Fotografia: cercatori di luce o procacciatori d’immagine?

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi.it

Diamo il benvenuto a Francesca Ticconi, romana, studentessa all’università di Tor Vergata nella facoltà di Lettere, frequentante il corso di laurea in lingue nella società dell’informazione.  Francesca ama la danza, si occupa di assistenza agli animali in canili e, come si capirà dal suo primo articolo, è appassionata di fotografia!

Buona lettura![/stextbox]

“Assicurarsi la propria felicità è un dovere, infatti, la mancanza di soddisfazione per il proprio stato, stretti fra tanti affanni e oppressi da bisogni inappagati, potrebbe diventare facilmente una grande tentazione della trasgressione dei doveri.”

Immanuel Kant

Ebbene sì, è così che nasce la fotografia, dal desiderio di realizzare sé stessi.

Il 1 Gennaio del 1839 messier Jaques Louis Mandé Dagherre inventò il Dagherrotipo, una macchina composta da due scatole scorrevoli nella quale si faceva entrare la luce aprendo e richiudendo il tappo dell’otturatore, impressionando la lastra di rame. Da allora fino a oggi pellicole, macchine, obiettivi, lenti, zoom e quant’altro sono sempre in via di sviluppo, in quella lunga gara delle innovazioni tecnologiche. Si danno un’estenuante guerra a colpi di BIT, DIGIT e ISO, con differenze spettacolari visibili anche a distanza di un solo mese.

Da sempre la fotografia affascina l’uomo diventando un oggetto intimo e silenzioso capace di immortalare anche il più piccolo istante della vita di ognuno di noi. Chi di voi non ha mai scattato qualcosa per tenerlo nel privato?

Di nudo, di moda, di guerra, aerea, archeologica, scientifica, criminale, in sostanza la fotografia è stata utilizzata per riprendere tutto immedesimandosi nei suoi tre punti principali: nello spettro del soggetto fotografato, nel fotografo e nel lettore cui è destinata. La fotografia stupra perché entra nell’intimità, a volte senza chiedere, del soggetto fotografato. È chiamato spettro il soggetto perché rimane come un fantasma nella foto anche dopo la sua morte, e continua a rivivere in essa ogni volta che viene osservata.

Tutti possono definirsi “fotografi” e fare un buono scatto con ottimi risultati semplicemente pigiando un bottoncino sopra la macchinetta fotografica; cosa che invece era molto più complicata in tempi passati dove, agli inizi dell’ottocento, si dovevano miscelare acidi, polveri, nitrati, iposolfati, cloruro e altri fattori per ottenere l’emulsione che andava poi stesa sulle future lastre di rame, ferro o vetro che dovevano essere esposte poi alla luce per far impressionare l’immagine. Questo procedimento portava grossi rischi, infatti molti fotografi ambulanti e non, dopo anni di lavoro a contatto con queste sostanze si ritrovarono con la salute compromessa.

Il cloro e lo iodio irritavano la pelle, il bromo corrodeva il sistema nervoso e il mercurio provocava insufficienza renale. Molti fotografi perdevano i denti, sviluppavano tremori, ansia, cecità, etc… Chi di voi oggi rischierebbe tanto per un mestiere così?

Oggi esistono macchine a qualsiasi fascia di prezzo, per ogni necessità, e i tempi d’attesa di sviluppo delle pellicole sono veramente brevi (per non parlare ovviamente del digitale, che è istantaneo), a differenza dei vecchi fotografi che avevano tempi d’attesa anche fino a tre ore. Reflex, digitali, subacquee, stereoscopiche, macro… Chi più ne ha più ne metta! Questi fantastici gioiellini ci permettono di realizzare grandi sogni come rivivere emozioni e attimi di vita che nessun altro oggetto ci restituirebbe.

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