Parità formale vs parità sostanziale

La Comunità Europea ha imposto all’Italia l’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne che lavorano nel pubblico impiego, in nome di quel rinomato principio di parità tra generi che rifiuta qualunque forma di discriminazione legata al sesso. Il 10 giugno il Consiglio dei ministri si è quindi riunito per innalzare da 60 a 65 anni l’età di pensionamento delle signore che possiedono un posto statale, con una modifica che dovrebbe entrare in vigore dal 1 gennaio del 2012.

Il problema è che l’Italia non ha la più pallida idea di cosa significhi il concetto di “parità tra generi”, e che il principio teoricamente giustissimo di equiparare i tempi di pensionamento dei due sessi, nel concreto non farà altro che svantaggiare il già sfavorito genere femminile.

“La prima ragione – spiega l’articolo di Stefano Feltri su Il Fatto Quotidiano del 10 giugno – è che le statali che speravano di andare in pensione nel 2011 si trovano a subire prima lo slittamento delle finestre pensionistiche deciso nella Finanziaria (chi doveva lasciare il lavoro a luglio 2011 lo farà non prima di gennaio 2012), e poi un aumento della soglia per aver diritto alla pensione di vecchiaia, cioè quella calcolata sull’età anagrafica e non sulla base dei contributi versati agli enti previdenziali durante la vita attiva”.

La seconda ragione è invece ben spiegata sul sito ingenere.it, citato sullo stesso articolo de Il Fatto Quotidiano. “Le donne – spiegano le economiste Alessandra Casarico e Paola Profeta – godono di importi pensionistici medi più bassi, con una speranza di vita più elevata di quella maschile. I dati recentemente pubblicati dall’Osservatorio sulle Pensioni (Inps 2009) indicano che i redditi mensili medi relativi alle pensioni di vecchiaia sono significativamente più bassi per le donne (circa 630 euro) rispetto a quelli degli uomini (1219 euro)”, e ciò è dato dal fatto che le donne sono sfavorite a prescindere dal parametro utilizzato per calcolare l’importo mensile della pensione. Se si adotta quello “retributivo” la cifra verrà infatti scelta in base all’ammontare dell’ultimo stipendio percepito, che troppo spesso è inferiore a quello di un uomo che occupa la stessa posizione lavorativa. E lo stesso ragionamento vale nel caso si scelga di adottare il parametro “contributivo”, che tiene conto della retribuzione media percepita durante l’intero percorso professionale.

A ciò si somma che nella realtà le donne vanno in pensione, mediamente, solo un anno prima dei colleghi uomini, perché, come spiega efficacemente l’economista Michele Reitano sullo stesso sito ingenere.it, gli uomini “godendo solitamente di anzianità contributive ben maggiori, raggiungono i requisiti per il pensionamento di anzianità ben prima dei 65 anni, laddove la minor anzianità contributiva media delle donne costringe molte di loro a ritirarsi unicamente raggiunti i limiti per la vecchiaia”, e le medie statistiche evidenziano infatti che le donne lasciano il lavoro intorno ai 59 anni, contro i 60 dei loro colleghi maschili.

Si potrebbero poi aggiungere gli innumerevoli episodi di discriminazione che troppo spesso appaiono sulla stampa nazionale, soprattutto nei confronti delle donne in stato di gravidanza.
Assunte con maggiori difficoltà, pagate meno e ancora costrette a scegliere tra figli e carriera, difficilmente l’equiparazione dell’età pensionabile riuscirà a sanare quella “sostanziale” diversità di genere che tuttora caratterizza la società italiana.

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