Iraq: un’altra guerra senza vincitori

106.339 iracheni morti, soprattutto civili, senza alcuna distinzione di età, sesso e responsabilità.
4.417 soldati statunitensi rientrati a casa dentro una costosa bara di legno, coperti da quella bandiera a stelle e strisce che avevano scelto di servire. Ma anche 35.000 feriti o mutilati, col peso di un ricordo troppo doloroso per conviverci.
318 soldati di altre nazionalità, morti anch’essi senza un dignitoso perché.

Un paese dilaniato da una violenza che oramai scandisce la quotidianità di persone che cercano di sopravvivere, tra attentati continui e lotte intestine, dove a più di 5 mesi dalle elezioni del 7 marzo non è ancora stato formato il nuovo governo.
È l’epilogo di una guerra inutile, dove solo l’irragionevolezza umana poteva uscirne vincitrice.

“Dalla mezzanotte non spareranno più – ha scritto Bernardo Valli su La Repubblica del 1 settembre 2010 – daranno consigli, addestreranno soldati e poliziotti, si dedicheranno all’intelligence, predicheranno la democrazia. Si tratta degli americani naturalmente. È l’ossessione che tiene il paese in un’angosciosa suspance. La guerra di Bush, durata sette anni, adesso scade, più che finire, appunto a mezzanotte”.

Un piccolo sostegno per un Iraq che d’ora in avanti dovrà imparare a vedersela da solo, e a ricomporre i pezzi di questo assurdo disastro. A maggio, durante l’evento fiorentino “Terra Futura 2010”, la giornalista Giuliana Sgrena parlò del suo rientro a Baghdad a 5 anni dal suo rapimento. Descrisse una città dove la ricostruzione non era ancora partita e dove la mancanza di lavoro, istruzione e sistema sanitario aveva raso al suolo il presente e il futuro di un’intera nazione.

Un Paese le cui condizioni sono peggiorate da quando il sanguinoso regime di Saddam Hussein è stato destituito, perché la guerra non può certo considerarsi una valida alternativa a un violento governo totalitario. Dopo la caduta dello spietato dittatore il potere è finito nelle mani di quei gruppi religiosi, soprattutto sciiti, che hanno ridotto la libertà delle persone, soprattutto di genere femminile; donne che oggi sono obbligate a portare il velo e a non indossare i jeans, cancellando una di quelle poche libertà che persino il terribile regime di Saddam aveva concesso.

Ma “Il ritorno. Dentro il nuovo Iraq” di Giuliana Sgrena parla anche di spirito d’iniziativa e voglia di cambiare le cose. Una Baghdad in fermento, dove le strade sono affollate di gente, soprattutto di donne, che si battono per i loro diritti, rifiutano di portare il velo e dimostrano di volersi ribellare alle assurde costrizioni in cui erano costrette a vivere. Un Paese che non ha intenzione di arrendersi, e che dovrebbe rappresentare un monito, in ricordo dei tanti errori commessi e del coraggio che neppure sette anni di guerra sono riusciti a cancellare.

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