Ribaltone libico.

Concentrata in questi giorni sugli sconvolgenti accadimenti del disastro giapponese, l’attenzione pubblica ha un po’ abbandonato quello che stava e sta accadendo in Libia.

La situazione però si è drasticamente modificata rispetto a quello che accadeva solo una settimana fa o poco più. Dopo i proclami di delirio dittatoriale del presidente libico, gli attacchi a tutti i suoi “ex-amici” (ha definito anche l’Italia “traditrice”), la situazione si è in pratica ribaltata. Le truppe del rais stanno sconfiggendo ogni giorno che passa le cellule di rivoltosi a suon di bombardamenti e uccisioni, e la caduta del leader libico, che pareva ormai cosa fatta, si allontana sempre di più.

I ribelli non mollano la presa, in una Bengasi ormai assediata, e il figlio di Gheddafi, Saif, ha dichiarato che “sarà tutto finito in 48 ore”, attaccando ancora una volta i paesi che si sono dimostrati ostili al regime. La forzata moderazione degli interventi internazionali ha fatto sì che il regime riprendesse forza, e di fronte alla minaccia poi ritirata di intervenire dal punto di vista militare (su cui spingeva soprattutto la Francia, ma anche Obama sembrava in un primo momento d’accordo, così come la Gran Bretagna), si è ottenuta una reazione totalmente contraria. Il regime si è rinforzato, interpretando probabilmente questa titubanza come una debolezza dei suoi detrattori, e i ribelli si trovano adesso in una situazione di grossa difficoltà.

Cosa accadrà adesso? Parte della comunità nazionale auspica che il leader libico cadrà comunque, magari non subito, dovendo far fronte all’isolamento diplomatico ed economico in cui si troverà nell’immediato futuro. Provvedimenti forse insufficienti vista la situazione drammatica in cui versa la popolazione della Libia, con i ribelli che ormai non credono più nelle forze dell’occidente, non chiedono più il loro aiuto, e annunciano che Gheddafi comunque cadrà prima o poi, e si ricorderanno di chi li ha aiutati (pochi) e chi no (quasi tutti). Continuano a dire di non avere paura, a sperare in una vittoria data per certa. Ma con Bengasi sotto assedio, la colonna di quaranta carri armati che è entrata a Misurata, i violenti bombardamenti che continuano a colpire le città in mano ai ribelli, fanno immaginare una risoluzione tutt’altro che vittoriosa per il popolo libico.

Se Gheddafi resisterà al potere, dopo si dovranno fare i conti con questa grave mancanza di intervento della comunità internazionale. Rimane da chiedersi come mai la difesa del popolo e della democrazia non sia stata portata con la stessa decisione e risoluzione delle recenti guerre in Iraq e Afghanistan, e permangono molti dubbi sui rapporti internazionali del leader libico. Ancora oggi Saif, nei suoi già citati attacchi alla Francia, accusava Sarkozy di aver usato i soldi libici per finanziare la sua campagna elettorale, e di averne le prove. Probabilmente ancora un delirio da regime, ma il perché Gheddafi sia ancora lì dopo aver ucciso centinaia di persone del suo stesso popolo rimane ancora una domanda senza risposta.

Il vento di democrazia soffia a fasi alterne in Medio Oriente.

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