Roberto Saviano a Firenze presenta “Vieni via con me”

Il pomeriggio di mercoledì 16 marzo ero a casa quando, in una pausa dallo studio, mi sono ricordato che quella sera Roberto Saviano sarebbe stato a Firenze per presentare il suo ultimo libro “Vieni via con me”.  Incuriosito, non ci ho pensato due volte: ho preso la macchina e mi sono avviato. La presentazione era organizzata alla libreria Feltrinelli di Via de’Cerretani, alle ore 21. Appena arrivato, accanto a Piazza Duomo intorno alle 20, ho subito notato una fila infinita di persone in coda e il piacevole suono di “Redemption Song” di Bob Marley in sottofondo. Mi sono avvicinato e, parlando con un gruppo di ragazzi, questi mi hanno raccontato che qualcuno era lì dalle 18 e che la fila alle loro spalle era di 500 persone, anche se a dire il vero a occhio nudo ne contavo almeno il doppio.

Ho notato subito due particolari. Il primo era il fatto che c’erano davvero tantissimi giovani, più di quanti potessi immaginare, i quali componevano indubbiamente la parte più sostanziosa delle persone presenti, il secondo che tanti spettatori non erano accompagnati, si erano recati in libreria da soli. Vi sembrerà una banalità, ma nella mia testa questo significava qualcosa. Ho pensato che tante di quelle persone erano lì perché vedevano in Saviano non soltanto un giovane e coraggioso scrittore ma anche un modello, per alcuni addirittura una speranza. Appena è arrivato, come al solito circondato una mezza dozzina di guardie del corpo, la folla lo ha accolto con un grande, lunghissimo applauso. Quando ho visto intorno a me illuminarsi e brillare gli occhi di tante persone che lo osservavano quasi impietrite, ho capito che le mie sensazioni non erano sbagliate. Non ero tra le 300 persone che lo attendevano nella libreria, dato che costoro erano lì da almeno 3 ore, ma mi sono dovuto accontentare di un posto, in mezzo alla strada, davanti al maxischermo appositamente predisposto dal Comune, insieme a circa altre 3000 persone. Saviano  ha raccontato come tornare in libreria a presentare il suo libro sia stata la prima condizione posta all’editore per pubblicare “Vieni via con me”.  Questo perché, “la libreria è un luogo di approfondimento e riflessione che terrorizza il potere”. La camorra non ha paura di me e delle mie parole, ma di chi mi legge, perchè con i lettori la parola diventa azione” Saviano, poi, ha speso due parole sulla differenza tra delegittimare e criticare. Parlando della critica ha sottolineato come questa sia l’elemento fondante della democrazia e del confronto, mentre soffermandosi sulla delegittimazione ha affermato che questa non significa altro che dire: ”siamo tutti uguali, tutti la stessa schifezza”. Del resto, la libreria è il luogo dove le parole, le storie, i racconti si diffondono e vengono conosciuti, per poi trasmettersi tra i lettori. Mai sono state pronunciate parole più vere di quelle dell’autore, quando ha detto:  “La camorra non ha paura di me, ha paura di chi mi legge, questo fa paura ai potenti”. Saviano ha ricordato di essere stato qui a Firenze 5 anni fa, nel  maggio 2006, per presentare Gomorra e, senza nascondere una risata, ha raccontato che quella volta c’erano soltanto 3 persone ad ascoltarlo… Mercoledì ce n’erano 3000. Le parole di Saviano sono state particolarmente forti e apprezzate quando, proprio a proposito di delegittimazione, ha ricordato alcune persone distrutte, secondo l’autore, da quella che egli stesso ha definito la “macchina del fango” come le figure di Pippo Fava, padre Puglisi, don Peppe Piana, Giancarlo Siani e Giovanni Falcone.

Ma ciò che più di ogni altra cosa ha colpito la mia attenzione è stata la frase con la quale si è congedato, per poi andare a firmare le copie del suo libro all’inverosimile numero di fan che erano lì con la loro copia personale in mano. Infatti, prima di perdersi tra le note di “Vieni via con me” di Paolo Conte, Saviano ha chiuso il suo intervento citando una frase di un autore americano, “se lo puoi sognare, lo puoi realizzare…”, omettendo volontariamente chi fosse l’autore, quasi invitando il pubblico a scoprirlo non appena ritornati a casa. Ogni spettatore, come me del resto, ascoltando quella frase avrà immaginato qualcosa di diverso, qualcosa di strettamente personale. Sono altrettanto certo, però,  che tutti quelli che appena tornati a casa hanno scoperto che quella frase è stata detta da Walt Disney, avranno accennato un sorriso e, soprattutto, avranno apprezzato immensamente quella volontaria omissione.

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Il "Barcellona d'Italia": ecco perchè l'Udinese ha stupito tutti

Oramai non fa quasi più notizia. L’Udinese di Francesco Guidolin sta facendo cose meravigliose. Quarta in campionato a soli sei punti dalla capolista Milan ed a quattro dall’Inter campione del mondo. Ma qual’è il segreto della squadra di Guidolin? Solamente i giocatori a disposizione? Assolutamente no. Perchè i giocatori devi saperli mettere in campo e trovare la giusta quadratura, ed in Serie A quest’anno oltre a Walter Mazzarri (anche lui protagonista di cose strepitose col Napoli) è stato il tecnico di Castelfranco Veneto a capire alla perfezione come tirar fuori il meglio dai suoi ragazzi.

Si è fatto un paragone scomodissimo nelle ultime settimane, comparando la squadra friulana all’inarrivabile Barcellona di Pep Guardiola, ma in un certo senso c’è una grossa similitudine. La squadra catalana gioca con due-tre attaccanti, il più alto dei quali è un metro e settantaquattro, con Messi che in pratica gioca da centravanti. Perchè? Perchè il calcio è in continua evoluzione e bisogna sapersi adattare. Al giorno d’oggi (ma non rispetto a dieci anni fa, bensì rispetto a due-tre stagioni fa) si deve essere prima di tutto rapidi, altrimenti le difese arroccate ed aggressive sono difficili da scardinare. Soprattutto in Europa il tempo per pensare palla al piede è pochissimo e dunque serve gente che pensi ed esegua velocemente.

Partenza ad handicap per l’Udinese, con quattro sconfitte di fila (senza le quali chissà dove sarebbe adesso), ma soprattutto con un modulo diverso. Floro Flores, Corradi ed addirittura Denis giocavano al centro dell’attacco con Sanchez e Di Natale sui lati, dando punti di riferimento alle difese, che riuscivano a tenere a bada il tridente. Si ventilò addirittura un esonero di Guidolin e c’era già chi diceva che Di Natale non si sarebbe neanche avvicinato alla quota gol dell’anno precedente. Cosa è cambiato? Tanto. Guidolin ha capito che si può ottenere molto di più con due calciatori come Totò ed Alexis che svariano su tutto il fronte e con il pallone fatto viaggiare a terra invece che in aria.

Ma vediamo l’undici dei friulani e capiremo meglio. Partiamo dal portiere: Handanovic è cresciuto tantissimo in Italia, riducendo nettamente il numero di “leggerezze” e specializzandosi addirittura nel parare i rigori (quest’anno quattro su cinque). Affidabile. In difesa ci sono Zapata, che oramai a Udine è di casa, Domizzi e Benatia. Domizzi è stato un “rilancio” dell’allenatore, mentre Benatia è l’ennesimo prodotto deli osservatori friulani, che pescano talenti in ogni angolo del globo. Una difesa a tre, che dovrebbe essere più vulnerabile, ma invece non lo è. Per più motivi. Sia perchè sono tre giocatori che oramai giocano a memoria e sia perchè c’è quel fenomeno di Inler a dare una mano (poi nel tempo libero imposta la manovra, lotta a centrocampo e segna anche qualche gol da fuori area). A fianco a lui Asamoah, che pur non essendo un fenomeno garantisce quei meccanismi di qualità e quantità fondamentali. Poi gli esterni, ed anche qui non si può che rimanere stupefatti dinanzi alla competenza della società: Isla ed Armero, poco conosciuti quando sono arrivati, ammirati da tutti adesso. Veloci, precisi nei passaggi e capaci di inserirsi alle spalle degli attaccanti. Poi c’è Pinzi, che è il vero capolavoro di Guidolin: da perfetto mestierante di provinciale è diventato un giocatore chiave. Non è appariscente ma chi “legge” bene le partite dell’Udinese capisce quanto sia importante il suo modo di giocare. Raccordo perfetto fra centrocampo ed attacco…ma attenzione: fra quel tipo di centrocampo e quel tipo di attacco! Nello specifico.

Su Sanchez e Di Natale il discorso sarebbe lunghissimo. Certo è che uno che viene preso dal Cobreloa (alzi la mano chi conosceva questa squadra) e poi arriva a costare cinquanta milioni di euro fa storia a sé, ma le qualita del “Niño maravilla” sono strepitose. Scatto da centometrista, controllo invidiabile, capacità di giocare a testa alta e dribbling fulmineo lo rendono imprendibile. A Udine ha trovato la sua realtà…la troverà anche in una squadra che punta a vincere la Champions League? Su Di Natale poco da dire, per lui parlano i numeri: ventinove gol l’anno scorso, venticinque quest’anno…e mancano ancora otto partite. Se non vince la “Scarpa d’oro” è solo perchè Messi…è Messi, ovvero il calciatore che più si avvicina a Sua Maestà Diego Armando Maradona.

Insomma non si offenda nessuno se l’appellativo di “Piccolo Barcellona” si adatta perfettamente alla “Grande Udinese“.

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Polso di Puma – Il costo sociale della sordità emozionale (parte 1)

Bene, eccoci qua a perseverare nei nostri errori.
Ad esempio quello di pensare alle nostre vite.

Si perché noi “giovani” in realtà ben sappiamo che viviamo proprio in periodo di BEEP.

Diciamocelo! Viva il disfattismo!

La benzina costa troppo, i partner sono rompicoglioni, il lavoro latita, gli stipendi risalgono a prima dell’euro, gli affitti sono alle stelle e noi ce ne stiamo buoni buoni a casa di mamma a sentirci dire di metterci il cappello e di pulire la stanza..

Beh, se consideriamo che Alessandro Magno a 33 anni aveva gia’ conquistato mezzo mondo a piedi.. siamo a buon punto!

Ma erano altri tempi..

È dunque una questione di tempi? Dieci anni fa, ad esempio, i film iniziavano alle 20:30 e finivano un paio di ore dopo al massimo. Ora iniziano alle nove e non si sa quando finiscono: come mai? Sembra una sciocchezza ma non lo è. Non lo è perchè se noi mettiamo insieme tutte queste sciocchezze ci troviamo davanti alla nostra generazione (o peggio a quella dei piu’ giovani.) Gli ex bambini (oggi come oggi non saprei come definirli) a cinque anni usano già Playstation e Xbox (per avere qualcosa di simile, dovevamo aspettare anni e anni di stipendi paterni messi da parte), usano telefonini touchscreen e hanno il pieno controllo sui genitori. A dieci anni già hanno fatto esperienze sessuali che noi a quell’età non pensavamo neanche esistessero. Le esperienze sessuali.

I genitori, e quindi faccio un salto indietro a livello di età, sono presi dalla carriera, dal lavoro, il fitness, la linea, l’avvocato divorzista, gli alimenti, l’amante e lasciano i proprio figli a imparare i linguaggi esotici delle badanti che, importandosene ben poco, li lasciano muti e avidi emozionalmente. Noi giocavamo a pallone in strada e loro a Gta (noto videogioco dove lo scopo è uccidere, rapinare, rubare auto, sfruttare prostitute, vendere droga e altri simpatici lavoretti).

Mi sembra ovvio che qualcosa cambi in termini di sviluppo emotivo.

In mezzo ci siamo noi, a metà fra il sano e l’insano. Ben drogati da anni di televisione immondizia, tette e culi, violenza e paura, insicurezza e falsi nemici da combattere, cerchiamo di mantenere vivi quei pochi valori che i genitori nostri, dopo il lavoro, hanno cercato di infonderci.

Ed è lì che ci accorgiamo di essere sempre di meno!

Allora l’etica, la morale, il buonsenso, sistematicamente vengono soppiantante da arrivismo, menefreghismo, egoismo.

Ed è lì che il mondo subisce e paga il costo sociale della sordità emozionale.

Questa mitica frase del buon psicologo è illuminante se pensate a tutte le cose che vi capitano ogni giorno. Sono tutti presi da sé stessi, tutti incapaci di sentire quello che dice e prova il prossimo, tutti a pensare che non bisogna farsi fottere perché tutti ti vogliono fottere. Ed ecco che i capi al lavoro sono insensibili e chiedono l’impossibile sfruttando il proprio potere, gli automobilisti pensano che tutti vogliano mettersi davanti e passare per primi, i cittadini ritengono che i negozianti vogliano imbrogliarli e vendere cose scadenti, gli inservienti pensano che dato che l’attività non è la loro devono fare il minimo indispensabile per portare a casa lo stipendio, le persone in cerca di aiuto vengono ignorate, le regole vengono derogate alla prossima volta… E a furia di pensarla in questo modo, tutti fanno in questo modo. Perché l’ha fatto lui a me e io lo devo fare ad un altro. O peggio: lo fanno tutti, proprio a me devono scoprire?

E noi?

Noi sappiamo che è sbagliato tutto ciò ma quante volte ci sentiamo costretti a farlo?

Quante volte ci mettiamo nei panni degli altri? Quasi mai.

Ed è qui che mi ricollego ai nostri tempi e alla nostra società.

Mi si potrà obiettare: è colpa della nostra società perché la società siamo noi.

E sarei anche d’accordo. In realtà la società viene plasmata molto facilmente dal mondo d’oggi, tramite i modelli che ci vengono proposti.

Sono venti anni che vediamo gli stessi modelli e solo oggi proviamo blandamente a ribellarci. I “vincenti” degli ultimi anni sono imprenditori incalliti, politici ambigui, vecchiacci arrapati, personaggi della tv che non sanno fare nulla a parte mostrare la loro faccia da culo, opinionisti inutili quanto dispendiosi, vallette e veline, donne che fanno successo solo grazie a vestiti e atteggiamenti ammiccanti e donne che valgono… uhm… no decisamente donne che valgono se ne vedono molto poche in tv. E allora i suicidi aumentano, gli omicidi tra minori aumentano, fioriscono le storie al Pc, Facebook diventa la droga quotidiana, aumentano i casi di depressione tra giovani, l’uso di droghe, di alcolici.

Dati statistici alla mano, stamm ‘nguaiat.

Ora un bambino, che  da zero a 20 anni vede questo in tv e non ha sufficienti insegnamenti dai genitori impegnati al lavoro per mantenere la casa, la scuola e tutte le cose alla moda che devono comprare al figlio, come può crescere? L’infanzia è una finestra di opportunità e sarebbe bello se tutti i bambini potessero sfruttarle tutte.

Ma non dipende da loro.

Il molosso

gli articoli della rubrica polsodipuma sono presenti anche su www.polsodipuma.blogspot.com

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Crescere o decrescere?

Chi ha un mutuo sulle spalle è già al corrente di quello che sto per dire. In seguito agli avvenimenti libici, alcuni giorni fa la BCE ha annunciato di voler alzare i tassi di interesse. La notizia ha provocato un immediato rialzo del tasso europeo che governa i mutui. In parole povere, le rate del mutuo diventano sostanzialmente più pesanti. È un giro un po’ complesso, quello che porta da Benghasi al nostro bilocale, che da un punto di vista tecnico economico non fa una piega. La domanda è: è normale? Sì, la globalizzazione è anche questo, per cui avvenimenti distanti da noi, senza alcun legame apparente con la nostra situazione, comportano conseguenze tangibili nella vita quotidiana. La mia domanda però, era un’altra: è normale che siano l’economia e il mercato a tenere in mano la politica e a governare le nostre vite, e non viceversa? In un certo senso, ce la siamo un po’ cercata, come si suol dire, visto che è così che funziona l’economia capitalista. Anni di lotte avevano imposto dei sistemi che mettessero un freno alla corsa del guadagno per il guadagno, ma poiché la politica è stata pian piano “comprata” dalle multinazionali, questi sistemi stanno saltando, con gli effetti che vediamo.

Quando si parla di economia, un concetto la fa padrone: il PIL. PIL è l’acronimo di Prodotto Interno Lordo. Corrisponde al “valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese in un certo intervallo di tempo (solitamente l’anno) e destinati ad usi finali (consumi finali, investimenti, esportazioni nette)” (Wikipedia). Per farla semplice, è la somma di tutte le fatture emesse in un anno in Italia (sono consapevole che questa frase farà rabbrividire gli economisti, ma cerco di rendere l’idea). L’intento di questo indicatore è quello di quantificare la ricchezza prodotta da uno Stato, e infatti la classifica che determina quali paesi entrano nel G8, G20, etc. è stilata basandosi sul PIL. Molte sono le obiezioni di fronte a questo sistema di valutazione della ricchezza. Celebre il discorso di Robert F. Kennedy alla University of Kansas, il 18 marzo del 1968. Lo trascrivo (traduzione italiana tratta dal sito di Beppe Grillo) perché penso che valga davvero la pena leggerlo. Per chi volesse apprezzarlo in versione originale, riporto il link sul sito della John F. Kennedy Presidential Library.

 

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani.”

 

Ricordate lo spot che uno dei precedenti governi Berlusconi aveva finanziato, con quel tizio che andava in giro a comprare ogni ben di Dio, con una busta che diceva “L’economia gira con me”? Questa è l’essenza del PIL. Più facciamo la nostra parte di buoni consumatori, più spendiamo per acquistare, più contribuiamo alla crescita della nostra economia, nel modo in cui è intesa oggi. È accettabile questo concetto? È una domanda che chiunque abbia un cervello per pensare è tenuto almeno a porsi. Ci sono persone che a questa domanda rispondono no, ispirandosi a un principio che sta prendendo sempre più piede e sul quale credo sia opportuno fermarsi a riflettere. Parlo del “downshifting” o, nella sua traduzione italiana, della “decrescita”.  Per descriverlo, cito le parole di Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la decrescita felice:

 

“La decrescita è elogio dell’ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all’effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di censure, la conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso; distinguere la qualità dalla quantità; desiderare la gioia e non il divertimento; valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; collaborare invece di competere; sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione. La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi le persone dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l’economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci al meglio.”

 

I sostenitori della decrescita sono quelli che scelgono di rinunciare a un lavoro con uno stipendio maggiore e alla casa in centro, pur di avere il tempo di giocare con i figli e di dedicarsi alle proprie passioni. Sono quelli che vedono l’automobile come una fonte di spese inutili in termini economici e ambientali, e preferiscono spostarsi solo quando serve e con mezzi alternativi. Questo non significa essere nostalgici del Medioevo. Significa solo applicare il vecchio motto che recita “i soldi non danno la felicità”, o meglio, la felicità non passa necessariamente per vie economiche, anzi, spesso, le cose che ci rendono felici sono quelle che non si possono comprare.

In breve, si vive per lavorare o si lavora per vivere? La decrescita non è che una delle risposte a questa domanda. È un modo di intendere la vita, il risultato di una scala di valori in cui il denaro rimane sempre, inequivocabilmente dietro gli affetti.

Occorrerebbe almeno riflettere sul fatto che un principio del genere sia così in contrasto con la società odierna, in cui molte persone devono lavorare dieci ore al giorno per sbarcare il lunario.

Il nostro sistema investigativo

“Alla luce degli ultimi delitti avvenuti in Italia, viene spontaneo interrogarsi sull’efficienza del nostro sistema investigativo, per chiederci se non sia il caso di apportare eventuali correttivi, poiché abbiamo appurato che così come è strutturato, non funziona”.

Questa affermazione è di esperti dei lavori di indagine, esponenti di polizia e della magistratura. Esperti dei lavori. Io come cittadina condivido questa tesi, prendondo nota del numero di delitti impuniti, degli “scomparsi” mai ritrovati.
Sicuramente siamo cresciuti tutti sul modello americano, sulla task force mobilitata per la sparizione di un individuo, formata da chimici, profilers, analisti informatici di grande rilievo, anatomopatologi capaci di far parlare i morti e i loro silenzi e, dulcis in fundo, investigatori audaci che in poco tempo consegnano l’assassino alla giustizia.
Ora, sappiamo che anche il nostro sistema investigativo si è modernizzato: abbiamo i RIS, che sono supportati da altri organismi investigativi di grande efficienza, ma forse deve mancare qualcosa a livello di coordinamento delle forze sul campo o in campo investigativo che impedisce la corretta analisi dei fatti, nonché la cattura di chi ha commesso un delitto e lo ha reiterato. Per non parlare dei ritardi con cui viene esaminata l’intera scena del crimine: addirittura si torna sul luogo dopo 2 anni, alla ricerca di un qualcosa a cui non si era pensato subito. Noi sappiamo che se la scena del crimine viene contaminata sarà impossibile trovare indizi relativi al DNA dell’ipotetico assassino, ma i RIS ci tornano e continuano le loro indagini alla ricerca di nuovi elementi, che però poi non convincono quasi mai la magistratura. Viene naturale chiedersi dove sbagliamo quando, dopo anni di ricerche, il sospetto viene catturato non in Italia ma a Londra, dove ha reiterato il crimine. Ci possiamo ritenere fortunati quando i nostri RIS individuano tracce del DNA dell’assassino e consentono la risoluzione del caso. Ma i tempi sono spesso troppo lunghi: il solo elemento scientifico non basta, non può essere sempre attendibile.
Allora forse hanno ragione quanti affermano che anche in Italia dovrebbe nascere un corpo speciale a cui assegnare i casi di “sparizioni” che manifestano una certa preoccupazione. Una task force in grado di intervenire subito, con tutti i rilievi del caso. Un lavoro enorme, quello che deve fare una forza speciale organizzata, ben strutturata e coordinata, perché un lavoro così difficile non può basarsi sull’impiego di volontari, dato che nulla può né deve essere tralasciato o esaminato con superficialità.
Al contrario, i dati devono convergere tutti in un unico sistema e, in questi tipi di indagine, la presenza di troppi individui non organizzati mina la buona riuscita dell’indagine. Credo inoltre che la magistratura dovrebbe dare maggior spazio investigativo e autonomia alle forze di polizia, per metterle nelle condizioni di intervenire prima e meglio. Sarebbe auspicabile che le singole regioni si attivassero per creare una forza di intervento capace di agire con immediatezza – dal momento che il numero degli scomparsi aumenta sempre più – se si vuole davvero interagire nelle prime 24 ore dalla sparizione, ore per le quali le possibilità di ritrovamento in vita sono maggiori.

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Giustizia, verità e bellezza: i più concreti tra i canoni astratti

Le parole “giustizia” e “verità” evocano valori, scopi, finalità astrattamente stimabili, lodevoli, ma soprattutto caratteri che devono essere propri di ogni uomo che ricopra la funzione del giudice. L’uomo giudice, per essere un buon magistrato, deve essere terzo e imparziale, deve essere distaccato da ogni legame umano, superiore a ogni simpatia e a ogni amicizia.

I concetti di verità e giustizia sono difficilmente rintracciabili nei nostri codici, ma sono generalmente considerati la vera e propria radice fondante dell’intera materia giuridica.

Del resto, come potremmo pensare a un giudice non giusto? Come immaginare una verità non vera?

Gli studiosi e le alte Corti del nostro Stato per decenni hanno tentato, e tuttora tentano affannandosi non poco, di dare una definizione di terzietà e imparzialità, di trovare loro una collocazione sistematica, di decifrarne i codici, all’apparenza esclusivamente astratti, creando istituti potenzialmente idonei a sanare quei vuoti che inevitabilmente si incontrano in un ordinamento giuridico in perenne mutamento.

Terzietà e imparzialità come due facce della stessa medaglia, ma allo stesso tempo due principi così imprescindibili,  irrinunciabili e così astratti da far sembrare addirittura improprio un loro imprigionamento in un codice di procedura o all’interno del più ampio ordinamento giuridico.

Entrambi i principi sono espressamente indicati come valori di rango costituzionale, che devono caratterizzare non solo il processo penale, ma l’intero esercizio della giurisdizione e della funzione giudiziaria in tutte le sue forme.

Semplificando, si potrebbe affermare che il concetto di terzietà attiene specificatamente alla posizione del giudice chiamato a esercitare la sua funzione nell’ambito del singolo processo affidatogli, posizione di “alterità” rispetto a quella delle parti in causa – attore e convenuto nel processo civile; pubblico ministero, parte civile e imputato in quello penale -.

La terzietà non esiste o non rileva al di fuori del processo.

Il concetto d’imparzialità è invece molto più ampio, e la sua realizzazione dipende non solo da come l’ordinamento disegna la figura del giudice e l’esercizio della giurisdizione, ma anche dal modo di porsi della persona giudice rispetto alla vicenda che deve decidere.

Si potrebbe affermare che l’imparzialità corrisponde al disinteresse” del giudice per la soluzione della vicenda, considerando che “disinteresse personale” è proprio l’espressione utilizzata dal codice deontologico, sia pure in un contesto non identico.

È possibile quindi affermare che l’ordinamento deve conformare l’esercizio della giurisdizione in modo da garantire terzietà e imparzialità.

Per garantire il principio dell’imparzialità occorre fare riferimento anche a situazioni o fatti esterni ed estranei alla vicenda processuale in quanto tale, ma suscettibili di influenzarne la soluzione – quali ad esempio i rapporti del magistrato di tipo affettivo, economico, personali o d’altro tipo – tali da far comunque pensare al rischio di un pre-giudizio, nel senso di giudizio preconcetto.

Tuttavia, per quanto siano concetti diversi, terzietà e imparzialità finiscono per intrecciarsi in un vincolo che non è facilmente risolvibile, tanto che non può parlarsi di vera terzietà se non in relazione o in collegamento con l’imparzialità. Non può parlarsi di giustizia se non in rapporto con la verità. Una decisione del giudice ingiusta è pur sempre una decisione non vera. Una decisione giusta spesso è una decisione vera, spesso e non sempre perché applicare la legge alla lettera è praticamente impossibile. Come può interpretarsi la formula “oltre ogni ragionevole dubbio”? Il dubbio è qualcosa di soggettivo, come fa a essere sindacabile?

La verità è oggettiva? La bellezza è oggettiva? Allo stesso modo la giustizia. È difficile rispondere, ma quando penso al binomio verità – giustizia, mi viene sempre in mente un passo del grandissimo giurista  Piero Calamandrei ( 1889 – 1956) che, con una metafora, ci illustra la difficoltà di percepire la verità, paragonando l’attività del giudice a quella del pittore.

mettete due pittori davanti allo stesso paesaggio, l’uno accanto all’altro, ognuno con il suo cavalletto:  tornate dopo un’ora a guardare quello che ciascuno ha tracciato sulla sua tela. Vedrete due paesaggi assolutamente diversi, tali da parer impossibile che il modello ne sia stato lo stesso. Direte dunque che uno dei due ha tradito la verità?

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Perché non dovremmo vietare il burqa

Martha Nussbaum

Mi è sempre piaciuta Martha Nussbaum. In foto sembra una bellissima signora perfettamente anglosassone, e la sua scrittura è sempre lucida e razionalmente spiazzante. D’altra parte è uno dei maggiori filosofi viventi e una pensatrice a cui non servono dotte elucubrazioni e pensose citazioni per trasmettere la profondità del proprio pensiero. Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di leggere un suo intervento sul New York Times dal titolo “Minacce velate”, ripubblicato da Internazionale.

Con questo articolo intendo riproporvi il succo della sua riflessione perché fa pensare e, soprattutto su certi temi, pensare è necessario, prima di parlare o, peggio, di agire.

Il tema è quello della proibizione del burqa, oggetto di interventi legislativi in molti paesi occidentali. La questione ha a che fare con il tema della libertà nelle nostre società dove la legislazione, non ce lo scordiamo, è espressione del pensiero di una maggioranza ma dove la tutela dei pensieri e delle azioni minoritarie è la cartina tornasole della loro credibilità democratica.

Dice Nussbaum che i primi due argomenti usati dai proibizionisti sono: (1) “il volto deve essere lasciato scoperto per motivi di sicurezza“; (2) “la copertura del viso impedisce la reciprocità e la relazione“. Coerenza vorrebbe che tali affermazioni valessero anche per chi si copre per il freddo gelido dell’inverno o per chi deve coprirsi per motivi professionali. Logica vorrebbe che il divieto valesse sempre, e invece così non è, perché il problema non è il volto coperto ma il fatto che quel volto appartenga a persone musulmane. Una terza argomentazione porta a proprio sostegno il fatto che (3) “il burqa sarebbe un segno della dominazione maschile che concepisce la donna come oggetto“. Sempre coerenza vorrebbe che anche buona parte della pubblicità, la chirurgia estetica e i jeans attillati venissero banditi per legge, mentre sono ampiamente tollerati. Il problema del sessismo esiste e permea la nostra quotidianità, ma il burqa sembra non essere il primo dei problemi su questo versante. Vi è poi l’argomento della costrizione (4). Tale argomento però mal si presta a una generalizzazione, perché sarebbe necessario verificare caso per caso se questo corrisponda al vero e, soprattutto, perché la non costrizione presupporrebbe una reale possibilità di scelta e consapevolezza. Quest’ultima non spunterebbe magicamente da una legge che imponesse di non indossare il burqa, ma dallo sviluppo di istruzione e opportunità professionali e sociali e, quindi, da serie politiche utili non solo alle donne musulmane ma anche a tutte coloro che subiscono, ogni giorno, forme di coercizione e violenza nelle nostre famiglie “senza veli”. Infine, vi è l’argomento estetico (5): il burqa è scomodo, impedisce liberi movimenti. Beh, che dire dei tacchi a spillo?

Il nocciolo della riflessione di Nussbaum è che una società democratica e liberale dovrebbe affrontare il tema centrale della libertà di scelta e di coscienza partendo dalla rimozione degli ostacoli economici, culturali e sociali, che ne impediscono l’esercizio, e non dalla proibizione di forme espressive esteriori. In questo senso non è incoerente la sua giustificazione della proibizione del velo in Turchia. Lì la ragione che ha portato, tempo fa, a quella decisione era la difesa della minoranza di donne che non portandolo erano oggetto di violenza e discriminazione. Con quell’intervento legislativo si è protetta una minoranza nel nome di un interesse pubblico più ampio. Il problema non è il velo ma la possibilità di ognuno di cercare la propria strada verso la realizzazione personale: in democrazia lo si affronta con l’esempio e la persuasione, non con la restrizione degli spazi di libertà.

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Attaccateci e sarà l'inferno.

Con questa dichiarazione il leader libico Gheddafi ha risposto alla risoluzione decisa dell’ONU. Dopo giorni di colpevole ritardo (ne avevamo parlato nel recente articolo Ribaltone Libico), la comunità internazionale si è finalmente mossa sulla questione libica decidendo una “no-fly zone” per preservare le vite e la sicurezza dei civili.

La “no-fly zone” vieta tutti i voli nello spazio aereo della Libia che non siano voli umanitari, e autorizza i vari stati a intervenire – militarmente; con i caccia, insomma – per garantirne l’attuazione. Francia e Gran Bretagna sono in prima linea, e hanno già annunciato l’invio di caccia, così come il Canada. L’Italia per il momento non prende una posizione netta, ma dovrà mettere a disposizione delle forze Nato le proprie basi militari. L’Europa sembra comunque tutta unita sulla decisione di intervenire: anche Spagna, Belgio e Grecia hanno dato la loro adesione, adesione che crescerà sicuramente nelle prossime ore e nei prossimi giorni. Cosa accadrà a Gheddafi non è ancora dato saperlo (sebbene si prospettino per lui accuse di crimini contro l’umanità), ma sentendo le sue parole minacciose aumenta il sentimento di vergogna nel ricordare baciamani e circhi equestri.

La reazione del dittatore libico, come dicevamo, non si è fatta attendere. In un’intervista alla tv locale ha dichiarato candidamente: “Se il mondo è impazzito, diventeremo matti anche noi. Risponderemo. Trasformeremo la loro vita in un inferno” (via | Repubblica.it ) Minacce di un dittatore ormai alla canna del gas (ed è proprio il caso di dirlo, visti gli interessi energetici dell’Europa con la Libia). Il popolo in rivolta ha accolto la notizia dell’intervento internazionale con scene di giubilo, hanno visto nell'”occidente salvatore” la possibilità di una riscossa, visti i terribili scontri e le perdite dei giorni scorsi. Esclusa per il momento l’idea di un’occupazione militare diretta, la “no-fly zone” non è l’unico intervento deciso nei confronti della Libia: sanzioni economiche, l’embargo forzato e la chiusura pressoché totale dei canali diplomatici prospettano una situazione non certo florida per il regime.

Di sicuro sconvolgono le parole usate dal rais, quella minaccia (forse esagerata, forse no) ai paesi del Mediterraneo e all’occidente “impazzito” rende ancora più delicata la situazione. L’intervento necessario è però arrivato, e nei prossimi giorni finalmente capiremo cosa accadrà nella povera Libia, un paese ormai martoriato dalla guerra civile, dove sono morte centinaia di persone bombardate dal loro stesso leader sotto gli occhi di un’Europa attonita, quasi bloccata dagli interessi economici nella regione. Il popolo si augurava una rivolta lampo e un rovesciamento del regime come era accaduto in Tunisia e in Egitto. Purtroppo non è andata così.

Polso di Puma – Vizi pubblici e private virtù

L’ultimo G20, svoltosi nel febbraio 2011 a Parigi, è stato incentrato sulla scelta degli indicatori in grado di valutare le politiche economiche degli Stati, allo scopo ridurre gli squilibri che minacciano la crescita e la ripresa economica.

L’Italia, attraverso il ministro Tremonti, ha caldeggiato la scelta di considerare un indicatore per il debito degli Stati che tenga conto della somma del debito pubblico e degli indebitamenti complessivi dei privati. Questo tipo di analisi dovrebbe migliorare la valutazione dell’economia italiana da parte delle agenzie di rating e scongiurare i rischi di default dei conti dello Stato: notoriamente infatti il nostro paese è caratterizzato da un basso livello di indebitamento privato: gli italiani sono un popolo di risparmiatori, molto più di altre nazioni.

Senza entrare nel merito degli aspetti tecnici connessi alla scelta di un indicatore finanziario di questo tipo, è interessante valutare le conseguenze sociali di un approccio di questo genere. Lo Stato italiano ha iniziato da anni una politica di progressivo smantellamento del welfare, il sistema dei servizi pubblici mediante il quale l’individuo può sentirsi davvero parte di una comunità. La progressiva diminuzione delle risorse destinate a scuola, università, trasporti pubblici, sanità, ha provocato una conseguente diminuzione della qualità di questi servizi, spesso anche per uno scarso controllo centrale sulla effettiva produttività delle strutture coinvolte e dei dipendenti che lavorano all’interno di questi enti.

Il welfare funge da strumento in grado di mitigare le differenze economiche tra i singoli ridistribuendo, sotto forma di servizi, delle opportunità per l’accesso alla cultura e alla salute anche a persone che non potrebbero permettersi le stesse possibilità pagandole attraverso strutture private.

Certificare, a livello statale, la sconfitta di un modello sociale in grado di ridistribuire ricchezza significa decretare la fine delle possibilità di ripianare un debito pubblico che di anno in anno continua a crescere, tagliando le ali a qualsiasi progetto in grado di rimettere in moto l’economia.
Inoltre, si ribadisce implicitamente che la politica di questi anni ha incentivato l’accumulo dei risparmi privati (anche mediante l’evasione fiscale e la gestione non trasparente dei conti pubblici).

Intervenire invece prontamente, mediante un progetto di tassazione delle plusvalenze e dei grandi patrimoni, ottenendo capitali freschi da reinvestire nel welfare, nella diminuzione del debito pubblico e negli incentivi alle imprese che producono reale innovazione, rappresenta la vera sfida – economica e sociale – che i nostri governanti dovrebbero essere in grado di affrontare.

Risorse economiche nuove per valorizzare le migliori risorse umane, in un paese sempre più ripiegato su sé stesso e sul proprio particulare, sempre più vecchio, sempre più impaurito.

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Ribaltone libico.

Concentrata in questi giorni sugli sconvolgenti accadimenti del disastro giapponese, l’attenzione pubblica ha un po’ abbandonato quello che stava e sta accadendo in Libia.

La situazione però si è drasticamente modificata rispetto a quello che accadeva solo una settimana fa o poco più. Dopo i proclami di delirio dittatoriale del presidente libico, gli attacchi a tutti i suoi “ex-amici” (ha definito anche l’Italia “traditrice”), la situazione si è in pratica ribaltata. Le truppe del rais stanno sconfiggendo ogni giorno che passa le cellule di rivoltosi a suon di bombardamenti e uccisioni, e la caduta del leader libico, che pareva ormai cosa fatta, si allontana sempre di più.

I ribelli non mollano la presa, in una Bengasi ormai assediata, e il figlio di Gheddafi, Saif, ha dichiarato che “sarà tutto finito in 48 ore”, attaccando ancora una volta i paesi che si sono dimostrati ostili al regime. La forzata moderazione degli interventi internazionali ha fatto sì che il regime riprendesse forza, e di fronte alla minaccia poi ritirata di intervenire dal punto di vista militare (su cui spingeva soprattutto la Francia, ma anche Obama sembrava in un primo momento d’accordo, così come la Gran Bretagna), si è ottenuta una reazione totalmente contraria. Il regime si è rinforzato, interpretando probabilmente questa titubanza come una debolezza dei suoi detrattori, e i ribelli si trovano adesso in una situazione di grossa difficoltà.

Cosa accadrà adesso? Parte della comunità nazionale auspica che il leader libico cadrà comunque, magari non subito, dovendo far fronte all’isolamento diplomatico ed economico in cui si troverà nell’immediato futuro. Provvedimenti forse insufficienti vista la situazione drammatica in cui versa la popolazione della Libia, con i ribelli che ormai non credono più nelle forze dell’occidente, non chiedono più il loro aiuto, e annunciano che Gheddafi comunque cadrà prima o poi, e si ricorderanno di chi li ha aiutati (pochi) e chi no (quasi tutti). Continuano a dire di non avere paura, a sperare in una vittoria data per certa. Ma con Bengasi sotto assedio, la colonna di quaranta carri armati che è entrata a Misurata, i violenti bombardamenti che continuano a colpire le città in mano ai ribelli, fanno immaginare una risoluzione tutt’altro che vittoriosa per il popolo libico.

Se Gheddafi resisterà al potere, dopo si dovranno fare i conti con questa grave mancanza di intervento della comunità internazionale. Rimane da chiedersi come mai la difesa del popolo e della democrazia non sia stata portata con la stessa decisione e risoluzione delle recenti guerre in Iraq e Afghanistan, e permangono molti dubbi sui rapporti internazionali del leader libico. Ancora oggi Saif, nei suoi già citati attacchi alla Francia, accusava Sarkozy di aver usato i soldi libici per finanziare la sua campagna elettorale, e di averne le prove. Probabilmente ancora un delirio da regime, ma il perché Gheddafi sia ancora lì dopo aver ucciso centinaia di persone del suo stesso popolo rimane ancora una domanda senza risposta.

Il vento di democrazia soffia a fasi alterne in Medio Oriente.