In morte di quattro bambini rom

Se c’è un aspetto che ci verrà risparmiato della morte di quattro bambini figliastri di un dio minore, è lo scempio mediatico di trasmissioni del dolore, occhi luccicanti a favore di telecamere, raccolte fondi purificatrici via sms. Diciamo la verità: il fatto che non si tratti di piccoli bianchi e autoctoni, figli di gente “per bene”, ha il vantaggio dell’oblio veloce.

Quella che invece non ci verrà risparmiata è la maledizione del Dinofelis. Gli studiosi hanno scoperto questo felino, vissuto nel Miocene, attraverso il ritrovamento di resti fossili in Sudafrica. La caratteristica dell’animale era quella di cibarsi di uomini che vivevano nelle caverne. Alcuni antropologi fanno risalire la nascita delle prime organizzazioni sociali umane alla lotta per la sopravvivenza ingaggiata contro questo terribile nemico. Si ritiene infatti che gli uomini, costretti dalla natura avversa a convivere nelle grotte con il loro carnefice, comprendessero, a un certo punto, che avrebbero avuto maggiori possibilità di sopravvivenza se, invece di fuggire pensando ognuno alla propria salvezza, si fossero organizzati individuando loro stessi coloro da destinare a cibo per la belva feroce. La scelta cadde su chi aveva caratteristiche che lo rendevano differente dalla maggioranza perché debole, senza specifiche funzioni produttive o riproduttive, strano, insomma: diverso. Il sacrificio di questi esseri umani consentiva la sopravvivenza dei più ma, cosa più importante, dava la sensazione di poter padroneggiare la morte, fino ad allora in mano al caso e all’oscuro capriccio dell’orribile felino. Padroneggiare la morte, organizzarla attraverso il sacrificio di qualcuno per la salvezza dei molti, fu la base su cui nacque la società e consentì, in un secondo momento, di prendere coscienza della possibilità di non essere più prede ma cacciatori, organizzando la sconfitta del proprio assassino.

Questa modalità sembra essere tutt’ora il tratto distintivo, sebbene in forme raffinate, dell’organizzazione sociale. I diversi, i deboli, sono necessari: servono a farci sentire normali e forti. Per questo, se i nomadi non ci fossero sarebbe minata alla base la convivenza nelle nostre “moderne” società. Essi rappresentano quello che non vogliamo essere: non hanno una casa stabile e sicura, non si preoccupano più di tanto del loro futuro, non hanno nel lavoro il centro della loro esistenza, si vestono come non ci vestiremmo mai, vivono dei soldi degli altri. Non importa se questi sono sempre più spesso stereotipi, non importa se molti di loro non sono così, non importa se come tutte le comunità umane hanno al loro interno diversità di idee, ambizioni, sogni. Non importa se corriamo il rischio di cadere nel ridicolo accusandoli di illegalità, di trattare male i bambini, di non voler lavorare; in un paese in buona parte privato della legge dello stato, in cui il lavoro nero e l’evasione sono a livelli sconosciuti nel resto del mondo sviluppato, in cui i più piccoli e le donne sono quotidianamente oggetto di violenze e abusi tra le mura delle villette a schiera delle nostre città pulite e progredite. Noi abbiamo bisogno di crederli così, loro devono essere così perché regga la nostra sempre più fragile costruzione sociale. Se non ci fossero loro a chi toccherebbe essere individuato come diverso? A chi toccherebbe entrare nella lista delle vittime da offrire al Dinofelis moderno, così da far sentire gli altri in grado di padroneggiare la propria vita avendo la sensazione di poter sconfiggere la morte sociale, l’oblio, l’abbandono, la solitudine? Potrebbe toccare a me che scrivo o a te che leggi.

Quattro bambini muoiono in un campo e ascolto alla radio – invece di un po’ di umana comprensione – i soliti insulti e la solita rabbia nei confronti di chi non vive come noi. “Che tornino da dove sono venuti!”. Non sapete quello che dite. Teneteveli cari i nomadi. Il Dinofelis ha sempre fame.

2 thoughts on “In morte di quattro bambini rom

  1. Stavo giusto scrivendo alcune riflessioni su questo argomento quando ho letto su fb il titolo di questo articolo. Che dire? Ho il cuore pesante. Les Gens du voyage, Gipsy, zigeuner, gitani, zingari. Un mondo a parte. Vietato. Giudicato. Condannato. Sono diversi e come tutti i diversi ci fanno paura.

    In Francia, come risulta da antichi documenti manoscritti, i Sindaci avevano l’ordine di dare accoglienza agli zingari (Les Gens du voyages appunto) per riguardo ai loro cavalli, per farli riposare e mangiare.

    Adesso che non hanno più i cavalli da nutrire…
    Li ho incontrati a Les Saint Marie de la mer in Camargue, alla loro festa di maggio,belli, colorati, fieri portavano con orgoglio collane d’oro e stendardi e abiti preziosi per ricoprire la loro Santa scura, li incontro sulla porta della Chiesa di Santa Rita a chiedere la carità, mi parlano di fame, di solitudine e di miseria, circondati da bimbi bellissimi e vivaci… Non posso pensare a loro come a dei diversi, li ho sempre amati mi hanno sempre affascinata anche quando da piccola mi proibivano di incontrarli e di guardarli per paura che mi rubassero.

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