Vieni via con me: le ragioni del successo.

In questi giorni si è fatto un gran parlare della trasmissione di Fazio e Saviano, Vieni via con me, che va in onda in prima serata di lunedì, su Raitre. Se ne è fatto un gran parlare soprattutto per l’enorme successo registrato, per le polemiche (ovvie quando si parla di temi delicati) che ha scatenato, per le presenze illustri e tanto altro.

Di sicuro ha contribuito l’enorme pubblicità fatta prima dell’inizio del programma, con l’interminabile diatriba tra i direttori di rete, gli autori e il deus ex machina (ahimè?) della Rai, Masi. Masi, parliamo subito di lui. Un direttore generale che “rema contro” (per usare un eufemismo) a trasmissioni che fanno ascolti incredibili, su cui scommette poco (per non dire che mette i bastoni tra le ruote), con motivazioni spesso risibili come la mancanza di libertà di opinione in trasmissioni come Annozero, o addirittura il risparmio finanziario-economico (proprio su questo verteva la prima grossa contestazione) riguardo a “Vieni via con me”. Ora, possiamo dire che Masi non è un buon direttore generale, e questa rimarrebbe un’opinione ovviamente personale, ma non bisogna essere dei geni di marketing o di economia per  capire che un programma previsto e organizzato come Vieni via con me possa portare ascolti (e quindi introiti sulle vendite pubblicitarie) immensi. Basta il solo fatto della presenza di ospiti del calibro di Benigni, di Saviano a condurla, per immaginarselo. E se anche uno proprio non lo riuscisse a capire prima (e vabbè, gli sbagli ci stanno), la prova sul campo dovrebbe dimostrare senza ombra di dubbio che questa è una trasmissione vincente (così come Annozero). Ed è vincente ragionando su un semplice discorso economico: grandi ascolti = grandi vendite pubblicitarie = grandi introiti. Vieni via con me ha addirittura aumentato i suoi ascolti nella seconda puntata, quando ormai il fattore “se n’è fatto un gran parlare” è ormai scemato, segno che il programma piace, e piace molto. Il Grande Fratello, in concorrenza sulla rete ammiraglia mediaset, ne è uscito annichilito. Che io ricordi, neanche Sanremo (che penso sia la trasmissione più populista e italianotta della Rai) era riuscito in tale impresa. Vieni via con me è un successo di pubblico, è un successo commerciale, Masi ha sbagliato ancora la sua visione. Qualche dubbio sulla sua “bravura” come direttore generale a me viene, non so a voi.

Passiamo ora ad un’analisi più “tecnica”. Vieni via con me è una trasmissione vecchio stile, delicata, un Varietà con i suoi ospiti, i cantanti, la musica e tutto il resto. Non è niente di nuovo, e a dirla tutta ha anche un ritmo abbastanza blando. Non è innovativa, diciamolo chiaramente (lo è nella realtà televisiva attuale però). Ma le ragioni del suo successo sono da ricercare altrove. E’ una trasmissione che accende il cervello, che fa riflettere, che ti fa pensare. Non la guardi passivamente, non ne sei bombardato, ne diventi partecipe. Emozionato dalle storie raccontate da un sempre preciso Roberto Saviano, storie che non siamo abituati ad ascoltare in televisione. Emozionato dagli ospiti che vengono a leggere i loro “elenchi” in punta di piedi, non c’è caciara, non c’è esagerazione. Emozionato dagli argomenti trattati, che spaziano dalla lotta alle mafie all’eutanasia. Il tutto con lo stile sobrio che porta la firma di Fabio Fazio, che ci ha abituati ad una politically correctness in molti casi eccessiva, ma che si sposa alla perfezione con una trasmissione di questo calibro.

Vedere Cristiano De André quasi trasfigurarsi in suo padre mentre ci canta Don Raffaè, e subito dopo ascoltare Saviano che ci racconta dei rituali della ‘Ndrangheta, mostrandocene addirittura uno, porta lo spettatore in un costante vortice di emozioni a cui non è sicuramente abituato. E non definiamolo un programma “scomodo”. L’era berlusconiana si avvia alla fine, è bene che ce ne rendiamo conto, non si fa polemica per il gusto di farla, di andare contro. Si fanno delle riflessioni, e si spinge la gente a riflettere. Questo è l’enorme spauracchio di una trasmissione come Vieni via con me. Spinge la gente a riflettere.

Gente che è stata abituata in quest’era di berlusconiana decadenza televisiva ad essere bombardata dai terribili gialli italiani(Avetrana è solo l’ultimo) con occhio morboso, per poi ipnotizzarci e abbindolarci con le tette e i culi a tutte le ore del giorno, inebriati da un nulla imperante che viene propinato al pubblico goccia a goccia, moderne vittime consenzienti di un “Programma Ludovico” di Kubrickiana memoria, con i TG che ci raccontano di gelatai per cani e i reality che ci mostrano la gente al cesso.

In questo panorama desolante, e in questo momento storico preciso, vedere apparire una trasmissione come Vieni via con me non è semplice sintomo di lotta di ideali. E’ una piccola scintilla che si sta riaccendendo, è un’epoca drammatica del panorama italiano che sta andando giustamente a morire, a sparire. Sta cambiando tutto, lentamente, ed è bene rendersene conto. Tra qualche mese guarderemo l’evento Vieni via con me con un altro occhio, ne capiremo davvero il significato. Capiremo che non è stata la trasmissione a cambiare lo stato delle cose, capiremo che è stata la gente a farlo, guardandola, perché ha semplicemente deciso di spostare l’interruttore del cervello sul tasto on. E non c’è rivoluzione più bella che quella intellettuale.

Un ultimo appunto all’intervento politico dei leader di PD e FLI, Bersani e Fini. I due hanno elencato i valori della Destra e della Sinistra, in due interventi sobri, delicati, sereni. E’ stato bello per una volta vedere uno scontro politico per come dovrebbe essere. Senza urla, senza insulti, senza discussioni accese. Hanno parlato, hanno riportato, anche se per pochi istanti, la politica ad una dimensione più concreta, reale, passionale. È stato bello vederlo, lo devo ammettere, con buona pace dei disastrosi scontri verbali visti nei vari talk show d’approfondimento a cui eravamo stati abituati finora. Anche questo un piccolo segno di un cambiamento che sta avvenendo, seppur lentamente.

Tra qualche anno ripenseremo a quest’epoca così sconsiderata dal punto di vista culturale, e rimpiangeremo di essere stati così tanto tempo dimenticandoci quanto sia bello poter sognare, poter riflettere, poter usare il cervello.

Io la speranza ce l’ho ancora, e voi?