Se la democrazia approda sull'altra sponda del Mediterraneo

Ci sono momenti in cui le cose sembrano accadere all’improvviso. In realtà, quello che a noi sembra succedere in un attimo, in pochi giorni, è solo l’atto finale di processi lunghi e contraddittori. In pochi giorni, nell’Africa mediterranea e in Medio-Oriente, crolla una costruzione fragile, messa su negli anni settanta, gli anni dello shock petrolifero, quando gli interessi occidentali furono puntellati da accordi che prevedevano il sostegno a regimi autoritari in cambio della disponibilità, a prezzi vantaggiosi, di risorse energetiche. Il nostro benessere, in cambio della rinuncia alla democrazia per un ampia fascia di popolazione mondiale. Se ci pensiamo bene, la cosa è drammatica e, inevitabilmente, ci troviamo adesso l’onda di ritorno di strategie geopolitiche che, a voler essere buoni, potremmo definire poco lungimiranti anche se la definizione più adatta è quella di politiche “scellerate”.

Adesso non possiamo che fare i conti con la realtà. Quelli che erano regimi “moderati” erano in realtà solo regimi “amici” che niente avevano di diverso dai vari “imperi del male” se non che stavano dalla nostra parte. Nessuno può prevedere adesso quello che accadrà ma nessuno può più negare il diritto di ogni popolo a scegliere la propria strada verso il benessere e la libertà. Il problema è che la nostra capacità di incidere sugli eventi è minata dalla nostra credibilità. Governi che hanno sostenuto fino a ieri dittatori sanguinari, in cambio di accordi “a buon mercato”, adesso balbettano la parola “stabilità” ovvero la speranza di mantenere contratti e forniture a condizioni convenienti.

Nel breve periodo, le questioni in gioco che ci riguardano da vicino sembrano essere legate a chi prenderà il potere nelle zone in cui è in atto la rivolta e ai flussi migratori che ogni guerra e repressione si porta dietro.

Sul primo versante, molti agitano lo spauracchio del fondamentalismo islamico. Questa è certo una possibilità, anche se dovremmo aver imparato a diffidare di etichette semplici che spesso nascondono realtà complesse. Se però ascoltiamo le voci di chi conosce quel mondo, scopriamo che le rivolte hanno una radice molto poco religiosa e che ha più a che fare con la soddisfazione dei bisogni primari e con il desiderio di una vita degna di essere vissuta. Se le cose stanno così, chi riuscirà a dare risposte a queste esigenze avrà maggiori possibilità di prendere il potere, siano essi movimenti religiosi o organizzazioni politiche laiche. Quello che sembra certo è che non sarà possibile tornare indietro, disattendendo le richieste popolari.

Sul secondo versante, è innegabile che, nel breve periodo, vi sarà un’ondata migratoria verso l’Europa mediterranea e l’Italia in particolare, l’approdo logisticamente più semplice. E’ altrettanto innegabile che un coordinamento e una solidarietà europea aiuterebbe a mitigare l’impatto del fenomeno. Le risposte giunte non sono confortanti e non costituiscono una bella pagina nella storia dell’Unione. Il governo italiano, costantemente in emergenza sul fronte migratorio, ha provato a fare la voce grossa ma, anche su questo tema, c’è un enorme problema di credibilità. Sempre critici e scettici sull’Europa “dei burocrati, dei mercanti e dei banchieri” che impongono, per fare un esempio, multe sulle quote latte degli allevatori padani o criticano le improvvide uscite del premier italiano, adesso, in un sol colpo, i nostri governanti vorrebbero un’Europa solidale. Ma questa Europa, cari governanti in tutt’altro affaccendati, va costruita giorno per giorno con passione e competenza e, soprattutto, con la credibilità di chi ha le carte in regola per pretendere rispetto e sostegno. La strada è lunga e i problemi uregenti. Ci aspettano mesi e anni difficili in cui ognuno dovrà dimostrare senso di responsabilità, pazienza e disponibilità a gestire periodi di emergenza. Nel medio periodo, se nelle zone calde dovesse prevalere la strada democratica e si stabilissero nuovi accordi di partenariato economico, basati sul rispetto delle diverse esigenze della parti in gioco, è prevedibile un rapido sviluppo economico delle zone di partenza dei migranti con l’avvio di flussi di ritorno.

La situazione, come dicevamo, è incerta ma ciò che sembra prevedibile è che tutto ciò che sta avvenendo avrà una ricaduta sul nostro stile di vita. Dovremo ripensare il nostro modo di consumare e di produrre e questo non è detto che sia un male. Ma la diffusione della democrazia è un bene per tutti, non la democrazia imposta con le armi ma quella conquistata contro le armi, pagata a caro prezzo e, proprio per questo, preziosa come la vita. Democrazia significa anche voglia di stare meglio, di produrre, di conoscere, di sapere e questa voglia crea nuovi spazi di benessere e di ricchezza da scambiare, considerando finalmente i popoli che vivono al di là del Mediterraneo gente come noi, con i nostri sogni e le nostre speranze di una vita degna di essere vissuta.

Altro che stabilità fondata sul sangue: è la stabilità basata sulla democrazia dei diritti civili, politici e sociali l’unica del cui trionfo dovremmo rallegrarci.

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