Giovanni Allevi – Se questo è un artista

Giudicare una persona può essere un atto di presunzione, di invidia e quindi debolezza. Una critica sana e costruttiva è costituita da una capacità di visione più ampia possibile, tenendosi alla larga da possibili conflitti d’interesse. L’Italia non è maestra in questo. Il fenomeno Giovanni Allevi ha suscitato un gran clamore, dividendo il pubblico tra ferventi appassionati e feroci detrattori. Osservarne e definirne meglio i contenuti è compito assai arduo in poche righe, pertanto è meglio procedere per punti.

Il primo passo necessario è inquadrare storicamente, per linee generali, l’evoluzione della musica negli ultimi cinquant’anni. Un ruolo decisivo è stato svolto dalle potenti multinazionali discografiche, le quali con il potere del denaro hanno orientato e deviato le scelte estetiche di molti musicisti. La musica si è tramutata in merce ed è divenuta succube delle leggi di mercato. Quando si parla di arte o di artista, molto spesso si parla dell’arte dell’ intrattenimento e di “saltimbanco”; di conseguenza si è costituita una scala di valori esclusivamente basata sul valore materiale.  La “tela bianca” dei suoni ora è spesso dipinta dell’unico colore dei soldi, non dello spirito. È quindi in crisi totale il concetto di musica come sentiero spirituale.

Negli anni ’50 e ’60 si registra il maggior distacco tra la musica “colta” contemporanea e l’ascoltatore. Dall’integralismo della ricerca assoluta di nuovi linguaggi della composizione, si distacca la prassi esecutiva; la musica classica diventa sinonimo di conservazione del repertorio ottocentesco – salvo rarissime eccezioni – e gli interpreti da museo/circo sono ora delle star, spesso a scapito degli originari (e defunti) autori.  Per non essere imprigionati nelle “torri d’avorio” dell’avanguardia, alcuni compositori si sono spinti nel recupero del rapporto con un pubblico più numeroso, aspetto ritenuto evidentemente imprescindibile. Si è passati quindi a un linguaggio più semplice e immediato: è il caso del minimalismo americano di Terry Riley, Steve Reich, Philip Glass,  importato poi in Italia da Ludovico Einaudi e da chissà quanti altri e anonimi epigoni, a sfondo neoromantico.

Anche la musica per film è stata una ragione di vita per tanti musicisti, una scorciatoia di successo: celebri John Williams, Hans Zimmer ed Ennio Morricone. La loro scrittura, non priva di motivi d’interesse, è tuttavia ispirata e subordinata al film: è un gesto artigianale, più che di pura e libera creatività.

La società è sempre stata alla ricerca delle sue icone, e la musica, in una nuova funzione, è divenuta il vettore del simbolo. Si è evoluto e perfezionato sino ai giorni nostri il concetto di “immagine” del musicista. L’apparenza regna sovrana: il musicista deve (il perché è intuibile) comunicare la sua estetica dal modo di vestire, di comunicare. Per compiacere il suo target di pubblico. Questi elementi non sono affatto di secondo piano, perché – inno alla superficialità – più sono provocatori, più ci ricorderemo del personaggio in questione.  Si finirà per adottare la sua musica, anche se banale. Al supermercato non sempre si finisce per scegliere il prodotto migliore.

Dopo queste dovute premesse, il successo di Giovanni Allevi è già in parte spiegato. Certo, non tutti sanno scrivere belle melodie e questo merito gli va riconosciuto. Se poi sa come suadere il pubblico, buon per lui. Immediatezza e durate radiofoniche sono gli elementi discrimanti delle sue opere; la sua è musica etichettata come “elevator music” : infatti non richiede chissà quale ascolto impegnato. Trattasi di canzonette dove è coltivata in loop l’idea romantica del “fanciullino”. Quest’idea è masticata dalla società e sputata nell’apparenza di non dover invecchiare mai.
Giovani, giovanissimi, sbattuti in tv, anche in prima serata (e in qualche altra sede di notabili) per volere dei più vecchi; anziani invece che non accettano di invecchiare e che ricorrono alla chirurgia estetica per ringiovanire il proprio corpo. Cervelli lobotomizzati in corpi sempreverdi. Il maestro Allevi ha 41 anni e si presenta al pubblico con la sua divisa, abbigliamento da ragazzo degli anni ’90. Con le sue ansie e il suo tono da indifeso, fa subito colpo e suscita tenerezza all’ipocrita borghese, alla ricerca facile di oggetti di “lusso” sempre pronti da coccolare. La musica del maestro è figlia dei nostri tempi, di buio culturale e di decadenza dei costumi: in Italia, soprattutto, siamo consapevoli della situazione.

Giungo allora alle mie personali opinioni. Premetto di non ritenermi un “fanatico” della musica e che Allevi ha tutto il diritto di fare ciò che vuole. Cito un famoso aneddoto: ricordate la violenta polemica che egli ebbe con il violinista Uto Ughi, che lo definiva mediocre (e non solo)?

Il 24 dicembre 2008, in un’intervista al quotidiano La Stampa, il violinista Uto Ughi ha definito Allevi “un nano”, le sue composizioni “musicalmente risibili” e si è detto offeso dai riconoscimenti avuti da Allevi presso le istituzioni pubbliche italiane. Sempre secondo Ughi «non ha alcun grado di parentela con la musica che chiamiamo classica, né con la vecchia né con la nuova. Questo è un equivoco intollerabile. E perfino nel suo campo [la musica pop] ci sono pianisti, cantanti, strumentisti, compositori assai più rilevanti di lui». Il pianista ha replicato alle accuse mosse da Ughi in una lettera aperta allo stesso quotidiano, sostenendo che «il mondo della musica classica è malato», e che «a spartirsi la torta del potere musicale sono in pochi, una casta, impegnata a perpetrare la propria concezione dell’arte e la propria esistenza»

via | wikipedia.it

C’è da notare che il M° Ughi è un interprete (non compositore) strapagato (termine non inappropriato), che avrà provato un po’ d’invidia a quei tempi. Le sue feroci critiche non sono così tanto genuine, volendo trarre per sé un po’ di fieno in cascina. Interessante notare da questo episodio l’autorità e la prepotenza con cui un famoso interprete giudica un compositore, nuovo alla scena musicale. Andrebbe ricordato al M° Ughi che deve la sua fama a chi ha scritto la musica, composta non certo per lui. Eseguire divinamente un brano non significa possedere le chiavi della verità assoluta né tantomeno assurgersi a guida spirituale dell’umanità.

Vorrete sapere perché abbia scritto questo articolo. Non avevo di meglio da fare? Sicuramente il pretesto mi è stato dato dalla pubblicità del maestro per la Fiat. In fondo nessuno mi ha chiesto un parere, ma se sarete arrivati a questo punto vuol dire che vi avrò fatto pensare un po’. Personalmente ciò che trovo insopportabile di Allevi è come presenta la sua musica, cioè come rivoluzionaria e innovativa. Falso: non è niente di nuovo, ti ha già preceduto Richard Clayderman, come potete anche voi ascoltare.

Autodefinirsi rivoluzionario e innovativo è come possedere l’universo nella propria mano. Un po’ come quei teleimbonitori che si riempono la bocca di paroloni nulle che spiegano situazioni altrettanto insignificanti: lo trovo francamente inquietante. Questo modo di porgersi mortifica chi è stato realmente un innovatore della storia della musica, da Perotinus a Varese, rassicurandoci che poi potremmo anche farne a meno, anzi di più: buttarli nel cesso. Tutto è riconducibile ad un’abile, cinica operazione di marketing: il genio che sfodera l’estro in tarda età è il messaggio che ognuno può farcela. È un messaggio di speranza  che alimenta il perbenismo del mondo cattolico in Italia, e infatti Allevi è ben visto dalla Chiesa.  Ma di che genio si sta poi parlando? Sicuri che la “musica per ascensori” è da classificarsi geniale?
Allevi sostiene di essere figlio del nostro tempo, di viverlo e raccontarlo. Ineccepibile, ma Schiller disse: “L’artista è figlio del suo tempo, ma guai se ne diventa l’allievo o il beniamino”. Perché caro Allevi, il prossimo “rivoluzionario” di turno non farà altro che seppellirti. E sarai presto dimenticato.

Psp2? No, Psp phone.

Dopo aver parlato di quello che sta accadendo e quello che avverrà per quanto riguarda la concorrenza tra melafonino, dispositivi windows phone7 e android, vi annuncio che il terzo potrebbe spiazzare gli altri due colossi con l’ultima trovata da parte di Sony Ericsson (secondo alcuni rumors) che avrebbe ideato e realizzato un nuovo smartphone con tanto di dashboard per caricare giochi appartenenti alla piattaforma psp.

Ebbene sì, se ne parla da anni ormai e sembra che proprio nel 2010 i desideri e le fantasie di alcuni fan siano state realizzate. Dunque non solo uno smartphone usato per effettuare o ricevere chiamate e sms e navigare in rete, ma anche per poter giocare; e non stiamo parlando dei tipici giochini da cellulare, bensì dei titoli più famosi e venduti nel campo videoludico.

Navigando un po’ in rete ho trovato alcune informazioni risalenti al 25 Novembre in cui Pierre Perron, amministratore delegato della filiale francese Sony Ericsson annuncia di aver organizzato una conferenza stampa che si terrà il 9 Dicembre, aggiungendo inoltre che il protagonista della conferenza sarà il prodotto più atteso negli ultimi dieci anni.

Che si tratti proprio del famigerato Psp Phone? Beh i presupposti ci sono, basti guardare il biglietto di invito alla conferenza sul quale sono stampate le classiche icone appartenenti alla console; da notare però che compare anche l’icona di un telefono!

Engadget (sito famoso per aver più volte pubblicato foto di prototipi di alcuni smartphone – ad esempio I-Phone4 – che poi si sono dimostrati reali) avrebbe anche pubblicato le prime foto di prototipi reali anche se con  un software definito “acerbo” (per chi volesse approfondire il link diretto è questo). Dunque il Psp phone si presenterebbe in questo modo:

  • ampio display touch (chissà che non sia multitouch);
  • quattro tasti fisici per poter tornare al menù precedente, aprire la lista dei contatti, tornare alla home e per la ricerca;
  • sul lato destro i tasti L e R più uno slot per memorie, che non saranno le pro duo della sony ma microsd destinate a ospitare i giochi acquistabili sul marketplace, proprio come la psp go, visto che non è dotato di un lettore umd
  • sul retro una fotocamera (capacità della lente attualmente sconosciuta. Si pensa a un sensore da 5 oppure 8 Megapixel) accompagnata molto probabilmente da un flash led, per scattare buone foto anche in assenza di luce.

L’estetica non sembra affatto male, anzi abbastanza compatta quanto a dimensioni.

La “parte console” è protetta dal display, che non è fisso ma è uno slide capace di nascondere i tasti direzionali, il cerchio, la ics, il quadrato, e il triangolo. Da notare il pad centrale, probabilmente multitouch, che dovrebbe simulare i pad analogici.

Passiamo adesso al “cuore ” di questo smartphone che come vi ho già anticipato monterà un sistema operativo Android (versione 2.x non 3). All’interno dei prototipi pubblicati prendono posto un processore Qualcomm MSM8655 da 1GHz, 512 MB di RAM e 1 GB di ROM; le dimensioni dello schermo (non ancora confermate) dovrebbero aggirarsi tra i 3.7 e i 4.1 pollici.

Vi rimando dunque al 9 Dicembre, quando conosceremo la verità, e ovviamente anche il prezzo di lancio.

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Calcio. Lo sciopero lasciatelo a chi non arriva a fine mese.

Per sciopero si intende l’astensione collettiva dal lavoro di lavoratori dipendenti allo scopo di rivendicare diritti, per motivi salariali, per protesta o per solidarietà. Il salario o stipendio che viene detratto è proporzionale alla sospensione lavorativa. Ecco. Posticipare una giornata di campionato non fa evaporare una parte dei lauti guadagni di un calciatore. Quindi per favore non chiamatelo sciopero. Quelli lasciateli a chi si è battuto per anni per rivendicare dei sacrosanti diritti. Sono passati i tempi in cui se scioperavi eri automaticamente licenziato, ma quanti operai hanno paura di farlo perchè temono di perdere il proprio posto di lavoro? Ora, un ragazzo di poco più di vent’anni che guadagna cifre che operai e dipendenti pubblici possono solamente sognare, cosa ha di che lamentarsi? Analizziamo i punti. Sono due le questioni spinose che portano l’Associazione Italiana Calciatori a decidere di non scendere in campo:

1) Non vogliono che i giocatori fuori rosa debbano allenarsi a parte e non con il resto della squadra

2) Non vogliono la legge che dà la possibilità alla società di rescindere il contratto se il calciatore rifiuta il trasferimento ad una squadra della stessa serie e perlomeno alle stesse cifre per quanto riguarda lo stipendio.

Sul punto uno c’è davvero poco da dire, la società ti paga e se sei fuori rosa per motivi disciplinari o per qualsiasi altra ragione ha tutto il diritto di mandarti ad allenare dove gli pare (esempio Cassano, se De Carlo non vuole che il gruppo sia destabilizzato dalla sua presenza ha assolutamente ragione). Sul punto due…beh facciamo un esempio pratico: Io società ho il tuo cartellino, ho il sacrosanto diritto di venderlo al miglior offerete, e se una squadra della stessa serie mi offre 50 milioni glielo cedo eccome, ma se tu invece in quella città non ci vuoi andare io che per te ho pagato, non posso rimetterci quel botto di soldi per i tuoi capricci. Vuoi decidere tu dove lavorare? Apriti un negozio! Vuoi rimanere nella stessa città? Scendi di categoria e rinuncia a qualcosa del tuo stipendio. Diritti e doveri vanno riconosciuti a tutti, ma qui si esagera. Ricordatevelo sempre che si parla di professionisti da svariate centinaia di migliaia di euro l’anno (in molti casi sopra il milione), non degli operai di Pomigliano.

Una protesta dedicata al maestro Monicelli

In molti lo ricorderanno per quella puntata di Rai per una notte in cui parlò di “rivoluzione”, quella che l’Italia non aveva mai avuto e che forse sarebbe stata l’unica speranza di riscatto di questo bistrattato Paese. Sarà ricordato per la sua ironica genialità, capace di strapparti una risata anche davanti alle situazioni più tristi e drammatiche, come la morte del suo personaggio Perozzi, interpretato da Philippe Noiret nel terzo episodio del celebre “Amici miei”.

Il 29 novembre 2010 è morto Mario Monicelli, dopo un volo di cinque piani dall’ospedale San Giovanni di Roma. L’ultimo volo di un gabbiano… Quel simbolico gabbiano omaggiato in una celebre canzone di Giorgio Gaber. Quel metaforico gabbiano che nella forza di Mario Monicelli ha trovato il coraggio di spiccare il volo fino ai 95 anni d’età.

Ci ha lasciati con la stessa shoccante spettacolarità che caratterizzava i suoi film, senza spazio per il finale travagliato e spossante di un vecchio uomo in attesa di una fine dettata da una malattia terminale. Pare quasi di vederlo mentre riesce a beffare medici ed infermieri e si allontana verso quell’ultima estrema manifestazione della sua tragicomica imprevedibilità. Un volta disse “vorrei morire un giorno in cui i giornali non sanno cosa scrivere”, e forse così è stato.

E’ andato via ma è rimasto, con le parole e le immagini dei suoi film e con le preziose lezioni di vita che ha voluto regalarci. E’ morto fra i peggiori deliri della politica, gli scandali di WikiLeaks e le strepitose proteste di piazza di precari e studenti, che da oltre una settimana vanno avanti, alla ricerca di quella rivoluzione che “l’Italia non ha mai avuto”…

L’hanno dedicata anche a lui, il maestro, quell’ultima giornata di manifestazioni del 30 novembre, prima della scellerata votazione della Camera. “Caro Mario, la faremo ‘sta rivoluzione”, si leggeva in testa al corteo degli universitari di Napoli: un messaggio comune a tante strade italiane.

Una mobilitazione che è partita con l’occupazione dei monumenti: il simbolo di quel diritto alla cultura che questa generazione ha deciso di non farsi portare via. Poi l‘invasione di aeroporti, strade e stazioni, come simbolo del disagio che da troppo tempo opprime questo Paese, schiacciato dalla mancanza di prospettive future e dalla paura di vedersi levare persino il diritto allo studio. Treni cancellati o posticipati, con migliaia di viaggiatori in attesa, senza la possibilità di programmarsi una serata… Aspirazioni cancellate o posticipate, con migliaia di persone in attesa, senza la possibilità di programmarsi… una vita.

Una protesta che continua, nonostante tutto. Da Milano a Palermo, persino con l’appoggio degli erasmus all’estero: da Siviglia a Lisbona, e da Montpellier ad Amburgo.

E poco importa se la combriccola di tristi politicanti che oggi ci governa non riesce a capire il senso di questa contestazione, perché non essere compresi da persone di simile levatura ci rende solo più orgogliosi…

[stextbox id=”custom” big=”true”]L’articolo di oggi è accompagnato da un omaggio del fumettista Segolas al maestro Monicelli[/stextbox]


Corea: Quando la storia minaccia di ripetersi

Esattamente sessant’anni fa, il governo nord coreano, appena nato sotto l’egida sovietica, invadeva proditoriamente la Corea del Sud scatenando quella che gli storici ancora oggi chiamano “La guerra dimenticata”.

Il conflitto che contrappose le due piccole nazioni e che causò quasi tre milioni di morti venne percepito poco e male dall’opinione pubblica europea, ancora sconvolta dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale. La crisi coreana del 1950 fu il primo effettivo banco di prova per la nascente Guerra Fredda, infatti, vide contrapposti da un lato gli Stati Uniti, che appoggiavano la Corea del Sud, e dall’altro il Blocco Sovietico con Cina e Urss dalla parte dei nordcoreani. All’epoca non vi erano interessi economici in gioco, vi era da mantenere un fragile equilibrio tra super potenze ed impedire la deriva della “Marea Rossa”. Anche per questo motivo l’esito del conflitto fu abbastanza scontato lasciando immutati, dopo tre anni di carneficina, confini geografici ed equilibri politici internazionali.

Oggi tra le due coree si torna a sparare ma la situazione geopolitica è radicalmente diversa. I due paesi in questi cinquant’anni hanno preso strade molto diverse.

La Corea del Sud, dopo decenni di instabilità politica e di dittature militari ha trovato, negli anni 80, la strada per lo sviluppo economico, diventando, nel giro di un decennio, un paese altamente industrializzato e con un alto tenore di vita. Al contrario, la Corea del Nord, ha continuato ad essere governata da un regime comunista. Sotto la guida del carismatico Kim-il-sung, il piccolo paese asiatico ha avviato un piano di sviluppo economico totalmente sbilanciato verso l’industria pesante. Questa fase si è dolorosamente arrestata con il crollo dell’Unione Sovietica, lasciando la nazione in condizioni economiche gravissime. Nonostante la vicinanza con la Cina, anch’essa comunista, la Corea del Nord, negli ultimi anni ha inaugurato una politica di isolamento economico e politico che ha aggravato ulteriormente le condizioni della popolazione.

L’attacco all’isola di Yeonpyeong ha interrotto bruscamente oltre cinquant’anni di pace vigile e di rapporti sempre tesi tra le due nazioni. Su quello che è accaduto lungo il confine coreano le opinioni sono, ovviamente discordanti. I sudcoreani sostengono la tesi dell’attacco ingiustificato, i nordcoreani, al contrario, dicono di aver semplicemente risposto al fuoco. L’unica certezza sono i caduti e gli sfollati, prime vittime di una situazione ancora poco chiara.

Se però allarghiamo di poco lo scenario, forse, riusciamo a intuire qualcosa di più.

Nelle cronache economiche di questi ultimi mesi, oltre alla sempre presente crisi globale, ha spesso trovato spazio la “guerra monetaria” tra Cina e USA. Gli Stati Uniti accusano il gigante asiatico di tenere forzatamente sottovalutata la moneta nazionale, il Renmimbi, per mantenere competitive le esportazioni cinesi influenzando così l’intera economia globale. Gli stessi USA sono a loro volta accusati dalla Cina di perseguire una politica volutamente inflazionistica, puntando a svalutare il Dollaro a scapito del debito pubblico. Inoltre, una buona fetta del debito pubblico statunitense è in mano alle banche cinesi che così si trovano nell’invidiabile posizione di poter stringere il cappio attorno all’economia americana a loro piacimento. In quest’ottica, una nuova crisi coreana potrebbe, da un lato portare la guerra sulla porta di casa cinese e rafforzare la leadership USA in Estremo Oriente. Dall’altro lato costringerebbe gli Stati Uniti ad uno sforzo economico militare ulteriore in un grave momento di difficoltà e potrebbe servire al governo Cinese per rafforzare il potere del presidente Kim Jong-Il, eroso dalla gravissima crisi economica che ha colpito la Corea del Nord. Il leader nordcoreano, tra l’altro, ha appena nominato come suo successore il figlio Kim Jong-Un, non particolarmente carismatico e poco apprezzato dal popolo. Un eventuale conflitto potrebbe rafforzare la posizione del futuro presidente. Probabilmente, gli eventi di questi giorni in Corea sono l’ennesima puntata di una nuova Guerra Fredda. Se una volta il nemico era l’Urss, ora è la Cina.

Lo scontro ha perso i connotati ideologici ed è diventato contrasto militare ma soprattutto economico. Le due coree sono solo due pedine nell’immenso scacchiere mondiale.

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