(pre)Cari Amici #3 – 110 e lode: Italia, il paese della meritocrazia

[stextbox id=”custom” big=”true”]Oggi il vostro contributo per (pre)Cari Amici è redatto da Betty Bradshaw, che ci racconta le difficoltà di cui è irto il percorso della carriera medica. Impegno, studio, magari il massimo dei voti, ma la più grossa difficoltà è scontrarsi con la casta e il sistema dell’antimeritocrazia. Raccontateci anche la vostra storia, vi aspettiamo.

La redazione di Camminando Scalzi[/stextbox]

Questa storia delle prodigiose “signorine 110 e lode” non mi va proprio giù.

Resta sul gozzo come un boccone amaro e indigesto. Italo Bocchino, in vari talk show, ripete le cifre da capogiro che questa “sorprendente” igienista dentale andrà ad accumulare nei suoi conti in banca per meriti tutti da verificare, a fronte di giovani militanti che, pur prodigandosi per la causa sin dalla culla, vengono surclassati da persone come la Minetti. Gli si contrappongono Berlusconi (e, in secundis, Formigoni) che sostiene l’avvenente consigliera regionale, la cui strabiliante carriera accademica prova che questa ragazza prodigio merita di stare dov’è.

Ecco, mi voglio soffermare su quel “merita”.

Se c’è un verbo che nel nostro paese decadente non dovrebbe più essere utilizzato è proprio “meritare”. Per rispetto verso chi, sull’inconsistenza del merito, si è logorato anima e corpo. Prendo ad esempio la classe medica, perché, volente o nolente, ne faccio parte. In particolare coloro che hanno avuto la triste idea (in modo del tutto presuntuoso!) di tuffarsi nella piscina (vuota) della ricerca scientifica italiana. Immaginiamo un giovane neo-maturato che passi l’estate a studiare (invece che partire per un’isola della Grecia) per superare il devastante barrage del numero chiuso. Immaginiamo che, solo tre giorni prima della prova, venga a sapere che il 70% delle domande verteranno su “cultura generale”. Immaginiamo dunque le bestemmie che naturalmente avrà proferito mentre gettava benzina sui libri di chimica, fisica, biologia…

Il giovane passa l’esame alla grande: gioia, tripudio… Sino al discorso d’ingresso (attenzione: NON di benvenuto) alle matricole. In un’aula spettrale vengono radunati giovani tremanti di felicità e di paura; dietro un ligneo altare su scranni fastosi… La casta! Figure in penombra dalle fattezze di cariatidi provvedono immediatamente a puntare estintori contro l’entusiasmo. Parlano in percentuale: il 30% dei presenti verrà ELIMINATO al primo semestre, un altro 30% entro il primo anno, del restante 40% qualcuno si laureerà, ma sicuramente non passerà l’esame per entrare in specializzazione… Ma cos’è, un lager? L’isola dei famosi? X-factor?

Ragazzi, stanno investendo sei, ben sei anni delle loro vite! Non sono mica qui a pettinare bambole! Una piccola pacca sulla spalla no?!

I sei anni scorrono lentamente, penosamente, faticosamente, tra professoroni bastardi, medici che non hanno voglia di insegnare in corsia, leccapiedi che cominciano a spiccare sin dal terzo anno nella penombra generale di giovani stanchi e delusi. Arriva la laurea, dopo insulti, offese, tentativi di manomissione psicologica… Evviva! Centodieci e lode! Poi l’abilitazione e quindi… L’esame per la specializzazione. La tomba di tutti i neo-laureati non paraculati. Ma immaginiamo che quel giovane, rimboccandosi le maniche (anche se molti non hanno dovuto rimboccare esattamente quelle), ce la faccia. Evviva!

Cinque anni di specializzazione: i più brutti della sua vita. Baroni, portaborse, malcostume, progetti rubati, telefonini che squillano nel cuore della notte per chiedere dov’è il lavoro X, guardie non assistite e non assicurate, promozioni di carriera del tutto ingiustificate, viaggi all’estero convertiti ad altri con il proprio progetto di ricerca, corse in aeroporto per “accompagnare” il capo a un congresso oltreoceano. All’inizio il giovane cerca di ribellarsi, di trovare una coesione di classe: ma i più tacciono – peggio – osteggiano. Il caldo della sedia che hanno sotto il sedere gli basta. Queste sono le regole, questo è il SISTEMA, è tutto normale. Se c’è qualcosa di anormale, è chi pensa che le cose possano andare diversamente. È cosa buona e giusta stare sotto il tavolo, leccare i piedi, prendere calci e mangiare briciole, puntando a un posto a tavola. Questo è il vero merito.

Finisce la specializzazione, a pieni voti! Evviva… E adesso?

Il giovane vede coetanei consenzienti e mediocri sfrecciare sull’onda del Professor Antani, avere il dottorato di ricerca grazie all’illustre Cavalier Lup-Man, partecipare a concorsi il cui bando, nella gazzetta ufficiale, l’avevano visto solo quelli del team dell’Ingegner Tapioca. Ma il giovane (che ormai è vecchio) continua a viaggiare sull’autostrada dell’Antimeritocrazia, tra progetti di ricerca e contratti a tempo determinatissimo, su una Panda comprata con summa cum laude in contanti e assegni di olio di gomito, vedendo sfrecciare automobili di lusso, SUV grandi come mammut, ferrarini superpotenti.

Onore al merito… Soprattutto a chi non ne ha.

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5 thoughts on “(pre)Cari Amici #3 – 110 e lode: Italia, il paese della meritocrazia

  1. Cara Betty,
    la storia della meritocrazia in Italia è veramente ridicola. Quello che scrivi riguardo ai giovani medici è avvilente, soprattutto pensando al ruolo che queste persone mediocri ricopriranno nel loro futuro.
    Se può consolarti per gli architetti è lo stesso…
    Laureata con 110 e lode, neanche una sessione fuori corso, pubblicazione della tesi di laurea, media del 29,8 (che su 42 esami significa quasi tutti 30 e 30 e lode)… Dico queste cose solo per avvalorare la tua tesi sulla meritocrazia.. Una persona come me dovrebbe almeno avere l’opportunità di scegliere fra un paio di proposte, no?? Magari nella ricerca o in campo universitario.. E invece nessuna borsa di studio o assegno di ricerca proposti, niente di niente!
    Anzi, il danno e la beffa, in Italia si vede scavalcata da tutti i “figli e gli amici di” e finisce a fare l’architetto sfigato a 1000€ al mese lontano 800 chilometri dalla sua città natale…

    • Che dire… Il panorama è desolante. Credo che per cambiare le cose l’unica sia un vera e propria “rivoluzione francese”, facendo tabula rasa delle cariatidi e del sistema cui appartengono e l’allineamento con il resto del mondo civile. Ma temo che tutto ciò sia solo una frustrante utopia…

  2. Con amarezza scrivo che mia sorella, laureata in psicologia, dopo aver fatto la specialistica si ritrova a Cremona, in una comunità, che a causa di mancati fondi versati da parte della regione non le paga nemmeno il notturno: lavora per mantenersi la casa e vede la sua famiglia 2 volte all’anno.
    Poi qualche puttana fa un bel pompino al presidente del consiglio e si ritrova ministro di stocazzo🙂
    scusatemi per lo sfogo, betty parla di rivoluzione e io le do tutto il mio appoggio.

  3. Caro Marco, ti dò pieno appoggio, soprattutto alla tua “precaria” sorella.
    Quando facevo ricerca in un reparto chirurgico, lavoravo e andavo in sala operatoria SENZA contratto, ovvero: crepi tu? muore il paziente? tu NON DOVEVI essere lì. No copertura assicurativa, no protezione, no medicina del lavoro, nulla.
    Poi, per un contratto determinato di un anno, mi sono trovata a fare turni di 24 ore consecutive, ore in cui la stanchezza può portarti ad errori che si pagano con la vita.
    Ok, sei giovane, poi ti ci abitui abbastanza… ma è normale tutto ciò?
    Non penso. E ogni giorno che passa la mignottocrazia peggiora.
    Citando un grande “medico”: “Hasta la revolucion siempre!”🙂
    Un saluto
    BB

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