Piove, Governo ladro!

Il clima, si sa, gioca brutti scherzi all’uomo dalla notte dei tempi. Siccità, alluvioni, tempeste, tifoni e bufere sono fenomeni prevedibili con precisione solo in parte, e le nostre possibilità d’intervento in questi ambiti sono limitate quasi esclusivamente a limitare i possibili danni derivanti dai fenomeni atmosferici. Tuttavia quel “quasi” si è  fatto sempre più importante nel corso degli anni, man mano che l’avanzamento tecnologico e la comprensione di certi meccanismi sono aumentati. Senza arrivare a parlare di terraformazione e geoingegneria, per ora appannaggio della fantascienza, o della danza della pioggia degli indiani (appannaggio in questo caso degli sciamani… Per chi ci crede), il controllo del clima è una realtà, molto più antica di quel che si pensa.

La più semplice e vecchia tecnica di controllo del clima è basata su un oggetto arcinoto a chiunque si diletti con l’hobby degli aquiloni. Il parafulmine venne “storicamente” inventato da Benjamin Franklin nel 1749, tramite il famoso esperimento della chiave. A posteriori si può essere piuttosto sicuri del fatto che se un fulmine avesse realmente colpito l’aquilone, Franklin si sarebbe preso una briscola da qualche kiloampère, che gli avrebbe lasciato poche speranze riguardo la possibilità di non cuocere dentro ai propri vestiti. Il lavoro del dotto americano è comunque molto importante, in quanto l’aquilone è stato in grado di raccogliere comunque delle cariche dall’atmosfera satura di elettricità di un’imminente tempesta, rivelando la natura dei fulmini e permettendo lo sviluppo di uno strumento in grado di controllare un fenomeno generalmente considerato come totalmente casuale.

Più di recente è apparsa sui giornali la notizia riguardante alcuni scienziati che affermano di essere riusciti a creare più di 50 tempeste artificiali sopra i cieli di Abu Dhabi, capitale degli emirati arabi uniti, arrivando addirittura a ottenere perfino delle grandinate. Per favorire la formazione di queste tempeste, gli scienziati hanno utilizzato degli ionizzatori di aria per generare carica statica nell’atmosfera, una condizione simile a quella presente all’interno di una tempesta di fulmini. La fisica ha fatto il resto e, sebbene i risultati non siano chiari e facilmente dimostrabili in termini teorici, il fatto che abbia grandinato in un luogo le cui le precipitazioni annue equivalgono come quantità a quelle che ci sono in un’ora nel mio bagno suggerisce che il metodo utilizzato ha di sicuro delle potenzialità, quanto meno per quanto riguarda la formazione della squadra olimpica di sci alpino dell’Arabia Saudita.

Metodi meno fantascientifici prendono il nome di cloud seeding e si basano sull’indurre reazioni chimiche a mezzo di differenti sostanze, che favoriscono la condensazione del vapore acqueo atmosferico, determinando la formazione di nuvoloni carichi di pioggia. Metodologie di cloud seeding vengono regolarmente impiegate in Cina, Stati Uniti e Russia, nelle zone ove la siccità la fa da padrona. Le sostanze più utilizzate sono il ghiaccio secco (anidride carbonica congelata) e lo ioduro d’argento, in genere nebulizzati direttamente nell’atmosfera tramite degli aerei appositamente modificati. La condizione necessaria affinché il meccanismo funzioni è la presenza di acqua nella forma di vapore, la cui temperatura sia al di sotto dello zero celsius. La presenza dello ioduro di argento, che ha una struttura cristallina simile a quella del ghiaccio, induce la nucleazione (ovvero la formazione di cristalli) a partire dalle particelle di vapore a bassa temperatura. Man mano che questi cristalli aumentano di dimensione (e quindi di peso), possono iniziare a cadere verso il suolo come neve o pioggia se, come più frequentemente accade, ritransiscono allo stato liquido. Oltre a favorire la generazione della pioggia, questa tecnica ha anche il non indifferente vantaggio di limitare l’insorgenza dei fulmini: essi infatti sono favoriti dalla presenza di vapore acqueo nell’atmosfera, dato che la frizione tra le particelle determina l’accumulo di carica elettrostatica che poi si trasforma in scarica. Diminuendo il numero delle particelle (aumentandone le dimensioni), si genera meno carica dato che ci sono meno collisioni.

Esperimenti nella direzione opposta a quanto visto finora sono stati condotti tra gli anni ’60 e ’80 in America. L’obbiettivo del progetto Stormfury era quello di smorzare la forza degli uragani tropicali. L’ipotesi di base era che introducendo lo ioduro all’interno del ciclone, si promuoveva la formazione di un secondo “occhio” (la zona centrale della tempesta, dove le situazione atmosferica è decisamente più calma rispetto al resto), concentrico a quello originale ma più grande. Questo determina variazioni di pressione più deboli, e quindi venti meno intensi. Anche una variazione limitata è importante, dato che il danno potenziale provocato da un uragano cresce come il quadrato della velocità delle masse d’aria che mette in moto. Il progetto Stormfury alla fine non ha prodotto i risultati sperati, sebbene siano state riscontrate delle variazioni significative nella struttura degli uragani, che possono essere tuttavia spiegate anche attraverso cause naturali. Al di là del fatto che pilotare un aereo all’interno di un uragano tropicale non è esattamente l’attività maggiormente esente da rischi del mondo, c’è ancora molto lavoro da fare per quanto riguarda i modelli matematici che descrivono l’evoluzione dei fenomeni climatici, dato che uno dei principali limiti di questo genere di attività è dato dalla mancanza di uragani che siano “candidati ideali” al seeding.

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