Credere in “La meglio gioventù”

– Vada a studiare all’estero: vada a Londra, Parigi, in America, ma lasci l’Italia. L’Italia è un paese da distruggere; un posto bello, ma inutile, destinato a morire.

– Cioè secondo lei fra poco ci sarà un’apocalisse?

– Magari ci fosse un’apocalisse! Saremmo tutti costretti a ricostruire… Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri.

– E lei professore perché rimane?

– Come perchè? Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere.

Una citazione cinematografica. Ma anche uno scambio di battute tremendamente attuale, che si potrebbe ascoltare tra i corridoi universitari o in ufficio docenti. E non solo. Può suscitare una discussione tra amici che bevono una birra o tra adulti che si interrogano sull’avvenire dei figli.

La domanda è: ci sono prospettive? C’è un futuro in un contesto che descrive l’evoluzione di una società che sembra in apnea?

Con La meglio gioventù, la cinematografia italiana legge la storia senza pregiudizi o isterismi da tifoso, e fornisce l’affresco di un’epoca storica che abbraccia gli ultimi quarant’anni delle tormentate vicende italiane. Sullo sfondo la Torino degli anni ’70, i problemi operai e dell’immigrazione dal Sud. Questo è l’incipit che prosegue fino ai giorni nostri per chiedersi e chiederci che cosa sia cambiato da allora e cosa sia rimasto uguale.
La pellicola, diretta da Marco Tullio Giordana, non è solo una fredda disamina dei fatti che vanno dall’alluvione di Firenze del 1966 fino alle vicende di tangentopoli. Il regista milanese ci racconta della contestazione giovanile del ’68, della nascita del terrorismo e delle sue metastasi, della crisi della Fiat all’inizio degli anni ’80, di Tangentopoli, della protesta fiscale di un Bossi prima maniera, della strage del giudice Falcone e della sua scorta.

E lo fa con la passione e il sentimento dei personaggi che costellano il film, i quali vivono queste vicende ora da protagonisti, ora da inerti osservatori, avendo a che fare con i piccoli e grandi problemi quotidiani. Personaggi che attraversano la storia con il coraggio di chi vuol tentare di cambiare qualcosa, il coraggio di lasciare anche solo un’ombra che possa contribuire a modificare il presente per migliorare il futuro, o vi rimangono ai margini perché troppo impegnati a trovare in sé stessi un senso alla vita che stanno vivendo.

Il film “osa” proporre come chiave di lettura un passaggio generazionale tormentato come quello dagli anni ’60 a oggi: il bisogno di ordine che porta al nichilismo, l’accettazione dell’incompiutezza e della casualità come via all’armonia esistenziale.

È la struttura di La meglio gioventù: il pubblico che s’insinua nel privato, la vicenda personale che si evolve sugli stimoli dell’attualità civile. E i sussulti del presente si riflettono nella vita.

Nella classifica della versione on line della rivista il film sulla famiglia Carati occupa la quinta posizione tra tutti i film prodotti dal 2000 al 2010. Nato come fiction tv “congelato” dalla Rai, il film corale che riflette le scelte, le avventure, le paure, le incertezze e la vita di giovani che diventano adulti. Sentimenti senza tempo in un contesto sociale che appare immutato: problemi di carattere politico, economico e culturale sempre sullo sfondo: si evolvono solo le generazioni. La durata del film ci aiuta a ricordare che la vita è lunga, e ci da il tempo per riflettere, correggerci e reinventare i rapporti. O cambiare radicalmente.

La meglio gioventù è uno di quei film che hanno il potere di costruire un mondo che non vorresti abbandonare mai più. Una positività che si coglie da una frase, pronunciata dal protagonista nel momento per lui più difficile:

– Una volta mi hai scritto una cartolina in cui dicevi “Nella vita tutto è bello!!!”. Ci credi ancora?

– No, toglierei i punti esclamativi.

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