Idratati e contenti

Immaginate di trovarvi di fronte a due ristoranti, uno di fianco all’altro. Date un’occhiata al menù esposto fuori e vi accorgete che le pietanze sono più o meno simili. Quale scegliete? Io andrei in quello con più gente, credo: se uno è affollato e l’altro no, un motivo ci sarà pure, no? Entrate in quello con più clienti, la cena è di vostro gradimento e tornate a casa soddisfatti. Il giorno dopo venite a sapere che gira voce che le cucine del ristorante dove avete mangiato siano poco igieniche. Il caso vuole che la sera siate di nuovo di fronte alla stessa scelta. In quale ristorante entrate? L’altro, vero? Che ci crediate o no, tantissime persone continuano comunque a frequentare il primo, incuranti delle voci sui topi. È anche abbastanza probabile che molti di voi siano fra questi. Fino a poco tempo fa ero anch’io un avventore abituale, finché un bel giorno la mia futura moglie non ha cominciato a interessarsi dei prodotti cosmetici e per la cura del corpo. Allora abbiamo scoperto che in casa nostra entravano quasi esclusivamente schifezze. L’intento di questo articolo non è di divulgazione scientifica, per cui rimando al forum dell’Angolo di Lola e al Biodizionario per tutte le informazioni. Quello su cui mi voglio concentrare è il motivo per cui tantissime persone continuano a mangiare nel ristorante con i topi. Fondamentalmente i fattori sono due: ignoranza e pigrizia.

Cominciamo dal primo. La maggioranza dei consumatori basa le proprie scelte per gli acquisti su informazioni errate o lacunose. Quanti sono quelli che prima di comprare un sapone per le mani o uno shampoo leggono l’etichetta? Quanti sanno cosa sono quelle sostanze scritte in piccolo e che effetti hanno? Pochi, altrimenti non credo che si spalmerebbero addosso siliconi, conservanti e derivati dal petrolio. Non sto dicendo che tutto ciò che proviene dal petrolio sia negativo (non sarebbe un’informazione scientificamente corretta), ma neanche il contrario… Gran parte delle creme idratanti (sì, anche quella carissima, di una marca conosciuta, che la vostra amica adora) basano gran parte della loro efficacia sulla presenza di siliconi, soprattutto dimeticone. L’impiego domestico più comune del silicone è probabilmente quello di sigillare il box doccia. Non è molto diverso dall’effetto della portentosa crema idratante che avete comprato. Il silicone “sigilla” la vostra pelle, ostacolando l’evaporazione dell’acqua. Non avete idratato proprio un bel niente! E infatti dopo poco tempo ne spalmerete altra, poiché vi sentirete esattamente come prima, nel caso migliore. In quantità limitate non si hanno grossi effetti collaterali, ma di sicuro non fa bene. Peccato che in molti preparati il dimeticone costituisca il costituente principale. Il Cosmetic Ingredient Review ha concluso che l’uso di dimeticone nelle formulazioni cosmetiche è sicuro. Resta il fatto che esistono prodotti senza questo componente, che indispensabile non è di certo. Lascio a voi il compito di cercare le sostanze presenti nel sapone per le mani, nello shampoo, nel balsamo per capelli, nel bagnoschiuma, nel dopobarba…
Il punto è proprio questo: spesso si compra a scatola chiusa. Si parla molto, a ragione, della necessità di leggere le etichette degli alimenti, per poi ignorare completamente i componenti dei prodotti che ci applichiamo addosso. Se gran parte della colpa è senza dubbio attribuibile alla cattiva informazione in materia, il resto è dovuto alla riluttanza degli individui nel ricercare attivamente le medesime informazioni. E qui entra in gioco il secondo fattore: la pigrizia. “L”umanità non si estinguerà mica per i parabeni del sapone…” Verissimo. Allo stesso modo non si muore mica per un topo nella cucina del ristorante. Sinceramente mi sembra una banalità. Sarebbe più onesto dire che non si ha voglia di passare un paio d’ore su internet per imparare qualcosa. È incredibile la potenza del marketing, specialmente se confrontata con quella della logica. Cominciano a far mostra di sé sugli scaffali dei supermercati i prodotti “senza parabeni” o “senza siliconi”. Ovviamente contengono tutto il resto, ma grazie a queste scritte le stesse persone che il giorno prima avrebbero fatto orecchie da mercante, le comprano perché “ecco, questo è naturale”.
A casa nostra non si compra più il sapone liquido. Adesso le mani si lavano col sapone di Marsiglia. È ottimo e costa la metà. Spesso infatti i prodotti “senza” hanno un prezzo uguale o inferiore rispetto a quelli “con”, il che dovrebbe far riflettere. Perché si continua a produrre “con”, se è possibile farlo “senza”? Perché molti continuano a comprarli, ovviamente… E dato che, come sempre, il quattrino è più importante del resto, poco importa se gli effetti sono negativi. Sarà pur vero che quando si è iniziato a utilizzare certe sostanze nella formulazione dei prodotti, non se ne conoscevano gli effetti, soprattutto a lungo termine, ma ora è diverso. Non si tratta di tornare al medioevo, è semplicemente una questione razionale. È una questione simile a quella dei cibi biologici. Non è tutto oro quel che luccica, ma spesso si commette l’errore opposto. Oltre al danno la beffa, verrebbe da dire, visto che si corre anche il rischio di essere etichettati come radical chic, espressione alquanto in voga ultimamente. Di recente ho avuto una conversazione a proposito, e la conclusione è stata che l’utilizzo di prodotti contenenti sostanze potenzialmente nocive è una questione che rimanda alla coscienza personale di ognuno. Sono totalmente d’accordo. Voi li usereste sui vostri figli?

 

 

Il grande traditore (a detta dei tifosi)

Sabato alle ore 20.45 si gioca il derby di Milano. Milan contro Inter, per un match che può valere una stagione visto che le due squadre sono separate solamente da due punti in classifica. Ogni stracittadina è bella, perchè in quel momento che i tifosi tirano fuori il meglio (ed a volte purtroppo il peggio) di loro, con la tagliente ironia che solo un derby è in grado di generare. Le coreografie sono un “cult” in partite del genere, con degli sfottò che a volte sono veramente da applausi, ma che rimangono segretissime fino a qualche minuto prima. Un giornale sportivo (“Tuttosport”) ha però anticipato quella che dovrebbe essere la coreografia della curva Sud, quella degli ultrà milanisti, e che ci porta al nocciolo della questione. La suddetta coreografia dovrebbe avere proprio il tradimento di Leonardo come tema principale, verosimilmente si andrà più sull’ironia che sull’insulto (ma non sono escluse iniziative personali più pesanti) andando a toccare il “cuore” , organo molto spesso citato dall’allenatore per spiegare partite e atteggiamento in campo.

Ora, sul fatto che Leonardo abbia fatto bene o meno ad andare all’Inter se ne è parlato tantissimo. Personalmente non lo ritengo certo “colpevole”, visto che nel calcio si parla comunque di squadre-azienda (non credo che se uno passi dalla Toyota alla Honda venga etichettato come “traditore”) e soprattutto non ha infranto promesse e cose del genere, ma è comprensibile la rabbia del popolo rossonero. La cosa però ci fornisce un interessante spunto per parlare di quelli che sono considerati i grandi “traditori” del mondo pallonaro.

Lionello Manfredonia

Il popolare giornale spagnolo “Marca” ha pubblicato tempo fa una lista con i venti più grandi “tradimenti”, piazzando al primo posto Luis Figo, trasferitosi dal Barcellona al Real Madrid, ed accolto con lancio di oggetti (fra cui una testa mozzata di maiale) al suo ritorno da avversario al “Camp Nou”. C’è al secondo posto Roberto Baggio, per un “passaggio” che i tifosi fiorentini non dimenticheranno mai: dalla squadra gigliata all’odiatissima Juventus. Ce ne sono tanti altri, come Sol Campbell (dal Tottenham all’Arsenal), Romario (dal Flamengo al Fluminense) e Hugo Sanchez (dall’Atletico al Real, a Madrid ovviamente). Del nostro calcio ci sono altri due giocatori in classifica, ovvero Serena e Tardelli, ma mancano alcuni dei più recenti.

Senza scomodare Lionello Manfredonia, che causò addirittura una spaccatura nella curva della Roma e la formazione del G.A.M. (Gruppo Anti-Manfredonia) per il suo passato laziale, si possono citare i vari cambiamenti di sponda sempre in quel di Milano (Ibra e Ronaldo, mai perdonati dai nerazzurri). Ma ogni squadra ha il suo ex mai dimenticato e per questo mal digerito con un’altra casacca. Ci sarà sempre qualcuno accolto malissimo al suo ritorno allo stadio che lo ha consacrato, che verrà chiamato “ingrato”, “traditore” (ovviamente usando solo parole non volgari, eheh). Accadrà sempre. Parliamo però di una questione comunque interessante. Quindi dite la vostra: qual’è stato per voi il più grande “tradimento calcistico” della storia?

 

Immigrati: lo show

Bloccata dall’incapacità di risolvere il problema dell’immigrazione, la rappresentanza del Governo che nei giorni scorsi hanno fatto tante chiacchiere e pochi fatti si è recata oggi in quel di Lampedusa, guidata dall’Impreatore Maximo B in persona.

È stato un vero e proprio show, uno di quelli a cui ci ha abituato il miracolato e miracoloso Silvio negli scorsi anni. E così come per il problema dei rifiuti a Napoli (ancora oggi irrisolto), il copione si ripete, con l’annuncio della soluzione del problema nel giro di 48-60 ore, insieme a tutta una serie di butade pubblicitarie degne del peggior venditore di materassi in TV. Il Premier è arrivato a Lampedusa per fare quello che sa fare meglio, propaganda elettorale. D’altronde i risultati degli scorsi anni gli hanno sempre dato ragione, non ha senso cambiare il copione. E così vengono fatte le solite promesse, un piano per ri-valorizzare Lampedusa dal punto di vista turistico, sgravi fiscali (questi non mancano mai), per finire con l’annuncio della casa acquistata su Internet in nottata dal Premier in persona, cosicché possa sentirsi anche lui un “lampedusano”. Addirittura ha parlato di “premio Nobel per la pace a Lampedusa”. Incommentabile.

E gli immigrati? E i problemi di questi giorni? Quali sono le soluzioni? Chi lo sa. Vengono date indicazioni poco precise, basate soprattutto sulla strategia del rimpatrio forzato (“fora da i’ bal”, come dice Bossi) e di accordi con il nuovo governo tunisino per riaccettare in patria i clandestini fuggiti. Insomma, la strategia del nostro Governo, che finora è stata assolutamente fallace e  poco risolutiva sotto tutti i fronti, con l’Italia che insiste per essere aiutata dall’Europa, che annuncia la collaborazione di tutte le regioni italiane per aiutare l’isola di Lampedusa (finora solo la Puglia ha accolto circa mille profughi), che propone soluzioni aleatorie, si trova ad un punto morto. Senza considerare le condizioni in cui risiedono i poveri cittadini lampedusani, abbandonati al loro destino, con un’isola che non può sostenere gli arrivi di migliaia di profughi senza un’opportuno “scambio” con altri centri, magari in tutta Italia, e che si ritrovano oggi il Premier tirato a lucido che fa promesse su promesse, ma che non propone alcun fatto concreto, se non un ipotetico rimpatrio a breve di parte degli immigrati. E ora c’hanno pure un abitante in più, l’Imperatore Maximo in persona (amara ironia).

E non dimentichiamo i poveri migranti, clandestini, profughi, gente che ha sfidato il mare, che ha investito i risparmi di una vita per fuggire da una realtà che non vuole vivere, madri incinte, ragazzi di vent’anni che vogliono un futuro in una nazione libera, che si ritrovano in condizioni disumane in un centro d’accoglienza che è pieno ormai oltre cinque volte la sua capienza. È questo il massimo che l’Italia può fare? L’Italia, quello stesso popolo che subito dopo la seconda guerra mondiale emigrò in massa in tutto il mondo, quello stesso Paese che si è trovato con quattro milioni dei suoi abitanti imbarcati con l’iconica valigia di cartone legata con lo spago, nascosti nelle navi, diretti a Libery Island negli USA, alla ricerca di un futuro, di una possibilità, trattati come capi di bestiame. Cosa abbiamo imparato da questa lezione del passato? Assolutamente nulla, stiamo trattando delle persone, degli uomini e delle donne come un fastidio, qualcosa che sta invadendo e “sporcando” la nostra penisola. Nel 2011 ancora non siamo in grado di fare una politica atta all’integrazione, ad una società multiculturale, moderna, figlia di questo mondo che sta cambiando, che è già cambiato. Senza contare che tanti di questi profughi che arrivano in Italia lo fanno solo di passaggio, le loro mete sono altre, la Francia, la Germania e il resto d’Europa. Evidentemente anche loro lo sanno che qua da noi non è che si stia così tanto bene se cerchi di cambiare la tua vita e fuggire da una situazione opprimente.

È un problema complesso, che va analizzato sotto tanti punti di vista, senza sottovalutare il fattore del rischio criminalità, ma anche lo sfruttamento del mercato dell’emigrazione da parte di chissà quali organizzazioni criminali che mettono delle persone su delle bagnarole per migliaia di euro, senza garantire nulla. Se ti va bene, sarai trattato come una bestia, e verrai forse addirittura rimandato indietro. Questa è l’unica garanzia. Eppure queste persone ci provano lo stesso.

Questo dovrebbe farci capire quanto hanno bisogno di andare via dalle loro nazioni.

I problemi non si risolvono con le chiacchiere ed i proclami. Non facciamoci abbindolare.

E nel frattempo oggi a Roma si discute sul processo breve. Come dire, facciamo casino da un’altra parte, cosicché si distolga l’attenzione. Benvenuti in Italia.

Polso di Puma – The University Deception

Anni spesi a inseguire un obiettivo, giornate trascorse a immagazzinare con rigore metodico date, nomi e formule, pomeriggi in cui un raggio di sole che batte sul bianco della scrivania e sui caratteri della pagina invita a una diserzione che non è altro che inseguire la vita.

Tanti di noi hanno dedicato agli studi universitari una parte importante della loro giovinezza, compressi da un sistema che ci ha rubato tempo e spazio, impedendoci spesso di guadagnare in libertà e apertura di pensiero. Quante lezioni nozionistiche e ripetitive abbiamo dovuto seguire per ottenere le parole che cercavamo, quelle che contavano, dalla bocca di un professore illuminato, però quanto ci hanno regalato quelle parole!

L’Università resta (perfino l’Università italiana) una formidabile palestra, ci fa crescere come cittadini, forma il carattere, oltre che le competenze professionali, accresce la consapevolezza di sé.

In un Paese in cui la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 30% (dati ISTAT 2011), l’età media dei laureati specialistici è di 28 anni (dati Almalaurea 2011), circa 2-3 anni in più della media degli altri paesi europei. Quegli anni in più, quel tempo sprecato, è il tempo del nozionismo, dei pomeriggi passati a ripetere ciò che dopo non servirà più, ciò che non migliora la nostra formazione (e forse neanche la nostra memoria a breve termine).

Quei 2-3 anni in più ci rendono più stanchi e più lenti dei nostri colleghi europei, ci rendono meno pronti a cogliere le (rare) opportunità che si presentano.

In un mondo del lavoro paralizzato, e schiavo di clientele e raccomandazioni, i 2 anni persi sono il primo dazio pagato… Ne seguiranno altri: la lentezza a inserirsi, il salario più basso rispetto alla media europea, la minore possibilità di cambiare impiego.

Anni fa si cercò di ovviare a questo gap tutto italiano introducendo il sistema del “3+2”, con una laurea di primo livello e una laurea di secondo, in grado – almeno in teoria – di creare i presupposti per abbreviare il percorso formativo e inserire più velocemente i giovani nel sistema produttivo del Paese.

Cosa resta oggi di quel progetto?

Giovani che terminano il primo ciclo universitario a 23-24 anni, con lauree dai nomi spesso fantasiosi e dalla spendibilità lavorativa il più delle volte nulla. La parcellizzazione degli insegnamenti ha alimentato l’ego ipertrofico di rettori e professori, frantumando di fatto la struttura dei corsi universitari. Non ci è stata risparmiata una sola briciola di nozionismo (semplicemente suddiviso tra i due livelli), non è stato stimolato il pensiero logico, non è stata incentivata realmente la formazione sul campo, è solo cresciuto in modo irrazionale il numero degli esami da affrontare.

In una situazione così complessa si inseriscono le risposte della Politica: un ministro del Welfare che alcuni mesi fa dichiara che i giovani devono essere più umili e accettare qualsiasi tipo di lavoro per far fronte alla crisi. Parole pleonastiche, dato che da anni molti giovani si sobbarcano fatiche che non hanno niente in comune con ciò che hanno studiato per anni.

Chi è pronto, in politica, ad assumersi la responsabilità di una riforma (quella del 3+2) che ha compromesso il destino lavorativo di molti studenti?

Chi è pronto, nei vertici del mondo universitario, ad assumersi le responsabilità di aver spacciato agli studenti prospettive di lavoro fasulle ben nascoste dietro corsi di laurea dai nomi altisonanti?

Chi è pronto, tra ricercatori e professori, a diventare consapevole del grandissimo potenziale umano e sociale del proprio ruolo, rimettendo al centro lo studente e la sua formazione?

E noi… Noi saremo pronti, quando verrà il nostro turno di operare nelle stanze dei bottoni, a non dimenticare ciò a cui pensavamo nei lunghi pomeriggi da reclusi, illuminati dal sole primaverile, e ciò per cui ci battevamo quando affollavamo le aule della nostra amata/odiata Università?

gli articoli della rubrica polsodipuma sono presenti anche su www.polsodipuma.blogspot.com

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Il meglio per mia figlia

Studia per te stessa, Daniela. Studia e diventa competente in quello che scegli di fare nella tua vita. Perché solo le donne davvero in gamba riescono a farsi strada e a ottenere ciò che davvero sognano, facendo sacrifici ogni giorno”.
Questo è ciò che mi ha sempre ripetuto mia mamma, come una cantilena che mi ha accompagnato durante tutto il periodo della mia formazione, sin da quando andavo a scuola. Da donna a donna, da mamma a figlia, perché ogni mamma spera che la vita della propria figlia sia migliore della sua, più facile e bella, più ricca di soddisfazioni e meno complicata. Credo sia una cosa abbastanza normale; quale mamma non si augura il meglio per i propri figli? E quale mamma non è consapevole, per la propria esperienza personale, qualunque essa sia, che per le figlie femmine è tutto è un pochino più difficile?
Il problema di fondo nasce però dall’interpretazione di questo “meglio” che ogni mamma sogna per loro. Oggi come oggi, sembrerebbe che non tutte le mamme, come ha fatto la mia, consiglino alle proprie figlie di fare sacrifici e di rimboccarsi le maniche per affermarsi in una società che purtroppo rimane di chiaro stampo maschilista. Anzi pare che i desideri medi della mamma italiana  siano tristemente mutati e che quel “meglio” di cui si parlava prima si sia trasformato irrimediabilmente in qualcosa di inutile e poco importante, perché legato a valori che purtroppo sono quasi scomparsi. Conoscenza, competenza, cultura e impegno sono parole che ormai non hanno più la stessa importanza che avevano una volta, quantomeno non per tutti.
Perché mia figlia dovrebbe studiare e formarsi, fare sacrifici e impegnarsi ogni giorno, quando può diventare una velina? Qualche lezione di danza e una dieta le basterebbe a conquistarsi un posto – mezza nuda – sulla copertina di Max, e a trasformarsi nell’oggetto del desiderio di un calciatore ricco e famoso. Non è questo il meglio per lei?
O ancora, perché spendere soldi per far studiare danza alla mia bambina per anni e anni, sin da quando è piccola, perché aiutarla a coltivare la sua passione e il suo talento, perché insegnarle quanto è importante la disciplina, l’impegno quotidiano, il sacrificio, la forza di volontà e la tenacia, quando basta entrare ad Amici di Maria De Filippi, partecipare a tre mesi di trasmissione e uscire convinte di essersi trasformate nella Carla Fracci del XXI secolo e godere dell’opportunità di ballare ogni giorno in televisione?
Non è questo il meglio per una giovane ragazza che sogna di diventare una ballerina?
Ma, badate bene, il meglio del meglio, ciò che oggi ogni mamma pare davvero sognare per la propria figlia, è che riesca  a ottenere un posto tra le escort del Presidente del Consiglio, a partecipare alle sue feste private ad Arcore, a finire sulle copertine di tutti i giornali e in tutti i telegiornali nazionali e non solo, conquistandosi, magari, un posto come ministra o come euro deputata.
Di nuovo la solita domanda: non è questo il meglio per lei?
Niente studi particolari, niente università, nessun master. Basta solo saper sfruttare i doni di madre natura, magari migliorati con qualche piccolo intervento di chirurgia plastica e tanta palestra, fare le conoscenze giuste, lasciarsi andare e…

Sembra oramai che nessuna donna si sconvolga più di fronte a certe notizie che purtroppo sono all’ordine del giorno: ragazzine gestite da uomini vecchi e malati, feste private e prestazioni sessuali a pagamento; notizie che dovrebbero far correre ai ripari ogni genitore, storie da far accapponare la pelle,  racconti che dovrebbero far rabbrividire ogni mamma che ama la propria figlia. E invece una terrificante superficialità e un tacito assenso sembra giustificare le scelte di chi, ancora minorenne, decide di usare la sua bella presenza come appiglio per una vita migliore. Scelte che, nella maggior parte dei casi, sono sostenute ed addirittura incentivate da mamme scandalosamente concentrate sul risultato: una vita migliore per le proprie figlie. Ma a quale prezzo? E chi dovrà pagarlo?

Vi chiarisco meglio di che cosa stiamo parlando: siamo difronte a mamme che sognano che le proprie bambine si trasformino in prostitute, a patto che a pagare siano uomini potenti che possano offrire loro soldi e favori di ogni genere. Parliamo di questo.

Nel 2010 una certa Anna Palumbo ha ricevuto dal ragioniere Giuseppe Spinelli – la persona che gestisce i conti correnti del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi – una serie di versamenti per un totale di circa ventimila euro. All’inizio la nostra cara signora Palumbo non ha destato sospetti perché il suo nome non suggeriva nulla agli inquirenti, non comparendo tra i nomi delle ragazze che hanno partecipato nel 2010 alle feste di Arcore, anche se i pagamenti sono partiti dallo stesso deposito usato per “ricompensare” la Minetti e la Sorcinelli.
Ma andando più a fondo è stato scoperto che Anna Palumbo non è altro che la mamma di Noemi Letizia – la ragazza di Casoria, per chi l’avesse dimenticato – che ha regalato al nostro caro Silvio il nomignolo di “Papi”, conquistandosi la scandalosa presenza del premier alla sua festa dei diciotto anni. Inutile dire che la mamma di Noemi incassava consapevolmente dei soldi guadagnati da sua figlia, all’epoca minorenne, per le sue presenze ai festini di Mr Bunga Bunga, e chissà per quali prestazioni particolari. Immagino che la signora Palumbo sia tuttora convinta di aver agito per il bene di sua figlia. Ed è questo il punto.

Se una mamma  pensa che siano giusti certi comportamenti, se quei valori che rendevano la vita di ogni persona dignitosa e speciale sono scomparsi e non vengono più trasmessi ai propri figli, se ciò che dilaga è la tendenza a insegnare che esiste sempre una scorciatoia, che il fine giustifica i mezzi, che tutto è lecito, che il proprio corpo è una virtù al pari dell’intelligenza e della cultura, e va usato nei modi richiesti da chi detta le regole, se davvero una mamma arriva a spingere la propria figlia minorenne tra le braccia di un uomo ultra settantenne pur di ottenere favori di qualunque tipo, cosa dobbiamo aspettarci dalle giovani donne che di questi insegnamenti sono degne eredi?
Probabilmente la vita di Noemi è cambiata, come è cambiata la vita di molte ragazze che, mettendo da parte libri e sacrifici si sono dedicate, sin da molto molto giovani, alla propria carriera di escort, raggiungendo già in tenera età l’Olimpo del piacere, ovvero la frequentazione dei festini della villa di Arcore. Probabilmente i sogni di queste giovani ragazze si sono realizzati o si stanno realizzando, non fosse altro che per i soldi guadagnati e per l’aiuto delle persone che contano, a cui hanno allietato molte serate. Persone che, rendendosi conto delle loro grandi potenzialità, hanno deciso di affidar loro ruoli di responsabilità all’interno delle Istituzioni italiane. Ruoli di cui senza dubbio erano meritevoli perché competenti e preparate. Sedie occupate a scapito di chi, mentre loro si divertivano tra festini a base di alcol e Bunga Bunga, studiava, conseguiva una laurea, faceva esperienze concrete per dare un valore aggiunto alla propria figura professionale. Giovani italiane che invece di vendere il proprio corpo (e la propria dignità) cercavano di percorrere una strada pulita e dignitosa; donne che probabilmente, e aggiungerei purtroppo, non avranno mai quel meglio che le loro mamme auspicavano per loro.

La dignità che mi ha insegnato mia mamma non mi ha reso “ricca” nel senso che oggi è comunemente accettato, ma di certo mi ha donato una ricchezza davvero unica che porterò sempre con me. Una ricchezza che non riguarda i conti in banca o le copertine dei giornali, una ricchezza che riguarda il cuore.
Perché se si vuole salvare l’Italia bisogna cominciare a regalare ai propri figli dei sogni veri, sogni per cui vale la pena impegnarsi giorno dopo giorno. Bisogna essere genitori coraggiosi. Bisogna essere delle mamme consapevoli capaci di lottare perché i propri figli siano persone migliori. Questo significa regalare un futuro ai propri figli. E questo, e solo questo, è il meglio per loro.

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F1 Gp d'Australia. Vettel domina, Alonso quarto con le unghie.

Sebastian Vettel, campione del mondo in carica, domina il Gp d’Australia, gara inaugurale del campionato di F1 2011. Il Circus riapre i battenti all’insegna dei colori Red Bull, la vettura più forte della scorsa stagione che anche quest’anno pare confermare la supremazia tecnica. Vettel ha avuto vita facile sin dalle qualifiche, infliggendo distacchi siderali agli avversari: 0.8′  ad Hamilton secondo e 1.4′ ad Alonso e 2” a Massa. In gara il tedesco si è limitato a controllare la Mclaren di Hamilton,  mai stata insidiosa.

 

 

La gara in Ferrari

La Ferrari com’era immaginabile ha corso in difesa, cercando di limitare i danni quanto più è possibile. Alonso e Massa hanno corso due gare opposte: il primo ha avuto una pessima partenza, ritrovandosi nono al primo giro; tuttavia lo spagnolo si è riscattato a gara in corso tenendo un ottimo passo, superiore alla Red Bull di Mark Webber che ha scavalcato, e riuscendo ad insidiare nel finale il terzo posto del sorprendente Petrov su Renault. Il quarto posto artigliato con le unghie costituisce un ottimo risultato, difficile prevedere uno migliore.

Felipe Massa nelle prime fasi di gara lasciava sperare in un risultato migliore del settimo posto finale. All’inizio si è difeso strenuamente dalla McLaren di Button, nettamente superiore: i tifosi sembravano aver ritrovato il brasiliano dei tempi migliori, combattivo come non mai. Tuttavia dopo il sorpasso subito da Button, se pur compiuto in modo irregolare e sanzionato con un drive trough, Felipe si arenava nelle secche del centro gruppo, concludendo al nono posto; complice la doppia squalifica delle Sauber per alettone posteriore irregolare che lo precedevano, il ferrarista è sopravanzato di due piazze, aumentando il bottino di punti.

 

Considerazioni sul nuovo regolamento

Sebastian Vettel è stato l’unico pilota di vertice ad aver interpretato al meglio le nuove gomme Pirelli. Prestazioni così nette e al tempo stesso largamente variabili delle vetture sono da imputarsi unicamente agli pneumatici. Il tracciato di Melbourne, poiché  cittadino, è atipico e l’asfalto è molto scivoloso, per cui  le gomme morbide hanno offerto prestazioni e durate migliori rispetto alle gomme dure essendo più aderenti alla pista. E ciò ad esempio ha influenzato la strategia di Mark Webber, che ha dovuto effettuare uno stop supplementare per sostituire le dure con le morbide. Inoltre la Ferrari, dalla metà gara e quindi a circuito gommato, è stata la più veloce di tutte le altre squadre: il giro più veloce di gara è di Massa.

 

L’ala mobile è sicuramente un prezioso ausilio per superare vetture con un divario minimo di prestazioni sul giro tra 1.5” e 2”. Può essere utile, per esempio, per vedere la Ferrari non imbottigliata dietro una Toro Rosso di turno. Tuttavia le distanze tra le vetture sono state grandi, per questo, tutto sommato, i duelli sono stati pochi. Si avrà un quadro più preciso quando i valori in campo saranno più simili tra loro.

The University Deception

Anni spesi a inseguire un obiettivo, giornate trascorse a immagazzinare con rigore metodico date, nomi e formule, pomeriggi in cui un raggio di sole che batte sul bianco della scrivania e sui caratteri della pagina invita a una diserzione che non è altro che inseguire la vita.

Tanti di noi hanno dedicato agli studi universitari una parte importante della loro giovinezza, compressi da un sistema che ci ha rubato tempo e spazio, impedendoci spesso di guadagnare in libertà e apertura di pensiero. Quante lezioni nozionistiche e ripetitive abbiamo dovuto seguire per ottenere le parole che cercavamo, quelle che contavano, dalla bocca di un professore illuminato, però quanto ci hanno regalato quelle parole!

L’Università resta (perfino l’Università italiana) una formidabile palestra, ci fa crescere come cittadini, forma il carattere, oltre che le competenze professionali, accresce la consapevolezza di sé.

In un Paese in cui la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 30% (dati ISTAT 2011), l’età media dei laureati specialistici è di 28 anni (dati Almalaurea 2011), circa 2-3 anni in più della media degli altri paesi europei. Quegli anni in più, quel tempo sprecato, è il tempo del nozionismo, dei pomeriggi passati a ripetere ciò che dopo non servirà più, ciò che non migliora la nostra formazione (e forse neanche la nostra memoria a breve termine).

Quei 2-3 anni in più ci rendono più stanchi e più lenti dei nostri colleghi europei, ci rendono meno pronti a cogliere le (rare) opportunità che si presentano.

In un mondo del lavoro paralizzato, e schiavo di clientele e raccomandazioni, i 2 anni persi sono il primo dazio pagato… dopo ne seguiranno altri, la lentezza a inserirsi, il salario più basso rispetto alla media europea, la minore possibilità di cambiare impiego.

Anni fa si cercò di ovviare a questo gap tutto italiano introducendo il sistema del “3+2”, con una laurea di primo livello e una laurea di secondo, in grado, almeno in teoria, di creare i presupposti per abbreviare il percorso formativo e inserire più velocemente i giovani nel sistema produttivo del Paese.

Cosa resta oggi di quel progetto?

Giovani che terminano il primo ciclo universitario a 23-24 anni, con lauree dai nomi spesso fantasiosi e dalla spendibilità lavorativa il più delle volte nulla. La parcellizzazione degli insegnamenti ha alimentato l’ego ipertrofico di rettori e professori, frantumando di fatto la struttura dei corsi universitari. Non ci è stata risparmiata una sola briciola di nozionismo (semplicemente suddiviso tra i due livelli), non è stato stimolato il pensiero logico, non è stata incentivata realmente la formazione sul campo, è solo cresciuto in modo irrazionale il numero degli esami da affrontare.

In una situazione così complessa si inseriscono le risposte della Politica: un ministro del Welfare che alcuni mesi fa dichiara che i giovani devono essere più umili e accettare qualsiasi tipo di lavoro per far fronte alla crisi. Parole pleonastiche, dato che da anni molti giovani si sobbarcano fatiche che non hanno niente in comune con ciò che hanno studiato per anni.

Chi è pronto, in Politica, ad assumersi la responsabilità di una riforma (quella del 3+2) che ha compromesso il destino lavorativo di molti studenti?

Chi è pronto, nei vertici del mondo universitario, ad assumersi le responsabilità di aver spacciato agli studenti prospettive di lavoro fasulle ben nascoste dietro corsi di laurea dai nomi altisonanti?

Chi è pronto, tra ricercatori e professori, a diventare consapevole del grandissimo potenziale umano e sociale del proprio ruolo, rimettendo al centro lo studente e la sua formazione?

E noi… noi saremo pronti, quando verrà il nostro turno di operare nelle stanze dei bottoni, a non dimenticare ciò a cui pensavamo nei lunghi pomeriggi da reclusi, illuminati dal sole primaverile, e ciò per cui ci battevamo quando affollavamo le aule della nostra amata-odiata Università?

Nubi sul Sol Levante

In un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, la tragedia giapponese di questi giorni rischia di avere gravissime ripercussioni, non solo nel paese del sol levante ma sull’intero pianeta.

Probabilmente non siamo in grado di prevedere quello che accadrà nel breve, medio e lungo periodo… La situazione è ancora troppo fluida e in evoluzione. Possiamo però fare delle ipotesi, partendo dalla situazione economica mondiale prima di quel maledetto 11 marzo 2011.

Dopo anni di crisi l’economia mondiale dava finalmente lenti segnali di ripresa. Si trattava di una ripresa a due velocità, che vedeva paesi iniziare a correre verso il benessere, per esempio il Brasile e paesi in totale stagnazione, con l’Italia e lo stesso Giappone.

Borsa TokyoDall’inizio degli anni Novanta il paese del Sol Levante, infatti, ha avuto un ritmo di crescita vicino allo 0% e una conseguente stagnazione economica. La Banca Centrale Giapponese, per rilanciare l’economia ha iniettato valuta fresca nel sistema e ha abbassato, nel corso degli anni, il costo del denaro fino a portarlo quasi allo 0%, ma senza risultati degni di nota. Inoltre la crisi economica mondiale ha colpito duramente l’industria manifatturiera nipponica, specialmente il settore dell’auto. Negli ultimi anni, alla perenne crisi economica si è aggiunto un periodo di instabilità politica, di governi deboli e poco incisivi e di scandali che hanno coinvolto esponenti dei due principali partiti.
Il Terremoto del Sendai si è limitato a dare il colpo di grazia a un paese allo sbando.

Cosa accadrà ora?
Le conseguenze stiamo già iniziando a vederle, ma molto probabilmente inizieremo a subirle nei prossimi mesi e per molti anni a venire. Analizziamo punto per punto alcuni possibili scenari.

Il Giappone è uno dei paesi con il più alto debito pubblico (circa il 200% del PIL); la ricostruzione, i danni all’industria e le imprevedibili conseguenze della crisi nucleare di Fukushima, potrebbero mettere a repentaglio sia le quotazioni dello Yen, sia la stessa solvibilità dei titoli di stato giapponesi. L’indebolimento di una piazza finanziaria importante come Tokyo provocherebbe – e in parte sta già provocando – un effetto domino su tutte le altre borse mondiali con effetti solo ipotizzabili.

FukushimaIl disastro di Fukushima sta obbligando il governo giapponese a un repentino ripensamento della politica energetica nazionale. In questi giorni molte centrali nucleari sono state spente o hanno lavorato a basso regime; le più vecchie e insicure rischiano la chiusura definitiva. Tutto questo, in una nazione che ha consumi elettrici elevatissimi e che ha investito tantissimo sull’energia nucleare, rischia di avere conseguenze disastrose. Rimpiazzare il nucleare richiederebbe investimenti enormi e tempi lunghissimi. Limitare la produzione di energia nucleare porterebbe enormi disagi per la popolazione ma soprattutto costringerebbe l’industria manifatturiera a ridurre la produzione. Questo porterebbe disoccupazione e un brusco aumento dei prezzi di prodotti tecnologici, automobili e di tutti i prodotti giapponesi d’esportazione.

Le future scelte del governo nipponico, il modo in cui affronterà questa emergenza nazionale e i progetti futuri riguardanti le politiche energetiche, la ricostruzione e il rilancio delle zone disastrate saranno fattori decisivi per l’intera economia globale.
Allo stato attuale la situazione non lascia ben sperare, troppe incognite rischiano di cambiare o addirittura sconvolgere la situazione, su tutti l’incubo nucleare di Fukushima.

MeijiIl Giappone, nel corso della sua storia, ha sempre affrontato momenti bui e crisi che sembravano senza sbocco.
Nel 1867 l’Imperatpre Meiji, per salvare il suo regno dalla colonizzazione occidentale, riuscì a modernizzarlo e a trasformarlo in una nazione moderna nel giro di pochi anni. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e sempre in pochissimo tempo, l’Impero del Sol Levante, da nazione distrutta materialmente e moralmente, divenne la terza potenza industriale al mondo.

Possiamo sperare che il popolo giapponese ci stupisca ancora una volta e che da questa immane tragedia trovi nuovamente la forza  per rinascere dalle sue macerie.

 

Intervista a Sergio Staino

[stextbox id=”custom” big=”true”]Camminando Scalzi.it intervista Sergio Staino

Erika Farris ha intervistato Sergio Staino, famoso autore di fumetti italiano che attraverso il suo celebre personaggio Bobo da anni racconta sé stesso e le vicissitudini della travagliata storia politica italiana. Nel corso della sua appassionata carriera collabora con quotidiani e riviste, e pubblica svariati libri di strisce e illustrazioni, trovando comunque il tempo per dedicarsi al mondo del cinema, del teatro e della televisione.[/stextbox]

A che età ha deciso che avrebbe voluto fare il fumettista? E quale percorso ha intrapreso per diventare il Sergio Staino che oggi conosciamo?

Ho iniziato tardi. In zona Cesarini: un giocatore di calcio diventato famoso perché faceva goal sempre quando stava per scadere il 90° minuto. E io mi sono sentito un po’ lo stesso. Avevo 39 anni quando ho cominciato a fare fumetti, quindi avevo già fatto tante e tanti lavori prima. Ho cominciato a lavorare a dodici anni in una fabbrica di ceramica, e poi dopo due anni ho ripreso a studiare, su impulso di un professore che mi voleva bene. Successivamente ho fatto l’istituto d’arte, e siccome sono andato particolarmente bene ho deciso di iscrivermi all’università e laurearmi in architettura. Ho anche lavorato al bar per un po’ di anni finché sono entrato nel Movimento dei Marxisti e Leninisti e ho deciso di andare a insegnare in una scuola media per avere più tempo libero per fare la rivoluzione… Nel ’79 mi sono ritrovato con un grande amore per la mia attuale compagna. All’epoca amore adulterino e clandestino perché io ero già sposato con un’altra. Lei peruviana, senza permesso di soggiorno, con una bambina fatta insieme, e quindi una bella felicità, però da un punto di vista della collocazione sociale, nulla.

Avevo solo un posto precario alla scuola. Molto precario perché io insegnavo educazione tecnica e al periodo era in discussione un progetto di legge che prevedeva di dimezzare gli insegnanti, che poi non passò, ma all’epoca sembrava che passasse. E questo mi accadeva con molti errori alle spalle, molte bruciature, ammaccamenti e cose non riuscite, e così ho provato a raccontarle in chiave umoristica, satirica, perché io avevo questa vena di vedere sempre, anche nelle cose non facili, un aspetto comico e buffo. È un’attitudine che abbiamo in molti, noi toscani, e così un giorno, in una riunione sindacale più triste delle altre i miei colleghi mi vedevano fare le mie solite caricature di passatempo e mi dicevano “Avessi io il talento che hai te”… Così tornai a casa e decisi di provarci, e il giorno dopo, il 10 ottobre del ’79 dissi a mia moglie: “faccio una striscia satirica, provo per un anno, e fra un anno vedo a che punto sono arrivato”. Mi sono messo al tavolino a pensare cosa fare e poi ho avuto l’illuminazione. “Fai te stesso – mi disse lei. – Hai un sacco di cose da dire”. Così ho fatto la mia caricatura. Mi son fatto brutto, triste, il naso rosso, già abbastanza pelato, ingrassato, messo dietro una macchina da scrivere e ho cominciato a raccontare le mie disgrazie, in chiave però molto divertente.

Dove sono state pubblicate le sue prime strisce?

Sono entrato dalla porta principale. Gli amici ridevano talmente di queste strisce che dopo una ventina di giorni le ho raccolte in una busta e le ho spedite a Linus, che al tempo era la rivista massima per i fumetti. Insomma, il 10 ottobre del ’79 mi sono messo a disegnare e i primi di dicembre dello stesso anno è uscita la mia prima storia su Linus, a febbraio la prima recensione, e un anno dopo, nell’ottobre dell’80 ero già un famoso disegnatore a fumetti. Mi è cambiata la vita. Sono entrato nel mondo del fumetto creando anche molte invidie e molti dei miei colleghi lì per lì dicevano: “ma chi è questo raccomandato che senza fare gavetta è entrato?”. Questi i più coglioni. Coi più bravi, che sono tanti, abbiamo poi fatto amicizia e oggi ci vogliamo molto bene. Credo sia una delle poche categorie, quella dei disegnatori, sopratutto satirici, dove non c’è una concorrenza così terribile e cattiva come c’è in altre categorie, come nel cinema o nella letteratura.

Lei ha fatto anche il regista cinematografico nei film “Cavalli si nasce” (1989) e “Non chiamarmi Omar” (1992). Come mai ha smesso?

Sì ho provato di tutto, ma il mio vero lavoro è comunque il fumettaro. Ho mollato il cinema sostanzialmente perché non ci vedo più bene e quindi c’è anche un problema tecnico, e ho dovuto abbandonare anche la regia teatrale per le stesse ragioni. Ma effettivamente, l’unico dei linguaggi che controllo e mi rende veramente soddisfatto del mio lavoro, è il fumetto. Cinema, televisione, teatro e letteratura li ho provati tutti alla fine ho sempre detto: “ma che cazzo ho fatto?”, e questa non è bella come domanda, perché vuol dire che non sei ancora padrone di quel linguaggio.

Lei è stato anche ideatore e direttore dell’inserto satirico TANGO, a cui hanno collaborato grandissimi fumettisti da Ellekappa, ad Altan ad Andrea Pazienza. Potrebbe dirmi se è cambiato qualcosa dal modo di fare fumetti satirici in quel periodo a oggi?

Beh diciamo che in quel periodo c’era ancora il Partito Comunista, quindi si parla ormai quasi di preistoria. Era un Partito Comunista che sentiva al suo interno l’inquietudine derivante dalla crisi che si stava avvicinando. Io ho iniziato a fare “Tango” nel 1986 e il Muro di Berlino è crollato tre anni dopo. Nell’86 forse ancora alcuni dirigenti non se ne erano resi conto, ma la maggior parte del partito sentiva che qualcosa stava cambiando e andava cambiata. Credo che Tango abbia portato il sorriso dentro il Partito Comunista, e soprattutto l’autoironia, perché prima il partito percepiva la satira solo come diretta verso l’avversario, mai come introspezione verso sé stesso. Con Tango credo dunque di aver dato al partito un aiutino a non essere distrutto dal crollo del Muro di Berlino, facendo sapere che le intelligenze soggettive e le verità oggettive che comunque erano contenute nei principi marxisti, sopravvivevano a qualunque cosa, e questo è stato l’elemento più importante che abbiamo raccontato con la satira. E non lo sapevamo. Perché le cose belle e le cose profonde nella stragrande maggioranza dei casi arrivano senza che l’autore se ne renda conto. L’importante è che tu sia sincero, che le cose che scrivi siano veramente dettate dal tuo cervello e dalla tua pancia. Se segui questo poi, incredibilmente, senza rendertene conto, trovi dietro spunti, verità, riflessioni, che sono profondamente utili e corrispondono alla realtà.

Per quanto riguarda la difficoltà di fare satira oggi, diciamo che è molto difficile quando si parla di fare satira nei giornali, perché oramai tutti i giornali sono diventati giornali satirici. A cominciare da “La Repubblica” in giù, secondo me tutti i giornali cercano il sensazionalismo; forzano i titoli e danno molto spazio ad autori caratterizzati da una matita felice da un punto di vista satirico, come Michele Serra, Curzio Maltese, il Severgnini etc. Alcuni giornali ci fanno proprio concorrenza diretta. Pensate ad alcuni titoli di “Libero” o de “Il Giornale” che in certe situazioni sono apertamente veri titoli da giornale satirico. Usano anche parolacce, parole pesanti, e quindi in questo caos diventa veramente difficile riuscire a far guizzare un’intelligenza satirica in maniera più riflessiva. Tutto vive una giornata, e tutto ha una scadenza limitatissima. Funzionerebbe meglio la satira in televisione, soprattutto perché in tv oggi non c’è spazio per la satira. Perché tanto è provocatorio il mondo della carta stampata tanto è ottuso, stupido e conformista il mondo della televisione. Io in tv ho fatto “Cielito lindo” una trasmissione che non ha fatto fortuna come ascolti, ma a ripensarci oggi tutti la elogiano, perché lì nacque la Littizzetto, Aldo Giovanni e Giacomo, ci fu l’exploit di Claudio Bisio e di tantissimi attori e autori satirici. Purtroppo però la cosa non è potuta andare avanti. Vedete anche quel poco di satira che fa la Dandini che è difeso come una trincea. Si dovrebbe fare molto di più. La speranza oggi è il web. Io ci credo molto. Una grande lezione di dissacrazione satirica ce l’ha data Wikileaks: una forma di provocazione continuata…

Gli autori satirici sono però ancora un po’ impacciati, perché le vignette riprodotte in video non sono la stessa cosa di una vignetta sul giornale. Bisogna pensare a un linguaggio che sia omogeneo, omologo e pensato con gli stessi strumenti telematici e digitali.

Differenze comunicative tra il mezzo visivo del fumetto e l’articolo di giornale. Punti di forza e di debolezza.

I punti di forza sono dati dal tipo di media in cui vai quando fai questa satira. Se vai su un giornale trasversale, che si rivolge a tutta la popolazione come “Il Corriere della Sera”, “La Stampa” o “Il Messaggero” il punto di forza è che puoi raggiungere un pubblico molto vasto. Il punto di debolezza è che il linguaggio di quel giornale ti impedisce forzature particolarmente adatte alle provocazioni. Come un Papa che si manifesta in una situazione di pedofilia. Sarebbe molto difficile inserire questo tipo di satira in uno di questi giornali. Lo puoi invece fare in dei giornali più liberi, sicuramente già ne “L’Unità” la cosa si può fare, ancora meglio nei giornali di satira. C’è il “Mamma!” ad esempio, o “Il Vernacoliere”, dove puoi andare giù sbracato quanto vuoi. Ma qui il limite è che questi si rivolgono a un pubblico che è già preparato, che già vuole sapori forti e quindi la deflagrazione che avviene quando fai una cosa trasgressiva nei confronti di ceti sociali che non se l’aspettano, in queste situazioni non avviene.

Teatro Puccini: come e perché ha deciso di ideare un’associazione come “Quelli del Puccini” e di organizzare questi incontri a un prezzo peraltro così simbolico (2 euro)? E in base a quali criteri avete scelto temi e ospiti?

In effetti da questi incontri non ci guadagna nessuno. Né chi organizza né gli ospiti che vi partecipano, che vengono solo a titolo di amicizia. Diciamo che ho la fortuna che in tanti anni di lavoro ho fatto tante belle amicizie con persone meravigliose e che oggi posso permettermi di invitarle gratuitamente. In genere gli incontri sono peraltro divertenti, intelligenti, e quindi è intelligenza che si semina, e soprattutto si fa conoscere una struttura culturale come quella del Teatro Puccini, che deve sopravvivere. Noi abbiamo diversi problemi di sopravvivenza da un punto di vista economico, di farlo conoscere, di tenerlo all’ordine del giorno nei confronti dei giovani, e c’è un problema di sfratto sul teatro, e quindi tutto quello che si riesce a fare per far crescere questa realtà… ben venga. Io ho una, diciamo, vocazione a innamorarmi di queste cause cittadine che mi sembrano belle. Per aiutare la città. Mi viene un po’ dalla formazione comunista, perché io ho fatto parte di una generazione che diventava comunista non per avere una poltrona da assessore, ma per un’enorme generosità verso il mondo. L’altro motivo è che faccio un mestiere che mi tiene sempre da solo davanti al computer e al tavolo da disegno e l’idea di lavorare con altri e ogni tanto vedere queste situazioni collettive mi allarga un po’ il cuore, perché sono una persona molto estroversa, molto sociale, come dovrebbe essere chiunque di sinistra. Quando uno sfugge, non si fa vedere, ha paura di incontrarsi con gli altri, c’è qualcosa che non va.

Le idee e gli argomenti trattati negli incontri sono sostanzialmente scelti da me, ma sono corroborati da giovani collaboratrici: Antonella, Alice e Francesca, che per me sono ossigeno. Non mi posso vantare di tutto. Ad esempio, il 26 abbiamo qui Roberto Vecchioni, e lui è uno dei miei più vecchi amici. Con lui però c’è Boosta, il tastierista dei Subsonica, e io non mi posso vantare di conoscere anche lui. Ho imparato a conoscerlo perché tre ragazze mi hanno fatto un cervello così a insistere che avrei dovuto chiamare o il cantante o il tastierista. E quindi me l’hanno fatto ascoltare e conoscere. Un grosso aiuto, inoltre, me lo danno alcuni amici intellettuali fiorentini che fanno parte di “Quelli del Puccini” che mi danno il background culturale quando magari bisogna invitare qualcuno che non mi conosce o che è più difficile far venire. Allora gli snocciolo la lista di nomi che ho con me nella mia associazione e loro dicono “vabbè, allora è una roba seria” ed è più facile. Una mallevodoria.

Cosa consiglierebbe a un ragazzo di talento, bravo a disegnare, per farsi largo nel mondo del fumetto?

Una volta c’erano delle riviste che erano molto lette ma che oggi non ci sono più. Oggi si comincia illustrando o pubblicando dei libretti per conto proprio, o illustrando libretti di amici. Io, ad esempio, Pazienza lo conobbi così. Aveva fatto un libretto che si chiamava “La settimana di otto lunedì” quando era ancora un autore sconosciuto. Mi capitò per le mani questo suo lavoro e i suoi meravigliosi disegni, e infatti poco dopo se lo prese Frigidaire e da lì nacque Andrea Pazienza. E la stessa cosa vale per Gipi, che è un grande disegnatore toscano. L’ho conosciuto, gli ho fatto una mostra a Scandicci, Fofi l’ha presentato in altre cose etc… Bisogna fare così. Lavorare, lavorare e se hai l’intuito di sentire delle persone che sono sul tuo feeling mandargli le cose. O mandare le cose anche a Staino, alla mail info@sergiostaino.it, e magari, se la cosa vale, ti comincia ad arrivare la risposta. L’importante è che ci sia la passione dentro, e ricordare che se c’è la passione non ci sono le delusioni che ti fermano, perché diventa un’esigenza. Io disegnavo prima di sfondare e avrei continuato a disegnare anche se non avessi sfondato. La prima cosa è l’esigenza del linguaggio: perché se tu hai qualcosa da dire e hai un linguaggio che ami particolarmente, questa cosa di per sé la fai. E se la fai bene, con sincerità, senza seguire mode ma  impulsi che poi sono tuoi, prima poi viene fuori il talento. Guardate Saviano. Lui aveva scritto dei racconti, li aveva mandati a Fofi e Fofi gli ha detto “ma tu scrivi bene. Perché invece di scrivere cazzate non ti affacci dalla finestra di casa tua e guardi Scampia sotto casa, la tua Napoli.” E così è nato il Saviano che tutti conosciamo. Bisogna sempre raccontare le cose e non fuggire mai per la tangente. Non andare su cose troppo surreali o fantascientifiche. Meglio raccontare sempre le cose che si conoscono e che ti danno emozioni dirette. Indignazione, felicità, qualunque tipo di emozione. Ma deve essere diretta e vissuta. Mai immaginarsi le emozioni di altri. Lo potrai magari fare più tardi, con più esperienza, ma devi sempre partire dalle tue. E poi non è vero che non ci sono storie. Perché anche solo uscendo di casa e andando a scuola, anche solo in una mattinata, se una persona sa vederle, sentirle e percepirle, quelle emozioni sono già materiale per un racconto…

Vi lasciamo con una vignetta disegnata da Staino in esclusiva per Camminando Scalzi!

La legione dei pacifinti.

La guerra in Libia sembra aver smosso le coscienze di tutti. È incredibile come ci siamo svegliati da un giorno all’altro pervasi da questa voglia di Pace sincera, dal desiderio che il conflitto si risolva subito, dal pensiero che la guerra è sempre ingiusta, sbagliata, “senza se e senza ma”.

Parole, chiacchiere, emozioni deboli vendute sul social network di fiducia, come se si stesse parlando di qualcosa di semplice, di stupido. Gli status sulla Pace abbondano, e tutti quelli che fino a venerdì sera erano impegnati a seguire gli eventi per il weekend, la discoteca o la trasmissione televisiva, pronti a diventare fan di questa o di quella pagina da ridere (simpatiche, per carità), si svegliano con la guerra a due passi e diventano tutti pacifisti. “Viva la pace”, “la guerra è sbagliata”, “stiamo facendo un’altra crociata per il petrolio” e così via.

Insomma, fino a una settimana fa tutti a incavolarsi (giustamente) con il dittatore pazzo Gheddafi perché ammazzava la sua stessa gente e ora che finalmente – con un ritardo mostruoso e colpevole, bisogna ribadirlo – l’Occidente si muove per fare qualcosa, tutti si lamentano dell’attacco. Ma signori, come lo vogliamo cacciare un leader completamente fuori di testa che uccide la sua stessa gente? Gli spediamo una scatola di cioccolatini? Davvero vi aspettavate che tutto si potesse risolvere con belle parole e con la diplomazia? Ma in che mondo vivete? Perché secondo voi l’occidente “salvatore” si è mosso per la Libia, se non per ragioni economiche? Lo scopriamo oggi, o è una cosa che già sapevamo da tempo?

E allora smettiamola con tutta quest’ipocrisia al contrario, smettiamola di muoverci solo per le mode del momento, smettiamola di trattare queste questioni con una leggerezza e una stupidità che affossano la nostra dignità umana. Siamo gente che ha il culo al caldo davanti a un PC, questo siamo. E questo modo di fare è una delle mode più becere e negative che abbiano portato i social network. Lo volete sapere in che mondo vivete?

Ve lo spieghiamo subito. Vivete in un mondo in cui ci sono attualmente cinquantuno stati coinvolti in conflitti di qualche tipo, più una miriade infinita di forze separatiste, cartelli della droga, terroristi, milizie tribali che si combattono ogni giorno, si scannano, si ammazzano. Alcuni di questi conflitti vanno avanti da trenta, quaranta, cinquant’anni. Questo è il mondo in cui viviamo. Allora se vogliamo riempirci la bocca della parola Pace, se vogliamo fare i pacifisti, gridiamolo ogni giorno lo sdegno nei confronti delle guerre, anche quelle più sperdute, quelle di cui non importa niente a nessuno. Non trasformiamo l’orrore della guerra in una moda passeggera. Abbiamo già dimenticato l’Iraq, l’Afghanistan, eppure anche lì le nostre truppe sono impegnate, i nostri soldati muoiono, e davvero noi non c’entriamo un cavolo.

Non ci sconvolgiamo troppo di fronte alla “incredibile” rivelazione che ogni guerra sia fatta per interessi economici. State tranquilli che non c’è un solo proiettile al mondo che venga sparato e che possa fregiarsi dell’aggettivo “umanitario”. Non esistono conflitti umanitari, è un ossimoro, è una negazione intrinseca. Il conflitto, la guerra, è sempre uguale. È un dramma, è un accadimento in cui muoiono le persone, è una delle più becere invenzioni dell’animo umano. Questo è la guerra, questo è ogni guerra.

E allora mettiamoci un po’ tutti una bella mano sulla coscienza, risfoderiamo le bandiere della Pace, usiamole sempre, ogni giorno della nostra vita, per tutte le persone che ogni giorno combattono sul nostro pianeta, anche quelle nello staterello che non ha né gas e né petrolio, lo staterello sfortunato del centro-Africa che non vedrà mai le forze occidentali portare loro umanità e salvezza, non vedrà mai gli Usa scaricare centodieci missili di potenza militare che ha urgenza di esprimersi in pochi istanti per risolvere un conflitto. E quando si tratterà di votare i nostri rappresentanti politici, di decidere chi deve governare e rappresentarci, pensiamoci dieci volte prima di mandare al governo gente che bacia le mani che si sporcano di sangue in questi giorni. Facciamo i pacifisti anche quando accadono queste cose, quando i dittatori li accogliamo a braccia aperte, per poi ritrovarci nell’imbarazzante condizione di non poter prendere una decisione netta, perché chissà quali accordi e macchinazioni sono stati fatti in precedenza. Mandiamo a casa la gente che continua a tenere i soldati in Iraq e Afghanistan, mandiamo a casa chiunque dica di sì a una sola singola guerra, chiunque non si voglia battere ogni giorno per il piccolo staterello del centro-Africa, e non solo per il pozzo di petrolio mediorientale.

Questo significa essere pacifisti sempre, e non soltanto con un “mi piace” su Facebook.

Smettiamola di trattare la guerra e la Pace come due mode del momento. La Pace è una cosa seria, molto seria. Cerchiamo di mantenere almeno un minimo di rispetto e di dignità umana, noi che la Pace ce l’abbiamo garantita solo per fortuna di nascita.

In questo sito trovate un aggiornamento di tutti i conflitti attualmente presenti sul nostro pianeta: Guerre nel Mondo.

Questo invece è il sito di Emergency, che si occupa di tutte le situazioni terribili che accadono nelle guerre di tutto il mondo.