I vincitori degli Oscar 2011

Si è conclusa ieri (questa notte per noi italiani) la cerimonia di assegnazione dei premi oscar. In attesa di un articolo più esaustivo, ecco a voi tutti i vincitori (e le nomination) di quest’anno!

MIGLIOR FILM
Il discorso del re
Altre nomination:
127 ore
Il cigno nero
The Fighter
Inception
I ragazzi stanno bene
The Social Network
Toy story 3 – La grande fuga
Il Grinta
Un gelido inverno

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
Colin Firth (Il discorso del re)
Colin Firth
Altre nomination:
Javier Bardem (Biutiful)
Jeff Bridges (Il Grinta)
Jesse Eisenberg (The Social Network)
James Franco (127 ore)

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA
Natalie Portman (Il cigno nero)
Natalie Portman
Altre nomination:
Annette Bening (I ragazzi stanno bene)
Nicole Kidman (Rabbit Hole)
Jennifer Lawrence (Un gelido inverno)
Michelle Williams (Blue Valentine)

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Christian Bale (The fighter)
Christian Bale
Altre nomination:
John Hawkes (Un gelido inverno)
Jeremy Renner (The Town)
Mark Ruffalo (I ragazzi stanno bene)
Geoffrey Rush (Il discorso del re)

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
Melissa Leo (The fighter)
Melissa Leo
Altre nomination:
Amy Adams (The Fighter)
Helena Bonham Carter (Il discorso del re)
Hailee Steinfeld (Il Grinta)
Jacki Weaver (Animal Kingdom)

MIGLIOR REGISTA
Tom Hooper (Il discorso del re)
Tom Hooper
Altre nomination:
Darren Aronofsky (Il cigno nero)
Ethan Coen, Joel Coen (Il Grinta)
David Fincher (The Social Network)
David O. Russell (The Fighter)

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE
David Seidler (Il discorso del re)
David Seidler
Altre nomination:
Mike Leigh (Another Year)
Scott Silver, Paul Tamasy, Eric Johnson, Keith Dorrington (The Fighter)
Christopher Nolan (Inception)
Lisa Cholodenko, Stuart Blumberg (I ragazzi stanno bene)

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
Aaron Sorkin (The social network)
Aaron Sorkin
Altre nomination:
Danny Boyle, Simon Beaufoy (127 ore)
Michael Arndt, John Lasseter, Andrew Stanton, Lee Unkrich (Toy story 3 – La grande fuga)
Joel Coen, Ethan Coen (Il Grinta)
Debra Granik, Anne Rosellini (Un gelido inverno)

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE
Toy Story 3 – La grande fuga
Toy Story 3
Altre nomination:
Dragon Trainer
L’illusionista

MIGLIOR FILM STRANIERO
In un mondo migliore di Susanne Bier (Danimarca)
In un mondo migliore
Altre nomination:
Biutiful di Alejandro González Iñárritu (Messico)
Kynodontas di Giorgos Lanthimos (Grecia)
La donna che canta di Denis Villeneuve (Canada)
Hors-la-loi di Rachid Bouchareb (Algeria)

MIGLIORE FOTOGRAFIA
Wally Pfister (Inception)
Wally Pfister
Altre nomination:
Matthew Libatique (Il cigno nero)
Danny Cohen (Il discorso del re)
Jeff Cronenweth (The Social Network)
Roger Deakins (Il Grinta)

MIGLIOR MONTAGGIO
Kirk Baxter, Angus Wall (The Social Network)
Kirk Baxter e Angus Wall
Altre nomination:
Jon Harris (127 ore)
Andrew Weisblum (Il cigno nero)
Pamela Martin (The Fighter)
Tariq Anwar (Il discorso del re)

MIGLIOR SCENOGRAFIA
Robert Stromberg, Karen O’Hara (Alice in Wonderland)
Robert StrombergKaren O'Hara
Altre nomination:
Stuart Craig, Stephenie McMillan (Harry Potter e i doni della morte: Parte I)
Guy Hendrix Dyas, Larry Dias, Douglas A. Mowat (Inception)
Eve Stewart, Judy Farr (Il discorso del re)
Jess Gonchor, Nancy Haigh (Il Grinta)

MIGLIORI COSTUMI
Colleen Atwood (Alice in Wonderland)
Colleen Atwood
Altre nomination:
Antonella Cannarozzi (Io sono l’amore)
Jenny Beavan (Il discorso del re)
Sandy Powell (The Tempest)
Mary Zophres (Il Grinta)

MIGLIOR TRUCCO
Rick Baker, Dave Elsey (Wolfman)
Rick Baker
Altre nomination:
Adrien Morot (La versione di Barney)
Edouard F. Henriques, Greg Funk, Yolanda Toussieng (The way back)

MIGLIORE COLONNA SONORA
Trent Reznor, Atticus Ross (The social network)
Trent ReznorAtticus Ross
Altre nomination:
A.R. Rahman (127 ore)
John Powell (Dragon Trainer)
Hans Zimmer (Inception)
Alexandre Desplat (Il discorso del re)

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI
Chris Corbould, Andrew Lockley, Pete Bebb, Paul J. Franklin (Inception)
Inception
Altre nomination:
Ken Ralston, David Schaub, Carey Villegas, Sean Phillips (Alice in Wonderland)
Tim Burke, John Richardson, Christian Manz, Nicolas Aithadi (Harry Potter e i doni della morte: Parte I)
Michael Owens, Bryan Grill, Stephan Trojansky, Joe Farrell (Hereafter)
Janek Sirrs, Ben Snow, Ged Wright, Daniel Sudick (Iron Man 2)

ALTRI PREMI

Migliore canzone: Randy Newman – “We Belong Together” (Toy story 3 – La grande fuga)
Miglior sonoro: Lora Hirschberg, Gary Rizzo, Ed Novick (Inception)
Miglior montaggio sonoro: Richard King (Inception)
Miglior documentario: Inside Job di Charles Ferguson, Audrey Marrs
Miglior cortometraggio: God Love di Luke Matheny
Miglior cortometraggio documentario: Strangers No More di Karen Goodman, Kirk Simon
Miglior cortometraggio animato: The Lost Thing di Shaun Tan, Andrew Ruhemann

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Milan-Napoli: revival anni '80 in salsa scudetto

Quanto tempo è passato da quelle sfide epiche. Era il Napoli di Diego Armando Maradona, di Careca ed Alemao. Era il Milan di Marco Van Basten, Franco Baresi e Rudd Gullit. Era una sfida meravigliosa. Lo è ritornata ad essere ai giorni nostri. Bella come un tempo, spigolosa ed affascinante. Non è una questione di punti, di gol o di giocate sopraffine; è una questione di prestigio, di grandezza, è una questione d’onore. E’ una lotta infinita che va al di là di un campo di calcio, è la sfida di un’Italia da sempre soggiogata dallo scontro NORD-SUD.

Ma se un tempo tutto sembrava ruotare intorno a un Cigno di Utrecht e a un Pibe de Oro, quest’oggi il ruolo di attori protagonisti è nei piedi di un “mago” chiamato Zlatan Ibrahimovic e di un “matodor ” chiamato Edinson Cavani, e di questi tempi è come dire potenza e irruenza contro finalizzazione e velocità. Un match che soprattutto mette in palio (fate gli scongiuri se tifate per una delle due squadre, ma è così) punti scudetto. Saranno tantissimi i tifosi napoletani assiepati sugli spalti del “Giuseppe Meazza”, pronti a sostenere la propria squadra in quella che sembra una impresa difficilissima. Saranno nella “Scala del calcio”, unod egli stadi più suggestivi del mondo. Chi non ci sarà è Ezequiel “El pocho” Lavezzi, per uno sputo che lo ha bloccato per tre giornate, ma sulla vicenda ci siamo già espressi. Un peccato per il Napoli, perchè l’argentino è davvero colui che poteva fare male alla difesa del Milan, che soffre i giocatori razzenti come lui (all’andata in pratica non dribblava Bonera, semplicemente gli correva davanti). Ma concentriamoci sui due uomini che possono essere decisivi.

Dicevamo di Ibrahimovic e Cavani, giocatori diversi. Lo svedese è un attaccante possente, col fisico del tipico centravanti, ma non lo è. Gioca stupendamente spalle alla porta ed è troppo dotato tecnicamente per essere la classica-boa. Al suo attivo vanta 325 presenze e 160 gol tra i vari colori che ha vestito, di cui 13 sono con la maglia rossonera in campionato. Cavani invece è diverso, più rapido e più punta, seppur atipica nel senso moderno del termine. . Possiede un tiro preciso e potente, ma sa accarezzare la palla con una dolcezza unica che gli permettono di segnare reti con parabole davvero uniche, ma anche movimenti che lo rendono imprendibile per i difensori avversari ed un senso del gol sviluppatissimo. Ci si aspetta molto da loro due, ma non si può escludere che la sfida possa invece essere decisa da altri. Pato ad esempio, il ragazzino con la media reti/partite giocate che è impressionante, oppure Marek Hamsik, il centrocampista più “offensivo” del mondo. E perchè no gente come Zuniga o Boateng? Gli ingredienti per vedere uno spettacolo ci sono tutti. Gli azzurri non vincono a Milano dal 13 aprile 1986, quando Maradona e Giordano segnarono le reti che permisero di espugnare “San Siro” (Di Bartolomei accorciò per i rossoneri). Addirittura fra il 1978 ed il 1979 arrivarono tre successi di fila, purtroppo per i partenopei rappresentano anche gli unici exploit da mezzo secolo a questa parte. Ma in match come questo la storia conta poco.

Tenetevi pronti. È nuovamente Milan-Napoli, di quelle che contano.

Libia, come andrà a finire?

Da qualche settimana, ormai, la Libia è al centro di una delle più grandi rivolte popolari della storia africana. Il colonnello Gheddafi, storico dittatore libico, al potere da oltre 40 anni, viene ferocemente contestato dal popolo e, probabilmente, anche da una parte dell’esercito e della sua famiglia. È difficile ritenere che un uomo come lui, che in passato ha tenuto testa anche all’ex presidente americano Reagan, possa decidere di andarsene autonomamente, infatti sta rispondendo alle proteste con la forza: è imprecisato, ma sicuramente altissimo il numero di vittime tra la popolazione. Vale la pena discutere sui rapporti che il leader libico ha sempre avuto con il mondo occidentale.

La Libia, si sa, è uno dei paesi maggiormente produttori di energia, motivo per cui i segretari di stato occidentali hanno sempre intrattenuto buoni rapporti con lui. Anche i vari governi italiani che si sono succeduti nel corso degli anni hanno sempre cercato di avere con il colonnello rapporti basati sulla cordialità reciproca. Non molto tempo fa, Gheddafi si è presentato a Roma con tanto di donne e beduini al seguito, senza che la classe politica italiana abbia avuto qualcosa da ridire. Non si presentò a una riunione alla Camera dei Deputati, tanto che il presidente Gianfranco Fini decise, con sdegno, di annullare l’appuntamento. Probabilmente tutta questa visibilità a Gheddafi andava evitata, anche perché l’Italia non fece certo una bella figura sul piano dell’immagine.

Inoltre, il nostro paese ha sempre avuto un certo imbarazzo nei rapporti con la Libia, per via di quel che avvenne durante il fascismo, quando l’esercito italiano colonizzò quel paese, sconfiggendo la rivolta del popolo libico anche con l’utilizzo dei gas chimici. Anche gli altri paesi europei non hanno mai veramente condannato il colonnello e la sua dittatura, che dura da tempo immemorabile. Tutto ciò non ha fatto altro che aumentare la forza politica di Gheddafi, senza pensare a come il leader stesse davvero trattando il suo popolo.

Purtroppo, Gheddafi non è il primo dittatore a resistere da tanto tempo senza che nessun capo di stato abbia il coraggio di isolarlo dal contesto politico mondiale: troppi sono gli interessi economici in gioco. Anche adesso pochi sono i rappresentanti dei paesi europei che stanno condannando il modo in cui in Libia sta andando avanti la repressione del governo nei confronti del popolo che protesta. Il governo italiano sta avendo una posizione piuttosto ambigua, sostenendo che l’Italia non sta dando armi alla Libia allo scopo di sedare la rivolta popolare, ma senza prendere una posizione davvero contraria alle violenze in atto in questi giorni. Non resta che attendere l’evolvere della situazione, sperando che tutto possa risolversi in poco tempo, ma con Gheddafi è difficile fare previsioni.

(pre)Cari Amici #3 – 110 e lode: Italia, il paese della meritocrazia

[stextbox id=”custom” big=”true”]Oggi il vostro contributo per (pre)Cari Amici è redatto da Betty Bradshaw, che ci racconta le difficoltà di cui è irto il percorso della carriera medica. Impegno, studio, magari il massimo dei voti, ma la più grossa difficoltà è scontrarsi con la casta e il sistema dell’antimeritocrazia. Raccontateci anche la vostra storia, vi aspettiamo.

La redazione di Camminando Scalzi[/stextbox]

Questa storia delle prodigiose “signorine 110 e lode” non mi va proprio giù.

Resta sul gozzo come un boccone amaro e indigesto. Italo Bocchino, in vari talk show, ripete le cifre da capogiro che questa “sorprendente” igienista dentale andrà ad accumulare nei suoi conti in banca per meriti tutti da verificare, a fronte di giovani militanti che, pur prodigandosi per la causa sin dalla culla, vengono surclassati da persone come la Minetti. Gli si contrappongono Berlusconi (e, in secundis, Formigoni) che sostiene l’avvenente consigliera regionale, la cui strabiliante carriera accademica prova che questa ragazza prodigio merita di stare dov’è.

Ecco, mi voglio soffermare su quel “merita”.

Se c’è un verbo che nel nostro paese decadente non dovrebbe più essere utilizzato è proprio “meritare”. Per rispetto verso chi, sull’inconsistenza del merito, si è logorato anima e corpo. Prendo ad esempio la classe medica, perché, volente o nolente, ne faccio parte. In particolare coloro che hanno avuto la triste idea (in modo del tutto presuntuoso!) di tuffarsi nella piscina (vuota) della ricerca scientifica italiana. Immaginiamo un giovane neo-maturato che passi l’estate a studiare (invece che partire per un’isola della Grecia) per superare il devastante barrage del numero chiuso. Immaginiamo che, solo tre giorni prima della prova, venga a sapere che il 70% delle domande verteranno su “cultura generale”. Immaginiamo dunque le bestemmie che naturalmente avrà proferito mentre gettava benzina sui libri di chimica, fisica, biologia…

Il giovane passa l’esame alla grande: gioia, tripudio… Sino al discorso d’ingresso (attenzione: NON di benvenuto) alle matricole. In un’aula spettrale vengono radunati giovani tremanti di felicità e di paura; dietro un ligneo altare su scranni fastosi… La casta! Figure in penombra dalle fattezze di cariatidi provvedono immediatamente a puntare estintori contro l’entusiasmo. Parlano in percentuale: il 30% dei presenti verrà ELIMINATO al primo semestre, un altro 30% entro il primo anno, del restante 40% qualcuno si laureerà, ma sicuramente non passerà l’esame per entrare in specializzazione… Ma cos’è, un lager? L’isola dei famosi? X-factor?

Ragazzi, stanno investendo sei, ben sei anni delle loro vite! Non sono mica qui a pettinare bambole! Una piccola pacca sulla spalla no?!

I sei anni scorrono lentamente, penosamente, faticosamente, tra professoroni bastardi, medici che non hanno voglia di insegnare in corsia, leccapiedi che cominciano a spiccare sin dal terzo anno nella penombra generale di giovani stanchi e delusi. Arriva la laurea, dopo insulti, offese, tentativi di manomissione psicologica… Evviva! Centodieci e lode! Poi l’abilitazione e quindi… L’esame per la specializzazione. La tomba di tutti i neo-laureati non paraculati. Ma immaginiamo che quel giovane, rimboccandosi le maniche (anche se molti non hanno dovuto rimboccare esattamente quelle), ce la faccia. Evviva!

Cinque anni di specializzazione: i più brutti della sua vita. Baroni, portaborse, malcostume, progetti rubati, telefonini che squillano nel cuore della notte per chiedere dov’è il lavoro X, guardie non assistite e non assicurate, promozioni di carriera del tutto ingiustificate, viaggi all’estero convertiti ad altri con il proprio progetto di ricerca, corse in aeroporto per “accompagnare” il capo a un congresso oltreoceano. All’inizio il giovane cerca di ribellarsi, di trovare una coesione di classe: ma i più tacciono – peggio – osteggiano. Il caldo della sedia che hanno sotto il sedere gli basta. Queste sono le regole, questo è il SISTEMA, è tutto normale. Se c’è qualcosa di anormale, è chi pensa che le cose possano andare diversamente. È cosa buona e giusta stare sotto il tavolo, leccare i piedi, prendere calci e mangiare briciole, puntando a un posto a tavola. Questo è il vero merito.

Finisce la specializzazione, a pieni voti! Evviva… E adesso?

Il giovane vede coetanei consenzienti e mediocri sfrecciare sull’onda del Professor Antani, avere il dottorato di ricerca grazie all’illustre Cavalier Lup-Man, partecipare a concorsi il cui bando, nella gazzetta ufficiale, l’avevano visto solo quelli del team dell’Ingegner Tapioca. Ma il giovane (che ormai è vecchio) continua a viaggiare sull’autostrada dell’Antimeritocrazia, tra progetti di ricerca e contratti a tempo determinatissimo, su una Panda comprata con summa cum laude in contanti e assegni di olio di gomito, vedendo sfrecciare automobili di lusso, SUV grandi come mammut, ferrarini superpotenti.

Onore al merito… Soprattutto a chi non ne ha.

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Credere in “La meglio gioventù”

– Vada a studiare all’estero: vada a Londra, Parigi, in America, ma lasci l’Italia. L’Italia è un paese da distruggere; un posto bello, ma inutile, destinato a morire.

– Cioè secondo lei fra poco ci sarà un’apocalisse?

– Magari ci fosse un’apocalisse! Saremmo tutti costretti a ricostruire… Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri.

– E lei professore perché rimane?

– Come perchè? Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere.

Una citazione cinematografica. Ma anche uno scambio di battute tremendamente attuale, che si potrebbe ascoltare tra i corridoi universitari o in ufficio docenti. E non solo. Può suscitare una discussione tra amici che bevono una birra o tra adulti che si interrogano sull’avvenire dei figli.

La domanda è: ci sono prospettive? C’è un futuro in un contesto che descrive l’evoluzione di una società che sembra in apnea?

Con La meglio gioventù, la cinematografia italiana legge la storia senza pregiudizi o isterismi da tifoso, e fornisce l’affresco di un’epoca storica che abbraccia gli ultimi quarant’anni delle tormentate vicende italiane. Sullo sfondo la Torino degli anni ’70, i problemi operai e dell’immigrazione dal Sud. Questo è l’incipit che prosegue fino ai giorni nostri per chiedersi e chiederci che cosa sia cambiato da allora e cosa sia rimasto uguale.
La pellicola, diretta da Marco Tullio Giordana, non è solo una fredda disamina dei fatti che vanno dall’alluvione di Firenze del 1966 fino alle vicende di tangentopoli. Il regista milanese ci racconta della contestazione giovanile del ’68, della nascita del terrorismo e delle sue metastasi, della crisi della Fiat all’inizio degli anni ’80, di Tangentopoli, della protesta fiscale di un Bossi prima maniera, della strage del giudice Falcone e della sua scorta.

E lo fa con la passione e il sentimento dei personaggi che costellano il film, i quali vivono queste vicende ora da protagonisti, ora da inerti osservatori, avendo a che fare con i piccoli e grandi problemi quotidiani. Personaggi che attraversano la storia con il coraggio di chi vuol tentare di cambiare qualcosa, il coraggio di lasciare anche solo un’ombra che possa contribuire a modificare il presente per migliorare il futuro, o vi rimangono ai margini perché troppo impegnati a trovare in sé stessi un senso alla vita che stanno vivendo.

Il film “osa” proporre come chiave di lettura un passaggio generazionale tormentato come quello dagli anni ’60 a oggi: il bisogno di ordine che porta al nichilismo, l’accettazione dell’incompiutezza e della casualità come via all’armonia esistenziale.

È la struttura di La meglio gioventù: il pubblico che s’insinua nel privato, la vicenda personale che si evolve sugli stimoli dell’attualità civile. E i sussulti del presente si riflettono nella vita.

Nella classifica della versione on line della rivista il film sulla famiglia Carati occupa la quinta posizione tra tutti i film prodotti dal 2000 al 2010. Nato come fiction tv “congelato” dalla Rai, il film corale che riflette le scelte, le avventure, le paure, le incertezze e la vita di giovani che diventano adulti. Sentimenti senza tempo in un contesto sociale che appare immutato: problemi di carattere politico, economico e culturale sempre sullo sfondo: si evolvono solo le generazioni. La durata del film ci aiuta a ricordare che la vita è lunga, e ci da il tempo per riflettere, correggerci e reinventare i rapporti. O cambiare radicalmente.

La meglio gioventù è uno di quei film che hanno il potere di costruire un mondo che non vorresti abbandonare mai più. Una positività che si coglie da una frase, pronunciata dal protagonista nel momento per lui più difficile:

– Una volta mi hai scritto una cartolina in cui dicevi “Nella vita tutto è bello!!!”. Ci credi ancora?

– No, toglierei i punti esclamativi.

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Se la democrazia approda sull'altra sponda del Mediterraneo

Ci sono momenti in cui le cose sembrano accadere all’improvviso. In realtà, quello che a noi sembra succedere in un attimo, in pochi giorni, è solo l’atto finale di processi lunghi e contraddittori. In pochi giorni, nell’Africa mediterranea e in Medio-Oriente, crolla una costruzione fragile, messa su negli anni settanta, gli anni dello shock petrolifero, quando gli interessi occidentali furono puntellati da accordi che prevedevano il sostegno a regimi autoritari in cambio della disponibilità, a prezzi vantaggiosi, di risorse energetiche. Il nostro benessere, in cambio della rinuncia alla democrazia per un ampia fascia di popolazione mondiale. Se ci pensiamo bene, la cosa è drammatica e, inevitabilmente, ci troviamo adesso l’onda di ritorno di strategie geopolitiche che, a voler essere buoni, potremmo definire poco lungimiranti anche se la definizione più adatta è quella di politiche “scellerate”.

Adesso non possiamo che fare i conti con la realtà. Quelli che erano regimi “moderati” erano in realtà solo regimi “amici” che niente avevano di diverso dai vari “imperi del male” se non che stavano dalla nostra parte. Nessuno può prevedere adesso quello che accadrà ma nessuno può più negare il diritto di ogni popolo a scegliere la propria strada verso il benessere e la libertà. Il problema è che la nostra capacità di incidere sugli eventi è minata dalla nostra credibilità. Governi che hanno sostenuto fino a ieri dittatori sanguinari, in cambio di accordi “a buon mercato”, adesso balbettano la parola “stabilità” ovvero la speranza di mantenere contratti e forniture a condizioni convenienti.

Nel breve periodo, le questioni in gioco che ci riguardano da vicino sembrano essere legate a chi prenderà il potere nelle zone in cui è in atto la rivolta e ai flussi migratori che ogni guerra e repressione si porta dietro.

Sul primo versante, molti agitano lo spauracchio del fondamentalismo islamico. Questa è certo una possibilità, anche se dovremmo aver imparato a diffidare di etichette semplici che spesso nascondono realtà complesse. Se però ascoltiamo le voci di chi conosce quel mondo, scopriamo che le rivolte hanno una radice molto poco religiosa e che ha più a che fare con la soddisfazione dei bisogni primari e con il desiderio di una vita degna di essere vissuta. Se le cose stanno così, chi riuscirà a dare risposte a queste esigenze avrà maggiori possibilità di prendere il potere, siano essi movimenti religiosi o organizzazioni politiche laiche. Quello che sembra certo è che non sarà possibile tornare indietro, disattendendo le richieste popolari.

Sul secondo versante, è innegabile che, nel breve periodo, vi sarà un’ondata migratoria verso l’Europa mediterranea e l’Italia in particolare, l’approdo logisticamente più semplice. E’ altrettanto innegabile che un coordinamento e una solidarietà europea aiuterebbe a mitigare l’impatto del fenomeno. Le risposte giunte non sono confortanti e non costituiscono una bella pagina nella storia dell’Unione. Il governo italiano, costantemente in emergenza sul fronte migratorio, ha provato a fare la voce grossa ma, anche su questo tema, c’è un enorme problema di credibilità. Sempre critici e scettici sull’Europa “dei burocrati, dei mercanti e dei banchieri” che impongono, per fare un esempio, multe sulle quote latte degli allevatori padani o criticano le improvvide uscite del premier italiano, adesso, in un sol colpo, i nostri governanti vorrebbero un’Europa solidale. Ma questa Europa, cari governanti in tutt’altro affaccendati, va costruita giorno per giorno con passione e competenza e, soprattutto, con la credibilità di chi ha le carte in regola per pretendere rispetto e sostegno. La strada è lunga e i problemi uregenti. Ci aspettano mesi e anni difficili in cui ognuno dovrà dimostrare senso di responsabilità, pazienza e disponibilità a gestire periodi di emergenza. Nel medio periodo, se nelle zone calde dovesse prevalere la strada democratica e si stabilissero nuovi accordi di partenariato economico, basati sul rispetto delle diverse esigenze della parti in gioco, è prevedibile un rapido sviluppo economico delle zone di partenza dei migranti con l’avvio di flussi di ritorno.

La situazione, come dicevamo, è incerta ma ciò che sembra prevedibile è che tutto ciò che sta avvenendo avrà una ricaduta sul nostro stile di vita. Dovremo ripensare il nostro modo di consumare e di produrre e questo non è detto che sia un male. Ma la diffusione della democrazia è un bene per tutti, non la democrazia imposta con le armi ma quella conquistata contro le armi, pagata a caro prezzo e, proprio per questo, preziosa come la vita. Democrazia significa anche voglia di stare meglio, di produrre, di conoscere, di sapere e questa voglia crea nuovi spazi di benessere e di ricchezza da scambiare, considerando finalmente i popoli che vivono al di là del Mediterraneo gente come noi, con i nostri sogni e le nostre speranze di una vita degna di essere vissuta.

Altro che stabilità fondata sul sangue: è la stabilità basata sulla democrazia dei diritti civili, politici e sociali l’unica del cui trionfo dovremmo rallegrarci.

Tutta colpa degli architetti

[stextbox id=”custom” big=”true”]Camminando Scalzi ospita ancora Daniela Scarpa, già autrice del primo articolo della nostra rubrica (pre)Cari Amici.
Daniela è appassionata di scrittura, e potete seguirla anche sul suo blog personale “liberoviandante“. I suoi interessi sono molteplici e spaziano dall’architettura al design, al mondo della maternità intesa come un’esperienza naturale e unica, all’attualità e alla denuncia di tutto ciò che dovrebbe cambiare nel nostro Paese. Passando per un amore profondo per la sua città di nascita, Napoli, e una forte attrazione verso ognitipo di viaggio, fisico o interiore che sia.[/stextbox]

Sono un architetto e come tale intendo raccontarvi che cosa accade quando si sviluppa un progetto di edilizia, dal concepimento fino alla sua realizzazione, passando per le delicate fasi di ideazione, di confronto con il committente che finanzia l’opera, di approvazione delle pratiche comunali, igienico-sanitarie e di certificazione energetica, di relazione con le varie imprese che svolgeranno i lavori edili e, infine, di svolgimento del cantiere.
Voglio raccontarvi questo processo perché molto spesso, anzi direi quasi sempre, quando si guarda un’opera edile, di qualunque edificio si tratti, e si riscontrano incongruenze, apparenti errori di progettazione, assurdità così evidenti da essere percepite anche dai non addetti ai lavori, paradossi talmente grandi da riderci (o piangerci) su, puntualmente si conclude: tutta colpa degli architetti.
Non sono qui per convincervi che gli architetti siano esenti da colpe, perché è chiaro che questo non corrisponderebbe a verità. Voglio però che si sappia che spesso gli architetti operano scelte che sono davvero le uniche possibili, trovandosi a dover conciliare vincoli imposti da svariate figure professionali, tempistiche improponibili, imprevisti di cantiere, continue richieste dei committenti, normative di ogni tipo. Insomma un delirio totale in cui l’architetto cerca solo di sopravvivere evitando denuce e multe, beccandosi suo malgrado gli insulti di tutti, aventi diritto e non.

È il nostro lavoro, e su questo concordo; e come tutti i lavori è fatto di responsabilità, scelte, impegno e sacrificio. Dunque ce lo prendiamo così com’è e continuiamo a svolgerlo con passione e professionalità.
Sia chiaro però che se un muro è più sottile del dovuto e non è adeguatamente isolato, se gli impianti sono posizionati nei luoghi più impensabili e scomodi, se le finestre sono inadeguate e montate male, se le scelte dei materiali sembrano a dir poco casuali, causando ponti termici e inutili dispersioni, non sempre questo è frutto dell’incompetenza del progettista. Il quale, il più delle volte, vorrebbe tendere alla perfezione, estetica e funzionale, cercando una pubblicazione su una qualche rivista di architettura e un posto nell’Olimpo degli architetti, magari accanto al nostro mitico Renzo Piano, ma davvero si trova quasi sempre a dover lottare per realizzare un’opera quanto meno decente.
Ecco, in sintesi, quello che accade. Quando un imprenditore o un gruppo di imprenditori, un Ente privato o pubblico o qualsivoglia committente, commissiona a un architetto un’opera edile, già dal primo incontro avanza le proprie richieste in termini di metri quadri e metri cubi da costruire, rende chiari i propri gusti, puntualizza le tempistiche da rispettare, evidenzia le proprie esigenze economiche (si costruisce per vendere, dunque più si costruisce più si vende). Insomma, il committente è il capo e in quanto tale va accontentato.
Con in mano tutti questi input il bravo architetto fa le sue ricerche, mette giù i primi schizzi e disegni, calcola e ricalcola le eventuali soluzioni, si procura tutte le normative in vigore da rispettare, fa diversi sopralluoghi nell’area di progetto, fa i suoi rilievi. Puntualmente dopo questa fase preliminare si rende conto che le pretese del committente sono pura utopia. Allora cerca di avvicinarsi il più possibile a quei desideri, sapendo che la negoziazione sarà lunga e faticosa.

Il committente, infatti, investe i suoi soldi e vuole che l’opera realizzata – sia essa un edificio per abitazioni, una scuola o un centro commerciale – renda il massimo possibile dal punto di vista economico. Se ne frega che il muro sia ben isolato: se farlo più sottile fa risparmiare cinque centimentri e, centimetro più centimetro, si recupera un appartamento, un’aula o un negozio, al diavolo il risparmio energetico! Se la scelta di un materiale, puntualmente proposto dall’architetto, è più idonea a certi ambienti, per estetica, funzionalità, rispetto delle normative, ma quel materiale è più caro rispetto ad altri in commercio, meno adatti, ma pur sempre utilizzabili, chi se ne frega delle idee dell’architetto, spendiamo il meno possibile e siamo tutti più contenti!
Se vengono proposti infissi di nuova generazione, capaci di isolare al meglio e di ottimizzare il risparmio energetico, rendendo più facile e meno dispendiosa la climatizzazione di un ambiente, se gli impianti suggeriti dagli architetti, in linea con le nuove normative che richiedono per ogni edificio la certificazione energetica, sono all’avanguardia e di ultima generazione, ma queste scelte vanno contro la prima e unica regola del buon committente (cioè risparmiare più che si può), ecco che l’architetto deve suo malgrado piegarsi alle decisioni di chi sta investendo, ed è costretto anche a far quadrare le richieste del capo, inserendole, grazie a trucchi ed esperienza, nelle più rigide normative.
Ore e ore di lavoro, disegni fatti e rifatti mille volte, calcoli e verifiche da rivedere da capo, infinite stampe, revisioni, modifiche necessarie e spesso richieste in tempi brevissimi. E tutto perché la soluzione più ovvia, che in genere è anche la più efficiente e bella, quella che va d’accordo con gli standard richiesti e le leggi da applicare, quella che mette insieme e accontenta un po’ tutti, non si sposa con la legge del soldo. Insomma: il danno e la beffa.
Ricevuto finalmente un provvisorio benestare del capo, dopo estenuanti riunioni e proposte vagliate, si comincia con le pratiche edilizie, le richieste dei tecnici degli Enti pubblici, le rigide normative igienico sanitarie, richieste di modifiche, modifiche delle modifiche, modifiche delle modifiche delle modifiche, ripasso dal committente, ripasso dai tecnici degli Enti, variante della pratica, variante della variante… Insomma una trafila senza fine che porta allo stremo il povero architetto e i suoi collaboratori. E durante questo percorso lungo e tortuoso che deve per forza accontentare tutti, spesso si perde di vista l’iniziale idea persino del più illuminato dei progetti.

A ogni modo, ottenuti tutti i permessi necessari, eccoci di nuovo di fronte al nostro caro committente; ma questa volta siamo in presenza di nuove figure davvero raccomandabili: le imprese.

Le imprese sanno sempre che cosa è meglio, in un baleno hanno una soluzione migliore per ogni cosa e la propongono scavalcando senza ritegno chi è addetto alla progettazione e chi è pagato per operare quelle scelte. Se ne fregano di trovarsi di fronte un progetto definito in ogni dettaglio, approvato da tutti, pronto per essere realizzato. E ovviamente il committente è sempre aperto a cambiamenti che sulla carta sembrerebbero aumentare il suo profitto. Sulla carta, appunto. Il committente neanche immagina il lavoro che c’è stato per arrivare alla soluzione definitiva, i compromessi, i salti mortali fatti per star dietro a tutte le sue assurde richieste (o forse lo immagina ma se ne frega).

E così si ricomincia, un’altra volta, con proposte, nuove soluzioni, vecchie soluzioni rivisitate e rivalutate, nuovi incontri con i tecnici degli Enti pubblici, nuove richieste, vecchie indicazioni che vanno per forza rispettate, nuove varianti, nuove approvazioni.
Questo lo sprint finale che va avanti fino a quando – per il rispetto di tempistiche in genere molto rigide e mai per scelta consapevole e definitiva operata da chi investe i suoi soldi – si approda all’apertura del tanto atteso cantiere. Ma neanche la posa simbolica della prima pietra definisce una volta per tutte le scelte fatte. Fino alla fine gli architetti devono lottare per far realizzare il proprio progetto, devono spiegare all’operaio di turno che non è casuale quel disegno o quel dettaglio, che quella soluzione è frutto di studio, di confronto con molteplici figure, di consulenze di tecnici e di esperti. Devono far valere il proprio lavoro come se ancora tutto potesse essere messo in discussione, da chiunque. E purtroppo tutto viene davvero messo in discussione, di fretta, senza più tempo per disegnare e capire, senza più la possibilità di approfondire e tirar fuori la soluzione più adatta. Ed ecco che vengono fuori quelle assurdità e quelle incongruenze di cui ogni architetto farebbe volentieri a meno, ma non sa davvero in quale altro modo arrivare alla fine di quel lavoro.
Di quei progetti così accurati e proposti con tanto entusiasmo all’inizio di ogni estenuante percorso, rimane solo un lontano ricordo impresso su qualche cartaccia da buttare via.
Dunque ciò che offrirebbe qualità all’opera da realizzare, ciò che ogni architetto propone come soluzione tecnicamente migliore, in ogni fase della progettazione, fino alla fase di cantiere, viene di norma bocciata a favore di quegli odiosi compromessi, che pur ne:rispetto di leggi e norme, non danno certo la possibilità di realizzare opere qualitativamente migliori. Si dimentica puntualmente che opere migliori renderebbero migliori anche le nostre città: più vivibili, più a misura d’uomo, più rispettose dell’ambiente.
E così quotidianamente ci troviamo di fronte a notizie come quella di questi giorni, diffusa da Legambiente: in Italia 14 città su 15 sono state dichiarate non-ecologiche (l’unica promossa è Bolzano). Dopo un’analisi svolta con immagini termografiche (una tecnica capace di rilevare le caratteristiche termiche ed energetiche degli edifici e di evidenziare errori di progettazione, responsabili di inutili sprechi energetici) è stato rilevato che in 15 città italiane, su un campione di 100 edifici, solo 11, e tutti a Bolzano, sono stati promossi. E questo fa male all’Italia, fa male all’architettura e, vi assicuro, fa male agli architetti.
Si aggiunga che nel nostro Paese rimangono ancora pochi e poco significativi gli incentivi per la realizzazione di un’architettura sostenibile. Se quegli stessi committenti, così legati ai loro conti e ai loro guadagni, fossero motivati da grandi risparmi e agevolazioni all’uso di accorgimenti in linea con il rispetto dell’ambiente, tesi alla creazione di città a misura d’uomo, più vivibili e figlie del costruire sostenibile, come peraltro già avviene in molti Paesi europei, forse noi architetti saremmo liberi di proporre e realizzare opere migliori, saremmo spinti a studiare, a formarci, a credere che un’architettura eccellente è possibile.

Certo, come in ogni categoria, sopravviverebbero gli architetti incompetenti e superficiali, pronti a cambiare idea in ogni istante e ad allinearsi con la filosofia del magna magna così diffusa nel mondo dell’edilizia, ma chi desidera lavorare al servizio della gente per offrire competenze adeguate alla realizzazione di opere in linea con gli standard europei, e non solo, sarebbe libero di farlo. E vi assicuro che lo farebbe con immenso piacere.

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Radiohead – The King of Limbs

I Radiohead sono tornati. Dopo una lunga attesa dall’ultimo meraviglioso In Rainbows, a gran sorpresa hanno annunciato il loro nuovo album a una settimana dal rilascio online. Ancora una volta l’utilizzo di una nuova forma di distribuzione che bypassa le major e permette alla gente di acquistare la musica direttamente da loro. Lasciata andare l’idea del “paga-quanto-vuoi” dell’ultima produzione (che è comunque stata un successo), questa volta il sistema di distribuzione si è basato sul pre-order (ma l’album è acquistabile anche adesso ovviamente, sul loro sito) dei formati digitali, e una versione deluxe misteriosamente chiamata “Newspaper album”, che conterrà oltre alla versione digitale anche due vinili con l’album (otto tracce per due vinili? Mistero? Ne riparliamo a fine articolo).

Otto tracce soltanto, quindi, solo trentasette minuti di musica dei Radiohead, forse l’unico lato negativo di questa produzione: un’eccessiva brevità. Sarà perché quando si comincia ad ascoltarli vorresti un po’ che non finissero mai, sarà che eravamo stati abituati diversamente, la lunghezza non propriamente da LP è un po’ deludente per chi ha aspettato fremendo quest’album per quasi tre anni.

La musica dei Radiohead rimane sempre particolarissima, sperimentale oltre il limite, e quest’album prosegue una strada evolutiva che è iniziata ai tempi di Amnesiac e Kid A, culminata nel capolavoro che è stato In Rainbows. Questo The King of limbs è un album “difficile”, diciamolo subito, che non si comprende appieno a un primo ascolto, ma che necessita di un minimo di impegno attivo per farlo entrare nelle proprie corde, anestetizzate da una attualità musicale soporifera e ripetitiva. Sicuramente troviamo molto dell’ultima (e per ora unica) produzione di Yorke solista, con un uso dell’elettronica ormai preponderante rispetto alla parte più rock, che possiamo dire sia stata ormai abbandonata dal gruppo da tempo nella sua forma più classica. L’album si apre con una disorientante Bloom, una base ritmica in controtempo, e la voce di Yorke che sembra arrivare da lontanissimo, con il solito accostamento dissonante tra melodia e accompagnamento a cui ci hanno (bene) abituato. Ci si sente in parte a casa, e in parte in un posto nuovo. Si continua con le dissonanze ritmico-melodiche di Morning Mr Magpie, e poi Little by Little, che ricorda i pezzi più arditi di Ok Computer. L’esperimento elettronico culmina in Feral, un brano particolare, forse quasi inascoltabile in un primo momento, ma che con un minimo di attenzione dimostra tutta la sua sperimentazione portata all’estremo, e riesce a funzionare sin troppo bene. Non mancano classiche “ballad” (se possiamo definirle così) come Codex, che lascia senza parole per le melodie disegnate dalla voce di Yorke che ormai ha raggiunto il suo apice, diventando un vero e proprio “strumento” nelle mani della band. Lotus Flower, singolo scelto per il lancio dell’album, è forse il brano che raccoglie l’eredità più vicina ad In Rainbows, probabilmente scelto proprio per questo legame a doppio filo con il predecessore, per non disorientare troppo i fan. Ma è soltanto un’esca lanciata, perché quando ci si ritrova dentro The King of Limbs si respira tutt’altra aria, e ancora una volta i Radiohead ci portano avanti nel futuro (o in quello che a noi sembra il futuro). Meravigliosa anche l’acustica Give up the ghost, con il suo mantra “don’t haunt me” che si ripete per tutto il brano, e il brano di chiusura, che si intitola Separator. Separator? E da cosa?

The King of Limbs part 2?

E arriviamo così alla seconda parte di questo articolo, quella un po’ più speculativa. Ciò che segue potrebbero essere soltanto coincidenze, o forse no. Girando qua e là per la rete ho scoperto (grazie alla segnalazione del mio grande amico Francesco “Frank” Arena) che ci sono parecchi indizi che lasciano pensare che The King of Limbs non finisca qua. Prima di tutto, come già detto in apertura, i due vinili previsti per la Newspaper Edition sembrano troppi per contenere soltanto gli otto brani dell’album. Inoltre non si spiega il perché di una differita di tanti mesi tra la pubblicazione online e l’invio delle copie “fisiche” del disco (che saranno disponibili dal 9 Maggio, ma distribuite a giugno). Se è tutto pronto e registrato come mai questa grossa pausa? Potrebbe quindi spuntare una seconda parte del disco in questi mesi, che andrà a completare l’album, che sarà così tutto unito nella Newspaper Edition, e si spiegherebbero in tal modo i due vinili. Altro interessante indizio è proprio la canzone di chiusura dell’album, che si intitola Separator. Separator da cosa? Cosa separa? Potrebbe essere anche questa soltanto una coincidenza, è vero, eppure nel testo viene ripetuta insistentemente la frase “if you think this is over Then you’re wrong”: “se pensi che sia finita, allora ti stai sbagliando”. È soltanto una parte del testo o Thom e soci ci stanno dando qualche indizio sulla seconda metà del Re dei Rami (il nome si riferisce a una quercia centenaria che si trovava in un bosco vicino alla località di registrazione dell’album)? E poi si sono susseguiti account misteriosi su twitter che davano indizi e facevano riferimenti a riguardo, e uno di questi pare anche abbastanza accreditato, essendo tra i soli cinque follower che segue Thom personalmente sul social network. Gli indizi naturalmente sono molti di più, e citarli tutti sarebbe lungo, ma insomma, un’idea ve la sarete fatta anche voi. Se volete approfondire questo “mistero”,  su questo blog trovate tutti i dettagli, e credetemi, ce ne sono veramente tanti che fanno diventare questa grossa speculazione molto ma molto credibile. Magari è tutta una pura coincidenza, ma se ci fosse davvero una sorpresa del genere ad attenderci, non potrebbe che farci oltremodo piacere, considerando anche le sperimentazioni in fatto di distribuzione che ormai sono marchio di fabbrica Radiohead. E quale maniera migliore per vendere un album che quella di distribuirlo in parte, far venire l’acquolina, e poi dare in pasto una seconda metà (ve ne dico un’altra: pare che le tracce saranno 14 in tutto)?

Vi lasciamo con il video di Lotus Flower, coreografato da Wayne McGregor (della Random Dance Company, autore di questa coreografia in passato), con un Thom Yorke scatenato. Qui trovate tutti i testi dell’album invece.

Dalla facoltà di giurisprudenza alla magistratura, una strada infinita

La Magistratura costituisce un ordine autonomoindipendente da ogni altro potere. È un organo costituzionale, secondo quanto sancito dall’art. 104 della Costituzione della Repubblica Italiana. In sostanza la magistratura è un complesso di organi con funzioni giurisdizionali in campo civile, penale, costituzionale e amministrativo, che si personificano nella figura del “Magistrato. I magistrati, quindi, sono titolari della funzione giurisdizionale, che amministrano in nome del popolo.

Tutto è iniziato all’incirca nove anni fa. Mi ero appena diplomato al liceo classico e senza la più pallida idea di cosa volessi fare nella vita. Anzi, a dire il vero un’idea ce l’avevo: volevo fare il giornalista e sognavo di diventare uno scrittore. Probabilmente sull’onda del fatto che al liceo una coraggiosa casa editrice pubblicò un mio libricino di poesie, oppure più semplicemente perché trovavo nello scrivere un gusto particolare, in fondo era l’unica cosa che, allo stesso tempo, mi faceva divertire e mi dava infinita soddisfazione. Arrivato il famigerato giorno della decisione in merito alla facoltà da scegliere ero totalmente nel pallone. Passai una settimana a gironzolare tra le facoltà dell’Università La Sapienza di Roma, da ingegneria a quella di scienze delle comunicazioni (sì, le mie idee non erano molto chiare) per poi approdare, ahimè, alla facoltà di giurisprudenza. Ovviamente senza pensare neanche lontanamente alle implicazioni della mia scelta. Tra me e me dicevo “giurisprudenza ti permette di fare qualunque cosa”, “è una laurea che ti apre più strade”, ma in fin dei conti in cuor mio già sapevo che una volta varcata quella soglia non avrei voluto fare altro che il magistrato. Senza ammorbare il lettore con la narrazione dei miei cinque (meravigliosi) anni di università, un bel giorno, in un’aula dove campeggiava la scritta “la legge è uguale per tutti” mi sono laureato (con la votazione di 110 SENZA lode), ed è stata proprio quell’indimenticabile ricorrenza che ha segnato l’inizio della fine.

Avevo ventitre anni, e mi accorsi per la prima volta dell’utilità di aver fatto la primina. Quando andavo alle elementari questa storia della primina proprio non mi andava giù, anzi era davvero insopportabile e frustrante l’idea di essere sempre il più piccolo di tutti. Oggi se vuoi diventare magistrato devi affrontare una lunga sfida, piena di difficoltà, ostacoli e soprattutto devi essere disposto a mettere in gioco il fisico e i nervi. Due sono le parole d’ordine: pazienza e costanzaPazienza, perché appena esci con la tua laurea “linda e pinta” dalla facoltà di giurisprudenza devi essere conscio che per almeno altri quattro anni non potrai nemmeno sederti tra i concorrenti dell’ambìto e agognato concorso. Ascoltate bene. Innanzitutto il laureato vive una immensa illusione, infatti la legge, beffarda e satirica, ti consente di partecipare al concorso in magistratura seguendo due diversi iter. Questa possibilità di scelta ti illude di essere  padrone del tuo destino, ma in realtà è lo strumento per farti desistere e per trasformarti in un numero. Solo i veri duri non mollano e persistono nella volontà di raggiungere la propria vocazione!

La prima strada percorribile è quella di ottenere il titolo di “Avvocato”, la seconda quella di conseguire il diploma della scuola di specializzazione per le professioni legali. Entrambe le scelte implicano un tragitto che, se percorso senza intoppi, dura non meno di tre anni.

Per iscriversi alla scuola di specializzazione, innanzitutto, devi laurearti entro un determinato mese dell’anno – nel mio caso era il mese di ottobre -. Ciò significa che se il bando scade il 10 ottobre e  per discrezionali decisioni della facoltà, sconosciute a te provetto laureando, ti laurei il giorno dopo, allora hai già perso un anno. Io, e non nascondo un pizzico di sarcasmo nelle mie parole, ovviamente mi sono laureato una settimana dopo la chiusura delle iscrizioni, vanificando il mio percorso di studi durato quattro anni e mezzo. Se ti laurei entro quella specifica data potrai attendere “soltanto” tre anni per sostenere il concorso in magistratura, altrimenti gli anni sono almeno quattro.

Nell’attesa dell’uscita del bando per l’iscrizione dell’anno successivo, allora, mi sono iscritto alla pratica forense. E qui veniamo alla seconda delle due strade percorribili. Ti iscrivi per due anni alla pratica forense e, dopo code interminabili, giornate perse dietro ad avvocati che ti sfruttano e spremono come un limone, dopo settimane, mesi e stagioni non pagate né rimborsate del lavoro svolto all’interno dello studio legale, arrivi a sostenere l’esame di avvocato. L’esame è cinico. Tre prove in tre giorni, i risultati non prima di sette mesi. Se sei promosso allo scritto dovrai sostenere la prova orale dopo un periodo variabile dai tre ai dodici mesi dall’uscita dei risultati. Ricapitolando, seguendo la strada del titolo di avvocato, se passi l’esame al primo tentativo (il 15% dei laureati ci riesce), avrai impiegato dai tre ai quattro anni dalla laurea, a seconda della velocità nello svolgimento delle correzioni dei compiti, e finalmente potrai iscriverti al famigerato concorso.

Il concorso in magistratura impone anche un’infinita “costanza”, che non è il nome della mia splendida fidanzata (assorta come me dall’obiettivo della magistratura, motivo di infinito ausilio nel raggiungimento dell’obiettivo e conosciuta proprio a un corso di preparazione al concorso in magistratura), ma una virtù che significa regolarità, concentrazione, determinazione, perseveranza e tenacia nello studio e nel voler raggiungere la meta.

Ma, ahimè,  costanza vuol dire anche continuità nel devolvere migliaia di euro in libri, codici e manuali che, il più delle volte, un mese dopo il loro acquisto sono già vecchi, per non parlare degli altrettanti soldi da spendere in corsi specifici che ti preparino adeguatamente alla prova.

Per il prossimo concorso in magistratura risultano iscritte circa ventimila persone, probabilmente se ne presenteranno meno di cinquemila. Le prove riguarderanno tutto lo scibile in materia di diritto Civile, Penale e Amministrativo e si svilupperanno sulla base di tre temi. I risultati usciranno dopo circa dieci mesi e gli ammessi all’orale dovranno sostenere una prova che praticamente include tutte le possibili materie dell’ordinamento giuridico, venti, materia più, materia meno. I probi concorsisti idonei non saranno più di 360, essendo questo il numero di posti messi a bando dal Ministero della Giustizia ma, come del resto accade ogni anno, ne verrà ammesso un numero sicuramente inferiore. Su ventimila domande passeranno il concorso circa 300 persone.

Io sono uno di quei ventimila perché finalmente oggi, a quattro anni dalla laurea, potrò sedermi in quei banchi provando  a raccogliere i frutti della pazienza e della costanza. Nell’eventualità in cui dovessi superare l’esame, e quindi diventare magistrato al primo tentativo, allora saranno passati cinque anni dalla laurea, dieci considerando i cinque anni di università. La cosa bella, e anche un po’ triste, è che qualora riuscissi nell’impresa, alla luce della descritta situazione legislativa, sarei tra i più giovani e solerti a passare il concorso.

Per chiudere queste poche righe mi viene in mente una frase che Borsellino disse dopo la morte di Falcone: “Devo fare in fretta, perché adesso tocca a me”.

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La caduta dell'amico Gheddafi

In Libia siamo ormai di fronte alla guerra civile. Una terribile guerra civile. Soltanto ieri si parlava di 250 morti, con i cacciabombardieri che hanno lasciato il loro carico di morte sulla folla che manifestava. Gheddafi è un dittatore, diciamolo subito, ed anche uno dei peggiori. Come si fa altrimenti a spiegare un leader che bombarda e uccide il suo stesso popolo?

Salito al potere nel 1969, dopo un colpo di stato che ha rovesciato il governo monarchico di re Idris, giudicato troppo servile nei confronti di francesi e americani, è il leader incontrastato e gode di poteri assoluti in Libia. Possiamo sommariamente dividere la sua politica estera in due fasi, una precedente al 1990, molto più nazionalista e distaccata rispetto alle politiche europee e americane, e una successiva, in cui si è lentamente aperto e riavvicinato all’Europa, e soprattutto all’Italia, con cui ha siglato accordi economici in cambio di un controllo delle coste libiche sulla fuga dei clandestini.

Contemporaneamente è sempre stato presentato, soprattutto nella storia recentissima, come amico fidato di Berlusconi, fino ad arrivare alla sua ultima visita in Italia, di cui abbiamo parlato in questo articolo su Camminando Scalzi. Baciamani, le hostess, i cavalli, e tutto il circo patetico organizzato in onore di questo dittatore del Mediterraneo che gode di un incredibile rispetto da parte del nostro Premier. Si narra addirittura che l’ormai famosissimo Bunga Bunga sia proprio un “rituale” (chiamiamolo così) copiato dalla corte di Gheddafi. Insomma, culo e camicia con Berlusconi.

Si arriva così al giorno d’oggi, con un paese come la Libia (dopo l’Egitto e la Tunisia) che si ritrova a rivoltarsi contro il suo stesso leader, alla ricerca di una modernità e di una democrazia, ma soprattutto di una libertà del popolo finora non garantita. E come ogni dittatore che si rispetti, Gheddafi invece di prendere armi e bagagli e levarsi di mezzo, è arrivato a bombardare il suo stesso popolo. Si parla di una vera e propria strage, sebbene le notizie ufficiali rimangano comunque vaghe a causa del silenzio mediatico imposto. Insomma, tutto in pieno stile dittatoriale, nessuno può protestare, se lo si fa si muore, e nessuno lo deve venire a sapere (la TV di Stato oggi parlava di “menzogne”).

Ma perché questa vicenda ci tocca da vicino? Oltre alla scontatissima violazione dei diritti umani, alla violenza gratuita e inaccettabile contro un popolo che è sceso in piazza a protestare contro un regime, bisogna ricordare che Libia e Italia sono legate da vari trattati a doppio filo. Senza scendere troppo nei dettagli, c’è un “patto d’amicizia” (e già qui si rabbrividisce) che prevede un controllo della Libia sui flussi migranti (che pare siano scesi del 90%) in cambio di agevolazioni economiche da parte del nostro paese. Senza contare le nostre multinazionali che hanno base in Libia (ad esempio l’Eni), e il gasdotto che arriva dalla Libia in Italia e porta gas in tutta Europa.

Eppure l’Italia è stato l’ultimo Paese ad aprire bocca sul terribile conflitto e sulla terribile violazione dei diritti umani che si sta consumando in Libia; dapprima con il Premier che ha dichiarato di non voler disturbare Gheddafi, successivamente con una presa di posizione che è sembrata quasi obbligata, quando ormai tutta Europa stava facendo pressioni sull’insopportabile silenzio italiano. Ancora una volta il nostro Paese è risultato debole diplomaticamente agli occhi dell’Europa intera, e questa volta non è stata colpa di intercettazioni, festini, bunga bunga o quant’altro. C’è stata una lacuna diplomatica, una mancanza di presa di posizione decisa e immediata che condannasse il terribile genocidio che si sta consumando in queste ore in Libia, un silenzio figlio di una mai nascosta amicizia tra il nostro premier e il dittatore libico.

Ci sarebbe piaciuto sentire immediatamente una condanna senza se e senza ma, vedere un Italia pronta a dire di no agli abusi, ai bombardamenti sulla folla, e invece abbiamo assistito ad un teatrino di dichiarazioni smorte e poco incisive nei primi giorni, fino alla tardiva presa di posizione ormai obbligata.

Nel Mediterraneo sta accadendo qualcosa di importante, un passaggio storico dalle antiche politiche di regime al desiderio di democrazia e libertà dei popoli e nel nostro Paese, che è un punto strategico di questa zona, il governo è concentrato a bloccare le intercettazioni, fare i processi brevi, e qualsiasi cosa possa salvare l’ormai segnato decorso giudiziario a carico del nostro Premier.

Potevamo e dovevamo essere protagonisti di questo momento storico. E invece forse verremo ricordati come quelli che hanno accolto Gheddafi con i massimi onori, con i baciamano, le 200 hostess e la parata dei cavalli.

Good Job Silvio, ancora una volta, Good Job.