Centri di pessima accoglienza…

Erano circa un centinaio gli immigrati che l’11 ottobre sono riusciti a scappare dal CPA (centro di prima accoglienza) di Cagliari e hanno raggiunto l’aeroporto di Elmas per una compatta manifestazione di protesta. Una mobilitazione che si è conclusa con una decina di arresti e la cancellazione di alcuni voli aerei, così come lo scorso anno la protesta di Lampedusa terminò con il conteggio delle decine di persone ferite.

Le cause della ribellione “sono quelle di sempre – si legge nell’articolo di Carlo Mercuri su “Il Messaggero” del 12 ottobre – le stesse che affliggono le carceri italiane: sovraffollamento, scarsa assistenza, inadeguatezza delle strutture. La permanenza in questi centri, che la legge ha elevato da 60 a 180 giorni, ha complicato la situazione”.
Il problema fondamentale di questi centri consiste spesso nel fatto che quelli che dovrebbero occuparsi di gestirlo non comprendono la differenza tra un luogo adibito all’accoglienza e uno finalizzato a punire chi delinque. Da quando lo status di clandestino si è trasformato in un reato, e da quando la stessa parola clandestino è divenuta un sinonimo della parola immigrato, tutte le questioni che concernono l’argomento immigrazione si sono trasformate in un problema di sicurezza e ordine pubblico. Poco importa se una grossa parte degli uomini che sbarcano sulle coste italiane sono molto spesso rifugiati politici e richiedenti asilo, e importa ancora meno che il Diritto internazionale ne imponga l’accoglienza… Per il governo italiano questi sono clandestini, senza distinzioni di sesso, età, paese di provenienza o storia personale.

“Se si pensa che in Italia tra Cpa e Cie ci sono 29 strutture, – prosegue l’articolo di Mercuri – per un totale di 7.653 posti e che, dal 1 gennaio 2010, sono stati quasi diecimila i clandestini transitati nei Centri per essere riaccompagnati in patria, si capisce che la differenza di quasi 2.500 clandestini in più rispetto ai posti disponibili è la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

E adesso immaginate di essere un perseguitato politico, in un Paese in cui l’unico modo per scappare è quello di rischiare la vita su un barcone guidato da uomini senza scrupoli. Perché l’acquisto di un biglietto aereo sarebbe più comodo e meno costoso di quell’assurdo viaggio della speranza, ma gli aeroporti non sono un bel posto per un individuo che fugge dalle persecuzioni di un regime dittatoriale. Immaginate di arrivare sulle coste dell’Italia dopo giorni e giorni di viaggio, e di essere sbattuti dentro una struttura sovraffollata carente delle basilari norme igieniche, e di esser costretti a passarvi 180 giorni, senza possibilità di uscire e respirare un po’ di libertà… Sei mesi di “carcere” per un uomo che non ha commesso alcun reato, se non quello di aggrapparsi alla speranza di avere diritto a un trattamento speciale in virtù di quello status di rifugiato politico che dovrebbe essere tutelato dalle leggi internazionali. Immaginate di aver speso tutti i vostri risparmi e di aver lasciato la vostra famiglia, gli amici e la vostra terra per inseguire questo sogno… e di ritrovarvi in un luogo in cui l’accoglienza è solo un sostantivo utile a completare i nome del centro.
Immaginate tutto questo e adesso ditemi: non sarebbe venuta voglia di manifestare anche a voi?

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