Novità della stagione 2011 di F1

A meno di un mese dall’inizio del mondiale, la F1 scalda i motori nei test collettivi invernali. Ma un pensiero doveroso va al terribile incidente del pilota Renault Robert Kubica, occorso il 6 febbraio nel rally di Andora (Italia).  Il ragazzo ha rischiato seriamente la carriera: solo grazie all’abilità dei medici, Kubica non ha riportato danni permanenti e sta reagendo ottimamente ai gravi traumi.  La preoccupazione già ricade nei tempi di recupero. La mano destra, completamente spappolata dalla lama affilata del guard rail penetrata nell’abitacolo, è stata miracolosamente ricostruita, l’amputazione così scongiurata. Il pilota a soli pochi giorni dall’intervento  ha già compiuto addirittura elementari movimenti e si alimenta autonomamente. Il sostituto del polacco sarà il tedesco Nick Heidfeld, ex compagno di squadra di Kubica in Bmw, che  l’anno scorso è stato test driver per Pirelli e poi pilota Sauber a stagione iniziata. Nei test di pre-campionato ha soffiato il posto al terzo pilota Renault Bruno Senna.
Kubica sarà quindi out per buona parte del campionato o addirittura lo salterà per intero. Briatore, l’ex team manager in visita al suo capezzale,  ha detto che ritornerà prima di fine stagione; i medici prudenzialmente sostengono che Kubica salterà quest’anno di gare, per poter guarire completamente. La mia personale scommessa, nonché augurio, è che lo rivedremo a fine agosto al volante di una F1. Qui di seguito la shockante ricostruzione al computer dell’incidente.

Ford vs Ferrari

La disputa per il marchio “F-150”  tra Ford e Ferrari non è stata di buon auspicio per la rossa. La dicitura è stata adottata (in buona fede) dal “cavallino rampante” per un evento eccezionale: i 150 anni dell’unità d’Italia, a difesa dell’Italia che ancora vince nel mondo. Tuttavia la Ford, che produce gli “F-150”, pick-up di successo in America, ha contestato il plagio del marchio da parte della Ferrari minacciandole causa. A Maranello si è repentinamente tramutato il nome della vettura in “F150th”. La nota di risposta alla Ford:

“Quest’anno è stato deciso di dedicarla ad un anniversario particolarmente significativo come il 150esimo dell’Unità di Italia, la cui importanza ha indotto il nostro Governo a proclamare, solo per quest’ anno, una festività nazionale. Per questi motivi la Ferrari ritiene che non si possa confondere la propria monoposto del prossimo campionato di F1 con un qualsiasi veicolo di tipo commerciale ovvero pensare che vi sia un legame ad altro marchio di veicolo stradale e risulta pertanto davvero difficile comprendere quanto espresso dalla Ford. Detto questo, a ulteriore riprova della buona fede e della correttezza dell’operato della Ferrari, è stato deciso di eliminare e far eliminare in ogni sede la denominazione abbreviata e di utilizzare sempre quella completa di Ferrari F150th Italia”.

Come ha fatto notare la stessa dichiarazione ufficiale, è molto probabile che sia stata una boutade mediatica di Ford per meschini fini pubblicitari.

Le novità

Passando al lato più squisitamente tecnico della F1, c’è da dire che la Fia anche quest’anno introduce vincoli e innovazioni volte a favorire l’agonismo in pista. L’ultima gara ad Abu Dhabi della scorsa stagione ha chiuso un campionato apertissimo nel peggiore dei modi: zero sorpassi in pista. Alonso ha pagato dazio rimanendo imbottigliato nel traffico, perdendo così il titolo mondiale che dalle qualifiche sembrava in tasca.

Il settore su cui la Fia è pesantemente intervenuta è quello dell’aereodinamica delle monoposto. Maggiore è il carico aereodinamico, maggiori le turbolenze per le vetture che seguono in scia, con la difficoltà di rimanervi soprattutto in curva. Sono aboliti:

– il doppio diffusore , l’ estrattore inventato da Ross Brawn due anni fa, che crea più deportanza in prossimità degli scarichi e quindi maggior effetto suolo

– l’F-duct, l’innovazione della McLaren nel 2010, che stallava l’ala posteriore in rettilineo a favore della velocità di punta.

Le principali novità di quest’anno sono:

– l’ala mobile posteriore. Un flap dell’alettone posteriore ora può inclinarsi per opporre minore resistenza all’aria e quindi maggiore velocità. Mentre per la qualifica non ci sono limitazioni per il suo uso, in gara invece l’impiego è tutto da decifrare, merito anche di un quadro regolamentare poco felice già in partenza. Infatti in gara il pilota che segue una vettura a (massimo) un secondo di distacco in rettilineo potrà azionare, previo segnale di avviso, questo dispositivo, ma non prima di 600 metri dal punto di frenata. Una striscia di vernice sul tracciato stabilirà il punto da cui si potrà utilizzare. Questi vincoli sono dovuti per non banalizzare il sorpasso, rendendolo troppo semplice. Forse non era meglio abolire del tutto o quasi l’ala posteriore?

–  il ritorno al KERS, introdotto già nel 2009, ora ufficialmente adottato da tutte le scuderie. Il dispositivo consiste nel recupero dell’energia cinetica in frenata, che carica un motorino elettrico. Questo, se azionato, sovralimenta il motore per una spinta di potenza. Utile per attaccare ma anche per difendersi dai tentativi di sorpasso

– il nuovo fornitore di gomme Pirelli ha avuto dalla Fia precise indicazioni. Gli pneumatici devono durare di meno rispetto alle vecchie Bridgestone. Ovvio che piloti dallo stile di guida “morbido” ne trarrano benefici. Inoltre il set di gomme disponibili per il week-end di gara si riduce ulteriormente da 14 a 11.

– il cambio dovrà durare cinque gare, una in più rispetto l’anno scorso.

Ulteriori novità sono:

– l’abolizione degli ordini di scuderia. Il gioco di squadra è sempre esistito, giusto eliminare questa ipocrita limitazione

– reintrodotta la regola del 107%: i piloti che avranno un tempo superiore al 107% rispetto alla pole fatta in Q1 non parteciperanno alla gara, salvo diversa indicazione dei commissari di gara. É una tagliola per i team più lenti.

Il nuovo Gp dell’anno sarà quello che si disputerà in India a fine ottobre. Nel 2011 il campionato sarà di 20 gare, un nuovo record nella storia della F1.

Il team da battere, da queste prime, se pur vaghe, indicazioni dei test, è ancora la Red Bull.  Ferrari proverà a fare meglio dell’anno scorso, soprattutto Felipe Massa che è sorvegliato speciale. Occhio alle novità di McLaren e Renault: i loro tubi di scarico “anteriori”. in prossimità delle pance, rappreentano una novità tecnica senz’altro interessante. Con il flusso anteriore dei tubi di scarico, aumenta la deportanza, quindi maggior carico aereodinamico: una soluzione estrema che molti team potrebbero copiare nell’arco della stagione.

(pre)Cari Amici #2 – L'artigiano elettricista

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La seconda puntata di (pre)Cari Amici è scritta da Giorgio Masala, elettricista artigiano, che affronta tutti i giorni le difficoltà dell’attività in proprio. Da questo lo spunto su quelle che secondo lui dovrebbero essere le modifiche importanti nel mondo del lavoro, in un sistema capitalistico basato sul debito che sta portando tutti verso il precariato e la povertà.

Non dimenticate di raccontarci anche la vostra storia di precariato; basta cliccare sul banner qui a lato ed inviarci il vostro racconto.

La Redazione di Camminando Scalzi

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Io sono un artigiano elettricista precario e pago le tasse. Ogni giorno devo avere la fortuna di trovare qualcuno che mi chiami a lavorare, perdo ore e ore a fare preventivi e gestire la contabilità, e molte volte vedo dire no ai preventivi, perché il mercato è saturo di precari che non pagano le tasse che fanno lavori al posto mio. Questo non per dire che è colpa solo di chi non paga le tasse se l’economia sta andando male; sarebbe giusto che tutti le pagassero, in un sistema equo, dove il governo che ci comanda economicamente non si appropri del 90 % e sia leale (come quello europeo, anche perché possiamo stracciarla la Costituzione italiana dopo il Trattato di Lisbona e l’incarico di stampare la moneta dato alla banca centrale Bankitalia, che è una banca privata dove la moneta è privata e della BCE).

Ormai da tempo anche guardando vecchi programmi TV trapela la realtà a cui stavamo andando incontro: entrare nella comunità Europea è una truffa. D’accordo con l’amore mondiale tra i popoli, ma non con le economie detenute da pochi. Sei banche centrali nel pianeta gestiscono l’emissione di moneta, e vedrete che saranno ridotte ancora, per incentrare il potere in mano di pochi. Mi fanno ridere le frasi “il lavoro rende liberi” oppure “la costituzione italiana è fondata sul lavoro”… Aumenta sempre di più la mentalità capitalistica della difesa dei diritti del lavoratore non perché uomo, ma perché macchina lavoratrice. Io cambierei questi slogan in “Il lavoro serve a pagare i debiti e rende libero dai debiti, ma devi lavorare di più”.

La gente lotta tanto per avere un lavoro, ma non per quella esigenza che dovrebbe essere la creatività, la passione, la crescita personale, ma perché carico di debiti. In Italia abbiamo un debito pubblico del 120%, che non risaneremo mai. Debito pubblico che quasi non dovrebbe esistere, se lo stato stampasse moneta e la bilanciasse tra deflazione e inflazione. Senza contare che la moneta gira intorno ai prestiti, che ti dicono sono fissi, ma che poi in realtà non lo sono mai, dato che dipendono dal debito statale della banca centrale, dove addirittura quella moneta è già diventata “virtuale”.

Essendo oggi le fabbriche quasi totalmente meccanizzate, non serve più tutta la manodopera che serviva una volta, quindi per risolvere il problema basterebbe far lavorare un po’ tutti, per meno ore, lasciando il resto della giornata per vivere la vita e permettere di fare qualcosa di creativo. Invece le ore di lavoro continuano ad aumentare, e la mamma o il papà  non restano più a casa con i propri i figli. La domanda è: perché dobbiamo lavorare cosi tanto? Badate bene che non si tratta di una frase da parassita. Vedo su youtube filmati che eleggono a Eroe l’operaio che lavora dodice ore al giorno per sfamare i propri figli… Ahimé, non è affatto così. Non è bello lavorare e lavorare e lavorare ancora e neanche così riuscire a pagare l’affitto, la corrente, il cibo, le tasse… Quell’operaio è uno schiavo, e come lui tutti noi, se non riusciamo a trovare le giuste informazioni per fare scelte nella nostra vita. Quell’operaio continua imperterrito a prendersela con il suo datore di lavoro, il quale se la prende con l’operaio, senza capire che entrambi sono sulla stessa barca.

Ma basta osservare gli immigrati cinesi nelle nostre città per capire su cosa si sta spostando l’economia. Ditemi se quello è vivere, rinchiusi in un gretto circolo di lavoro privo di emozione e libertà mentale. Grazie Capitalismo! Il Capitalismo è un sistema meraviglioso! Ok, qualche miliardo di persone non ha niente, però pensate a tutta la gente che ha tanto! Non preoccupatevi se i cinesi lavorano per 50 centesimi al giorno, sono cinesi… Chi se ne frega, sono un miliardo! E intanto nel terzo mondo non mangiano, e ancora si muore per diarrea. Lo so che c’è gente disperata che ha perso il lavoro, e che ha figli e debiti fino al collo, qua in italia, ma a quanti possiamo trovare un lavoro e risolvere questo problema se non cambia radicalmente l’economia, e se non si punta ai piani alti invece che al pettegolezzo televisivo dell’operaio che ripete continuamente le solite frasi. Prendiamocela con la vera causa.

Smettiamo di girare attorno a un circolo vizioso come formiche, e questo vale anche per gli altri paesi… Guardiamo il percorso che ha fatto l’America per esempio. Uno: istituzione della banca privata centrale; Due: aumento del debito pubblico; Tre: privatizzazione di tutti i servizi per ovviare al debito pubblico; Quattro: chi ha soldi vive, chi no si arrangia; e chi vive,vive lavorando, schiavo e disinformato. Era un appunto per dire: lottate per la vita, e non per il lavoro. Non pretendete troppi beni dal vostro lavoro: le cose ti posseggono e poi, più ne hai e più dovrai lavorare per mantenerle. Specializzatevi ma non troppo, siate elastici: i tempi cambiano e i lavori finiscono e potreste essere licenziati e dover cambiare mansione! O cambiamo radicalmente o rincorreremo battaglie e lamentele perse, che sono ricorrenti nella storia, e questa volta se cadiamo sarà difficile rialzarci.

alieNazione: la minchiocrazia.

15 dicembre 1992: tangentopoli investe ufficialmente Bettino Craxi, con il primo avviso di garanzia emesso dalla procura di Milano.

29 aprile 1993: Craxi si presenta alla Camera dei deputati dichiarandosi in sostanza né più né meno colpevole di tutti gli altri. Le tangenti erano le fondamenta dell’intero sistema partitico, necessarie per le loro attività. La Camera nega l’autorizzazione a procedere.

30 aprile 1993: si tengono diversi cortei in tutta Italia per manifestare il dissenso e la riprovazione per la decisione della Camera. Pds, Msi e Lega nord i partiti dietro le proteste.  In coincidenza della fine del comizio del Pds a piazza Navona, una folla cominciò a confluire verso l’Hotel Raphael, residenza romana di Craxi. Egli uscendo dall’albergo, fu colpito da un fitto lancio di oggetti e di monetine, bersagliato di insulti e canti di sberleffo. Fu costretto a una vera e propria fuga.

18 maggio 1994:  Craxi , non essendo più parlamentare ed esposto al rischio di essere arrestato, fugge in Tunisia, a Hammamet. Ivi morirà il 19 gennaio di sei anni dopo.

Da quell’anno Berlusconi sale al governo a più riprese fino a oggi.  Caso unico nelle democrazie occidentali, un imprenditore titolare di tv, case editrici, giornali, negozi ottiene numerosi successi politici. Alla base dei suoi trionfi è la trasformazione della nostra società,  una società di consumatori teledipendenti. L’Italia è alimentata da continue divisioni culturali e politiche, che è capace di mettere da parte “all’italiana”, ad esempio per le partite di calcio. Ma soprattutto è il conformismo al pensiero liberista il filo conduttore che va da Nord a Sud. La mercificazione, essenza intellettuale, pietrifica qualsiasi cosa in denaro: paradossalmente anche l’aria che respiriamo ha un peso specifico economico, quando andiamo a comprare un’auto o un frigorifero.

Non ci deve meravigliare che il nostro paese, paese della moda, segua a sua volta una moda del momento. Il berlusconismo è una moda di massa da tanti anni, un po’ in crisi adesso che  la pressione dell’onta mondiale è palpabile. L’anti-berlusconismo è l’anti-moda più in auge del momento: si può sostenere che il no-b-day abbia segnato la linea di partenza. E ancora gli scandali di Berlusconi (e quindi egli stesso) sono gl’input alla manifestazione delle donne di domenica scorsa. Perché è vero che improvvisamente le donne si sono risvegliate dal sonno di decenni di malcostume italiano. La mercificazione della donna – le attuali e inquietanti parole di Sara Tommasi “sono imprenditrice di me stessa” inducono a una seria presa di coscienza –  non la scopriamo ora con Berlusconi, care donne. Questa ipocrisia di fondo è intollerabile. Avete concesso per anni e anni  a donne di posare nude in calendari, per soldi. La carnalità ha prevalso sulla spiritualità: non c’è più il necessario equilibrio per una vita di convivenza civile. Non c’è più fantasia, né talento, né pudore: per entrare nel mondo dello spettacolo non avete gridato, ma molto spesso chinato la testa… La pratica se è diffusa lo è proprio per questo. Dallo spettacolo, ad altri lavori: non mi meraviglierei neppure per un posticino da precario. Perché avete lasciato che i vostri corpi si piegassero alle logiche dell’opportunismo? Perché il culo di Ruby è diventato un oggetto? I calendari, gli spot, le foto e il “sex for success”  non vi hanno mai indignato in questi lunghissimi anni di berlusconismo? Non bisogna cercare un capro espiatorio, poiché in tal modo i fatti passano in oblio e ciò che è riemerso a galla, viene sommerso nel silenzio. Dopo Craxi, il “martire” di tangentopoli, si è continuato a rubare, e anche di più.

Ciò che svilisce il tema delicato delle donne è l’assenza di un dibattito serio. Non si può affrontare a colpi di foto e slogan un argomento così importante:  il riferimento è esplicito alle “minkioiniziative“* di Repubblica. Basta una posa, possibilmente artistica in bianco e nero o seppia, con uno slogan ridicolo, e  la protesta è servita. È o non è un meschino oltraggio all’intelligenza di voi donne? Il successo della manifestazione si spiega in parte con questa moda delle foto: le gallery di protesta – ah ah! – sono numerose, e su Facebook, in quella bella giornata di domenica di sole non mancano foto delle manifestazioni di volti sorridenti, festanti e, ancora una volta, in bella posa. A chi fate paura con “People have the power”?

Temi altrettanto importanti come il precariato non fanno moda nei salotti chic della sinistra. Ecco, perché non si fanno manifestazioni in tal senso? Il povero precario è triste, non fa una moda di tendenza e fa comodo anche alla sinistra. La fenomenologia del popolo viola e della protesta delle donne sono quindi propri di un conformismo speculare al berlusconismo: ossia di idee vuote del populismo, privi di essenza sostanziale. Berlusconi chissà se cadrà, ma noi poveri italiani siamo sottoposti allo sberleffo di tutto il mondo. Indelebile. Ma le minkiate*, si sa, vanno di moda e fanno successo.

*minkiocrazia, minkioiniziative: la “k” è ormai un fattore estetico-ortografico ben conosciuto e, per quanto osceno e deprimente, rende bene l’idea di una cultura e di una generazione. Nel nostro utilizzo, lo intendiamo derivante dal neologismo “bimbominkia”.

Benigni e il Risorgimento

È stato sicuramente l’evento mediatico di questo Sanremo. Come ormai da tradizione, l’arrivo di un Benigni che ammutolisce le platee, che porta tutti davanti al teleschermo (o su internet, per chi come me TV non ne guarda) e tiene con il fiato sospeso c’è stato anche quest’anno. In una kermesse che ormai non ha più nulla da dire da qualche tempo, rimasta ancorata alle tradizioni musicali più becere della storia italiana, diventata ormai unicamente una gigantesca vetrina per vendere quattro dischi in più, arriva il “momento culturale” che tanti aspettavano.

Ormai Benigni quando arriva in TV è un po’ visto come il re Mida della situazione; è una specie di Presidente della Repubblica con il suo discorso di fine anno (e i suoi sono pure più incisivi a dirla tutta). Ieri si è presentato sul palco di Sanremo entrando su un cavallo con un tricolore in mano. L’occasione dell’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia è stata l’ispirazione di tutto il suo monologo, che pure ha lasciato spazio a qualche pizzicata politica (seppur molto misurata, bisogna dirlo).

Ci ha raccontato come si è unita l’Italia, attraverso il ripercorrere dell’inno scritto da Goffredo Mameli, quella marcetta che oggi viene cantata a squarciagola e con onore soltanto quando c’è la nazionale di calcio ai mondiali o agli europei. E in questo bisogna dare merito a Roberto, perché è riuscito a riportare il nostro inno a una dimensione più alta, a ridargli l’identità che giustamente meritava, semplicemente raccontandocelo.

Tutti in sala stupiti, tutti a casa a bocca aperta “è un grande”, applausi a non finire, prevedibile standing ovation finale del pubblico di cariatidi di Sanremo, che vedeva anche un sorridente Ministro La Russa in prima fila insieme all’uomo dalla telefonata facile Masi. Benigni unisce tutti: destra, sinistra, popolino, tutti riuniti nella platea della manifestazione nazional-popolare che unisce e ri-unisce il popolo italiano. Stranamente nessuno si indigna, nessuno se la prende mai con Benigni. Per carità, non vorrei assolutamente criticare la sua performance… Ce ne fossero di trasmissioni che ci raccontano la nostra storia così! Ma il problema è che nella nostra TV sono eventi così rari che, per l’appunto, diventano “eventi”, serate memorabili.

Eppure non ho potuto fare a meno di pensare che quella storia che ci ha raccontato in maniera tanto appassionata, la nostra storia, che ci ha tanto coinvolto, che ha fatto commuovere mezza Italia, che ci ha raccontato l’onore della nascita di una nazione che oggi è ridotta a una bagnarola alla deriva, è una storia che dovremmo conoscere tutti. Pensateci, ce la insegnano sin dalle scuole medie. Eppure in questi giorni di festeggiamento per l’Unità d’Italia per sentirci un po’ più cittadini ed uniti dobbiamo aspettare che Roberto Benigni vada a Sanremo. E questo mi ha fatto un po’ tristezza. Ribadisco, senza nulla togliere al grande artista che è Benigni.

Ha fatto risvegliare per una mezz’ora i sentimenti patriottici che risiedono in un popolo che è sempre stato diviso, che ha visto nella definizione del problema nord-sud la questione che ha percorso tutta la nostra storia, che lascia la sua eredità sino a oggi. Un problema irrisolto, il sintomo di un’Unità tanto nobile sulla carta un secolo e mezzo fa quanto labile e per niente scontata oggi. Ci sono state polemiche persino per i festeggiamenti di questo centocinquantenario, per dire. Eppure ieri sera eravamo tutti Italiani, con la I maiuscola, tutti a bocca aperta ad applaudire Benigni, tutti quanti un popolo unito, commosso, orgoglioso del suo dantesco tricolore, orgoglioso dei suoi eroi (e anche qui poi ci sarebbe tutta una discussione da fare su quanto abbia fatto bene l’unione, visto che tutta la parte economica della vicenda è stata tralasciata, ieri sera), ammirato per questi ventenni – come li ha definiti lo stesso Benigni – così pieni di energia che sono morti per un ideale. Eravamo tutti uniti.

Ma per mezz’ora. Dopodiché siamo tornati punto e a capo, non è cambiato niente. Il popolo italiano tra un giorno non si ricorderà più di quel sentimento; sentirà ancora dire “Roma ladrona” senza batter ciglio, sentirà ancora la gente del Sud odiare quella del Nord e viceversa, vedrà il nostro tricolore disonorato, vedrà la nostra identità ancora calpestata da scandali che disonorano il nostro Paese agli occhi di tutto il mondo senza dire niente.

Ieri sera ho visto un grande momento di storia italiana, la nascita della nostra nazione, raccontata da un grande artista. Ma non mi resta altro che un’amarezza di fondo di fronte all’ipocrisia di un Paese che ha bisogno di mezz’ora di Sanremo per sentirsi unito.

Mr.Bungle: rapsodia in rock.

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Il post di oggi è scritto da Sanodimente, alla sua prima collaborazione con la blogzine. [/stextbox]

Recensire i Mr.Bungle non è certo impresa facile, se non altro per l’evidente impossibilità di inserire la band californiana in un qualsiasi filone artistico, oltre che per la complessità compositiva e sonora che ne distingue la breve ma brillante produzione. In estrema sintesi possiamo dire che i Bungle rappresentano il crossover più radicale, quello che fa della contaminazione totale non un veicolo, ma il traguardo vero e proprio della propria estetica musicale. Ma attenzione, per quanto a un primo ascolto quello del quintetto californiano possa sembrare un esercizio di tecnica fine a sé stesso, quasi a dire “guardate, possiamo suonare quello che vogliamo e come lo vogliamo”, in realtà la musica dei Mr. Bungle non è quasi mai autoreferenziale. Piuttosto si può dire che il gruppo, capitanato dall’allora adolescente Mike Patton, abbia voluto raccogliere e cucire insieme le tradizioni musicali più disparate e tra loro eterogenee, pescando a mani basse dall’hardcore e dal rock ma anche da Ennio Morricone, dal jazz e dal funk, per crearne un’amalgama anticonvenzionale, coinvolgente, un’esperienza sonora trascinante a cui non si può che riconoscere il merito di riuscire a riassumere in una manciata di brani l’intensa ed estremamente ramificata fecondità musicale del secolo scorso.

Formatisi nella metà degli anni ’80 ad opera del frontman Mike Patton (che proprio grazie alle doti canore mostrate nelle prime performance del gruppo verrà notato dai Faith No More e invitato a sostituire il dimissionario Chuck Mosley alle voci, raggiungendo così il successo del grande pubblico) insieme al chitarrista Trey Spruance, al bassista Trevor Dunn, al batterista Danny Heifetz, e a Clinton “Bär” McKinnon al sassofono e al vibrafono, i Mr. Bungle hanno registrato in studio tre album tra il 1991 e il 1999 (Mr. Bungle – 1991, Disco Volante – 1995, California – 1999), prima di interrompere la loro carriera nel 2004, peraltro dopo continui cambiamenti di formazione e senza che ciò fosse mai annunciato ufficialmente. I Mr. Bungle non hanno mai sperimentato un significativo successo commerciale durante i loro anni di attività e hanno pubblicato solo due video musicali. Tuttavia, con il passare del tempo sono riusciti a raggiungere una certa popolarità a livello internazionale, pur rimanendo sostanzialmente una band di nicchia.

Come già accennato risulta praticamente impossibile, e probabilmente inutile, cercare di inquadrare  i Mr. Bungle all’interno di un genere definito, in quanto il tratto caratteristico della loro musica è proprio una mescolanza ossessiva ed estremamente articolata dei più svariati generi. Sempre in bilico tra una cacofonica apologia del nonsense e la ricerca di soluzioni squisitamente melodiche, i Bungle riescono a intrecciare chitarre muscolose, ritmiche e fiati funk, campionature techno, passaggi dal sapore decisamente jazz, soul, classica e metal in una miscela musicale che, pur sfuggendo a superflue quanto forzate definizioni di stile, inevitabilmente trasuda genio. E il tutto, nella maggior parte dei casi, all’interno del singolo brano.
Continui cambi di tempo e di regime sonoro si alternano in composizioni a volte frenetiche, a volte liriche. La voce poliedrica di Patton passa con sbalorditiva disinvoltura dal falsetto, al growl più brutale, dal rap al crooner sussurrato a denti stretti, rivelando una capacità tecnica sopra le righe. Strumenti (tutti quelli che vi vengono in mente) e noise si fondono in modo perfetto in quello che sembra un delirio sì, ma un delirio ordinato in cui nulla è lasciato al caso. Si ha come l’impressione, ascoltando brani come Quote Unquote, Ars Moriendi o Ma Meeshka Mow Skwoz, che la band voglia prendersi gioco delle tematiche musicali che sfrutta nei propri pezzi, dissacrandone le regole ritmiche, destrutturandone  completamente il contenuto, inserendo testi spesso al limite dell’assurdo e non di rado difficilmente comprensibili. Mentre un pezzo come Girls of Porn ricorda in modo palese le sonorità glam e funk metal di band come gli Extreme o i primi Red Hot Chili Peppers, la suite Egg è qualcosa a metà tra la pura psichedelia e un jazz sperimentale raffinatissimo, mentre in un brano disturbato come Violenza Domestica ritroviamo tematiche e strumenti tipicamente italiani in altri, assai più melodici e davvero stupendi, come Retrovertigo o Vanity Fair, scorgiamo tracce del pop e del rock che poi caratterizzeranno i Faith No More e i Soundgarden. Insomma un grande calderone musicale multisfaccettato e in cui si mescolano tutti, ma proprio tutti, i generi, ma in modo mai banale e sempre con uno stile inconfondibile.

Se perciò ad un prima lettura prevale il caos, via via che si presta l’orecchio, che si sentono e risentono i dischi, quella sensazione di inorganica confusione viene sostituita dalla percezione che si tratti di qualcosa di ben più elevato, certamente di complesso e non immediato, in cui oltre all’esasperato tecnicismo si riconoscono chiaramente il profondo senso armonico, un’efficacia compositiva in grado di creare atmosfere e sensazioni di un’intensità stupefacente e, in definitiva, la volontà e la capacità di fare musica, quale essa sia, di altissimo livello.

Passando brevemente al trittico che compone la produzione dei Bungle: per quanto si debba riconoscere che l’album omonimo di esordio probabilmente rimanga il capolavoro della band, nonché il più rappresentativo, California – il loro ultimo LP – è sicuramente un disco di maggiore maturità e completezza artistica, per la scelta dei brani, delle strutture musicali e per l’utilizzo dei suoni. Disco Volante rimane invece un discorso a sé: più oscuro ed ermetico degli altri due non riesce ad avere né lo stesso impatto emotivo né la medesima personalità, rischiando di risultare troppo complesso anche per un ascoltatore attento e preparato.

In definitiva mi sento di consigliare vivamente l’ascolto dei Mr. Bungle, ma con un’avvertenza: non è musica per tutti. Se amate i Coldplay e Gigi d’Alessio lasciate perdere, non fa semplicemente per voi. A tutti quelli che invece si vogliano cimentare nella scoperta di una band a mio avviso tra le più audaci, talentuose e originali dello scorso millennio, consiglio di non fermarsi alle apparenze e di andare a fondo; la musica di Mike Patton e soci vi si rivelerà poco a poco e solo quando ne avrete assaporato anche le più minuscole sfumature, allora non potrete non comprenderne la portata e l’assoluta eccezionalità.

On the road: se l’amicizia passa per la fuga

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi.it

Vi presentiamo oggi Elena Magro, mantovana di nascita, bolognese per studi, milanese per lavoro. Laureata in Scienze Politiche e specializzata in Sociologia, si diletta come giornalista e web editor per i portali on line di una piccola casa editrice di Milano. Ama il caffè, il tramonto, il profumo delle lenzuola pulite, la pelle abbronzata e il mordersi le labbra. E naturalmente il cinema e i libri. Buona lettura a tutti![/stextbox]

Non ho dubbi quando mi chiedono che film preferisco vedere. Italiano, senza indugi.

Il motivo? Lasciarmi trasportare dalla descrizione tutta provinciale e così realistica della commedia o del dramma d’autore.

Tra le ultime (re)visioni Amici Miei e Marrakech Express. Uguali e diversi ma indubbiamente due spaccati sociologici precisi. Il tema unificante e magico è quello del viaggio, inteso come percorso di vita. Il primo film è la storia di quattro amici vitelloni cinquantenni, che poi diventano cinque, che coltivano l’antico gusto toscano delle burle ora estrose, ora crudeli. Li tiene insieme la voglia di giocare e di non prendere nulla sul serio, nemmeno sé stessi. Un nobilastro, un primario, un barista, un architetto e un giornalista, ingannano la vita, ma soprattutto la morte (a volte fallendo), ideando “supercazzole e zingarate”: scherzacci bischeri ai danni del prossimo e della reciproca quiete famigliare. Regia di Mario Monicelli.

Il secondo racconta la storia di un gruppo di amici che, pur non vedendosi ormai da quasi dieci anni, decide di compiere un viaggio che li porterà in Marocco allo scopo di liberare un altro membro della vecchia compagnia incarcerato per possesso di droga. La vicenda darà modo ai protagonisti di ritrovare rapporti che negli anni si erano appannati. In Marrakech Express il calcetto nel deserto celebra il potere universale di una partita e del clima da spogliatoio. Regia di Gabriele Salvatores.

Chi consolida l’amicizia nel tempo e chi la ritrova. Perché a volte si ha solo bisogno di partire, per esplodere in un “erano aaanni che non mi divertivo così”. Offre il pretesto per peripezie spesso comiche, a volte tragiche, in qualche momento persino epiche. L’amicizia e l’avventura permettono la fuga verso l’utopia, conditi dal gusto di parole a volte sussurrate e spesso gridate, di sguardi d’intesa e complicità tipicamente e dannatamente maschili. Il road movie non perde il fascino del racconto di rievocazione ed evoluzione. Un bene culturale, un omaggio alla memoria collettiva. Queste pellicole made in Italy trasportano il corpo e la mente. Si vaga tra ricordi suggestivi e in una dimensione che concilia locale e globale. Ecco perché, in un vecchio cinema o sul comodo divano di casa, questi film mantengono generazione dopo generazione lo stesso messaggio: l’amicizia passa per la fuga.

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[stextbox id=”alert” caption=”Siti amici”]Ricordiamo a tutti l’esistenza del “Cinesemaforo”, un blog di recensioni superveloci (solo tre colori -i semafori- e tre righe per film), che vi tornerà molto utile quando vorrete scegliere un film da prendere in videoteca o vederlo al cinema. Non sapete cosa scegliere? Vi aiuta il Cinesemaforo![/stextbox]

La dignità scende in piazza

Se non ora quando? È l’unica domanda che viene da porsi in un momento come questo. Ed è proprio per tale motivo che domenica 13 febbraio oltre 230 piazze italiane si sono riempite di donne e uomini uniti dal bisogno di rivendicare la dignità del genere femminile e dire basta a qualunque forma di discriminazione e sfruttamento.

Dire basta a una rappresentanza politica maledettamente sbilanciata a favore del mondo maschile, e dove il mondo femminile sembra troppo spesso rappresentato da ex igieniste dentali senza passione ed esperienza.

Dire basta a una rappresentazione maschilista e superficiale del genere femminile nei media, dove i culi vengono usati persino per pubblicizzare la marca di uno yogurt e una quinta di reggiseno trova più spazio dello sguardo fiero di una donna che ha qualcosa da raccontare.

Dire basta a un mondo del lavoro dove il tasso di occupazione femminile nel 2010 era uno dei più bassi fra i Paesi Ocse, e dove l’Italia precede solo il Messico e la Turchia. Le donne disoccupate superano il 50% e guadagnano mediamente il 20% in meno degli uomini, a parità di lavoro e posizione professionale. Un trend legato anche all’identificazione della figura femminile come unica responsabile del nucleo familiare, perché in Italia sembra che solo le donne maturino il desiderio di avere dei figli e solo le donne abbiano il dovere di crescerli sacrificando le proprie ambizioni professionali, come spiega “La mamma architetto” Daniela Scarpa su Camminando Scalzi il 13 febbraio.

Dire basta a quei 10 milioni e 485 mila casi di molestie sessuali sul posto di lavoro, risultanti da un’indagine indagine ISTAT pubblicata nel 2010, condotta su un campione di 24.388 donne di età tra i 14 e i 65 anni, da cui è risultato che il 51,8 per cento delle intervistate abbiano “subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato come pedinamento, esibizionismo, telefonate oscene, molestie verbali e fisiche”.

Dire basta a quel 31,9% di donne italiane che nel corso della loro vita sono state, almeno per una volta, vittime di violenza fisica o sessuale. (Dato ricavato da una indagine ISTAT del 2006, su un campione di 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni intervistate su tutto il territorio nazionale).

Dire basta a chi continua a mettere in discussione i diritti duramente conquistati nel corso della storia, come ha fatto Giuliano Ferrara, che dopo essersi fatto promotore della campagna “No aborto” nel 2008, oggi accusa i sostenitori di queste manifestazioni di dissenso di essere giacobini, neo-puritani e moralisti.

Dire basta all’europarlamentare Iva Zanicchi e alle sue assurde dichiarazioni pseudo-cattoliche sul “Gesù proteggeva le prostitute e diceva ‘chi è senza peccato scagli la prima pietra’”, come se proteggere significasse pagare settemila euro a prestazione sessuale (anche se minorenne), regalare farfalline di Swarovski e offrire incarichi pubblici a persone di dubbia competenza politica.

Dire basta a tutto questo e a coloro che hanno visto nella manifestazione del 13 febbraio solo una rivolta contro il Presidente del Consiglio e i recenti scandali che lo hanno coinvolto, perché questo movimento va ben oltre Silvio Berlusconi e il suo harem di via Olgettina: la misera rappresentazione di un sistema che oggi non possiamo più fingere che non esista.

Quanto è lontano il Milan dal Napoli? Poco…uno sputo

Il Napoli di Walter Mazzarri sta veramente volando, giocando benissimo e facendo sognare i propri tifosi. Da diciotto anni non vinceva allo stadio “Olimpico” contro la Roma, ma stavolta invece il corso della storia è cambiato. Doppietta di Cavani, uno su calcio di rigore con brivido (se avesse segnato dopo aver incocciato i due pali non sarebbe stato valido) e l’altro sfruttando al meglio un assist di Paolo Cannavaro (suona raro, ma è così). Venti gol stagionali per quello che al momento è il miglior attaccante della Serie A (che tra l’altro mentre scrivo compie gli anni, auguri). Meno tre dal Milan dunque ed uno scontro diretto (che si giocherà il ventotto febbraio allo stadio “Giuseppe Meazza” di Milano) che diventa fondamentale come nessuno avrebbe mai osato sperare alle pendici del Vesuvio. I partenopei però non avranno uno dei giocatori più importanti della propria rosa, ovvero Ezequiel Lavezzi, fermato dal giudice sportivo assieme al giallorosso Rosi per reciproche scorrettezze (si sono sputati addosso). Ora, andiamo ad analizzare quello che è successo, vedendo anche il comunicato ufficiale del giudice sportivo Tosel:

Il Giudice Sportivo, ricevuta dal Procuratore federale rituale e tempestiva segnalazione ex art. 35, 1.3, CGS (pervenuta a mezzo fax alle ore 11.43 odierne) circa la condotta tenuta al 19° del primo tempo dal calciatore Rosi Aleandro (Soc. Roma) nei confronti del calciatore Lavezzi Ezequiel Ivan (Soc. Napoli) e la condotta immediatamente successiva del calciatore Lavezzi Ezequiel Ivan (Soc. Napoli) nei confronti del calciatore Rosi Aleandro (Soc. Roma);acquisite ed esaminate le relative immagini televisive (Sky), di piena garanzia tecnica e documentale; osserva:le immagini televisive documentano che, nelle circostanze segnalate, il calciatore giallo-rosso, nel cerchio di centro campo e ben lontano dall’azione in svolgimento in altra zona del campo, si avvicinava al calciatore partenopeo, che gli volgeva parzialmente le spalle, e da una distanza di circa un metro, con palese gestualità, gli indirizzava uno sputo, che veniva immediatamente “ricambiato”. Tale duplice biasimevole gesto non veniva visto dall’Arbitro e, pertanto, nessun provvedimento disciplinare veniva adottato. A tale proposito, il Direttore di gara, su richiesta di questo Ufficio, ha dichiarato, a mezzo e-mail pervenuta alle ore 12.03 odierne, “…….non ho visto nulla e confermo inoltre che le ammonizione fatti ai calciatori Rosi e Lavezzi si riferiscono ….a delle spinte reciproche”. Le immagini acquisite non consentono di determinare con assoluta certezza in che misura ed in quale zona del corpo (presumibilmente il collo di Lavezzi ed il volto di Rosi) gli sputi abbiano effettivamente colpito il loro rispettivo destinatario, ma tale circostanza è ininfluente ai fini della valutazione disciplinare. Infatti, per costante orientamento interpretativo degli Organi di giustizia sportiva, lo sputo deve considerarsi a tutti gli effetti una “condotta violenta”, i cui estremi possono essere integrati anche se il deprecabile intento non abbia raggiunto l’ ”obiettivo”. E l’accentuata antisportività di tali condotte rende ininfluenti le motivazioni adducibili dall’uno e dall’altro dei protagonisti. Ne consegue l’ammissibilità ex art. 35, n. 1.3 CGS della “prova televisiva” e la sanzionabilità ex art. 19, n. 4 lettera b) CGS delle condotte segnalate, che, appare equo quantificare nei termini indicati nel dispositivo. P.Q.M. delibera, in relazione alla segnalazione del Procuratore federale, di sanzionare i calciatori Rosi Aleandro (Soc. Roma) e Lavezzi Ezequiel Ivan (Soc. Napoli) con la squalifica per tre giornate effettive di gara“.

Ok. Allora partiamo dalla base. Quali sono i tre requisiti per la prova televisiva.

1) Deve esserci condotta violenta (ed in questo caso ci sta, perchè lo sputo è condotta violenta).

2) Deve accadere a palla lontana (ed anche qui ci siamo).

3) Deve sfuggire alla terna arbitrale ed al quarto uomo (Anche qui ok, perchè l’arbitro ha detto di averli ammoniti per essersi spintonati).

Ma allora cosa c’è che non va?

Semplice. A parte il fatto che una provocazione bisogna punirla sempre maggiormente rispetto alla reazione e che Rosi andava punito più severamente, il Napoli si aggrappa proprio alle immagini. Ho sottolineato la parte in questione nel comunicato di Tosel. Anche lui ammette che non si vede bene lo sputo di Lavezzi, visto che effettivamente la saliva nessuno riesce a vederla, ma questo non è ininfluente, anzi. Se Lavezzi avesse mimato lo sputo? Cosa sarebbe successo? E se qualcuno sembra fischiettare…può essere accusato di avere sputato? In questo caso a mio parere le immagini non sono affatto chiare e non ci si può basare su questi secondi di video per squalificare qualcuno. Precisiamo una cosa importante: anche per me Lavezzi ha sputato e bisogna squalificarlo (il numero di giornate conta poco) ma se si parte dal presupposto che qualcuno è innocente fino a che la sua colpevolezza non è provata oltre ogni ragionevole dubbio…allora qui non ci siamo.

Le migliori applicazioni online: valide alternative ai più comuni software desktop

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Tancredi Matranga è un blogger e web designer milanese, appassionato di Internet e di nuove tecnologie a 360°. Già da un po’ di anni cura TheNorbaBlog, il suo blog personale nella quale condivide quotidianamente notizie sulle migliori applicazioni online, software gratuito, grafica digitale e web design. Oltre a ciò, gestisce numerosi progetti web personali e lavora come consulente web freelance collaborando con diverse società milanesi. Benvenuto su Camminando Scalzi.[/stextbox]

Le applicazioni online, con l’evolversi del web, sono diventate sempre più diffuse e utilizzate da un grande numero di internauti.

Stiamo parlando di strumenti web-based, disponibili in rete gratuitamente, che permettono di svolgere diverse tipologie di operazioni.

Esistono applicazioni online dedicate all’editing di immagini, alla scrittura di documenti, al backup di files, all’ascolto di musica in streaming e molto altro ancora.

Alcuni di questi tool sono così efficaci e ben realizzati da poter essere considerati ottime alternative ai più comuni software desktop in commercio.

Utilizzare applicazioni online è senza dubbio vantaggioso, questi strumenti “on the cloud” non appesantiscono il sistema operativo perché funzionano senza essere installati sul computer, ma hanno unicamente bisogno di una connessione a Internet e di un browser web.

Le applicazioni web possono essere utilizzate da qualsiasi computer, con la possibilità di lavorare su un singolo documento anche da più terminali in contemporanea.

Ecco una lista delle migliori applicazioni disponibili gratuitamente online, valide alternative ai principali software desktop sul mercato.

1. Splashup

Splashup è un ottimo servizio online che consente di effettuare foto editing sul web in modo semplice e efficace, l’applicazione infatti mette a disposizione numerosi strumenti di fotoritocco.

Spashup può senza dubbio essere considerato un’alternativa al software Photoshop Elements, utile a modificare immagini al volo in caso di necessità.

2. Grooveshark

Grooveshark è un servizio online di music streaming che permette di ascoltare gratuitamente una miriade di canzoni dei generi più vari.

Si tratta di un’applicazione web davvero ben realizzata, una vera e propria web radio che consente ai suoi utenti di cercare, ascoltare, condividere e caricare musica online in maniera estremamente semplice e senza la necessità di registrazione.

3. Google Docs

Google Docs è il servizio online per eccellenza dedicato alla creazione di documenti di testo, presentazioni e fogli di calcolo.

L’applicazione web sviluppata dal colosso di Mountain View può essere considerata come una valida alternativa a programmi desktop come Microsoft Office e Open Office.

4. DropBox

DropBox è un ottimo tool per effettuare backup di dati sul web, si tratta di una comoda applicazione di online storage che mette a disposizione 2GB di spazio per archiviare i propri documenti online.

L’applicazione consente inoltre di usufruire di un software che, una volta installato, permette di salvare i propri file in rete in modo semplice e rapido all’interno di una cartella sincronizzata con il server del servizio.

5. QubeOS

QubeOS è un progetto tutto italiano lanciato di recente, si tratta di un innovativo sistema operativo cloud che può essere avviato e utilizzato direttamente sul browser.

Il servizio mette a disposizione diverse tipologie di programmi da utilizzare online: un word processor, un programma per creare presentazioni, un foglio di calcolo, un browser web, un player audio/video e altro ancora.

QubeOs è un cloud OS completamente gratuito e per essere utilizzato necessita registrazione.

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Tancredi Matranga

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

(pre)Cari Amici #1 – La mamma architetto

[stextbox id=”custom” big=”true”] Vi presentiamo oggi la nostra nuova rubrica, (pre)Cari Amici, che si occuperà di tutte le diverse forme di precariato che ci sono nella attuale società italiana. È un nuovo esperimento per Camminando Scalzi che richiede la vostra partecipazione, la vostra voce diretta. Vogliamo dare parola a tutte quelle persone che si trovano in una condizione di precariato (non per forza soltanto lavorativa), che sono costrette a combattere ogni giorno contro l’indistruttibile muro dell’incertezza del proprio futuro e dell’impossibilità di poter fare progetti a lungo termine nella propria vita. Questa rubrica nasce proprio per dare la voce al comune cittadino ogni giorno costretto a combattere per le cose che gli spetterebbero di diritto, un cittadino che vive lontano da una realtà politica arroccata nelle sue cattedrali d’ebano, lontane, lontanissime dalla realtà quotidiana. E noi riteniamo che sia importante farvi raccontare le vostre storie, sfogarvi, denunciare quello che non funziona nella nostra società. La nostra prima storia è quella di Daniela Scarpa, che ci racconta cosa significa essere contemporaneamente madre e aspirare a voler fare il proprio lavoro, quello dell’architetto. Vi auguriamo buona lettura, e vi invitamo a raccontarci la vostra storia, contattandoci cliccando sul riquadro qui a lato.

La redazione di Camminando Scalzi[/stextbox]

Sono un architetto e sono una mamma.

Lotto per poter rendere reale questa affermazione senza trovarmi costretta a precisare la triste e raccapricciante verità: ero un architetto appassionato e brillante e la mia scelta di diventare mamma mi costringe da ormai undici mesi a una pausa professionale. Dico pausa per non dire brusca fermata a tempo indeterminato, parole che meglio descrivono la mia reale situazione, ma che non amo pronunciare perché rimango un’inguaribile ottimista.

Ma cominciamo dal principio della mia storia, un racconto che potrebbe essere quello di ogni giovane donna che, come me, si affaccia armata di buoni propositi, tanti sogni e mille speranze al complicato mondo del lavoro nel nostro Paese. Vorrei poter dire di essere una precaria ma, purtroppo, non mi spetta neanche questo tanto discusso titolo. Si cerca di fare qualcosa per sanare la ferita del precariato in Italia dimenticandosi che c’è chi sta anche peggio.

Sono una libera professionista e scriverlo mi provoca ogni volta un misto di ilarità e disperazione. I giovani architetti italiani, quelli fortunati che come me hanno trovato il modo di impegnarsi in qualcosa il più possibile simile a un lavoro, spesso collaborano con studi professionali avviati, per accumulare esperienza, per seguire lavori interessanti e soprattutto per assicurarsi un fisso mensile che, anche se minimo, è senza dubbio fondamentale in un mondo che offre poche opportunità persino a chi è sul mercato da decenni. Nell’attesa di avviare la tanto bramata libera professione, la maggioranza degli architetti finisce a fare nient’altro che il dipendente per un altro architetto, sopportandone gli umori e le pretese, senza la neppur minima garanzia sociale tipica di tutti i lavori dipendenti, a tempo indeterminato o precari che siano. Quello che si instaura nel nostro campo è una collaborazione tra professionisti in possesso di partita iva; questo tipo di rapporto in genere prevede una fattura mensile di quota fissa che il professionista titolare dello studio rilascia al collaboratore esterno selezionato, in cambio del suo impegno a portare avanti uno o più progetti, senza vincoli di presenza in studio o orari fissi.

Detta così non sembrerebbe neanche poi così male. Ma soffermandosi un attimo salta agli occhi la paradossale situazione di chi, come ho fatto io per circa sette anni, trascorre le sue giornate (e nottate…) chiuso in uno studio non suo senza avere la possibilità di dedicarsi a nient’altro, guadagnando un fisso minimo che dovrebbe essere completato da introiti ottenuti da lavori personali, lavori che nella realtà non possono essere cercati né portati avanti per mancanza di tempo. Siamo di fronte a un tipo di collaborazione flessibile sulla carta, ma che nella realtà si tramuta in una sorta di schiavitù legalizzata perché scelta liberamente dal professionista che offre la sua collaborazione, se di scelta si può parlare. Sì perché l’alternativa all’accettare queste assurde condizioni è non lavorare presso gli studi di architettura, e dunque non lavorare. Neanche a dirlo, in questi rapporti professionali, anche se protratti negli anni,  non esiste alcun tipo contratto o accordo scritto. Niente trattamento di fine rapporto, niente malattia o ferie pagate, nessun tipo di assistenza. Una giungla selvaggia dove chi è più forte riesce a malapena a sopravvivere.

Come potete immaginare la situazione si complica quando una donna, a trent’anni suonati, decide che è giunta l’ora di diventare mamma; una scelta consapevole che fino a vent’anni fa era legittima e quasi scontata, ma che al giorno d’oggi è considerata pura follia. Per una giovane architetto diventare mamma significa, nella maggioranza dei casi, perdere il lavoro. Una mamma non può dedicarsi completamente alla finta collaborazione esterna e flessibile proposta dagli studi di architettura perché, nella realtà, ciò che si richiede è un impegno e una dedizione totale, ovviamente non compatibile con gli impegni di una donna che deve occuparsi dei propri figli. Diventare mamma significa smettere di guadagnare da un giorno all’altro, interrompere ogni attività professionale e ottenere, se si è fortunate, la famosa pacca sulla spalla con tanti auguri per la nuova vita. Diventare mamma significa ignorare a che cosa si va incontro, non sapere se mai qualcuno avrà di nuovo voglia di offrirti un lavoro, vivere senza avere la minima idea di che direzione prenderà la propria vita professionale; significa vivere nell’incertezza totale e accettare di essere mantenuta (scusate la bassezza del termine ma è quello che più si avvicina alla realtà delle cose) per un tempo non definito dal marito o dal compagno di turno, con l’aiuto aggiuntivo dei propri genitori felici e grati del nuovo ruolo di nonni. D’improvviso ci si sente incapaci di badare a sé stesse e al figlio in arrivo, pervase da un senso di impotenza e di delusione. Certo, dimenticavo, voi mi direte che ci sono i premi di maternità degli enti previdenziali. Avete ragione: grazie ai 4000€ lordi ricevuti dalla Cassa degli Architetti e degli Ingegneri, vivrò felice e contenta fino al compimento dei diciotto anni di mio figlio. Con una retta di circa duemila euro all’anno (che ovviamente continuo a pagare) la somma ricevuta è davvero generosa e utile.

Insomma una donna che ha lavorato con impegno e passione per tanti anni, che in molti casi ha acceso un mutuo per l’acquisto di una casa, che altre volte ha un affitto da pagare, che in ogni caso aveva una sua vita portata avanti grazie a un lavoro impegnativo e totalizzante quale è fare l’architetto, d’improvviso si ritrova senza la possibilità di sopravvivere se non accettando generosi aiuti esterni . Con l’umiliazione e la frustrazione annesse. In più la cosa peggiore è la triste scoperta che, nel nostro campo, a quegli studi così bravi a spremerti e a usarti quando sei giovane e senza pensieri, il lavoro di una mamma che ha la sola esigenza di una reale flessibilità e di orari semplicemente umani non interessa più.

Mio figlio ha undici mesi e a oggi, nonostante l’impegno quotidiano nella ricerca di un lavoro che possa sposarsi con l’essere mamma, sono a casa senza far nulla. Nessuna possibilità di collaborazioni part time. Nessuna offerta di collaborazioni interne o esterne che siano. Nessuna proposta e nessun contatto. Niente di niente.

Solo il rimpianto di non essere riuscita prima ad avviare un qualcosa che assomigliasse a una libera professione, di non esserci riuscita per l’impegno dedicato a quelle stesse persone che oggi rifiutano il mio lavoro.

Solo  tanta rabbia. La rabbia di chi ha impiegato la sua vita per cercare di costruire qualcosa di bello ed è costretto a fermarsi, a riporre tutto in un cassetto e a sperare – perché la speranza è l’unica cosa che rimane – di riaprirlo un giorno.

In un Paese che non fa altro che parlare di festini e droga, giovani donne e vecchi malati, mi chiedo se non sia ora di dedicarsi alle cose serie, tipo provare a regalare la serenità alle giovani famiglie che stanno cercando con tutte le loro forze di costruire il proprio futuro.

Daniela Scarpa