La “democrazia” in America

Nel 1835 il filosofo francese Alexis de Tocqueville pubblicava il suo capolavoro: “La democrazia in America”; un poderoso trattato sulla giovanissima repubblica americana, sulla sua società, sui costumi e sui punti di forza e debolezza. Per Tocqueville la vera innovazione della società statunitense stava nel fatto che la democrazia rappresentativa aveva attecchito stabilmente e che questa forma di governo garantisse ai cittadini libertà e diritti che faticavano ad affermarsi nella vecchia Europa.

Molti anni sono passati dalle entusiastiche parole del filosofo francese e le cose, negli Stati Uniti, sono parecchio cambiate. Tante volte, forse troppe, alla democrazia rappresentativa si è sostituito il “partito della pistola”. Negli anni sessanta i fratelli John e Bob Kennedy furono entrambi uccisi a colpi d’arma da fuoco e, qualche giorno fa, a Tucson, in Arizona, un folle ha aperto il fuoco contro la deputata democratica Gabrielle Giffords, ferendola gravemente alla testa e uccidendo sei persone.

Cosa è successo alla Democrazia in America? Il sistema politico statunitense è ancora considerato il più democratico, rappresentativo e liberale del mondo. Ma in realtà le cose sono leggermente diverse. Il diritto di voto, tanto per iniziare.
In quasi tutte le nazioni il diritto all’elettorato attivo e passivo si acquisisce automaticamente, con la maggiore età. Negli Stati Uniti questo non accade. Se un cittadino vuole votare deve obbligatoriamente iscriversi alle liste elettorali e dichiarare la propria affiliazione politica.

Questa pratica, se da un lato dovrebbe instillare nell’elettore il valore effettivo del voto e della partecipazione alle sorti del paese, dall’altro spinge la maggior parte cittadini a disinteressarsi della politica attiva. Altra caratteristica peculiare della democrazia americana sono i gruppi di pressione, o lobbies. Piccole e grandi aziende, organizzazioni, associazioni per i diritti civili, chiese… Tutti questi soggetti influenzano pesantemente la vita politica statunitense in vari modi. In maniera più evidente, finanziando profumatamente le campagne elettorali dei candidati portatori dei loro valori e dei loro interessi. In maniera più sottile, manipolando il voto dei loro dipendenti eo adepti, spingendoli a sostenere il candidato prescelto. L’influenza delle lobbies è forte anche in periodo non elettorale. Tale pressione viene esercitata in molti modi e sempre alla luce del sole. Manifestazioni violente e provocatorie, campagne pubblicitarie aggressive, proselitismo porta a porta, sono tutti strumenti utilizzati giornalmente per indirizzare l’opinione pubblica e forse il voto del cittadino americano.

La contrapposizione,  spesso violenta, tra svariati interessi e i rispettivi gruppi di pressione, oltre a innalzare i toni dei dibattiti, spesso causa la nascita spontanea di nuovi gruppi e organizzazioni. Uno dei casi più recenti è quello del cosiddetto “Tea Party”. Nato negli ambienti dell’elettorato repubblicano, questo nuovo gruppo prende il nome dal celebre “Boston Tea Party”, il gesto simbolo della lotta per l’indipendenza dall’Inghilterra. I membri del “Tea Party” sono degli ultra conservatori estremamente radicali che sostengono un ritorno ai sani vecchi valori puritani che hanno fatto grandi gli Stati Uniti. Anche Jared Loughner, il ragazzo di 22 anni che ha sparato a Tucson, faceva parte di un’organizzazione: “Rinascimento Americano”, un gruppo di suprematisti bianchi antisemiti. La stessa Gabrielle Giffords si era fatta molti nemici negli ambienti conservatori a causa delle sue posizioni pro aborto e a favore della sperimentazioni sulle cellule staminali. Inoltre, il suo nome era  nella “black list” dei nemici da sconfiggere, stilata dall’ex governatrice dell’Alaska, Sarah Palin.

Che sia questa la democrazia americana moderna? È veramente democratica e civile una nazione dove lo scontro politico può sfociare nella violenza fisica e a volte anche nell’omicidio?

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