Fabrizio De André e la sua "ora di libertà"

Ho iniziato ad ascoltare De Andrè per curiosità. Il mio professore di lettere del liceo lo conosceva personalmente, era cresciuto con lui a Genova, conosceva la sua famiglia, ma soprattutto, conosceva lui. Ricordo che in classe diverse volte raccontava a noi, alunni svogliati e disattenti, le disavventure di un ragazzo semplice cresciuto in una famiglia dell’alta borghesia industriale cittadina. Dalle parole del mio professore emergeva il suo pessimo rapporto con i genitori, la sua vita da vagabondo, il suo isolatismo e la sua diversità.

Fabrizio Cristiano De André nacque il 18 febbraio 1940 nel quartiere genovese di Pegli, in via De Nicolay 12, dove oggi si può notare una piccola targa commemorativa. Inizialmente visse nella campagna astigiana, luogo originario della sua famiglia e dove si trasferì a causa degli eventi bellici. Si trasferì poi nella Genova del dopoguerra, in un periodo di conflitti mossi dalla contrapposizione tra cattolici e comunisti, inflessibili e bigotti entrambi.

Dopo aver frequentato le scuole elementari in un istituto privato di suore, passò alla scuola statale, dove il suo comportamento “fuori dagli schemi” gli impedì una pacifica convivenza con le persone che vi trovò, in particolar modo con i professori. Per questo fu trasferito nella severa scuola dei Gesuiti dell’Arecco, frequentata dai giovani della “Genova bene”, dove fu vittima di un tentativo di molestia sessuale da parte di un gesuita dell’istituto. Nonostante l’età, la reazione verso il “padre spirituale” fu pronta e, soprattutto, chiassosa, irriverente e prolungata, tanto da indurre la direzione ad espellere il giovane De André, nel tentativo di placare lo scandalo. Dell’episodio venne a conoscenza il padre di Fabrizio, esponente della Resistenzavicesindaco di Genova, che informò il Provveditore agli studi, pretendendo un’immediata inchiesta che terminò con l’allontanamento dall’istituto scolastico del gesuita.

In seguito il cantautore frequentò la facoltà di Giurisprudenza. A sei esami dalla laurea, tuttavia, decise di intraprendere una strada diversa: la musica. Il primo vero e folgorante incontro con la musica avvenne con l’ascolto di Brassens, del quale De André tradurrà alcune canzoni, inserendole in alcuni dei suoi primi album. La passione crebbe anche grazie all’assidua frequentazione degli amici TencoBindiPaoli ed altri, con cui iniziò a suonare e cantare nel locale “La borsa di Arlecchino”.

De André, allora, iniziò una vita sregolata ed in contrasto con le consuetudini della sua famiglia, frequentando amici di tutte le estrazioni culturali e sociali, prendendo inconsapevolmente la strada che lo conduceva nella storia.

Dalle parole del mio professore trapelavano sempre emozioni forti nel ricordare la sua amicizia con De Andrè. Quando giunse la notizia della sua morte il nostro professore era fortemente provato. Quel giorno in classe non facemmo lezione, ascoltammo per due ore di fila l’album di de Andrè “Storia di un impiegato”. Lui che è conosciuto come il “Faber” per la perfezione dei suoi tecnicismi verbali, per le sue metafore sulla vita, per la sua semplice complessità. Non mi vergogno nel dire che ha segnato profondamente la mia crescita. Ho il ricordo nitido di quando ascoltavo i suoi album come un bambino sfoglia le figurine dei calciatori.  Ricordo i brividi profondissimi passarmi sulla pelle e lasciarsi abbandonare alle parole mai stonate e, soprattutto, mai sbagliate. Ricordo di aver sempre condiviso la sua poesia, di essermi sempre riconosciuto nelle sue poesie, di aver sognato di saper raccontare il mondo come faceva lui, con le sue semplice e umili parole, con i suoi riferimenti sapienti, con le sue rime intrecciate, e con la sua “polemica di dignità e libertà”.

Lui che inopinatamente è uno dei più grandi poeti dei nostri tempi, che con le sue canzoni ha saputo raccontare la vita, quella di tutti i giorni, ma anche quella sconosciuta o, per meglio dire, difficile da accettare.  Lui, disegnatore di realtà crudeli ma mai parallele, che indicava la morte con la metafora della collina e colorava la vita dei suoi personaggi donandogli dignità soltanto grazie alle sue descrizioni minuziose e ficcanti. Lui così duro contro l’istituzionalismo ed il perbenismo, lui così spietato contro il potere, lui così semplice ma blasfemo contro le crudeltà di un mondo che sembrava non appartenergli mai. Lui così lontano da un universo che, a mio modesto avviso, non lo ha mai valorizzato, meritato né apprezzato abbastanza. “Nella mia ora di libertà”, tratto dall’album “Storia di un impiegato”, è una delle poesie che forse più di tutte racchiude il suo “animus vivendi”. Racconta la storia di un carcerato che per ribellione decide di non voler uscire dalla prigione durante l’ora di libertà. Questo perché il condannato non vuole condividere con i sui “piantoni” (secondini) l’unica ora d’aria buona da respirare durante l’arco della giornata. È la storia di uomo normale, oggi diremo “comune”, che seppur innocente si ritrova a sfogliare i tramonti in prigione. De Andrè va duro contro il giustizialismo ma è proprio dalle sue critiche efferate e dalle sue lotte contro il potere che, paradossalmente, trapela un gran desiderio di giustizia e meritocrazia, desideri che oggi risuonano come un’eco più attuale che mai, per la serie “i tempi cambiano ma non i problemi”.

Questa canzone termina con il racconto di tutti i carcerati che imprigionano in galera i secondini e, intimandoli di ascoltarli,  gridano loro “Venite adesso alla prigione / state a sentire sulla porta / la nostra ultima canzone / che vi ripete un’altra volta / per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti”. Questa celebre frase, e citazione del “Faber”, risuona con violenza nelle orecchie di un potere assai scaltro, muto al punto da negare un sorriso al bisognoso, sordo alle esigenze del popolo, insensibile alla vita degli uomini che lavorano e sopravvivono a stento, correndo dietro a una vita in salita con il fiatone e, il più delle volte, senza fiato. Il mio professore quel giorno pianse quasi ininterrottamente per tutta la lezione e io non capivo il perché. Oggi ripensandoci, invece, lo capisco, o per lo meno credo di aver capito, e mi dispiace di non aver condiviso con lui quelle lacrime. Però, da quel giorno la mia curiosità mi ha aperto gli occhi su di un mondo che è sempre uguale, nel quale i problemi sono sempre gli stessi, se non più acuiti. Quello che per me è più importante, in realtà, è che si tratta anche di un mondo in cui, guidato dalla poesia del “Faber”, cerco ogni giorno di non sentirmi “coinvolto” e, per non tradire il mio poeta preferito, di guardare la vita avendo negli occhi, nel mio piccolo, la mia “polemica di dignità e libertà”.

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