Acqua pubblica, senza se e senza SpA

[stextbox id=”custom” big=”true”]Pier Mario Demurtas, studente della facoltà di Medicina all’università Cattolica di Roma, appartiene all’associazione “Sognatori in Cantiere” che aderisce al comitato sostenitore del referendum per l’acqua pubblica. Su questo tema ha preparato il suo primo articolo per Camminando Scalzi.it . Buona lettura! [/stextbox]

Ignorati dalla stampa, snobbati dai parlamentari in tutt’altre faccende affaccendati, disprezzati dai poteri forti, ma comunque determinati a farsi sentire, quasi 500.000 cittadini in circa 20 giorni si sono già recati ai banchetti per firmare a favore dei tre quesiti referendari per la ripubblicizzazione dell’acqua. Il messaggio che portano è, se vogliamo, molto banale: l’umanità possiede dei beni comuni che in nessun modo possono essere fatti merce e sottoposti alle regole, o meglio all’assenza di regole, del mercato. E per esprimere questo concetto si parte dall’acqua, di cui spiegare quanto è essenziale con frasi a effetto quali “siamo fatti al 70% di acqua”, risulta ormai addirittura superfluo. Sono circa ormai 15 anni, infatti, che la gestione dell’acqua subisce attacchi continui.
È nel 1994 che la legge Galli stabilisce la possibilità (poi diventata obbligo nel 2001) di far gestire il servizio idrico a SpA, consentendo di fatto al privato di entrare nella gestione dell’acqua. La SpA sostituisce così progressivamente le “vecchie” aziende municipalizzate e i consorzi che prima gestivano i servizi. Una SpA, indipendentemente da come siano ripartite le azioni tra azionista pubblico e azionisti privati – fosse anche gestita al 100% da un azionista pubblico – è un tipo di azienda che ha come obiettivo il profitto e non certo la parità di bilancio. Esiste per l’azionista addirittura un profitto minimo garantito del 7% del capitale investito. Questo profitto deriva naturalmente dal pagamento delle bollette, e quindi dai cittadini. Come se non bastasse ogni SpA (anche in questo caso, fosse anche a totale capitale pubblico) è sottoposta alla normale tassazione dei profitti (tassazione da cui invece erano esenti le municipalizzate), e anche le tasse, alla fine della giostra, gravano naturalmente sui cittadini.
A complicare ulteriormente le cose è arrivato nel 2008 il decreto Ronchi, convertito in legge un anno dopo. La norma in questione non solo conferma il fatto che l’acqua debba essere gestita obbligatoriamente da Spa, ma stabilisce che entro la fine del 2011 l’azionista pubblico dovrà cedere le sue quote, e il privato dovrà diventare ovunque il socio di maggioranza. Come si sa, a forza di ripetere fino alla nausea uno slogan, le persone finiscono per abituarsi, e quello che prima era solo un motto diventa una verità inconfutabile. Così è andata negli ultimi tempi, in Italia e non solo, per quanto riguarda la gestione dei servizi, a proposito della quale per anni ci è stato ripetuto che “il pubblico è sinonimo di mal gestione, mentre il privato è bello e risolve tutti i problemi di sprechi e costi elevati”. Almeno per quanto riguarda l’acqua si può dire, senza timore di essere smentiti dai dati, che mai messaggio è stato più fuorviante di questo. Cercherò di spiegarmi brevemente. Se un’azienda deve ricavare profitto da un bene precedentemente no profit lo può fare in quattro modi: o aumentando le tariffe, o diminuendo gli investimenti, o tagliando il numero dei lavoratori o infine favorendo l’incremento dei consumi del bene. I dati ci dimostrano che, se pure in modo variabile da luogo a luogo, questi quattro fenomeni si sono tutti verificati. Emblematici sono i casi di Latina e Aprilia, di Arezzo, di Agrigento, in cui il passaggio al privato ha determinato aumenti fino al 300% in un anno. E agli aumenti forsennati non corrisponde mai un miglioramento del servizio e della qualità delle reti idriche. Si stima che l’acqua dispersa dalle nostre reti colabrodo sia superiore al 30% su tutto il territorio nazionale. Non c’è da stupirsi del fatto che il gestore privato non tenti di risolvere questo problema: la sua retribuzione deriva dalla quantità d’acqua estratta dal sottosuolo, e non da quella che effettivamente giunge ai rubinetti dei consumatori. Se ci si pensa, non vale in questo caso neanche la tanto evocata “legge della concorrenza”: il gestore è sempre e comunque uno solo.
Per questo, e per numerose altre ragioni che per motivi di spazio non si possono elencare, il Forum dei Movimenti per l’Acqua e una marea (è il caso di dirlo! 😀 ndObi) di associazioni promuovono oggi tre quesiti referendari, per i quali bisogna raccogliere almeno 500.000 firme entro il 4 Luglio. Il primo quesito chiede che venga abrogata la norma del decreto Ronchi relativa all’acqua; il secondo vuole abolire il concetto di SpA nella gestione del servizio; il terzo elimina il profitto minimo garantito del 7% per i soci investitori. Sono ormai passati quasi dieci anni da quando il Forum ha iniziato a lavorare sul tema; e ciò che rende straordinaria questa iniziativa non è solo la forza degli argomenti che esprimono, ma anche la modalità con cui questi vengono portati avanti. Non esiste all’interno alcuna struttura gerarchica, né tantomeno leader carismatici. Ogni giorno ci si confronta, ogni giorno ognuno mette le sue competenze a disposizione degli altri. Non esistono partiti politici al suo interno e questa è forse la prima grande battaglia del dopoguerra combattuta al di fuori degli schieramenti. A testimonianza del fatto che questa è una battaglia trasversale, ma soprattutto è un vero esempio di democrazia partecipata e di movimento dal basso; perché, come non ci si stancherà mai di ribadire, si scrive acqua, ma si legge democrazia!
Per avere maggiori informazioni sulla campagna referendaria, visitare il sito www.acquabenecomune.org, dove si possono trovare anche tutte le date e i luoghi dei banchetti per la raccolta firme.
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