Il nostro sistema investigativo

“Alla luce degli ultimi delitti avvenuti in Italia, viene spontaneo interrogarsi sull’efficienza del nostro sistema investigativo, per chiederci se non sia il caso di apportare eventuali correttivi, poiché abbiamo appurato che così come è strutturato, non funziona”.

Questa affermazione è di esperti dei lavori di indagine, esponenti di polizia e della magistratura. Esperti dei lavori. Io come cittadina condivido questa tesi, prendondo nota del numero di delitti impuniti, degli “scomparsi” mai ritrovati.
Sicuramente siamo cresciuti tutti sul modello americano, sulla task force mobilitata per la sparizione di un individuo, formata da chimici, profilers, analisti informatici di grande rilievo, anatomopatologi capaci di far parlare i morti e i loro silenzi e, dulcis in fundo, investigatori audaci che in poco tempo consegnano l’assassino alla giustizia.
Ora, sappiamo che anche il nostro sistema investigativo si è modernizzato: abbiamo i RIS, che sono supportati da altri organismi investigativi di grande efficienza, ma forse deve mancare qualcosa a livello di coordinamento delle forze sul campo o in campo investigativo che impedisce la corretta analisi dei fatti, nonché la cattura di chi ha commesso un delitto e lo ha reiterato. Per non parlare dei ritardi con cui viene esaminata l’intera scena del crimine: addirittura si torna sul luogo dopo 2 anni, alla ricerca di un qualcosa a cui non si era pensato subito. Noi sappiamo che se la scena del crimine viene contaminata sarà impossibile trovare indizi relativi al DNA dell’ipotetico assassino, ma i RIS ci tornano e continuano le loro indagini alla ricerca di nuovi elementi, che però poi non convincono quasi mai la magistratura. Viene naturale chiedersi dove sbagliamo quando, dopo anni di ricerche, il sospetto viene catturato non in Italia ma a Londra, dove ha reiterato il crimine. Ci possiamo ritenere fortunati quando i nostri RIS individuano tracce del DNA dell’assassino e consentono la risoluzione del caso. Ma i tempi sono spesso troppo lunghi: il solo elemento scientifico non basta, non può essere sempre attendibile.
Allora forse hanno ragione quanti affermano che anche in Italia dovrebbe nascere un corpo speciale a cui assegnare i casi di “sparizioni” che manifestano una certa preoccupazione. Una task force in grado di intervenire subito, con tutti i rilievi del caso. Un lavoro enorme, quello che deve fare una forza speciale organizzata, ben strutturata e coordinata, perché un lavoro così difficile non può basarsi sull’impiego di volontari, dato che nulla può né deve essere tralasciato o esaminato con superficialità.
Al contrario, i dati devono convergere tutti in un unico sistema e, in questi tipi di indagine, la presenza di troppi individui non organizzati mina la buona riuscita dell’indagine. Credo inoltre che la magistratura dovrebbe dare maggior spazio investigativo e autonomia alle forze di polizia, per metterle nelle condizioni di intervenire prima e meglio. Sarebbe auspicabile che le singole regioni si attivassero per creare una forza di intervento capace di agire con immediatezza – dal momento che il numero degli scomparsi aumenta sempre più – se si vuole davvero interagire nelle prime 24 ore dalla sparizione, ore per le quali le possibilità di ritrovamento in vita sono maggiori.

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Giustizia, verità e bellezza: i più concreti tra i canoni astratti

Le parole “giustizia” e “verità” evocano valori, scopi, finalità astrattamente stimabili, lodevoli, ma soprattutto caratteri che devono essere propri di ogni uomo che ricopra la funzione del giudice. L’uomo giudice, per essere un buon magistrato, deve essere terzo e imparziale, deve essere distaccato da ogni legame umano, superiore a ogni simpatia e a ogni amicizia.

I concetti di verità e giustizia sono difficilmente rintracciabili nei nostri codici, ma sono generalmente considerati la vera e propria radice fondante dell’intera materia giuridica.

Del resto, come potremmo pensare a un giudice non giusto? Come immaginare una verità non vera?

Gli studiosi e le alte Corti del nostro Stato per decenni hanno tentato, e tuttora tentano affannandosi non poco, di dare una definizione di terzietà e imparzialità, di trovare loro una collocazione sistematica, di decifrarne i codici, all’apparenza esclusivamente astratti, creando istituti potenzialmente idonei a sanare quei vuoti che inevitabilmente si incontrano in un ordinamento giuridico in perenne mutamento.

Terzietà e imparzialità come due facce della stessa medaglia, ma allo stesso tempo due principi così imprescindibili,  irrinunciabili e così astratti da far sembrare addirittura improprio un loro imprigionamento in un codice di procedura o all’interno del più ampio ordinamento giuridico.

Entrambi i principi sono espressamente indicati come valori di rango costituzionale, che devono caratterizzare non solo il processo penale, ma l’intero esercizio della giurisdizione e della funzione giudiziaria in tutte le sue forme.

Semplificando, si potrebbe affermare che il concetto di terzietà attiene specificatamente alla posizione del giudice chiamato a esercitare la sua funzione nell’ambito del singolo processo affidatogli, posizione di “alterità” rispetto a quella delle parti in causa – attore e convenuto nel processo civile; pubblico ministero, parte civile e imputato in quello penale -.

La terzietà non esiste o non rileva al di fuori del processo.

Il concetto d’imparzialità è invece molto più ampio, e la sua realizzazione dipende non solo da come l’ordinamento disegna la figura del giudice e l’esercizio della giurisdizione, ma anche dal modo di porsi della persona giudice rispetto alla vicenda che deve decidere.

Si potrebbe affermare che l’imparzialità corrisponde al disinteresse” del giudice per la soluzione della vicenda, considerando che “disinteresse personale” è proprio l’espressione utilizzata dal codice deontologico, sia pure in un contesto non identico.

È possibile quindi affermare che l’ordinamento deve conformare l’esercizio della giurisdizione in modo da garantire terzietà e imparzialità.

Per garantire il principio dell’imparzialità occorre fare riferimento anche a situazioni o fatti esterni ed estranei alla vicenda processuale in quanto tale, ma suscettibili di influenzarne la soluzione – quali ad esempio i rapporti del magistrato di tipo affettivo, economico, personali o d’altro tipo – tali da far comunque pensare al rischio di un pre-giudizio, nel senso di giudizio preconcetto.

Tuttavia, per quanto siano concetti diversi, terzietà e imparzialità finiscono per intrecciarsi in un vincolo che non è facilmente risolvibile, tanto che non può parlarsi di vera terzietà se non in relazione o in collegamento con l’imparzialità. Non può parlarsi di giustizia se non in rapporto con la verità. Una decisione del giudice ingiusta è pur sempre una decisione non vera. Una decisione giusta spesso è una decisione vera, spesso e non sempre perché applicare la legge alla lettera è praticamente impossibile. Come può interpretarsi la formula “oltre ogni ragionevole dubbio”? Il dubbio è qualcosa di soggettivo, come fa a essere sindacabile?

La verità è oggettiva? La bellezza è oggettiva? Allo stesso modo la giustizia. È difficile rispondere, ma quando penso al binomio verità – giustizia, mi viene sempre in mente un passo del grandissimo giurista  Piero Calamandrei ( 1889 – 1956) che, con una metafora, ci illustra la difficoltà di percepire la verità, paragonando l’attività del giudice a quella del pittore.

mettete due pittori davanti allo stesso paesaggio, l’uno accanto all’altro, ognuno con il suo cavalletto:  tornate dopo un’ora a guardare quello che ciascuno ha tracciato sulla sua tela. Vedrete due paesaggi assolutamente diversi, tali da parer impossibile che il modello ne sia stato lo stesso. Direte dunque che uno dei due ha tradito la verità?

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