Giornalismo e libertà di informazione: Intervista a Luca Telese

Abbiamo intervistato Luca Telese , attualmente giornalista de “Il Fatto Quotidiano” e di La7, che ci ha concesso una piacevole chiacchierata sui temi a noi cari della libertà di informazione e del mondo del giornalismo in Italia. Telese ha lavorato per dieci anni al Giornale, per poi passare al quotidiano diretto da Antonio Padellaro, oltre a essere autore televisivo (Chiambretti c’è, Batti e Ribatti, Cronache Marziane), conduttore di Tetris, si occupa anche della collana Sperling&Kupfer “Radici nel presente”, dedicata a vicende storico-politiche scomode.

Qui trovate il suo sito ufficiale e qui il suo blog su ilfattoquotidiano.it

Camminando Scalzi: Nella biografia di wikipedia a te dedicata si legge che sei stato “giornalista parlamentare ed ex portavoce del partito Rifondazione Comunista e poi nell’ufficio stampa del Movimento dei Comunisti Unitari” e che il 21 agosto 2008 ti sei definito “un comunista italiano a lungo impegnato in un giornale di destra”. Potresti raccontarci come sei riuscito a conciliare la linea editoriale del quotidiano in cui hai lavorato per 10 anni (Il Giornale) e le tue personali opinioni politiche?

Luca Telese: Quando sono entrato al Giornale ero dichiaratamente di sinistra; sapevano come la pensavo, e quindi mi hanno preso dicendomi “a te garantiremo la libertà di scrivere quello che pensi, non ti imbavaglieremo, perché di giornalisti di destra ne abbiamo già tanti”. Inoltre io facevo cronaca, non facevo editoriali. Raccontavo tendenzialmente quello che vedevo. C’è una cosa che spiego sempre, cioè che la libertà di stampa è una condizione soggettiva. Al Corriere della sera, dove ero prima, con un contratto che scadeva ogni tre mesi, ero oggettivamente più libero ma anche oggettivamente meno libero. Se invece sei in un giornale più schierato (come il Giornale), però ti hanno preso, ti hanno voluto e ti hanno  fatto un contratto a tempo indeterminato, è il loro interesse che tu funzioni, non hanno interesse a imbavagliarti.

CS: Uno dei principi cardine della professione giornalistica è l’obiettività. Dalla tua esperienza personale ritieni che sia davvero possibile, per un giornalista, scegliere la notizia e raccontarla in modo neutrale e oggettivo?

LT: Non esiste la neutralità perché ogni racconto è per definizione soggettivo. Esiste la possibilità di essere onesti nel racconto che si fa ed esiste la possibilità di spiegare ai lettori, raccontare insieme a quello che si vede qual è il proprio punto di vista, qual è il proprio modo di vedere le cose. Quindi non è oggettivo, ma è onesto, questa è la grande differenza. Ovviamente ci deve essere un minimo di aderenza ai fatti, e c’è gente che viola anche quella. Ma tolta questa, c’è proprio un bisogno di raccontare. Io racconto quello che vedo e dico come lo vedo e perché.

CS: Il principio di obiettività si scontra molto spesso anche con le scelte editoriali del giornale per cui si scrive. Nel corso della tua carriera giornalistica hai mai subito pressioni politiche o censure?

LT: Sono stato licenziato più o meno sei volte, e ognuno di questi licenziamenti era una censura non riuscita. Quindi c’era una reazione, o il prodotto di una fama di rompicoglioni che uno si fa. I licenziamenti che ho avuto sono le censure che non ho accettato, diciamo.

CS: Dall’esterno il Fatto Quotidiano viene percepito come un giornale innovativo, perché non accetta finanziamenti pubblici ed è esclusivamente finanziato dalle vendite, dalla pubblicità e da una SpA realizzata ad hoc, dove ciascun azionista non può possedere oltre il 16% delle azioni complessive (per evitare che vi sia un azionista di maggioranza). Trovi che questa formula riesca a garantire una maggiore libertà al giornale? Per la tua personale esperienza, ad esempio, hai riscontrato delle differenze quando sei passato da Il Giornale (di proprietà della famiglia Berlusconi) a Il Fatto Quotidiano?

LT: Ho lasciato Il Giornale, in cui avevo un’ottima condizione personale, per poter costruire un giornale in cui ci fosse un’ottima condizione collettiva. Il Fatto è il primo giornale che io conosca, tra i tanti in cui ho lavorato, dove non c’è il cono d’ombra. Cioè il luogo buio dove non puoi scrivere, che è dove risiede la proprietà del giornale. Al Fatto questa cosa non c’è.

CS: Il giornalista Giuseppe Altamore nel libro “I padroni delle notizie”, ha scritto che la maggior parte degli introiti delle società editoriali oggi provengono dagli inserzionisti pubblicitari e che questo influenza molto le scelte dei direttori delle testate. Ritieni che abbia ragione? Pensi che, in un periodo di crisi della carta stampata, anche un giornale indipendente come il Fatto Quotidiano potrebbe cedere alle pressioni degli inserzionisti?

LT: Nel nostro caso non possiamo cedere perché già siamo un giornale che macina utili in maniera prodigiosa. Noi non abbiamo in questo momento nessun problema. Anche se avessimo pubblicità zero avremmo comunque dei profitti. Siamo un’isola felice e non abbiamo problemi di inserzioni. Non risentiamo della crisi. Siamo anche molto morigerati: avevamo un obiettivo di pareggio molto basso proprio perché non volevamo essere dipendenti da nessuno.

CS: Pensi che la libertà d’informazione in Italia sia compromessa dal noto conflitto d’interessi del premier Silvio Berlusconi? E come spieghi il fatto che la Freedom House ci collochi sempre in posizioni bassissime sul fronte della libertà di informazione?

LT: Sicuramente il conflitto di interessi è un grave vulnus che dovrebbe essere aggirato, ed è una delle coglionerie (sic) del centro-sinistra, una di quelle per cui si passa alla storia, il fatto di non aver cancellato il conflitto di interessi con una legge. È importante però anche dire che non è che Berlusconi vince perché ha le televisioni. Berlusconi vince perché è più convincente degli addormentati del centro-sinistra. Il conflitto di interessi c’è, e il tentativo di Berlusconi di controllare l’informazione anche. Anche i democristiani controllavano l’informazione, certo non con la scientificità. Si potrebbe battere Berlusconi anche se avesse sei canali. Detto questo, il conflitto di interessi c’è ed è una zavorra pesantissima per chiunque lavora nei giornali di Berlusconi. Il fatto che io fossi libero quando ero al Giornale è perché non scrivevo di Berlusconi. Se avessi scritto di Berlusconi sarei stato molto colpito dal conflitto di interessi. Il mio modo per ritagliarmi la mia libertà al Giornale era non scrivere di Berlusconi.

CS: Cosa pensi dell’Ordine dei giornalisti e del fatto che l’Italia sia uno dei pochissimi paesi europei ad averne uno? Tenendo conto delle svariate problematiche che affliggono il giornalismo italiano, ritieni che l’Ordine sia realmente in grado di tutelare la libertà di espressione dei giornalisti e il diritto di buona informazione dei lettori?

LT: Purtroppo l’Ordine in Italia è un apparato burocratico che solo ogni tanto si ricorda di quale dovrebbe essere la sua funzione. Amministra tendenzialmente dei fondi previdenziali (male), amministra una cassa sanitaria (male), e ogni tanto si ricorda di fare le grandi campagne in difesa della libertà di stampa. È un’anomalia che non è giustificata dal modo in cui lavorano.

CS: Il futuro dell’Informazione: ci troviamo in un’epoca in cui il giornalismo cede ogni giorno di più il passo a un’informazione dal basso, libera. La gente sta imparando a crearsi il proprio giornale virtuale, ed è una realtà che prende sempre più piede, con veri e propri scoop (vedi Wikileaks). Come dovrà evolversi il giornalismo tradizionale per sopravvivere?

LT: Il giornalismo tradizionale può sopravvivere se si rinnova. Se perde la presunzione di superiorità, se perde la sua assoluta capacità di appiattirsi sul potere, cosa che in questo momento non sembra abbia la minima intenzione di fare. Poi si dice la cazzata epocale “c’è la crisi ai giornali perché c’è Internet”. Il Fatto è un giornale che è nato da internet, è arrivato sulla carta dopo essere nato come sito. C’è sempre un enorme spazio di mercato per la carta. Quindi se i giornali si rinnovano e diventano interessanti hanno tutta la possibilità di vendere e guadagnare consensi e credibilità dai lettori. Non lo fanno; anzi fanno esattamente il contrario, di questi tempi. I giornali sono macchine di tristezza, sono chiusi a qualunque rinnovamento. Se arriva un giovane deve essere iperprecario e il babbione che sta accanto a lui deve guadagnare il doppio, sennò non funzionano, i giornali.

CS: Giovani e giornalismo. Una domanda secca e concisa: quale futuro c’è per i giovani che vogliono intraprendere questa carriera?

LT: Intanto dico di non cedere alla committenza. Tendenzialmente nei primi vent’anni della tua carriera tutto quello che ti chiedono è sbagliato, quindi uno dovrebbe fare il contrario. Quando entrai nei giornali mi chiedevano le cose che non mi piacevano e che non sapevo fare e che neanche a loro servivano; è proprio un esercizio sadico che i giornali di oggi fanno e che la generazione dei bolliti cinquanta-sessantenni tende ad applicare. Semplicemente loro ammazzano tutto quello che si muove, sono invidiosi del gap generazionale. Sono meno preparati e più cialtroni, quindi l’unico modo che hanno per dominare la nostra generazione e le successive è nonnizzarle; questa è la costante dei giornali italiani: analfabeti, impreparati, hanno studiato poco, tiravano il libretto agli esami, hanno un’idea vecchia del potere, quindi per loro il giornale non è manco la questione di fare il giornale, ma un luogo di potere. I giovani dovrebbero rifiutare tutti gli input, dato che tutto quello che ti chiedono è sbagliato. Dovrebbero formarsi per cazzi propri sulle cose che ritengono importanti (scusate la crudezza oxfordiana). E soprattutto crederci, perché alla fine ci si arriva. Tolti i servi e i raccomandati, in giro c’è una tale quantità di brocchi che alla fine si fa carriera.

CS: Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato.

LT: Grazie mille a voi tutti.

Coppa del mondo o torneo dell'amicizia?

Si è discusso molto sulla vittoria dell’Inter ad Abu Dhabi. Non soltanto per il fatto che Benitez rischia comunque di essere esonerato dopo le se dichiarazioni ad effetto, ma più che altro per il fatto che in tanti, troppi, sostengono che sia una vittoria di cartapesta. Premettendo che a mio parere l’Inter stramerita la coppa, non tanto per quello che ha fatto negli Emirati Arabi (probabilmente avrebbe vinto anche il Cesena con un gol di Bogdani di testa su cross di Lauro in finale) ma semplicemente perchè al Mondiale per Club c’era, bisogna ricordare che non si tratta di un torneo estivo ad inviti, ma di una manifestazione che come la Confederations Cup mette di fronte tutti i campioni continentali. Ma vediamo levolversi della storia. La prima Coppa Intercontinentale si giocò nel 1960 perchè in molti sostenevano che per dirsi “la miglior squadra del mondo” il mitico Real Madrid avrebbe dovuto confrontarsi anche con le squadre sudamericane. Quelli che erano i veri “galacticos” lo fecero e vinsero, anche bene. Si giocava addirittura in gare di andata e ritorno (viaggi mica da ridere) con spareggio in casa della squadra che giocava la seconda partita in casa se vi fosse stata ancora parità nel punteggio totale (niente gol fuori casa che valevano doppio). Le squadre sudamericane però la videro come una vera e propria guerra e le sfide in terre argentine, uruguayane o brasiliane erano battaglie. Accolti malissimo, i club europei cominciarono a perdere (memorabile il racconto di George Best sulla sfida contro l’Estudiantes, che racconta di aver avuto paura di essere ammazzato, detto da uno che non era certo un codardo) finchè proprio l’Inter riportò la coppa in Europa. Negli anni settanta i club del vecchio continente cominciarono a vederla più come una rottura di scatole che come un traguardo da raggiungere e la manifestazione rischiò di sparire.

A salvarla furono i giapponesi della Toyota, che sponsorizzarono l’evento ed inventarono la finale in campo neutro (in Giappone ovviamente). Quanta nsotalgia per quelle sfide dicembrine col freddo e quel fastidiosissimo suono della trasmissione via satellite (altro che vuvuzuelas!!!) che diventarono davvero epiche. Poi l’idea di Blatter (rivoluzionario come sempre, specie se c’è da guadagnare). Ovvero aprire la competizione a tutti i continenti, non solo Europa e Sud America. Intendiamoci, lui l’ha fatto per un principio economico, ma l’idea di fondo per me è giusta. Perchè? Semplice. Mettiamo caso che una squadra dell’Oceania compri Messi,Cristiano Ronaldo ed altri quindici supermegacampioni. Come potrebbe dimostrare di essere la migliore del mondo se non confrontandosi con europee, sudamericane eccetera? In pratica è il principio che qualsiasi squadra del mondo possa diventare campione ad essere giusta. In barba a chi non è d’accordo è arrivato il Mazembe, che elimina l’Internacional de Porto Alegre e dimostra che non è per forza una sfida fra due soli continenti. Ripetiamo, il livello potrà essere quello che è, ma seguendo i valori sportivi la manifestazione è più che sacrosanta.

Nobel in contumacia

Che la cosa avrebbe suscitato feroci polemiche era stato ampiamente previsto. Già in ottobre, all’annuncio dell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2010 al dissidente cinese Liu Xiabo, la Cina aveva dato segni di irrequietezza.

Ma la feroce censura, la campagna mediatica e diplomatica per il boicottaggio delle cerimonia il 10 dicembre ha veramente pochi precedenti nella storia del Premio.
Il governo di Pechino, oltre a impedire allo stesso Xiabo di presenziare alla cerimonia di premiazione, ha scatenato nel proprio paese una vasta operazione volta a censurare qualunque riferimento al premio o al premiato. Sono stati oscurati migliaia di siti internet e centinaia di canali televisivi. Per qualche giorno i cittadini cinesi hanno visto persino sparire Oslo dalle carte geografiche. Ma il governo cinese ha operato anche sul fronte estero esercitando forti pressioni nei confronti di molte nazioni per boicottare la cerimonia. Ma, se grandi nazioni come Stati Uniti, Giappone, Francia e Germania hanno risposto picche alle richieste cinesi, altri paesi hanno abbassato la testa.
Così, il 10 dicembre si è consumata la vergogna. Il premio è stato depositato su una sedia vuota e 19 nazioni, tra le quali Russia, Venezuela, Serbia, Iraq non hanno partecipato alla cerimonia all’interno del Parlamento Norvegese. La Cina, oltre a censurare l’evento ha persino creato un premio “alternativo”, il Premio Confucio per la Pace, assegnandolo all’ex vice presidente di Taiwan Lian Chen che, tra l’altro, lo ha rifiutato.

Ma perchè tutto questo astio nei confronti di Liu Xiabo? Chi è costui?

Fino al 1989 era un professore di letteratura di caratura internazionale, riverito in patria e apprezzato all’estero. Nell’anno della protesta di piazza Tienammen, abbandona la sua cattedra negli Stati Uniti e torna in Cina per unirsi ai rivoltosi. Riesce, insieme ad altri capi della rivolta, a fermare il massacro, ma da quel momento diventa uno dei dissidenti politici di primo piano. Arrestato dopo gli eventi di piazza Tienammen, una volta uscito dal carcere ha iniziato la sua attività politica invocando a gran voce un maggiore rispetto dei diritti umani, una reale separazione dei poteri e soprattutto una transizione democratica della Cina attraverso libere e multipartitiche elezioni.

Per queste sue idee “rivoluzionarie” ha raccolto attorno a sé un enorme consenso, specialmente tra le giovani generazioni cresciute durante le prime fasi del boom economico cinese. Di conseguenza, è stato più volte arrestato “preventivamente” in occasioni di eventi e commemorazioni particolari. Tra il 1996 e il 1999 è stato recluso in un laogai (Campo di lavoro) ufficialmente per “disturbo della quiete pubblica”, in realtà per alcune sue feroci critiche rivolte verso la dirigenza del Partito Comunista Cinese. Nel 2007 è stato arrestato e subito rilasciato a seguito di alcuni articoli critici apparsi su dei siti web stranieri. Nel 2008, in occasione dei sessant’anni della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, Liu Xiabo lancia sul web il manifesto “Charta 08”, sottoscritto da lui stesso e da altri 300 intellettuali e dissidenti politici cinesi. Il documento chiede una serie di profonde riforme all’interno dello stato cinese ed è stato firmato da oltre 8000 persone di varia estrazione economica e sociale. Per la sua adesione a “Charta 08” l’8 dicembre del 2008 Liu Xiabo è stato arrestato e detenuto illegalmente fino all’arresto ufficiale il 23 giugno 2009. Nel successivo processo è stato condannato a 11 anni per “incitamento alla sovversione del potere dello stato”.

Questa è la storia di un uomo che ha sempre condotto le sue lotte con metodi assolutamente pacifici, un intellettuale che ama il suo paese e che ha sempre lottato affinché la Cina diventi una grande potenza democratica. Un faro della democrazia che le autorità cinesi hanno tentato in tutti i modi di spegnere, e che a Oslo ha ricevuto la sua consacrazione.

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Un finale lento e doloroso

Sembra proprio che l’eutanasia in questo Paese non sia concessa nemmeno ai governi. L’Italia di oggi ricorda tristemente un malato terminale tenuto in vita da macchinari vecchi e malfunzionanti…

La votazione di fiducia di martedì 14 dicembre è stato uno degli episodi più imbarazzanti della recente storia politica italiana. Da una parte un governo composto da soggetti in rotta di collisione, che si insultano e si rimbalzano colpe e responsabilità. Dall’altra parte un’opposizione incapace di riconoscere la necessità di andare al voto, proprio ora, proprio in questo momento di crisi.

Sentirsi dire che sarebbe deleterio per il Paese aprire le urne in un periodo così critico, significa dimostrare di non essere in grado di rappresentare né una valida opposizione né un’accettabile maggioranza. Significa dimostrare di non essere capaci di ascoltare quelle folle di persone che stanche e disperate continuano a scendere in piazza, e che oramai cominciano a dubitare dell’efficacia delle manifestazioni pacifiche, aprendo un varco verso una deriva violenta. Aldilà dei cosiddetti Black bloc e degli infiltrati, non dovrebbe stupire che dopo anni di scioperi, occupazioni, cortei e salite sui tetti, qualcuno cominci a stancarsi della fastidiosa indifferenza della classe politica. Non c’è nulla di costruttivo nel dare fuoco ad una camionetta della finanza, ma sicuramente non è stato il fatto più scandaloso accaduto in questa memorabile data…

Il vero scandalo sta in un governo che gioisce di una fiducia che non porterà a nulla. La maggioranza non ha i numeri per votare le agognate riforme di cui tutti parlano, e il perenne rischio di una sconfitta lascerà inevitabilmente il Paese nello stallo, mentre il cancro dell’establishment politica attuale si diffonderà, come una metastasi, fino a divorare anche quel poco di “sano” che è rimasto in questa malata società.

Il vero scandalo sta nell’aver sottratto la speranza di un futuro ad un generazione sfinita da un pesante 26% di disoccupazione (dato Confindustria), dall’impossibilità di richiedere un mutuo, costruirsi una famiglia o addirittura ambire alla pensione.

Il vero scandalo sta in quegli abitanti dell’Aquila che ancora oggi si ritrovano a vivere senza la propria casa, senza la propria città, e senza la propria vita.

Il vero scandalo sta in quel manipolo di politicanti che si scannano per accaparrarsi l’appoggio di quelle raccapriccianti espressioni del genere umano che sono disposte a vendersi per soldi sporchi o per una comoda poltrona.

Sono riusciti a votare persino ad Haiti e in Afghanistan. Forse ce la possiamo fare anche noi!

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Da Ginevra con furore.

Uno dei primi articoli che mi sono trovato a scrivere all’inizio della mia esperienza con Camminando Scalzi – poco più di un anno fa – trattava di LHC, in un periodo in cui l’acceleratore europeo era balzato agli onori delle cronache per presunte catastrofi naturali imminenti che si sarebbero dovute verificare a causa delle altissime densità di energia derivanti dalle reazioni scatenate all’interno dei 27 km di tunnel che corrono sotto Ginevra. Bene, a un anno di distanza, possiamo affermare con certezza due cose: la prima è che nessun buco nero ha ancora inghiottito la terra; la seconda è che il macchinone, dopo un po’ di problemi iniziali, funziona ottimamente, e sputa fuori dati in quantità industriale. Ecco quel che si è scoperto, in un anno di esperimenti al CERN.

IMPORTANTI CONFERME

I primi esperimenti condotti con LHC hanno riguardato le collisioni tra protoni, condotte a energie attorno ai 7 TeV, ovvero circà metà della massima energia attualmente raggiungibile. Sono state raccolte importanti conferme a proposito del Modello Standard, ovvero il modello che regola tutto quel che sappiamo della fisica delle particelle e delle alte energie. Dalle parole del direttore generale del CERN Rolf Heuer: “riscoprire i nostri vecchi amici nel mondo delle particelle mostra che gli esperimenti di LHC sono pronti ad avventurarsi in nuovi territori”, e se lo dice lui c’è da fidarsi. Insomma, la fase che si è appena conclusa può essere considerata un po’ come il warm up di qualcosa di ben più nuovo. A parte infatti ulteriori indagini riguardo la natura dell’antimateria e la sua assenza all’interno dell’universo conosciuto (un problema di cui avevamo già discusso, ricordate?), questi primi test hanno fatto da test bench avanzato per il sistema CERN nel suo complesso, e i loro dati servono nella duplice funzione di ricerca e di baseline per le future misurazioni.

NUOVE PROSPETTIVE

Le nuove misure che verranno condotte a breve con LHC saranno incentrate invece sull’analisi delle collisioni tra ioni di piombo. Essendo molto più massivo di un singolo protone, un nucleo di piombo è in grado di sprigionare molta più energia nei suoi impatti. Maggiore energia disponibile significa migliori capacità di investigazione della materia e delle regole che ne determinano le trasformazioni. L’impatto di ioni pesanti come quelli di piombo permetterebbe di creare quello che viene definito come plasma di quark e gluoni (rispettivamente, le componenti interne delle particelle più massive e la particella che permette loro di stare attaccate), le cui caratteristiche dovrebbero essere affini a quelle della materia che permeava i primissimi istanti di vita del nostro universo. A quell’epoca infatti la materia come la conosciamo oggi non sarebbe mai potuta esistere: troppa radiazione, troppo calore perché i quark potessero legarsi tra loro attraverso i gluoni, formando protoni e neutroni. Le collisioni tra ioni pesanti in LHC permettono di concentrare sufficiente energia in un ristretto volume di spazio, determinando la formazione di piccole “gocce” di questa materia primordiale, la cui creazione è segnalata da un vasto range di segnali misurabili.I primi risultati mostrano come questo plasma si comporti in effetti come un liquido perfetto, ovvero sia in grado di scorrere su sé stesso senza attrito. Queste caratteristiche, apparentemente poco importanti nell’ottica dei risultati che si vogliono ottenere, in realtà hanno implicazioni dirette sulle ipotesi che sono state effettuate riguardo ai possibili modelli fisici studiati per descrivere questo tipo di contesti, e permettono di restringere il range di variabili sconosciute in gioco. O quantomeno, di evitare di generare singolarità gravitazionli che distruggano ogni cosa…

Meridiano Zero – La nave Italia affonda.

Ci si è completamente dimenticati del popolo. Noi stessi, cittadini con un’opinione, ormai nicchiamo, facciamo spallucce, perché “tanto è così”, perché il mondo gira in questo modo e che ci vuoi fare, perché loro sono i potenti e noi solo pecore e via così.

Il popolo è sovrano di questa nazione e pare che se ne siano dimenticati tutti, dai politici che non eleggiamo più direttamente (e così ecco le veline e le pompinare in parlamento) al popolo stesso che non rivendica ciò che è suo.

Un Governo, indipendentemente dallo schieramento di appartenenza, ha tutto il diritto di fare il suo lavoro e in linea generale non apprezzo i criticoni del primo giorno. Sono liberale in questo. Ma quando un Governo implode su sé stesso e inizia a perdere i pezzi, e a cedere, a dire “non è più sostenibile” è pure uno come Fini, è lampante che sia l’ora di schiacciare forte sul tasto reset e fare tabula rasa di quel che rimane; invece il Parlamento viene usato trasversalmente come il giardino di casa propria, da destra a sinistra: è assurdo che Napolitano (ex comunista e mai stato simpatizzante di Berlusconi) si appelli al dovere istituzionale del presidente della Camera (un mese fa) per far votare la sfiducia oggi, dando tutto il tempo a Berlusconi per fare i conti necessari a strappare un 314 a 311 con 2 astenuti; è diventata un’oligarchia che si rimbalza il joystick del paese, un po’ a me e un po’ a te e tutti contenti e i franchi tiratori (in questo caso con fucili caricati a salve) a pararsi il culo (http://www.domenicoscilipoti.it/ già online le motivazioni del voto di fiducia, non male per un sito normale) e a pienarsi le tasche a suon di consulenze da 100.000 euro.

E ora? Passerà Natale, ma il Governo non ha i numeri per governare seriamente e, esattamente come 16 anni, è tenuto per le palle da Bossi che avrà carta bianca prima di far staccare la spina al moribondo.

E’ una nave che sta affondando e io, onestamente, vorrei tanto scendere.

La politica è morta.

Tre voti. Tre voti che hanno ancora una volta confermato il signor B, il nostro Imperatore Maximo, a capo del nostro governo. Una maggioranza che stenta a resistere a questo voto di fiducia, ma ci riesce, seppur comprando voti qua e là da personaggi di dubbio spessore politico e umano, che da totali sconosciuti hanno guadagnato il loro quarto d’ora di popolarità (e probabilmente anche qualche altro tornaconto personale) e hanno consegnato ancora una volta il paese in mano ad un governo che finora si è dimostrato fallimentare sotto tantissimi punti di vista.

Un Paese ormai allo sbando, una popolazione che non ce la fa più, stretta nella morsa della crisi, della disoccupazione, del precariato, della riforma dell’Istruzione che distrugge il nostro futuro. I giovani picchiati a Roma dai poliziotti che non si rendono conto che la manifestazione di protesta è stata fatta anche per loro, che quei ragazzi sono i loro figli e figlie, i loro fratelli e sorelle; quegli stessi poliziotti che proprio qualche giorno fa manifestavano ad Arcore per i tagli che questo governicchio di nani e ballerine stipendiati ha perpetrato ai danni delle forze dell’ordine. E si assiste ai paradossi più assurdi: la politica rinchiusa nel palazzo d’ebano a votare per il futuro della gente comune, barricata, protetta, nascosta. Nel frattempo i ragazzi per strada e le forze dell’ordine dall’altra che si fronteggiano, fratelli coltelli. Senza parlare dei presunti infiltrati nelle fasce più estremiste e rissose dei manifestanti (che è bene ricordare essere composti per la stragrande maggioranza da semplicissimi studenti), come si evince da questo articolo del Post Viola, su cui ognuno può trarre le proprie conclusioni a riguardo. Insomma, un presunto infiltrato picchia (fa finta?) un finanziere, che viene salvato dall’ennesimo finanziere, e non si capisce più chi sta con chi, tra abiti civili, divise e infiltrati. E alla fine tornano tutti amici e non si capisce più dove sono i manifestanti… il festival del paradosso insomma (senza contare la simpaticissima pistola brandita che per fortuna non ha esploso nessun colpo). AGGIORNAMENTO 16/12/2010: Come riportato anche da ilfattoquotidiano.it in questo articolo, pare che “l’uomo con la pala” fosse in effetti un manifestante e non un infiltrato. Per completezza e correttezza lo segnaliamo anche noi. Era in effetti un violento che ha sottratto manganello e manette al finanziere pestato.

Scene di guerriglia urbana, una Roma distrutta, il dubbio imperante che tutto sia stato organizzato per far succedere gli scontri, la pazienza portata allo stremo. E la cosa più triste di tutte è che le due frange di questa inutile e maledetta guerriglia urbana dovrebbero stare dalla stessa parte, mentre il bel circo della politica se la gode nel palazzo, un palazzo che non ha più alcun valore per molti, dove il voto si compra con qualche favore o qualche spicciolo, dove la parola “dimissioni” è stata dimenticata nelle pieghe dello spazio-tempo, dove i politici rissosi urlano, litigano, si mostrano le dita medie a vicenda, gongolano per le loro vittorie da quattro soldi, e alla fine della fiera circense sono sempre tutti lì seduti, non cambia niente, non cambia mai niente.

È difficile fare un’analisi politica di questa situazione, è difficile perché ci troviamo di fronte all’ennesima delusione totale di chi dovrebbe governarci, di chi è quantomeno pagato per farlo, visto che di dignità umana è realmente troppo difficile parlare. Dal Pdl oggi si alzano grossi cori per le dimissioni del presidente Fini che -è bene dirlo- è stato sconfitto. Rimane realmente patetico ascoltare dichiarazioni come quella di Capezzone oggi, che riporto per spingere anche voi lettori ad una riflessione sul calibro di certi seguaci del nostro Imperatore Maximo: “Perfino la grande stampa che gli è stata amica, e che per mesi gli ha perdonato tutto, sollecita un suo passo indietro. Come fa Fini a non dimettersi, a questo punto? Come può fingere di non vedere quello che ormai è chiaro a tutti, e cioè la piena incompatibilità tra il ruolo super partes che si addice alla terza carica dello Stato e la scatenata campagna partigiana e faziosa (peraltro, perdente) che ha condotto anche avvalendosi del suo incarico? Siamo dinanzi a una ferita istituzionale profonda e sempre più grave”. (via | Repubblica.it)

Trovo veramente incredibile, surreale e assurdo leggere cose del genere, che vanno ben oltre “il bue che dice cornuto all’asino”. E’ una dichiarazione che si commenta praticamente da sola, e ci fa capire il vero valore politico e l’ideologia che c’è dietro i seguaci della maggioranza. L’Imperatore Maximo è uno e uno soltanto, non ci possono essere due imperatori. Quindi chi viene sconfitto deve sparire.

Ma è stata davvero una vittoria quella di ieri? La risposta è sotto gli occhi di tutti, tre voti in più non vogliono dire nulla, una maggioranza così risicata e ottenuta in questa maniera dal punto di vista politico è molto più vicina ad una sconfitta. Sebbene la campagna acquisti continui imperterrita, con i posti “promessi” da Berlusconi a chi si unirà alla squadra di governo, al momento attuale la situazione è molto chiara: un governo con una maggioranza così risicata difficilmente potrà governare in maniera tranquilla, dopo il palese passaggio di Fini all’opposizione. E possiamo scommettere che i provvedimenti dell’Imperatore e dei suoi accoliti non avranno vita facile alla Camera. Di conseguenza l’unica opzione che appare realmente praticabile è l’arrivo alle tanto vituperate (e non a torto) elezioni anticipate. La Lega non ha esitato a ripeterlo più e più volte nella giornata di ieri, il destino pare abbastanza scritto.

Le opposizioni si trovano in una situazione decisamente complessa al momento: bisognerà vedere cosa decideranno tatticamente di fare, se allargarsi al Centro prima che Berlusconi faccia i suoi acquisti elettorali, se scegliere un leader forte che li traghetti verso la prossima tornata elettorale o se continuare a fare le solite chiacchiere sulle solite inutili divisioni. Il governo ha perso, ma la Sinistra non ha vinto, questo è bene ricordarlo. Un piccolo appunto per IDV, che avrebbe dovuto fare molta più attenzione ai deputati da mandare alla Camera. Immagino la delusione di molti elettori che si sono visti un proprio rappresentante cambiare fronte in questa maniera così repentina e per giunta per salvare l’odiato nemico Signor B. Un errore in partenza, un errore che costerà caro dal punto di vista elettorale a Di Pietro e compagni a mio parere.

La situazione in Italia diventa sempre più difficile, la disoccupazione aumenta, l’Istruzione viene ogni giorno bistrattata da riformucole ammazzafuturo, la cultura è trattata come una cosa inutile (d’altro canto con la cultura non si mangia, si sa…), la gente che non arriva a fine mese aumenta sempre di più.

Tutto ciò che rimane certo, ancora una volta, è che nel palazzo d’ebano tutto rimane uguale. Anche se più che un palazzo che ci porta alla mente tempi nobili e aristocratici forse dovremmo parlare di un grosso circo, con le bestie più strane, i freak più inguardabili, le ballerine, i nani, tutti con il comune obbiettivo di non alzare mai il culo da quelle poltrone che noi paghiamo. E scusate la conclusione volgare.

4fioriperzòe – Musiche per film mai visti

Questo disco non è un disco. O meglio, non nasce come tale, quantomeno nell’accezione che diamo solitamente a questo termine come un corpus più o meno organico di lavori di uno stesso autore organizzati per essere inseriti in un unico supporto, quale esso sia. Questo perché “Musiche per film mai visti“, il terzo lavoro discografico dei 4fioriperzòe, al secolo Matteo Romagnoli (LE-LI), Francesco Brini (Pinktronix, Swaywak) e Nicola Manzan (Bologna Violenta, Il Teatro degli Orrori, ecc.), altro non è che una raccolta di brani – ma forse sarebbe meglio dire composizioni – che il gruppo ha realizzato in questi ultimi anni per cortometraggi, installazioni, documentari e quant’altro. Brani quindi essenzialmente strumentali, che però colpiscono subito per la ricchezza e la complessità del materiale musicale che li compone, a cominciare dalla qualità e quantità degli strumenti a disposizione, merito anche di collaborazioni eccellenti come Enrico Gabrielli (Calibro35, Mariposa), Alessandro Grazian e Pasqualino Nigro (Parto delle Nuvole Pesanti). Questo pot pourri di musicisti non può che portare al dilatamento delle convenzioni di genere musicale che, se da un lato può risultare in un lavoro confusionario e incompleto, nel caso del disco dei 4fioriperzòe è un valore aggiunto, per via della sapiente capacità del gruppo di miscelare influenze jazz alla world music, e ancora echi di musica classica a scheggie di rock. Ma soprattutto, pericolo fondamentale per un disco di questo genere, le composizioni si reggono benissimo anche da sole, evitando il rischio di essere uno sterile commento dell’immagine visiva. Ed è questa la forza di “Musiche per film mai visti”, che notiamo in brani come “Arriver moin rapidement à la mort”, forse il miglior estratto dell’album, o ne “Il Mali Migliore”, che gioca un po’ con le succitate influenze etniche. Particolare curioso e allo stesso tempo interessante, la presenza di una “cover” di “Un bel dì vedremo”, celebre aria della Madama Butterfly di Giacomo Puccini, intepretato dal trio in modo molto interessante. Un grande passo in avanti insomma per i 4fioriperzòe, rispetto al precedente “Tredici cose che dovrei dirti”, che pure vantava collaborazioni eccellenti, ma che presentava qualche difetto di troppo che lo rendeva di fatto un disco riuscito a metà. Non è il caso di “Musiche per film mai visti”, che si candida di diritto a entrare nelle collezioni di tutti gli appassionati di musica strumentale e non.

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Calcio – Biancolino e le lezioni di anatomia.

Scusate come si chiamano quelle due cose che abbiamo attaccate ai polsi? Si, si parte dalla spalla, poi c’è il braccio, l’avambraccio, il polso e…ah si, la gamba. Almeno stando a quanto ci spiega Raffaele Biancolino, attaccante che attualmente gioca nel Cosenza. Ieri durante la partita contro il Foggia di Zeman ha realizzato il gol della vittoria per la sua squadra. Bravo, perchè vincere allo “Zaccheria” non è proprio semplicissimo, però c’è un particolare. Premettendo che il tecnico boemo si è infuriato per quando accaduto e Zeman non è proprio uno scalmanato, vale la pena raccontare l’episodio. Su un tranquillo cross proveniente dalla destra il portiere foggiano interviene bloccando il pallone in uscita alta. Tutto ok, ma ad un certo punto ecco la furbata di Biancolino: con le mani strappa letteralmente il pallone dalle braccia dell’estremo difensore e mette dentro, con l’arbitro che era girato e non sia ccorge di nulla concedendo incredibilmente il gol. Di gol così se ne sono già visti, i tifosi del Napoli ricorderanno la rete con la mano di Rapajic che poi disse di averla colpita col mento (abbastanza patetico in quell’occasione) ma quello ce fa scadere il tutto nella follia è l’intervista rilasciata dallo stesso Biancolino dopo il match, dove afferma in pratica che Santarelli (il numero uno rossonero) gli è andato addosso, il pallone gli è sbattuto sulla gamba e lui ne ha approfittato insaccandolo. Bravo, veramente bravo. Di Biancolino tra l’altro forse alcuni non sanno che quando giocava nell’Avellino e segnò contro il Napoli ai tempi dei play-off in serie C (oggi Lega Pro) ebbe la pessima idea di esultare sotto la curva partenopea. Che c’è di strano? Beh, se tu hai anche un tatuaggio di uno di quei gruppi e ti dichiari uno di loro e li prendi apertamente per i fondelli…non ti stupire se poi qualcuno (sbagliando eh, sia chiaro) incendia l’auto di tua moglie e ti scrive sotto casa (già, se sei di Napoli e fai uno sgarro ai napoletani…) “Biancolino sangue irpino”. Si vocifera addirittura che il gruppo ultras lo abbia poi costretto a togliersi quel tatuaggio. Beh, che dire, Biancolino sarà anche un buon attaccante di categoria ma in quanto ad onestà intellettuale ed anatomia…ha ancora molto, troppo da imparare.

La macchina del fango si abbatte su Assange…

Persino Il Giornale del 9 dicembre ha scelto di difendere Julian Assange dalle assurde calunnie che gli sono state mosse: “Le accuse di violenza sessuale usate per arrestare Assange – scrive Gian Micalessin – sono dubbie e dimostrano l’inadeguatezza e l’impreparazione con cui grandi potenze, agenzie di sicurezza, diplomazia e giustizia internazionale affrontano i rischi determinati dalla pirateria elettronica e dall’uso di internet come strumento per la diffusione di segreti di Stato”. A ciò si aggiunge l’inadeguato utilizzo della parola “violenza sessuale” da parte di una grossa parte della stampa, che non ha tenuto conto del fatto che il crimine di cui è realmente accusato il noto giornalista legato alla rivoluzionaria vicenda di WikiLeaks è il “sesso di sorpresa”. Un reato che, come si legge su Esse, consiste nel comportamento per cui, se durante un rapporto sessuale con una persona consenziente utilizzi contraccettivi come il preservativo e ne interrompi l’uso (ad esempio perché si rompe) questa condotta per la legge svedese si equipara allo stupro, sebbene sia punito con una multa e non con il carcere, come accadrebbe in caso di violenza sessuale. Un reato che non esiste negli altri Paesi europei, ma che ha comunque permesso di emettere un mandato di cattura internazionale per il terribile criminale dal preservativo bucato.

E’ evidente che la vicenda che ha condotto Julian Assange davanti al magistrato londinese Caroline Tubbs con un’accusa di stupro e due di molestie sessuali non è altro che un imbarazzante stratagemma per legare le manette ai polsi di un uomo la cui sola colpa è quella di aver reso pubblici dei documenti che sono sfuggiti al controllo del dipartimento di stato statunitense. E mentre la Svezia tratta sull’estradizione del pericoloso criminale negli USA, l’Independent, citando fonti diplomatiche, scrive che le autorità di Washington avrebbero avviato discussioni informali con quelle svedesi sulla possibilità di consegnare il fondatore di WikiLeaks alla giustizia americana. Mark Stephens, legale del giornalista più controverso del pianeta, intervistato dalla BBC si è detto “inquieto per le motivazioni politiche che sembrano esservi dietro l’arresto”. E non serve certo un avvocato per capire che si tratta di una incredibile messa in scena organizzata col solo scopo di infangare la reputazione di uno degli uomini più “scomodi” del momento.

“Un profilattico bucato, la gelosia di una femminista rancorosa, la rabbia di una ragazzina illusa. Sono gli unici cavilli di cui dispone la giustizia internazionale per sbattere in galera un uomo colpevole di aver messo a repentaglio la sicurezza planetaria”, scrive Gian Micalessin su Il Giornale, e forse questa volta bisognerà pure dargli ragione. Perché poco importa se alla fine Assange verrà giudicato colpevole o innocente… Nel frattempo le sue vicende personali faranno il giro del mondo, infangando la sua reputazione e impedendogli di concentrarsi sulle importanti informazioni che WikiLeaks avrebbe da raccontare.

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