Benigni e il Risorgimento

È stato sicuramente l’evento mediatico di questo Sanremo. Come ormai da tradizione, l’arrivo di un Benigni che ammutolisce le platee, che porta tutti davanti al teleschermo (o su internet, per chi come me TV non ne guarda) e tiene con il fiato sospeso c’è stato anche quest’anno. In una kermesse che ormai non ha più nulla da dire da qualche tempo, rimasta ancorata alle tradizioni musicali più becere della storia italiana, diventata ormai unicamente una gigantesca vetrina per vendere quattro dischi in più, arriva il “momento culturale” che tanti aspettavano.

Ormai Benigni quando arriva in TV è un po’ visto come il re Mida della situazione; è una specie di Presidente della Repubblica con il suo discorso di fine anno (e i suoi sono pure più incisivi a dirla tutta). Ieri si è presentato sul palco di Sanremo entrando su un cavallo con un tricolore in mano. L’occasione dell’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia è stata l’ispirazione di tutto il suo monologo, che pure ha lasciato spazio a qualche pizzicata politica (seppur molto misurata, bisogna dirlo).

Ci ha raccontato come si è unita l’Italia, attraverso il ripercorrere dell’inno scritto da Goffredo Mameli, quella marcetta che oggi viene cantata a squarciagola e con onore soltanto quando c’è la nazionale di calcio ai mondiali o agli europei. E in questo bisogna dare merito a Roberto, perché è riuscito a riportare il nostro inno a una dimensione più alta, a ridargli l’identità che giustamente meritava, semplicemente raccontandocelo.

Tutti in sala stupiti, tutti a casa a bocca aperta “è un grande”, applausi a non finire, prevedibile standing ovation finale del pubblico di cariatidi di Sanremo, che vedeva anche un sorridente Ministro La Russa in prima fila insieme all’uomo dalla telefonata facile Masi. Benigni unisce tutti: destra, sinistra, popolino, tutti riuniti nella platea della manifestazione nazional-popolare che unisce e ri-unisce il popolo italiano. Stranamente nessuno si indigna, nessuno se la prende mai con Benigni. Per carità, non vorrei assolutamente criticare la sua performance… Ce ne fossero di trasmissioni che ci raccontano la nostra storia così! Ma il problema è che nella nostra TV sono eventi così rari che, per l’appunto, diventano “eventi”, serate memorabili.

Eppure non ho potuto fare a meno di pensare che quella storia che ci ha raccontato in maniera tanto appassionata, la nostra storia, che ci ha tanto coinvolto, che ha fatto commuovere mezza Italia, che ci ha raccontato l’onore della nascita di una nazione che oggi è ridotta a una bagnarola alla deriva, è una storia che dovremmo conoscere tutti. Pensateci, ce la insegnano sin dalle scuole medie. Eppure in questi giorni di festeggiamento per l’Unità d’Italia per sentirci un po’ più cittadini ed uniti dobbiamo aspettare che Roberto Benigni vada a Sanremo. E questo mi ha fatto un po’ tristezza. Ribadisco, senza nulla togliere al grande artista che è Benigni.

Ha fatto risvegliare per una mezz’ora i sentimenti patriottici che risiedono in un popolo che è sempre stato diviso, che ha visto nella definizione del problema nord-sud la questione che ha percorso tutta la nostra storia, che lascia la sua eredità sino a oggi. Un problema irrisolto, il sintomo di un’Unità tanto nobile sulla carta un secolo e mezzo fa quanto labile e per niente scontata oggi. Ci sono state polemiche persino per i festeggiamenti di questo centocinquantenario, per dire. Eppure ieri sera eravamo tutti Italiani, con la I maiuscola, tutti a bocca aperta ad applaudire Benigni, tutti quanti un popolo unito, commosso, orgoglioso del suo dantesco tricolore, orgoglioso dei suoi eroi (e anche qui poi ci sarebbe tutta una discussione da fare su quanto abbia fatto bene l’unione, visto che tutta la parte economica della vicenda è stata tralasciata, ieri sera), ammirato per questi ventenni – come li ha definiti lo stesso Benigni – così pieni di energia che sono morti per un ideale. Eravamo tutti uniti.

Ma per mezz’ora. Dopodiché siamo tornati punto e a capo, non è cambiato niente. Il popolo italiano tra un giorno non si ricorderà più di quel sentimento; sentirà ancora dire “Roma ladrona” senza batter ciglio, sentirà ancora la gente del Sud odiare quella del Nord e viceversa, vedrà il nostro tricolore disonorato, vedrà la nostra identità ancora calpestata da scandali che disonorano il nostro Paese agli occhi di tutto il mondo senza dire niente.

Ieri sera ho visto un grande momento di storia italiana, la nascita della nostra nazione, raccontata da un grande artista. Ma non mi resta altro che un’amarezza di fondo di fronte all’ipocrisia di un Paese che ha bisogno di mezz’ora di Sanremo per sentirsi unito.

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