Tutta colpa degli architetti

[stextbox id=”custom” big=”true”]Camminando Scalzi ospita ancora Daniela Scarpa, già autrice del primo articolo della nostra rubrica (pre)Cari Amici.
Daniela è appassionata di scrittura, e potete seguirla anche sul suo blog personale “liberoviandante“. I suoi interessi sono molteplici e spaziano dall’architettura al design, al mondo della maternità intesa come un’esperienza naturale e unica, all’attualità e alla denuncia di tutto ciò che dovrebbe cambiare nel nostro Paese. Passando per un amore profondo per la sua città di nascita, Napoli, e una forte attrazione verso ognitipo di viaggio, fisico o interiore che sia.[/stextbox]

Sono un architetto e come tale intendo raccontarvi che cosa accade quando si sviluppa un progetto di edilizia, dal concepimento fino alla sua realizzazione, passando per le delicate fasi di ideazione, di confronto con il committente che finanzia l’opera, di approvazione delle pratiche comunali, igienico-sanitarie e di certificazione energetica, di relazione con le varie imprese che svolgeranno i lavori edili e, infine, di svolgimento del cantiere.
Voglio raccontarvi questo processo perché molto spesso, anzi direi quasi sempre, quando si guarda un’opera edile, di qualunque edificio si tratti, e si riscontrano incongruenze, apparenti errori di progettazione, assurdità così evidenti da essere percepite anche dai non addetti ai lavori, paradossi talmente grandi da riderci (o piangerci) su, puntualmente si conclude: tutta colpa degli architetti.
Non sono qui per convincervi che gli architetti siano esenti da colpe, perché è chiaro che questo non corrisponderebbe a verità. Voglio però che si sappia che spesso gli architetti operano scelte che sono davvero le uniche possibili, trovandosi a dover conciliare vincoli imposti da svariate figure professionali, tempistiche improponibili, imprevisti di cantiere, continue richieste dei committenti, normative di ogni tipo. Insomma un delirio totale in cui l’architetto cerca solo di sopravvivere evitando denuce e multe, beccandosi suo malgrado gli insulti di tutti, aventi diritto e non.

È il nostro lavoro, e su questo concordo; e come tutti i lavori è fatto di responsabilità, scelte, impegno e sacrificio. Dunque ce lo prendiamo così com’è e continuiamo a svolgerlo con passione e professionalità.
Sia chiaro però che se un muro è più sottile del dovuto e non è adeguatamente isolato, se gli impianti sono posizionati nei luoghi più impensabili e scomodi, se le finestre sono inadeguate e montate male, se le scelte dei materiali sembrano a dir poco casuali, causando ponti termici e inutili dispersioni, non sempre questo è frutto dell’incompetenza del progettista. Il quale, il più delle volte, vorrebbe tendere alla perfezione, estetica e funzionale, cercando una pubblicazione su una qualche rivista di architettura e un posto nell’Olimpo degli architetti, magari accanto al nostro mitico Renzo Piano, ma davvero si trova quasi sempre a dover lottare per realizzare un’opera quanto meno decente.
Ecco, in sintesi, quello che accade. Quando un imprenditore o un gruppo di imprenditori, un Ente privato o pubblico o qualsivoglia committente, commissiona a un architetto un’opera edile, già dal primo incontro avanza le proprie richieste in termini di metri quadri e metri cubi da costruire, rende chiari i propri gusti, puntualizza le tempistiche da rispettare, evidenzia le proprie esigenze economiche (si costruisce per vendere, dunque più si costruisce più si vende). Insomma, il committente è il capo e in quanto tale va accontentato.
Con in mano tutti questi input il bravo architetto fa le sue ricerche, mette giù i primi schizzi e disegni, calcola e ricalcola le eventuali soluzioni, si procura tutte le normative in vigore da rispettare, fa diversi sopralluoghi nell’area di progetto, fa i suoi rilievi. Puntualmente dopo questa fase preliminare si rende conto che le pretese del committente sono pura utopia. Allora cerca di avvicinarsi il più possibile a quei desideri, sapendo che la negoziazione sarà lunga e faticosa.

Il committente, infatti, investe i suoi soldi e vuole che l’opera realizzata – sia essa un edificio per abitazioni, una scuola o un centro commerciale – renda il massimo possibile dal punto di vista economico. Se ne frega che il muro sia ben isolato: se farlo più sottile fa risparmiare cinque centimentri e, centimetro più centimetro, si recupera un appartamento, un’aula o un negozio, al diavolo il risparmio energetico! Se la scelta di un materiale, puntualmente proposto dall’architetto, è più idonea a certi ambienti, per estetica, funzionalità, rispetto delle normative, ma quel materiale è più caro rispetto ad altri in commercio, meno adatti, ma pur sempre utilizzabili, chi se ne frega delle idee dell’architetto, spendiamo il meno possibile e siamo tutti più contenti!
Se vengono proposti infissi di nuova generazione, capaci di isolare al meglio e di ottimizzare il risparmio energetico, rendendo più facile e meno dispendiosa la climatizzazione di un ambiente, se gli impianti suggeriti dagli architetti, in linea con le nuove normative che richiedono per ogni edificio la certificazione energetica, sono all’avanguardia e di ultima generazione, ma queste scelte vanno contro la prima e unica regola del buon committente (cioè risparmiare più che si può), ecco che l’architetto deve suo malgrado piegarsi alle decisioni di chi sta investendo, ed è costretto anche a far quadrare le richieste del capo, inserendole, grazie a trucchi ed esperienza, nelle più rigide normative.
Ore e ore di lavoro, disegni fatti e rifatti mille volte, calcoli e verifiche da rivedere da capo, infinite stampe, revisioni, modifiche necessarie e spesso richieste in tempi brevissimi. E tutto perché la soluzione più ovvia, che in genere è anche la più efficiente e bella, quella che va d’accordo con gli standard richiesti e le leggi da applicare, quella che mette insieme e accontenta un po’ tutti, non si sposa con la legge del soldo. Insomma: il danno e la beffa.
Ricevuto finalmente un provvisorio benestare del capo, dopo estenuanti riunioni e proposte vagliate, si comincia con le pratiche edilizie, le richieste dei tecnici degli Enti pubblici, le rigide normative igienico sanitarie, richieste di modifiche, modifiche delle modifiche, modifiche delle modifiche delle modifiche, ripasso dal committente, ripasso dai tecnici degli Enti, variante della pratica, variante della variante… Insomma una trafila senza fine che porta allo stremo il povero architetto e i suoi collaboratori. E durante questo percorso lungo e tortuoso che deve per forza accontentare tutti, spesso si perde di vista l’iniziale idea persino del più illuminato dei progetti.

A ogni modo, ottenuti tutti i permessi necessari, eccoci di nuovo di fronte al nostro caro committente; ma questa volta siamo in presenza di nuove figure davvero raccomandabili: le imprese.

Le imprese sanno sempre che cosa è meglio, in un baleno hanno una soluzione migliore per ogni cosa e la propongono scavalcando senza ritegno chi è addetto alla progettazione e chi è pagato per operare quelle scelte. Se ne fregano di trovarsi di fronte un progetto definito in ogni dettaglio, approvato da tutti, pronto per essere realizzato. E ovviamente il committente è sempre aperto a cambiamenti che sulla carta sembrerebbero aumentare il suo profitto. Sulla carta, appunto. Il committente neanche immagina il lavoro che c’è stato per arrivare alla soluzione definitiva, i compromessi, i salti mortali fatti per star dietro a tutte le sue assurde richieste (o forse lo immagina ma se ne frega).

E così si ricomincia, un’altra volta, con proposte, nuove soluzioni, vecchie soluzioni rivisitate e rivalutate, nuovi incontri con i tecnici degli Enti pubblici, nuove richieste, vecchie indicazioni che vanno per forza rispettate, nuove varianti, nuove approvazioni.
Questo lo sprint finale che va avanti fino a quando – per il rispetto di tempistiche in genere molto rigide e mai per scelta consapevole e definitiva operata da chi investe i suoi soldi – si approda all’apertura del tanto atteso cantiere. Ma neanche la posa simbolica della prima pietra definisce una volta per tutte le scelte fatte. Fino alla fine gli architetti devono lottare per far realizzare il proprio progetto, devono spiegare all’operaio di turno che non è casuale quel disegno o quel dettaglio, che quella soluzione è frutto di studio, di confronto con molteplici figure, di consulenze di tecnici e di esperti. Devono far valere il proprio lavoro come se ancora tutto potesse essere messo in discussione, da chiunque. E purtroppo tutto viene davvero messo in discussione, di fretta, senza più tempo per disegnare e capire, senza più la possibilità di approfondire e tirar fuori la soluzione più adatta. Ed ecco che vengono fuori quelle assurdità e quelle incongruenze di cui ogni architetto farebbe volentieri a meno, ma non sa davvero in quale altro modo arrivare alla fine di quel lavoro.
Di quei progetti così accurati e proposti con tanto entusiasmo all’inizio di ogni estenuante percorso, rimane solo un lontano ricordo impresso su qualche cartaccia da buttare via.
Dunque ciò che offrirebbe qualità all’opera da realizzare, ciò che ogni architetto propone come soluzione tecnicamente migliore, in ogni fase della progettazione, fino alla fase di cantiere, viene di norma bocciata a favore di quegli odiosi compromessi, che pur ne:rispetto di leggi e norme, non danno certo la possibilità di realizzare opere qualitativamente migliori. Si dimentica puntualmente che opere migliori renderebbero migliori anche le nostre città: più vivibili, più a misura d’uomo, più rispettose dell’ambiente.
E così quotidianamente ci troviamo di fronte a notizie come quella di questi giorni, diffusa da Legambiente: in Italia 14 città su 15 sono state dichiarate non-ecologiche (l’unica promossa è Bolzano). Dopo un’analisi svolta con immagini termografiche (una tecnica capace di rilevare le caratteristiche termiche ed energetiche degli edifici e di evidenziare errori di progettazione, responsabili di inutili sprechi energetici) è stato rilevato che in 15 città italiane, su un campione di 100 edifici, solo 11, e tutti a Bolzano, sono stati promossi. E questo fa male all’Italia, fa male all’architettura e, vi assicuro, fa male agli architetti.
Si aggiunga che nel nostro Paese rimangono ancora pochi e poco significativi gli incentivi per la realizzazione di un’architettura sostenibile. Se quegli stessi committenti, così legati ai loro conti e ai loro guadagni, fossero motivati da grandi risparmi e agevolazioni all’uso di accorgimenti in linea con il rispetto dell’ambiente, tesi alla creazione di città a misura d’uomo, più vivibili e figlie del costruire sostenibile, come peraltro già avviene in molti Paesi europei, forse noi architetti saremmo liberi di proporre e realizzare opere migliori, saremmo spinti a studiare, a formarci, a credere che un’architettura eccellente è possibile.

Certo, come in ogni categoria, sopravviverebbero gli architetti incompetenti e superficiali, pronti a cambiare idea in ogni istante e ad allinearsi con la filosofia del magna magna così diffusa nel mondo dell’edilizia, ma chi desidera lavorare al servizio della gente per offrire competenze adeguate alla realizzazione di opere in linea con gli standard europei, e non solo, sarebbe libero di farlo. E vi assicuro che lo farebbe con immenso piacere.

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