Al-Sakkeh e Vanzhata: i figli degli emigranti

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Mi chiamo Salvo Mangiafico Sono nato a Siracusa all’alba di un giorno di settembre del 1983. Ho trascorso i successivi 18 anni nella più classica della “provincia”, nel bene e nel male. Torino mi ha coccolato per i sei anni di università (vado orgogliosissimo dell’anno in più), prima di imbarcarmi su un aereo per il Wisconsin (un pezzo del mio cuore è rimasto a Madison, WI). Altri due anni al di là dell’oceano e adesso sono in Francia, a Lione.

Mi piace leggere, ascoltare musica, dare calci a un pallone, la buona tavola, la settimana enigmistica. Non mi piacciono i film doppiati. Non sopporto un mondo che vorrebbe costringermi ad apprezzare più un pezzo di carta con la filigrana che un sorriso di Elisa. Non mi avranno mai.[/stextbox]

La storia di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti viene spesso ricordata a memoria del difficile passato da emigranti degli italiani, di quando eravamo noi che chiudevamo la famosa valigia di cartone, abbandonavamo spesso per sempre i luoghi dove eravamo nati e cresciuti e sognavamo un futuro migliore; se non per noi, per i nostri figli. Ci trasferivamo in un paese sconosciuto, ci spaccavamo la schiena, spesso non riuscivamo a integrarci subito e cercavamo un rimedio alla nostalgia formando delle comunità di italiani in cui sentivamo il profumo delle nostre radici. Ovunque siamo andati abbiamo trasmesso al paese che ci adottava un po’ della nostra cultura, del nostro spirito, delle nostre usanze. Due i prodotti più famosi: la pizza e la mafia. L’Italia è famosa nel mondo per mille altre ragioni, ben più nobili, ma qui sto prendendo in considerazione le “specialità” italiane che abbiamo materialmente esportato con le nostre mani e il nostro lavoro. La Primavera del Botticelli, in un certo senso, si “vende” da sola. La sua fama si è propagata da sé… Botticelli non l’ha certo caricata su un carro e portata in giro per il mondo. Lo stesso vale per la letteratura, la musica, l’arte, tutte quelle cose che ci piace elencare quando vogliamo sentirci migliori degli altri. Senza l’emigrazione dei nostri padri, nonni e bisnonni, invece, la pizza e la mafia sarebbero probabilmente rimaste entro i nostri confini nazionali. Passi per la pizza, ma la criminalità non poteva essere un gran bel biglietto da visita. E infatti insieme all’ammirazione ci siamo creati anche una certa nomea, tanto da vederci rifiutati gli ingressi nei luoghi pubblici e gli affitti. Sacco e Vanzetti ci hanno rimesso anche la vita, per quella nomea. La loro è una storia di ingiustizia, discriminazione, in una parola: razzismo.

Quante sono le famiglie italiane che hanno visto partire qualcuno, a volte ritornato, a volte no? Penso che tutti abbiamo ascoltato di quel parente o amico di parenti che si è trasferito chissà dove. In un certo senso, siamo tutti figli o parenti di emigranti. Come popolo, ci ritroviamo un enorme bagaglio di storie, esperienze e vite, che abbiamo chiuso in soffitta. Oggi che le nostre città si riempiono di volti di gente fuggita dalla miseria, venuta da noi in cerca di serenità, noi ci sforziamo in tutti i modi di smentire la nostra fama di popolo caldo, accogliente e generoso. Volendo forzare un po’ la mano, è come se ci stessimo vendicando delle angherie subite ai nostri tempi, come se dicessimo “adesso tocca a voi”. Spesso le persone che arrivano da noi hanno un’ulteriore spinta, che noi non avevamo. Noi fuggivamo dalla povertà. Loro scappano anche dalle guerre o da situazioni politiche instabili.

In questa sede non ha senso la distinzione fra clandestini e regolari, perché voglio riflettere sul nostro atteggiamento come singoli e dei comportamenti che teniamo nella vita quotidiana. È inevitabile toccare argomenti che hanno a che fare con la politica, ma ciò che mi preme sottolineare sono le motivazioni che le spingono. Mentire a sé stessi non è impossibile, ma per lo meno richiede uno certo sforzo. Affittereste un vostro appartamento a uno straniero? Non c’è neanche bisogno di usare il termine “extracomunitario”, visto che mi riferisco anche a polacchi e rumeni. Però le badanti ci fanno comodo, vero? In nero, si intende. Una delle bestialità più frequenti è “la maggior parte di quelli che vengono qui poi lavorano in nero e non pagano le tasse”. Al di là delle statistiche del tutto soggettive, di chi è la colpa quando qualcuno è assunto in nero? L’ipocrisia a volte non ha limiti… Un altro argomento in voga è la mancata volontà degli immigrati di integrarsi. L’integrazione si realizza quando entrambe le parti ne hanno voglia e convenienza. Faccio un esempio legato a ciò che vedo qui in Francia. Com’è noto,  i flussi migratori in Francia sono frutto del passato coloniale di questo paese, il che fa sì che la grande maggioranza degli stranieri presenti oggi nel paese siano di origine maghrebina, prevalentemente tunisini e algerini. Esiste un problema di integrazione anche qui, ma guarda caso i casi problematici riguardano pressoché sempre persone che sono relegate nelle banlieues. Ne avevo sempre sentito parlare, ma quando ci sono andato sono rimasto colpito. Questi nuclei suburbani hanno un aspetto da romanzo di fantascienza post-atomico. Casermoni abitativi con decine, a volte centinaia di appartamenti, alle periferie delle città, vicino o nel pieno delle zone industriali. Progettati per essere ghetti. Esattamente come lo ZEN di Palermo o le Vele di Scampia. Esattamente con gli stessi problemi. Strano, vero?

L’ho detto e lo ripeto: l’integrazione si attua da entrambe le parti, non dipende esclusivamente da noi. Ma di sicuro noi non stiamo facendo la nostra parte. Le ronde non costituiscono propriamente una politica di integrazione, così come l’attenzione morbosa dei media nei confronti degli stranieri a ogni nuovo episodio di cronaca. Quando si parla di legge poi, l’atteggiamento è “colpirne uno per educarne cento”.

I meccanismi per assumere la cittadinanza italiana sono proibitivi. Il figlio di una coppia di stranieri, nato e cresciuto in Italia, educato nelle scuole pubbliche italiane, deve aspettare i 18 anni per essere riconosciuto come un italiano. È illogico, oltre che assurdo.

In fondo ci conviene che le cose siano così. Una persona debole non è nella posizione di far valere a pieno i suoi diritti, quindi è di fatto subalterna. L’effetto principale del reato di clandestinità (finché regge, vista l’entrata in vigore della direttiva europea n° 2008/115/CE) non è prevenire la crescita della schiera di “invisibili”, ma impedire loro di rivolgersi alle autorità in caso di soprusi. Infatti se da un lato fa ridere l’idea di fermare le migrazioni di popolazioni con una leggina, dall’altro dichiarare criminali i clandestini è il modo migliore per evitare che un lavoratore sfruttato assunto in nero denunci il suo sfruttatore alla polizia. Sulla stessa scia l’oscena proposta di obbligare i medici degli ospedali a denunciare i clandestini dopo averli curati al pronto soccorso.

A quando un Sacco o un Vanzetti nigeriano? E se fossero già in galera?

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