subisce attacchi continui.
È nel 1994 che la legge Galli stabilisce la possibilità (poi diventata obbligo nel 2001) di far gestire il servizio idrico a SpA, consentendo di fatto al privato di entrare nella gestione dell’acqua. La SpA sostituisce così progressivamente le “vecchie” aziende municipalizzate e i consorzi che prima gestivano i servizi. Una SpA, indipendentemente da come siano ripartite le azioni tra azionista pubblico e azionisti privati – fosse anche gestita al 100% da un azionista pubblico – è un tipo di azienda che ha come obiettivo il profitto e non certo la parità di bilancio. Esiste per l’azionista addirittura un profitto minimo garantito del 7% del capitale investito. Questo profitto deriva naturalmente dal pagamento delle bollette, e quindi dai cittadini. Come se non bastasse ogni SpA (anche in questo caso, fosse anche a totale capitale pubblico) è sottoposta alla normale tassazione dei profitti (tassazione da cui invece erano esenti le municipalizzate), e anche le tasse, alla fine della giostra, gravano naturalmente sui cittadini.
A complicare ulteriormente le cose è arrivato nel 2008 il decreto Ronchi, convertito in legge un anno dopo. La norma in questione non solo conferma il fatto che l’acqua debba essere gestita obbligatoriamente da Spa, ma stabilisce che entro la fine del 2011 l’azionista pubblico dovrà cedere le sue quote, e il privato dovrà diventare ovunque il socio di maggioranza. Come si sa, a forza di ripetere fino alla nausea uno slogan, le persone finiscono per abituarsi, e quello che prima era solo un motto diventa una verità inconfutabile. Così è andata negli ultimi tempi, in Italia e non solo, per quanto riguarda la gestione dei servizi, a proposito della quale per anni ci è stato ripetuto che “il pubblico è sinonimo di mal gestione, mentre il privato è bello e risolve tutti i problemi di sprechi e costi elevati”. Almeno per quanto riguarda l’acqua si può dire, senza timore di essere smentiti dai dati, che mai messaggio è stato più fuorviante di questo. Cercherò di spiegarmi brevemente. Se un’azienda deve ricavare profitto da un bene precedentemente no profit lo può fare in quattro modi: o aumentando le tariffe, o diminuendo gli investimenti, o tagliando il numero dei lavoratori o infine favorendo l’incremento dei consumi del bene. I dati ci dimostrano che, se pure in modo variabile da luogo a luogo, questi quattro fenomeni si sono tutti verificati. Emblematici sono i casi di Latina e Aprilia, di Arezzo, di Agrigento, in cui il passaggio al privato ha determinato aumenti fino al 300% in un anno. E agli aumenti forsennati non corrisponde mai un miglioramento del servizio e della qualità delle reti idriche. Si stima che l’acqua dispersa dalle nostre reti colabrodo sia superiore al 30% su tutto il territorio nazionale. Non c’è da stupirsi del fatto che il gestore privato non tenti di risolvere questo problema: la sua retribuzione deriva dalla quantità d’acqua estratta dal sottosuolo, e non da quella che effettivamente giunge ai rubinetti dei consumatori. Se ci si pensa, non vale in questo caso neanche la tanto evocata “legge della concorrenza”: il gestore è sempre e comunque uno solo.
Per questo, e per numerose altre ragioni che per motivi di spazio non si possono elencare, il Forum dei Movimenti per l’Acqua e una marea (è il caso di dirlo! 😀 ndObi) di associazioni promuovono oggi tre quesiti referendari, per i quali bisogna raccogliere almeno 500.000 firme entro il 4 Luglio. Il primo quesito chiede che venga abrogata la norma del decreto Ronchi relativa all’acqua; il secondo vuole abolire il concetto di SpA nella gestione del servizio; il terzo elimina il profitto minimo garantito del 7% per i soci investitori. Sono ormai passati quasi dieci anni da quando il Forum ha iniziato a lavorare sul tema; e ciò che rende straordinaria questa iniziativa non è solo la forza degli argomenti che esprimono, ma anche la modalità con cui questi vengono portati avanti. Non esiste all’interno alcuna struttura gerarchica, né tantomeno leader carismatici. Ogni giorno ci si confronta, ogni giorno ognuno mette le sue competenze a disposizione degli altri. Non esistono partiti politici al suo interno e questa è forse la prima grande battaglia del dopoguerra combattuta al di fuori degli schieramenti. A testimonianza del fatto che questa è una battaglia trasversale, ma soprattutto è un vero esempio di democrazia partecipata e di movimento dal basso; perché, come non ci si stancherà mai di ribadire, si scrive acqua, ma si legge democrazia!
Per avere maggiori informazioni sulla campagna referendaria, visitare il sito www.acquabenecomune.org, dove si possono trovare anche tutte le date e i luoghi dei banchetti per la raccolta firme.
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