Democratizzazione della Musica: il progetto vincente del Venezuela.

L’umanità vive di sogni, e la cultura europea sembra essere morta nell’eterno desiderio di ricordo e di conservazione. Sono i sogni degli spiriti liberi gli inni alla vita di cui l’umanità ha bisogno per poter sperare in un futuro migliore: l’ “I have a dream” di Martin Luther King, per l’uguaglianza e la fraternità degli uomini; il “sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo” del Mahatma Ghandi, per un’umanità che agisce, non limitata alle sole buone intenzioni; e il sogno del M° Jose Antonio Abreu, secondo cui la Musica suscita speranza e sentimento di riscatto nel genere umano:


“Il mio sogno è quello di un paese dove le persone siano tutte uguali, dove tutti siano messi nelle stesse condizioni di vivere una vita degna di questo nome… Il mio sogno è un paese di artisti, un paese di umanisti, un paese nel quale i valori dell’uomo e i valori superiori dello spirito ispirino l’azione individuale e collettiva.”

httpv://www.youtube.com/watch?v=S6q7RCAcaBk

Abreu ha la “convinzione di un predicatore. Nelle sue azioni c’è la forza dei grandi sogni.”[3] Ha saputo conciliare le idee con pragmatismo. Uno stato morale, regolato puramente dalle leggi della ragione, non può essere sufficientemente funzionale in una realtà estrema e, per certi versi, non civilizzata come quella venezuelana. Basti pensare che Caracas, la capitale, è la città più pericolosa del mondo, con cento omicidi di media ogni settimana. Migliorare la situazione sociale poi è compito assai arduo perché l’orologio dello Stato è “in continuo movimento e bisogna cambiare la ruota che gira” durante la sua rotazione. “Si deve trovare un appoggio per la durata della società, il quale la renda indipendente dallo stato di natura che si vuole abolire”. Le iniziative artistiche musicali in Venezuela sono state accompagnate da altrettanto significative politiche sociali, di alfabetizzazione e di sostegno economico e le une e le altre hanno favorito il riscatto di molti poverissimi.  Ma anche i ragazzi più sfortunati, portatori di Handicap, sono coinvolti nelle attività musicali. Essi non sono considerati rifiuti umani. L’esperienza del coro dei Manos Blancas, fatto di questi sfortunati giovani, è da togliere il respiro. La Musica è trasfigurata nell’armonica gestualità dei guanti bianchi, che sembrano dipingere le note. E non c’è niente che  possa fermare questi ragazzi, in nome della Musica.

httpv://www.youtube.com/watch?v=E4I0PjPH6mI

Il merito di Abreu è di aver creato un modello di politica spirituale, uno Stato dello Spirito fondato sull’Arte. È quel disegno utopico di rigenerazione umana prospettato da Schiller all’indomani del periodo del Terrore in Francia, e che Abreu incredibilmente realizza dal nulla. È il nuovo modello di crescita statale e di genuina libertà, da esportare on cloud in quei paesi poveri dove, come si vede, la (vetusta) democrazia non garantisce di per sé il riscatto sociale dei più deboli. E superando la vecchia distinzione della Musica in generi, essa diviene così la “lente” di ascolto con cui osservare la società multiforme. Dal 1975, progressivamente fino ai giorni nostri, l’Arte venezuelana, prima appannaggio esclusivo di una ricca elite sociale, è passata così nelle mani dei giovani, la maggioranza del paese. Tutti i venezuelani hanno le chiavi di accesso all’ascolto e alla conoscenza di qualsiasi genere musicale, dalla colta alla tradizione popolare, grazie a una capillare diffusione audio-video. La Musica è vissuta così felicemente che non ci sono recinti, diffidenze o critiche da scavalcare, passando da Bach al reggaetton. Le speculazioni di questo tipo fanno parte di un sistema che è vuoto, infelice, degradato dal pensiero liberista.

Libertà di scegliere la musica, libertà di suonare, libertà di espressione. Uno stato libero è uno stato che si fonda sulla libertà culturale. La Musica è l’ultima spiaggia per un riscatto sociale per i poveri, che molte volte si abbandonano a un destino segnato: vagabondare nell’ozio, sniffare colla, compiere furti, sequestri di persona; uccidere, in molti casi. Abreu, con l’appoggio dello Stato, ha strappato molti giovani e giovanissimi dalla realtà degradata dei barrios, e la sua missione continua da ben trentacinque anni, grazie all’appoggio di ogni governo succedutosi, indistintamente. Per l’Italia di oggi – è il caso di dirlo – tutto questo è utopia, perché le numerosissime realtà degradate del nostro paese sono destinate, per volere della politica, alla permanente funzione di discarica sociale e bacino elettorale.

Il 12 febbraio 1975  Abreu fonda la prima “Orquesta Nacional Juvenil de Venezuela”.  Attualmente in Venezuela – un paese di 24 milioni di abitanti di cui il 50% ha meno di diciannove anni, il 30% addirittura meno di quindici – ci sono 135 orchestre giovanili, 156 orchestre infantili, 11 orchestre giovanili-infantili, 83 orchestre prescolari e 30 orchestre professionali. I dati specifici più recenti sul sistema orchestrale venezuelano risalgono a dicembre 2008 e testimoniano un sistema in continua crescita. Si parla di 180 centri nazionali dove si studia la Musica: 384 orchestre, alla cui preparazione partecipano 3500 tra professori e istruttori. I cori all’interno del sistema sono 644. Il personale amministrativo conta 1500 persone e la popolazione studentesca complessiva è di 89.335 bambini e adolescenti. Integrato al sistema orchestrale anche 19 centri di liuteria. Oltre alle orchestre, alle scuole di musica e di liuteria esistono 9 importanti centri per il recupero dei bambini maltrattati e con problemi di integrazione e disadattamento[4]. Sono quindi 291.000 i giovani che preferiscono imbracciare uno strumento che impugnare un’arma. Essi costituiscono la possibile forza di rinnovamento della nazione e non scomodi individui da parcheggiare all’ombra dei più anziani.

L’impulso di Abreu è: la Musica è un diritto per tutti. Grazie al Maestro, “un venezuelano non ha più paura di suonare musica classica e non si sente più inferiore di un europeo”[5]. In questo senso, a infondere la necessaria fiducia al sistema sono state le affermazioni a livello internazionale del direttore d’orchestra Gustavo Dudamel e del contrabbassista Edicson Ruìz, primo contrabbasso dei Berliner Philharmoniker a soli 18 anni. Anche i più grandi direttori d’orchestra del mondo, come le varie star Abbado, Rattle e Barenboim sono venuti in Venezuela per dirigere, apprezzando come l’orchestra lì sia un’unica, grande famiglia di musicisti, e non una vergognosa accozzaglia di solisti all’italiana.

 


[1] Friedrich Schiller – Lettere sull’educazione estetica dell’uomo

[2] Il suo opposto è lo stato di natura, nato come organizzazione tribale.

[3] Helmut Failoni – L’altra voce della musica, pag. 52

[4] Helmut Failoni – L’altra voce della musica, pag.54 – 55

[5] Helmut Failoni – L’altra voce della musica, pag.53

 

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Polso di Puma – F.F.S.S. Ferrovie dello Strazio

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Ritorna curata dai redattori del blog Polso di Puma… buona lettura![/stextbox]

Come Ferrovie dello Stato avevamo un grande sogno che oggi si è realizzato: dotare il nostro paese di un sistema moderno che ci consente di riavvicinare l’Italia. I 1000 chilometri di Alta Velocità serviranno il 65% degli italiani”.

Con questa frase, il 5 Dicembre 2009, l’amministratore delegato del Gruppo Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, commentò l’apertura della rete ferroviaria italiana ad alta velocità, comunemente nota come TAV. Secondo l’azienda e tutti i suoi dipendenti, secondo i politici di entrambi gli schieramenti e secondo il governo in carica, l’inaugurazione della TAV avrebbe rappresentato una svolta epocale per il trasporto pubblico italiano su rotaia; si marcava l’accento sull’importanza tecnologica dell’opera, che per la prima volta nella storia avrebbe permesso di percorrere la tratta Napoli-Milano in meno di sei ore. Treni efficienti, puliti, in orario, che avrebbero garantito all’Italia una posizione di tutto rispetto nel panorama europeo del trasporto e della mobilità su rotaia. Sembrava tutto perfetto, tutto da lodare, un’opera che avrebbe offerto realmente la possibilità di accorciare le distanze fisiche tra le varie zone del paese, semplificando e agevolando in maniera notevole la mobilità e lo scambio di persone e conoscenze.

Purtroppo a soli due  anni di distanza, la realtà si è rivelata ben diversa: per pendolari, emigranti, studenti e lavoratori fuori-sede, e anche per tutti coloro che non possono permettersi il costo di un biglietto TAV, l’inaugurazione dell’alta velocità ha segnato l’inizio di un cambiamento profondo nella concezione italiana del trasporto pubblico in treno. Volendo trascurare (ma solo per un attimo) i tantissimi limiti prettamente tecnici e logistici dell’opera rispetto ad altri modelli europei (la scarsa sicurezza garantita ai viaggiatori, la lentezza con cui sono stati condotti i lavori a causa delle infiltrazioni camorristico-mafiose nelle gare d’appalto, le modalità nepotistico-clientelari con cui da sempre le ferrovie dello stato assumono il loro personale – dall’amministratore delegato fino all’addetto alle pulizie -), ciò che ha cambiato radicalmente il concetto di trasporto pubblico su rotaia è stata l’idea di voler investire esclusivamente sulla tratta più redditizia della rete (la Roma-Milano), subordinando a essa tutti gli altri treni e tutte le altre tratte del paese. La costruzione della TAV ha implicato nei fatti (senza alcuna obiezione da parte di aziende e governo) un notevole incremento del costo dei biglietti, un taglio del numero di intercity e regionali (in particolare di quelli a lunga percorrenza), un incremento dei ritardi degli stessi (che sono obbligati, in tutte le stazioni, a dare la precedenza ai treni TAV), ma soprattutto ha cancellato di fatto, per molte fasce della popolazione, il diritto a un trasporto pubblico, equo e accessibile. Voler investire solo sulla tratta Roma-Milano, non curanti del fatto che tutta l’Italia di provincia era ed è tuttora collegata solo da intercity e regionali, ha di fatto reso impossibile per molte persone viaggiare in treno. Con una rete ferroviaria che cade a pezzi e non raggiunge, ancora nel 2011, molte zone del paese, soprattutto al sud, con i treni intercity e regionali che rappresentano un primato nell’Occidente per sporcizia e ritardi (diventando, in alcuni casi limite, veicolo di infezioni), con un servizio ferroviario che, nel suo complesso, lascia ancora molto a desiderare rispetto ai nostri cugini francesi o svizzeri, l’unica priorità di Ferrovie e governo è stata quella di far sì che tra Roma e Milano si arrivasse in meno di cinque ore, a un prezzo inaccessibile per la maggior parte della popolazione (trascurando invece il fatto che è ormai quasi impossibile andare in treno da Modena a Reggio Calabria).

La priorità di un paese realmente democratico dovrebbe essere garantire alla maggioranza della popolazione di poter viaggiare in condizioni decenti a un prezzo ragionevole. La TAV ha creato un’Italia che viaggia veloce e ha il lusso del  Wi-Fi e una seconda Italia che è costretta spesso a trascorrere il viaggio in un bagno sporco e puzzolente (basta prendere un intercity nei giorni caldi delle festività natalizie o pasquali). Giusto per la cronaca: mentre scrivo, il treno su cui sto viaggiando, TAV 9530 del 28/02/2011, partito da Napoli alle 14:50, sta arrivando con 60 minuti di ritardo nella stazione di Bologna, a causa della rottura dei vetri di dieci finestrini. Siamo proprio sicuri che questo sia il modo migliore di gestire le “Ferrovie dello Stato”?

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