Playoffs: emozione o ingiustizia?

Bene, ora provate ad immaginare. Immaginate che la vostra squadra del cuore faccia il record di punti in campionato, battendo tutte le rivali per il titolo e dando loro lezioni di calcio con risultati piuttosto altisonanti. Tutti ad applaudire il club, l’allenatore ed i giocatori che vincono anche divertendo. Finisce il campionato…e cosa avete in mano? Niente. Già, perchè ci sono i playoff da giocare, dove si rimette in gioco tutto. Le prime otto in classifica giocano quarti di finale con partite di andata e ritorno senza la regola dei gol fuori casa, con il vantaggio per chi si è meglio piazzato in classifica di passare in caso di somma dei gol totale. Ora, la vostra squadra che è arrivata ovviamente prima, gioca contro l’ottava, alla quale ha dato un distacco abissale. Gioca la prima in trasferta, subisce un gol ma comincia a giocare sul serio e vince 2-1 con un gol meraviglioso nella ripresa. Gioca il ritorno in casa e dopo pochi secondi gli avversari trovano un gol fortunoso. Poco male, il punteggio globale è lo stesso quindi si passa. Meglio non rischiare, schiacciandoli nella loro metà campo ma il palo dice di no ad una conclusione pericolosa. Si capisce che solo qualcosa di fortuito può modificare l’equilibrio…ed ecco che arriva: l’arbitro inventa una espulsione e la vostra squadra è costretta a giocare in dieci.

Nessun problema però, perchè non rischia nulla visto il tasso tecnico più elevato. A tre minuti dal termine però l’arbitro ci si mette di nuovo: calcio di rigore dubbio…2-0…e la vostra squadra è fuori dal campionato. Una partita balorda cancella mesi e mesi di dominio. Sembra assurdo?? Domandatelo ai tifosi della squadra messicana del Cruz Azul, che ha visto così sfumare un titolo che a detta di tutti gli addetti ai lavori sarebbe stato sacrosanto. Oppure anche ai Los Angeles Galaxy di David Beckham che grosso modo hanno subito la stessa sorte. Ora, i playoff andranno bene per sport come il basket o la pallavolo, dove su una serie di cinque o sette partite la squadra migliore vince, c’è poco da fare. Nel calcio…beh magari per decidere una retrocessione o una promozione come succede in Serie B (dove comunque c’è un differenziale di punti, perchè se ne dai venti di distacco a chi ti sta dietro non è proprio giustissimo rigiocarsi tutto). Ma in tutta onestà…si può decidere un campionato in questo modo? L’Inter che fece il record di punti avrebbe dovuto rimettere tutto in gioco con una squadra neanche qualificata all’Europa League tanto per intenderci. Per carità, sarebbe anche molto emozionante, ma dal punto di vista dei valori sportivi…si premia davvero la squadra migliore? Si può sempre cercare di apportare alcune migliorie ai sistemi per l’assegnazione dei titoli ma probabilmente si dovrebbe cercare di prestare un attimo maggiore attenzione alla meritocrazia delle squadre. Voi che ne pensate?

Una giornata particolare

È il titolo del film di Ettore Scola del 1977, interpretato da Mastroianni e la Loren. Il film racconta l’incontro tra due persone che vivono in mondi diversi.
È una narrazione intima, un incontro umano e sociale, due umanità che vivono ciascuna la propria  quotidianità, conosciuta dall’altro in maniera superficiale e sommaria. Per ognuno, l’altro ha una vita di cui non conosce i risvolti, né gli effetti che essa ha potuto provocare nel corso del tempo su ciascuno, né quello che è lo scontro con l’esterno per ognuno dei due protagonisti. Lei non sa i disagi, né le difficoltà , e non capisce perché lui possa essere così dissacrante, così cinico e non avere più la voglia di stupirsi. Lui non ne comprende il candore, né coglie, fino in fondo, perché lei abbia ancora, sebbene con una vita difficile, la capacità di provare emozioni anche per piccole cose.

Ho ricordato questo film non per l’argomento che tratta in sé, ma per la descrizione che dà di realtà diverse che s’incontrano, e come può viverla ciascuno. Mi è capitato recentemente di vivere una giornata particolare e un’esperienza analoga, ossia entrare in un mondo a me semisconosciuto. Vivere la giornata di un tutore delle forze dell’ordine, durante la quale coordinava una di quelle azioni che si leggono sui giornali, che molti applaudono, ma che per altri possono essere anche ignorate e, come diceva Saviano a “Vieni via con me“, avallano poi il proliferare delle associazioni malavitose, diventando correi. L’azione non era forse delle più eclatanti in quel momento, anche se importante perché prodromo di altre, infatti erano coinvolte più Procure. Era un’azione che tutelava il nostro ordine pubblico e le nostre Istituzioni. La sensazioni che può  ricevere chi è lontano da questo mondo, vivendo un’esperienza del genere sono molteplici. Noti una calma apparente in chi opera, si scorge in pieno una tensione sottile, quel coraggio che Falcone chiamava “la consapevolezza della paura“, e il doverci convivere. Vedi che tutto ciò, alla fine, cambia la persona che ha questi compiti, la rende più cinica, sarcastica, perché tutrice di un sistema che li rifiuta, sebbene ne facciano parte integrante; e perché vivere esperienze forti sicuramente ti rende più distante, purtroppo anche nella propria quotidianità. Tutto ciò perché l’etica è crollata, quindi queste persone rappresentano uno Stato che non c’è o che svilisce continuamente la loro opera. Vivono un forte disagio. Basti pensare a quei carabinieri che erano stanchi di fare la scorta a delle escort, o alle dichiarazioni del ministro Matteoli a Genova nei confronti della Guardia di Finanza, che aveva sequestrato gli yatches di alcuni intoccabili come Briatore, perché evasori, facendo entrare nel pubblico Erario una considerevole somma. Vivere una  quotidianità che ti fa stare a contatto con quelle realtà che devi combattere, dove regnano sovrane la ferocia, l’omertà e le connivenze, il malaffare, credo ti faccia cambiarem rendendoti più duro e inflessibile. Avere avuto un’esperienza del genere mi ha arricchita. Come cittadina e come persona, capire i disagi di una categoria che forse ai più è lontana, mi è servito molto. Sono sempre più convinta che dobbiamo avere una maggiore presa di coscienza di quanto è avvenuto e avviene intorno a noi. In questi ultimi anni,  il Governo ha svilito e svilisce le Istituzioni che rappresenta, ha usato il potere, invece di esercitarlo.

È necessario cercare di avere una visione complessiva anche di ciò che ci può sembrare normale, perché non viviamo in un Paese normale.

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Cibo spazzatura

Sabato 27 novembre si terrà la 14° edizione della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, organizzata dalla Fondazione Banco Alimentare. Oltre ottomila supermercati aderiranno all’iniziativa con più di centomila volontari per invitare le persone a comprare un po’ di cibo a lunga conservazione e donarlo a comunità per minori, mense per poveri e centri d’accoglienza.

Un piccolo gesto d’altruismo poco dispendioso, oltre che una manifestazione d’intelligenza in una società dove troppo spesso il cibo viene sprecato, andandosi ad accumulare in quelle cataste di immondizia che ogni anno contribuiscono a creare una montagna di ottanta milioni di tonnellate di rifiuti alimentari. “Con quello che buttiamo via ogni anno – spiega Marta Serafini sul giornale Sette – (equivalenti al 3% del nostro PIL), potremmo sfamare 44 milioni di Italiani”.

Secondo l’inchiesta di Sette ogni famiglia butta nella spazzatura una media di ventisette chili di cibo ogni anno, che si traducono in 515 euro di soldi sprecati. Il 20% delle responsabilità vanno poi alla grande distribuzione. Nei supermercati vengono buttati ogni giorno 250 chili di cibo “solo per motivi estetici”, per una “mole di alimenti che potrebbe sfamare ogni anno 636.000 persone per un valore di oltre 928 milioni”.

L’idea che simili quantità di cibo finiscano in discarica fa venire i brividi, ed è evidente che ciascuno di noi potrebbe contribuire a ridurre le cifre di questa drammatica questione. Pensiamoci…

Sindacati, origini e storia

Nelle scorse settimane alla guida della Cgil, la più grande confederazione sindacale italiana, c’è stato un cambio epocale: è stata eletta con il 79% dei consensi una donna come segretaria. Si tratta di Susanna Camusso, 55 anni, da tanti anni molto attiva negli ambienti sindacali, in particolare in quello della Fiom. Questa svolta arriva in un momento storicamente molto importante: da qualche anno, infatti, le tre più grandi confederazioni sindacali non riescono ad avere una linea comune e, spesso, hanno utilizzato strumenti di lotta diversi. Negli ultimi mesi infatti, si sono registrate diverse prese di posizione da parte dei sindacati anche su alcune questioni molto importanti, come i provvedimenti emanati dal governo per fronteggiare la crisi economica oppure sulla questione Cai-Alitalia.

Vediamo di capire di cosa si occupino le associazioni sindacali e quali siano le loro forme di lotta, a partire dalla loro nascita: prima del 1900, esistevano alcune associazioni che presero il nome di Leghe di resistenza e si svilupparono con il crescere delle imprese industriali. Queste leghe si allearono al movimento cooperativistico, ebbero una connotazione politica di ispirazione socialista e si conquistarono il diritto di organizzazione con lo sciopero del 1901.

Nel 1912 nacque a Modena l’USI (Unione Sindacale Italiana) per opera di lavoratori precedentemente iscritti alla cCgdl. Essi ritenevano infatti che tale sindacato fosse ormai troppo asservito alla politica portata avanti in parlamento dal Partito Socialista. Tuttavia, prima del primo conflitto mondiale, vennero espulsi alcuni sindacalisti che si schierarono in favore dell’intervento militare dell’Italia contro Austria e l’USI continuò ad avere una connotazione fortemente antimilitarista. Una volta terminata la guerra nel 1918, l’USI ebbe il suo miglior momento con il record di iscritti. Successivamente, con l’avvento del fascismo, i sindacati furono soppressi per dare vita alle Corporazioni. Tuttavia, prima la Resistenza e poi la Liberazione fecero nascere nuovamente il sindacato libero, sotto il nome di Cgil, Confederazione Italiana Generale del Lavoro, e nel dopoguerra nacquero i primi scioperi a catena contro il Piano Marshall e contro il patto Atlantico.

Tuttavia, già allora, c’erano dei dissidi interni: la corrente cristiana guidata da Giuliano Pastore si staccò dalla Cgil, dando vita alla Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori. Poco dopo, democratici e repubblicani diedero vita all’Unione Italiana del Lavoro. A queste tre grandi federazioni, si aggiunsero successivamente lam CISNAL, ora denominata UGL, ispirata politicamente alla destra sociale. Da quel momento le confederazioni sindacali hanno avuto sempre vita autonoma e, in più di una circostanza, hanno seguito vie diverse, soprattutto in epoca recente. Oltre a queste grandi confederazioni, esistono altre associazioni sindacali meno conosciute, ma ugualmente importanti, come la CISAL, nata nel 1957 ed oggi facente parte del CESI, Confederazione Europea dei Sindacati Indipendenti, con sede a Bruxelles.

Il sindacato trova un posto molto importante all’interno della Costituzione, nell’articolo 39, che stabilisce testualmente: “L’organizzazione sindacale è libera”. Una svolta importante fu la nascita dello Statuto dei Lavoratori, il 20 maggio 1970. Ora, si spera che le tre più grandi confederazioni sindacali italiane possano ritrovare lo spirito di unità d’intenti che hanno avuto tante volte. Il compito principale di Susanna Camusso dovrà essere proprio questo. Lo chiedono a gran voce gli operai, sempre i primi a pagare in caso di contrasti tra le confederazioni. Mai come in questo periodo, con la crisi economica mondiale che non accenna a diminuire, gli operai hanno bisogno di sentirsi tutelati e i sindacati devono più che mai restare uniti.

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Irlanda: La Tigre Celtica non morde più

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Dario Ganci è laureato in giornalismo e in scienze della comunicazione. E’ un giornalista freelance, web content ed è autore del libro “Le campane dell’Inferno”. Lo trovate su twitter e nel suo blog personale. Buona lettura![/stextbox]

Solo fino a qualche anno fa, l’Irlanda era un sogno di smeraldo immerso nel mare del Nord.

Migliaia di giovani da tutta Europa affluivano nel piccolo paese celtico in cerca di un lavoro ben pagato e di un futuro che il paese d’origine non poteva dare loro. Era l’epoca della “Tigre Celtica”. Arrivavi a Dublino, facevi circolare il tuo curriculum e nel giro di una settimana eri assediato dalle offerte di lavoro, con stipendi e benefits che mai ti saresti immaginato. Questa era una delle piacevoli conseguenze del cosiddetto “Modello Irlandese”, una strategia economica che, in soli dieci anni, portò l’Irlanda da fanalino di coda dell’Europa a quarta nazione al mondo per Pil pro capite.

Gli ingredienti del successo?
Tasse sugli utili basse, aiuti di stato per le nuove iniziative imprenditoriali, incentivi agli investimenti e una legislazione sul diritto d’autore tra le più libertarie d’Europa. Se a questi ingredienti aggiungiamo un vasto capitale umano formatosi nella vicina Gran Bretagna, possiamo capire come aziende del calibro di Google, Hp, Dell, Microsoft, Apple e tante altre abbiano aperto sedi e stabilimenti nella verde Irlanda. Una pioggia di denaro si riversò sui cittadini dell’isola di smeraldo, con tutte le storture che questo porta: Speculazioni finanziarie e immobiliari, aumento dei prezzi e allo stesso tempo dei consumi. Le città irlandesi si trasformarono rapidamente, forse troppo.

Dall’oggi al domani sorsero nuovi quartieri residenziali e centri commerciali. Le vie principali si riempirono di boutiques, negozi di moda, di articoli di lusso e di un numero incalcolabile di ristoranti e locali notturni. Un modello simile, basato sui continui investimenti esteri, sulla speculazione bancaria e sul costante aumento dei consumi non era destinato a durare in eterno. Infatti, con la crisi dei mutui subprime del 2008, qualcosa ha iniziato a incepparsi nella fabbrica dei sogni irlandese.

La crisi delle banche, pesantemente esposte a causa della loro politica spregiudicata, ha innestato un micidiale effetto domino che, unito alla crisi globale appena scoppiata, annunciava la fine del “Modello Irlandese”. Il primo segnale concreto fu l’annunciata chiusura dello stabilimento Dell di Limerick nel gennaio 2009 che portò la perdita di quasi 3000 posti di lavoro. Ma già da tempo, colossi come Hp e Xerox stavano gradualmente riducendo investimenti e personale per portare altrove le strutture. Questa silenziosa dismissione, all’inizio, non fu chiaramente percepita dagli irlandesi.

Spesso i primi ad andare via erano proprio gli stranieri, che in massa avevano invaso le strade di Dublino, Galway, Cork. Solo quando ristoranti, pizzerie e centri commerciali iniziarono a svuotarsi e a chiudere i battenti si iniziò ad avere un quadro più preoccupante della situazione. Quando le banche iniziarono a collassare, facendo mancare l’ossigeno alla già asfittica Tigre Celtica, era troppo tardi. Le ottimistiche promesse di rilancio del governo, fantasiosi piani di investimenti infrastrutturali e gli aiuti alle imprese lasciarono il posto al micidiale piano di salvataggio delle banche e ad un deficit di bilancio, letteralmente, da Guinness dei Primati.

Le famiglie irlandesi si trovarono indebitate all’inverosimile, senza soldi e con delle banche in crisi di liquidità che pretendevano il denaro indietro. Il sistema  implose e si accartocciò su se stesso e ora l’Irlanda ha bisogno dell’aiuto dell’Europa, non tanto per uscire dalla crisi, quanto per sopravvivere in attesa di tempi migliori. È di questi giorni la notizia che il famigerato “spread”, cioè la differenza di rendimento tra i titoli di stato di una nazione rispetto a quelli della Germania, considerati come punto di riferimento virtuoso, è esploso, e la Banca Centrale Europea è stata costretta ad acquistare titoli irlandesi per bloccare la speculazione. La speranza dell’Irlanda e, al tempo stesso, quella dell’Europa, è che gli aiuti finanziari di Gran Bretagna e Unione Europea possano stabilizzare l’economia e proteggere il già debole Euro dalle speculazioni finanziarie. Le conseguenze di questo salvataggio verranno pagate a caro prezzo da questa generazione di irlandesi e probabilmente anche dalla prossima.

Un triste destino per la ”Tigre Celtica” che per un decennio ha cavalcato il mondo, e che ora giace trafitta a morte dalla crisi e dai suoi errori.

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Calcio. Dopo la sbornia i postumi

Dopo ogni domenica pallonara abbondano su Facebook i link dei tifosi delle varie squadre di calcio che esultano per le fortune della propria o prendono allegramente per i fondelli le altre. Personalmente non mi piacciono più di tanto ma ne sta girando uno che con un ironico doppio senso racchiude forse una grande verità. Questo link recita “Inter togli il Tampax: il ciclo è finito”. A parte la battuta, fa riflettere vedere i nerazzurri così giù in classifica da parecchio tempo. Dopo l’ubriacata esagerata della scorsa stagione con la conquista di scudetto, Champions League e Coppa Italia la squadra sembra incredibilmente svuotata. Le colpe non sono tutte di Rafa Benitez, sia chiaro, perchè prendere il posto di uno come Josè Mourinho sarebbe stato difficile per chiunque (perfino per Gigi Maifredi…ihih). I numerosissimi infortuni hanno sicuramente condizionato la squadra, priva per alcune settimane di gente come Cambiasso, Maicon e Julio Cesar ed ora priva definitivamente di Samuel, ma guardando le partite dell’Inter quest’anno si ha sempre una sensazione strana. Quella col Brescia ad esempio: l’anno scorso Mourinho avrebbe giocato con cinque punte ed in un modo o nell’altro la partita l’avrebbe vinta. Ricordate la partita col Siena dello scorso campionato? Fu un’Inter inguardabile per larghi tratti ma con due reti nel recupero portò a casa i tre punti. Forse è proprio questa la differenza: vincere anche quando si gioca male, e ciò è questione di organizzazione, di testa e di carisma. La testata di Eto’o a Cesar nel match contro il Chievo sembra essere il sintomo più evidente di un malessere che si è radicato nello spogliatoio. I nerazzurri non hanno più mordente ed è difficile da stabilire se sia dovuto ad una sorta di appagamento, ma quello che è certo è che le cose sono veramente cambiate. La partita in Champions League potrebbe davvero decidere la stagione, ma potrebbe farlo solamente in negativo. Già, perchè se l’Inter dovesse perdere sarebbe con un piede e mezzo fuori dalla competizione, ma se come probabilmente accadrà dovesse qualificarsi i problemi saranno soltanto rimandati. Forse chi pensava che anche quest’anno nonostante tutto lo scudetto avrebbe preso la via di Milano senza cambiare sponda ha fatto male i suoi calcoli.

Classics – La musica primitiva e antica: riflessioni per l'oggi e il domani.

Analizzare e ascoltare la musica degli antichi non è solo un’operazione musicologica, né tantomeno un constatare banalmente l’evoluzione del linguaggio. La musica va intesa e studiata come atto di pura spiritualità, ossia per distinguere ciò che è arte da ciò che non lo è, in una sorta di “allenamento” per lo spirito. Ogni opera d’arte è figlia del suo tempo – diceva Kandinsky nel suo “Lo spirituale nell’arte”. Ogni epoca ha un suo periodo culturale e una sua sensibilità non più ripetibili. Ci è suggerita – e vi invito a farlo – quindi, una profonda riflessione su “ieri” per  interpretare  meglio possibile ciò che siamo oggi e ciò che potrà accadere “domani”.

Nella preistoria i suoni esistenti erano quelli della natura. Il vento, il mare, la pioggia, i temporali, il cinguettio degli uccelli. Suoni che ora si estinguono  nelle città, sopraffatte da rumori ostili. L’uomo, prima ancora dei suoni, ha esplorato le possibilità del ritmo. Non possiamo dirlo con assoluta certezza, un po’ come il “dilemma” dell’uovo e la gallina. In ogni caso il giorno ha una sua durata, come le stagioni, come la vita; e il lavoro dell’uomo necessitava organizzazione, quindi di tempi precisi. Prima ancora del parlato, si potevano sbattere le mani o percuotere degli oggetti. Con le percussioni quindi si potevano scandire i tempi ad esempio della marcia, di una danza o di qualsiasi rito propiziatorio.

Il canto nacque come estroflessione melodica della voce parlata, come effetto fisiologico dei sentimenti: come un contadino che ara la terra, esprimente la sua serenità con il canto. Dalla preistoria e dall’antichità sono pervenuti i primi strumenti musicali, di varia natura, e per l’approfondimento di alcuni di questi vi rimando all’interessantissimo articolo di Eva Danese, “La musica degli armonici“.

I primi frammenti musicali storicamente ricostruibili provengono dall’antica Grecia, a partire dal V sec. a.C. . Molta musica veniva ancora tramandata oralmente e quella poca che è stata scritta si è persa nei secoli.
Si tratta di musica per inni o tragedie, prevalentemente in onore a divinità; ha caratteri molto rudimentali, senza particolari e complicate costruzioni formali, rapidamente usufruibile. Si usavano cellule melodiche predeterminate, e lo sviluppo di queste si basava sulla variazione improvvisata: non vi ricorda in parte la moderna pratica del jazz?

Non si può non venir colpiti dal fascino di una civiltà, risalente a più di duemila anni fa, porta tra occidente e oriente, crocevia di scambi culturali. La cultura greca è la madre della nostra cultura: dai documenti ritrovati, furono proprio i Greci per primi a studiare e catalogare le relazioni esistenti tra la musica e determinati stati d’animo; inoltre essi intuirono il ruolo che essa ha nella formazione e nel carattere dei giovani. Il fascino di questo frammento risiede proprio nel suo sapore primigenio, antico. Il tempo ne ha potenziato lo spirito e ne giustifica la rudimentalità. La melodia dell’aulos è vergine come l’infanzia, e preziosa come un diamante. Testimonia una serenità di spirito e una totale conciliazione con la natura. Tempi che sembrano così lontani da quelli di oggi, dominati dal capitalismo e dalla competizione sociale. Oggi ci siamo specializzati nell'”arte” della rudimentalità: i soldi e/o il sesso. La provocazione è un atto altrettanto efficace quanto vuoto, perché ogni significato interiore passa in secondo piano.

Gli anni dell’impero romano fino al medioevo furono anni di blackout culturale. Ci furono opere prevalentemente vocali, monodiche, che assolvevano funzioni liturgiche cristiane. Tra la miriade di canti esistenti tra i vari ordini in tutta Europa, il papa Gregorio Magno (V sec d.C.)  fece provvedere a catalogare i canti da utilizzare, che presero appunto il nome di “canti gregoriani”. Successivamente, la grossa novità fu il passaggio dalla monodia alla polifonia: a un canto dato (cantus firmus) si accompagnarono una o più melodie, nota contro nota (punctum contra punctum). Assistiamo alla nascita del contrappunto, tecnica mano a mano sviluppata nei secoli e che raggiunse l’apogeo con J.S. Bach.

La produzione di musica, basandosi su canti dati del repertorio gregoriano, ebbe così modo di poter crescere. In quei tempi si componeva assai di rado per più di un’unica esecuzione; non ci si limitava alla conservazione e riproduzione infinita come accade perversamente oggi: la musica era consumata come il pane, quotidianamente.

Il  primo e più importante centro di produzione musicale europea, concordamente riconosciuto da tutti gli storici, è la scuola di Notre – Dame, a Parigi, che operò tra il 1150 e il 1350, grazie all’opera fondatrice dei primi due maestri di cappella: Magister Leoninus e Magister Perotinus. L’opera del primo maestro prevedeva composizioni a due voci; il secondo estese a tre o quattro voci le sue opere. La prima opera della storia della musica con data e luoghi certi è il “Viderunt omnes” di Magister Perotinus: fu eseguita a Natale del 1198 nella cattedrale di Notre – Dame.

È musica celestiale, in linea alla sua funzione liturgica. Profetica, perché getta una pietra miliare: come intrecciare le voci sarà infatti materia di studio dei successivi compositori. E questi avranno tutti l’esigenza di raffinare la scrittura, per avvicinarsi sempre più alla perfezione dell’ordine celeste, come ad esempio Ockeghem prima e Palestrina poi. Il pensiero compositivo di Perotinus è pensiero puro, che manterrà la sua forza nell’eternità: è straordinario perché se è vero che esistono tantissime opere mirabili, fatte anche di idee interessanti, sono davvero poche quelle che hanno segnato il corso della storia dell’umanità.

Se il premier va a puttane, l'Italia lo segue a ruota…

Dopo settimane di giochi di prestigio per nascondere l’evidenza, la crisi di governo sembra essersi ufficializzata. Nel frattempo l’incompreso Silvio minaccia di partire alla volta dei programmi televisivi, per mandare avanti il deprimente talk show a cui gli Italiani assistono da quasi venti anni. Si ripeteranno le solite “verità” nascoste dalla solita sinistra comunista e dalla solita informazione faziosa. Berlusconi e la sua interminabile schiera di cadetti continueranno a ripetere che i media, troppo concentrati sul gossip di Ruby e la famigerata telefonata alla questura, hanno perso di vista gli argomenti che realmente meriterebbero uno spazio in prima pagina. Si ripeterà la consueta frase “l’opposizione non sa confrontarsi sui contenuti politici e sul merito delle scelte del governo”, e Bersani continuerà ad arrabattarsi nel tentativo di salvare un partito che macina elettori insoddisfatti e semina astensionisti.

Ma parliamo dunque di contenuti politici e lasciamo un attimo da parte la famosa storia di un vecchio di settantaquattro anni incantato da una diciassettenne prosperosa, confuso e felice di aggirare le leggi per una sfortunata ragazza che si definisce, contemporaneamente, nipote del presidente Mubarak e povera donzella con una drammatica situazione familiare. Mettiamo da parte anche i processi a carico del presidente, il conflitto d’interessi e le leggi ad personam, e concentriamoci sui contenuti…

Economia: Il Fondo monetario internazionale ha collocato l’Italia al 179° posto in una classifica di 180 Paesi, in una statistica che tiene conto della crescita economica degli ultimi dieci anni. Dopo di noi solo la derelitta Haiti. In compenso la disoccupazione è salita all’11%, e chi ha la fortuna di avere ancora un lavoro si trova spesso costretto a sopravvivere con stipendi da fame, senza le minime garanzie.

Istruzione: “Tagli” e “riforme” sono oramai sinonimi, e la scuola pubblica si appresta a precipitare nel baratro più profondo, mentre la ministra Mariastella Gelmini assiste inerme alle continue manifestazioni di protesta. Nel frattempo un articolo di Salvo Intravaia della Repubblica online del 16 novembre denuncia il cancellamento dei tagli per gli atenei privati, che nell’ultima versione del maxiemendamento alla legge di stabilità vedono anche “un finanziamento di 25 milioni per le università non statali legalmente riconosciute”.

Cultura: L’esponente Fli Fabio Granata si abbatte sul ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi definendolo “il peggior ministro di sempre”, proprio nel giorno in cui diciassette soprintendenti lo attaccano frontalmente per i pesanti tagli che privano il settore delle risorse necessarie alla salvaguardia dei beni culturali. Per non parlare delle proteste del mondo del cinema…

La famigerata “sicurezza”: “Sono finiti i fondi per l’acquisto del carburante e per le ricariche delle fuel-card che sono state ritirate – spiega al Sole24ore Felice Romano (segretario generale del Siulp, Sindacato italiano unitario lavoratori di polizia). – Stiamo dando fondo alle riserve strategiche, terminate anche quelle andremo a piedi”.

Politica Estera: Mentre si continuano a tagliare i fondi per i progetti di cooperazione internazionale, il libro “Il caro armato” di Massimo Paolicelli e Francesco Vignarca documenta che nel 2010 l’Italia ha previsto di spendere circa 23 miliardi di spese militari.

Immigrazione: L’ONU ha criticato il “pacchetto sicurezza” per lo scarso rispetto dei diritti umani e le continue discriminazioni a cui sono sottoposti i migranti in Italia, a cui si aggiunge, fra le altre cose, la recente protesta di Brescia contro la falsa sanatoria del governo.

E si potrebbe andare avanti per ore ad elencare i tanto agognati “contenuti” del governo Berlusconi, parlando dell’Aquila e della manifestazione nazionale del 20 novembre per denunciare la mancata ricostruzione a diciannove mesi dal sisma, o riflettendo sulle condizioni della Campania, che nuovamente affoga tra i rifiuti.

Continuiamo pure a parlare di contenuti, che tanto tra puttane e puttanate… la musica non cambia.

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Rodolfo Montuoro – Nacht

Si conclude dopo due EP (che confluiscono in questo nuovo lavoro assieme al materiale inedito) il viaggio di Rodolfo Montuoro nella notte. Già, perché Nacht appunto è un viaggio che il cantautore ci fa compiere nelle molteplici sfumature delle ore buie; ne esce un album molto interessante e variegato, che riesce a mischiare atmosfere cupe, sonorità inglesi e mediterranee, suoni folk e cantautorato. Merito è anche della nutrita lista di sparring partner d’eccezione, che accompagnano il viandante Montuoro lungo la strada: dal theremin di Vincenzo Vasi (musicista di fiducia di Vinicio Capossela) al violino di Francesco Fry Moneti dei Modena City Ramblers, il suono è sempre curato e ricercato, levigato e lavorato per accrescere la forza dei brani. Ma merito è soprattutto suo, di Rodolfo Montuoro, che sforna un album che scomoda citazioni anche importanti nei suoi brani: dal Dante Stilnovista di “Per Incantamento” all’Orfeo della mitologia greca. Il disco scivola così, tra un cantautorato colto e sonorità dure, cariche di significato. La sensibilità artistica di Montuoro si dischiude, in piccoli brani di poesia pura, che ti portano a riflettere come in “Mondi e Popoli”; che ti procurano emozioni, come il dolore di “Convergenze Parallele” o l’amore di “Labyrinth”, portando l’asticella del post rock cantautorale un gradino più sopra. L’avevamo già conosciuto (e apprezzato) con “A_Vision”  nel 2006, in cui declinava la figura di Ulisse, e con il suo EP del 2008 “Hannibal”, in cui parlava del celebre carnivoro, e avevamo già riconosciuto la sua sensibilità poetica; nel giro di due anni però Rodolfo Montuoro è molto cresciuto, e si impone adesso giustamente all’attenzione del mondo della musica con un prodotto di ottima fattura.

Uno dei migliori dischi dell’ultimo periodo.

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Cultura: Se i tagli aumentano

Oggi il mondo della cultura e della formazione soffre. Soffre la scuola e l’università; la ricerca patisce una povertà senza fine. Patiscono i beni archeologici che non vengono tutelati e protetti per mancanza di fondi; il teatro,costretto a mantenersi tra tagli impossibili, spesso supportato da noi, pure resi poveri, perché crediamo nel suo ruolo; il cinema, che deve cavarsela con poco.

Il nostro paese è ormai giudicato severamente dall’Unesco perché gestisce male il proprio patrimonio artistico. Soffre per una crisi economica di carattere mondiale, di cui nessuno aveva previsto la portata. Ma mentre le altre Nazioni e gli stati dell’UE, nella loro manovra economica, hanno potenziato con un discreto stanziamento di fondi scuola, università, ricerca e patrimonio artistico, il nostro Paese, nella sua tanto vantata manovra economica, ha tagliato orizzontalmente proprio la cultura, ciò su cui bisogna investire per poter progredire.
Il nostro belpaese, ricco di storia, che il mondo intero ci invidia, non ha potuto tenere lontane le forbici, ma neppure il giudizio degli altri stati; in particolare quando, per l’incuria idiota di politici e amministratori locali, è crollata la celebre ”domus dei gladiatori” a Pompei, casa che ospitava i famosi combattenti. Insomma, secoli di storia. Un vero lutto, per chi rispetta le radici culturali di un popolo.

Unica giustificazione del politico di turno: mancanza di fondi.

Certo, se il governo taglia fondi per la conservazione dei beni culturali, e poi crolla la domus, la colpa c’è stata.
Quindi se tu, governo, tagli, qualcosa deve pure cadere, e questa volta il crollo non è stato metaforico: ci ha resi tutti più poveri, mortificati e ignoranti.
Ora che il danno è fatto, quei ministri che avevano ignobilmente dichiarato che la cultura serve a poco e che non toglie la fame, cercano giustificazioni; tuttavia si capisce che non sono sinceri. A loro della DOMUS non importa, non sanno apprezzarne il significato. Ma la storia, quando non viene rispettata, è più potente della escort di turno, e può causare la crisi di governo e la sfiducia di un ministro. Gli occhi del mondo sono puntati come riflettori sul nostro patrimonio artistico.

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