Mr.Bungle: rapsodia in rock.

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Il post di oggi è scritto da Sanodimente, alla sua prima collaborazione con la blogzine. [/stextbox]

Recensire i Mr.Bungle non è certo impresa facile, se non altro per l’evidente impossibilità di inserire la band californiana in un qualsiasi filone artistico, oltre che per la complessità compositiva e sonora che ne distingue la breve ma brillante produzione. In estrema sintesi possiamo dire che i Bungle rappresentano il crossover più radicale, quello che fa della contaminazione totale non un veicolo, ma il traguardo vero e proprio della propria estetica musicale. Ma attenzione, per quanto a un primo ascolto quello del quintetto californiano possa sembrare un esercizio di tecnica fine a sé stesso, quasi a dire “guardate, possiamo suonare quello che vogliamo e come lo vogliamo”, in realtà la musica dei Mr. Bungle non è quasi mai autoreferenziale. Piuttosto si può dire che il gruppo, capitanato dall’allora adolescente Mike Patton, abbia voluto raccogliere e cucire insieme le tradizioni musicali più disparate e tra loro eterogenee, pescando a mani basse dall’hardcore e dal rock ma anche da Ennio Morricone, dal jazz e dal funk, per crearne un’amalgama anticonvenzionale, coinvolgente, un’esperienza sonora trascinante a cui non si può che riconoscere il merito di riuscire a riassumere in una manciata di brani l’intensa ed estremamente ramificata fecondità musicale del secolo scorso.

Formatisi nella metà degli anni ’80 ad opera del frontman Mike Patton (che proprio grazie alle doti canore mostrate nelle prime performance del gruppo verrà notato dai Faith No More e invitato a sostituire il dimissionario Chuck Mosley alle voci, raggiungendo così il successo del grande pubblico) insieme al chitarrista Trey Spruance, al bassista Trevor Dunn, al batterista Danny Heifetz, e a Clinton “Bär” McKinnon al sassofono e al vibrafono, i Mr. Bungle hanno registrato in studio tre album tra il 1991 e il 1999 (Mr. Bungle – 1991, Disco Volante – 1995, California – 1999), prima di interrompere la loro carriera nel 2004, peraltro dopo continui cambiamenti di formazione e senza che ciò fosse mai annunciato ufficialmente. I Mr. Bungle non hanno mai sperimentato un significativo successo commerciale durante i loro anni di attività e hanno pubblicato solo due video musicali. Tuttavia, con il passare del tempo sono riusciti a raggiungere una certa popolarità a livello internazionale, pur rimanendo sostanzialmente una band di nicchia.

Come già accennato risulta praticamente impossibile, e probabilmente inutile, cercare di inquadrare  i Mr. Bungle all’interno di un genere definito, in quanto il tratto caratteristico della loro musica è proprio una mescolanza ossessiva ed estremamente articolata dei più svariati generi. Sempre in bilico tra una cacofonica apologia del nonsense e la ricerca di soluzioni squisitamente melodiche, i Bungle riescono a intrecciare chitarre muscolose, ritmiche e fiati funk, campionature techno, passaggi dal sapore decisamente jazz, soul, classica e metal in una miscela musicale che, pur sfuggendo a superflue quanto forzate definizioni di stile, inevitabilmente trasuda genio. E il tutto, nella maggior parte dei casi, all’interno del singolo brano.
Continui cambi di tempo e di regime sonoro si alternano in composizioni a volte frenetiche, a volte liriche. La voce poliedrica di Patton passa con sbalorditiva disinvoltura dal falsetto, al growl più brutale, dal rap al crooner sussurrato a denti stretti, rivelando una capacità tecnica sopra le righe. Strumenti (tutti quelli che vi vengono in mente) e noise si fondono in modo perfetto in quello che sembra un delirio sì, ma un delirio ordinato in cui nulla è lasciato al caso. Si ha come l’impressione, ascoltando brani come Quote Unquote, Ars Moriendi o Ma Meeshka Mow Skwoz, che la band voglia prendersi gioco delle tematiche musicali che sfrutta nei propri pezzi, dissacrandone le regole ritmiche, destrutturandone  completamente il contenuto, inserendo testi spesso al limite dell’assurdo e non di rado difficilmente comprensibili. Mentre un pezzo come Girls of Porn ricorda in modo palese le sonorità glam e funk metal di band come gli Extreme o i primi Red Hot Chili Peppers, la suite Egg è qualcosa a metà tra la pura psichedelia e un jazz sperimentale raffinatissimo, mentre in un brano disturbato come Violenza Domestica ritroviamo tematiche e strumenti tipicamente italiani in altri, assai più melodici e davvero stupendi, come Retrovertigo o Vanity Fair, scorgiamo tracce del pop e del rock che poi caratterizzeranno i Faith No More e i Soundgarden. Insomma un grande calderone musicale multisfaccettato e in cui si mescolano tutti, ma proprio tutti, i generi, ma in modo mai banale e sempre con uno stile inconfondibile.

Se perciò ad un prima lettura prevale il caos, via via che si presta l’orecchio, che si sentono e risentono i dischi, quella sensazione di inorganica confusione viene sostituita dalla percezione che si tratti di qualcosa di ben più elevato, certamente di complesso e non immediato, in cui oltre all’esasperato tecnicismo si riconoscono chiaramente il profondo senso armonico, un’efficacia compositiva in grado di creare atmosfere e sensazioni di un’intensità stupefacente e, in definitiva, la volontà e la capacità di fare musica, quale essa sia, di altissimo livello.

Passando brevemente al trittico che compone la produzione dei Bungle: per quanto si debba riconoscere che l’album omonimo di esordio probabilmente rimanga il capolavoro della band, nonché il più rappresentativo, California – il loro ultimo LP – è sicuramente un disco di maggiore maturità e completezza artistica, per la scelta dei brani, delle strutture musicali e per l’utilizzo dei suoni. Disco Volante rimane invece un discorso a sé: più oscuro ed ermetico degli altri due non riesce ad avere né lo stesso impatto emotivo né la medesima personalità, rischiando di risultare troppo complesso anche per un ascoltatore attento e preparato.

In definitiva mi sento di consigliare vivamente l’ascolto dei Mr. Bungle, ma con un’avvertenza: non è musica per tutti. Se amate i Coldplay e Gigi d’Alessio lasciate perdere, non fa semplicemente per voi. A tutti quelli che invece si vogliano cimentare nella scoperta di una band a mio avviso tra le più audaci, talentuose e originali dello scorso millennio, consiglio di non fermarsi alle apparenze e di andare a fondo; la musica di Mike Patton e soci vi si rivelerà poco a poco e solo quando ne avrete assaporato anche le più minuscole sfumature, allora non potrete non comprenderne la portata e l’assoluta eccezionalità.

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