Game of Thrones

Game of Thrones PosterOvviamente, le cose che non avete ancora letto sono sempre le migliori. Almeno stando a quanto dicono i vostri conoscenti e amici, no? “Non hai letto questo?! Ma veramente?! Ma è la cosa più meravigliosa mai scritta, non sai che ti perdi, sei un ignorante!”, non vi capita mai? A me continuamente.
Ora. Solitamente questo genere di persone non c’azzecca mai, e se c’azzecca lo fa per caso. Personalmente non ho molta fiducia nei grandi romanzieri moderni, quindi finché qualcuno promuove in questa maniera becera grandi classici o best seller comprovati, posso anche seguire il consiglio, altrimenti mi limito ad annuire e proseguire tranquillamente nella mia immane coda di lettura.
Ma se, in questi giorni, qualcuno vi dicesse “Non hai letto le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R. R. Martin?! Ma veramente?! Ma è la cosa più meravigliosa mai scritta, non sai che ti perdi, sei un ignorante!”, forse dovreste dargli ascolto.
E mi limito con questo paragrafetto a promuovere il libro, perché, davvero, non sarei credibile se mi mettessi a spiegare quanto sono belli i suoi libri a uno che non li ha mai letti. Qui parliamo della serie TV.

Infatti, i diritti della saga sono stati acquisiti da HBO, che ne ha prodotto una serie non solo con il beneplacito, ma anche con la collaborazione dell’autore, in veste di produttore esecutivo e sceneggiatore.
La HBO è una delle più grosse realtà televisive americane, con quasi trenta milioni di abbonati, e le sue produzioni sono famose per la qualità della produzione (alcune serie: Six feet under, Sex and the city, I Soprano, The Wire, Band of brothers, fino ai più recenti True Blood e Boardwalk Empire, quest’ultimo prodotto da Martin Scorsese e con un cast eccezionale).
David Benioff Al timone della produzione c’è David Benioff, sceneggiatore difficile da giudicare, dato che è la penna dietro un film bellissimo come “la 25a ora” di Spike Lee, di filmetti da intrattenimento come “X-Men le origini: Wolverine”, di robe di dubbio senso come “Stay – il labirinto della mente” e anche di schifezze intergalattiche come “Troy”.
A queste perplessità si aggiunge ovviamente l’intricato affresco scritto da Martin, che comprende decine di sottotrame, intrighi, doppi giochi, cospirazioni, situazioni ambigue, cose non dette, ma soprattutto decine e decine di personaggi. È interessante rimarcare come Martin stesso, che ha iniziato la sua carriera proprio come sceneggiatore televisivo, affermi in un’intervista di aver scritto le Cronache proprio per staccarsi completamente dai meccanismi narrativi della televisione, e fare qualcosa di impossibile da riportare su celluloide. Ironico quindi non solo che sia stata fatta una serie tv, ma che lo stesso Martin ne sia entusiasta promotore e ne abbia preso parte.

Insomma, le premesse lasciavano spazio a qualche dubbio, nonostante un colosso come HBO dietro al tutto, e i fan di tutto il mondo hanno continuato a tremare fino al 17 aprile, data della messa in onda della prima puntata di Game of Thrones.
Per fortuna, la paura era ingiustificata: Game of Thrones è meraviglioso quanto il libro.

“Fedeltà” è la parola chiave. Essendo, come ho già detto, i libri di Martin particolarmente complessi, dopo aver visto la prima puntata sono andato a leggermi dei “bignami” dell’opera, riassunti in pdf di tutti i capitoli dei libri, per rinfrescarmi la memoria, e con piacevole sorpresa mi sono accorto di stare leggendo, praticamente, la scaletta del telefilm stesso, tanta è la fedeltà.
La Barriera Ma questa non si limita solo alla storia in sé: Game of Thrones è un vero e proprio viaggio all’interno dei Sette Regni. Si respira la stessa atmosfera dei libri, e le immagini, già vivide nell’immaginazione dei lettori, trovano una cristallizzazione quasi perfetta sullo schermo. La qualità visiva è impressionante: fotografia, scenografia e costumi sono allo stato dell’arte, assolutamente degni di produzioni cinematografiche, anzi, di molto superiori alla media.
Se c’è qualcosa da lamentare, forse si può trovare nel casting: se alcune scelte sembrano incarnazioni vere e proprie dei personaggi del libro (Arya, Jaime), altre forse infastidiscono un po’ (Jon, Catelyn, Daenerys, lo stesso “protagonista” della prima stagione, Sean “Boromir” Bean), ma sono minuzie con cui si viene facilmente e velocemente a patti, tanto è immersiva l’esperienza visiva.

Ned AryaOttima la scelta, piuttosto controcorrente (e quindi, a mio avviso, ancora più apprezzabile), di fare “solo” dieci puntate a stagione, ma di lunghezza aumentata (un’ora contro lo standard di quaranta minuti. Finora sono state trasmesse le prime due). Si ha così un’opera compatta e “ordinata” – passatemi il termine – con puntatone succose dense di avvenimenti, personaggi e dialoghi, che però hanno modo e tempo di esprimersi al meglio. Ogni stagione racconterà un intero libro della saga, che al momento consta di quattro volumi (il quinto, dopo innumerevoli travagli durati ben sei anni, uscirà il 12 luglio).

L’accoglienza del pubblico è stata calorosa, quasi cinque milioni di spettatori, e pertanto la HBO ha immediatamente dato luce verde alla seconda stagione. Un risultato fantastico, se si tiene conto che la squadra di Game of Thrones è riuscita ad appagare i fan dei libri e al contempo interessare chi è a digiuno dell’opera di Martin. Molti miei amici si sono subito procurati i libri appena vista la prima puntata, tanto originale e ipnotizzante l’hanno trovata.

La serie è trasmessa in America ogni domenica alle tre di mattina, ora italiana, ma in Italia nessuno ne ha comprato i diritti. Non aspettatevi quindi una versione doppiata in tempi brevi: l’unico modo per vederla è ricorrere al download o allo streaming (e all’alacre e ottimo lavoro dei siti di sottotitoli, se avete problemi con l’inglese). Questo forse è anche un bene, dato che gli attori svolgono un lavoro eccellente anche dal punto di vista delle parlate e degli accenti, aspetto che ha un suo peso anche nei libri. Si consiglia vivamente la versione a 720p, e possibilmente uno schermo adatto a tale risoluzione. L’impatto visivo, ripeto ancora, è qualcosa di esaltante.

George R. R. MartinBrevemente, qualche informazione per chi volesse cominciare a leggere il capolavoro di George Martin.
Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco sono una saga fantasy comunemente detta “a bassa magia” (low magic); sottogenere inventato per distinguerli dai fantasy alla Dungeons&Dragons di autori come R.A. Salvatore, Hickman&Weis, Ed Greenwood, eccetera… Questo genere di fantasy è molto più vicino al romanzo storico, e le ricerche di Martin sono infatti orientate verso la vita quotidiana e le guerre medievali. Non è un caso che siano state fatte delle analogie con la “guerra delle due rose” di Shakespeare, in cui persino i nomi delle due casate protagoniste sono simili (Lancaster/Lannister – York/Stark).

Mondadori OmnibusIn Italia i libri sono purtroppo editi da Mondadori, e dico purtroppo perché è stato compiuto ogni genere di nefandezza su tali capolavori. Ogni libro originale è stato spezzato in due o più libri in formato Oscar Mondadori, aumentandone quindi esponenzialmente il prezzo (che di recente è stato ulteriormente aumentato!). Fosse il male di questo, ci si potrebbe anche stare; invece la cosa più insopportabile è il traduttore di Martin, Sergio Altieri, che non solo non si capisce come sia potuto diventare traduttore in Mondadori, ma si prende pure libertà interpretative che non stanno né in cielo né in terra (l’esempio più eclatante è proprio nelle prime pagine del primo volume, in cui sostituisce un “cervo” con un “unicorno”. Tanto è un fantasy, no? Ci saranno gli unicorni! Roba da licenziamento in tronco e obbligo di fare il contadino per il resto della vita, invece è sempre lì, pronto a tradurre il nuovo capitolo della saga, poveri noi).
Avrete quindi capito che il mio consiglio è leggere i libri in lingua originale, se ne avete la possibilità. In caso contrario, consiglio la nuova ristampa, uscita proprio questo mese, dei primi quattro libri italiani (ovvero i primi due originali), in un mega volume molto scomodo, facilmente sciupabile, che però ha il pregio di essere molto conveniente (costa 22,50€ contro 40€). L’edizione migliore è probabilmente quella Urania, che riprende il formato originale, ma come si sa è una collana da edicola e quindi difficile da reperire.
Riporto l’elenco dei titoli inglesi e italiani, e vi auguro buona visione e/o buona lettura!

A game of thrones
1) Il trono di spade;
2) Il grande inverno.
(ristampa in Urania – Le grandi saghe fantasy n.1, 2007: “Il gioco del trono”)

A clash of kings
1) Il regno dei lupi;
2) La regina dei draghi.
(ristampa in Urania – Le grandi saghe fantasy n.4, 2008: “Lo scontro dei Re”)

A storm of swords
1) Tempesta di spade;
2) I fiumi della guerra;
3) Il portale delle tenebre.
(ristampa in Urania – Le grandi saghe fantasy n.7 e n.8, 2009: “Tempesta di spade” parte prima e seconda)

A feast for crows
1) Il dominio della Regina;
2) L’ombra della profezia.
(ristampa in Urania – Le grandi saghe fantasy n.9, 2010: “Il banchetto dei corvi”)

A dance with dragons – uscita prevista per il 12 luglio 2011.

Il volume italiano “Le cronache del ghiaccio e del fuoco – vol. 1” contiene “Il trono di spade”, “Il grande inverno”, “Il regno dei lupi” e “La regina dei draghi”.

Per chi si ostina a voler guardare la serie tv senza leggere i libri, si consiglia almeno l’approfondimento sul sito ufficiale della serie HBO.

Forse il più bello tra i tanti trailer della serie

I primi 14 minuti del primo episodio

http://www.hbo.com/bin/hboPlayerV2.swf?vid=1170886

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Stand by Me: i ricordi che tengono caldo

“Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, ma chi li ha?”

Quanti secoli fa abbiamo avuto dodici anni? Chi si ricorda più di quell’età preistorica, quando ancora le ragazze (e i ragazzi!) non erano la cosa più importante, eppure in qualche modo già ci si stava misurando con il mondo? Stand by me di Rob Reiner è un viaggio a ritroso verso quell’età, la memoria di una lunga, avventurosa camminata di quattro dodicenni, altrettanti Huckleberry Finn, per due giorni di fine estate del 1959.

Gordie, Chris, Vern e Teddy vogliono trovare il cadavere di un ragazzo travolto da un treno da qualche parte lungo un fiume, e lo vogliono fare anticipando la polizia.

L’avventura di quella estate lontana è narrata in terza persona proprio da uno di loro, Gordie Lachance, ormai adulto e scrittore affermato (Richard Dreyfuss). Proprio la notizia, letta su un quotidiano, della tragica morte di Chris (R. Phoenix), suo amico d’infanzia, lo riporta al ricordo di quella vacanza estiva che segnò la fine della fanciullezza per entrambi.

Ognuno dei quattro ragazzi ha problemi familiari più o meno gravi, e vive le dolorose contraddizioni dell’età con atteggiamenti anticonformisti simili a quelli del giovane Holden di Salinger. Per ognuno di loro è vitale trovare un nuovo punto di riferimento, che non sia più solo la famiglia. Tra loro nasce quella complicità eccezionale, costruita sulla sincerità spietata, cinica fino alla crudeltà. Forse il solo momento nella vita in cui si è veramente liberi di essere sé stessi, nel contempo schiavi dell’impellente bisogno di ricercare e sviluppare una propria identità consapevole e capace di interagire con la realtà esterna.

Il viaggio del film risulta un vero e proprio rito d’iniziazione, costituito appunto da prove da superare per crescere: la sfida del mostro (il cane Chopper) per scoprire la differenza tra mito e realtà; il rischio della morte e il brivido della sfida (il treno sul ponte); la paura del buio (la notte accampati nel bosco); il rapporto con il proprio corpo e la resistenza al dolore fisico (le sanguisughe); il coraggio di affrontare ragazzi più grandi, la banda di Asso (K. Sutherland), bulletti solo arroganza e niente cervello.

I quattro amici condividono ogni difficoltà e ogni scoperta del loro breve viaggio, affrontando i problemi di ognuno con intensi momenti di confidenza reciproca. E superano gli ostacoli uniti dalla convinzione che il pericolo, e le sfide, devono essere affrontate. È l’amicizia a essere continuamente focalizzata, perché a quell’età, come dice l’autore, è un sentimento totale e puro.

Una delle scene memorabili è il magico incontro all’alba tra Gordie e il cerbiatto, momento poeticamente incantevole che il ragazzo conserverà segreto nel suo cuore. Non lo racconterà agli amici perché: “Le cose più importanti sono le più difficili da dire“.

Perché ognuno ha un ricordo, e chi è fortunato più d’uno, che conserverà sempre: che siano le partite a nascondino intorno al quartiere, i pattini rossi su cui vi spingevano, o i giri in bici sotto il bollente sole d’agosto. Chissà cosa daremmo per rivivere uno di quei pomeriggi che sembravano infiniti.

Da un romanzo del re dell’orrore, Stephen King, un film fine e delicato, ricco di acute osservazioni psicologiche sull’amicizia e le incomprensioni familiari,  capace di riportare il difficile addio all’adolescenza.

È rimasto qualcosa in noi di quei bambini? C’è traccia di quel bambino sperduto? C’è traccia di quel fanciullino che avrebbe dato la mano per proteggere l’amico?

Stand by me” centra l’obiettivo, raccontandoci una storia commovente in un crescendo emozionale che, a tratti, sfiora la poesia. Un miracoloso equilibrio della memoria tra sentimento e avventura. Sarebbe piaciuto a Truffaut.

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Sfidare McDonald's è possibile

In questi ultimi anni sono sorte numerose iniziative commerciali caratterizzate da una forte attenzione per la sostenibilità ambientale, la giustizia sociale, il rispetto dei diritti dei lavoratori. Siano essi Gruppi di Acquisto Solidale (GAS), Botteghe del Commercio Equo e Solidale o altre simili, queste esperienze sono mosse da una critica fondata alle degenerazioni della globalizzazione dei mercati e alle distorsioni conseguenti che hanno creato sacche di ingiustizia, rischi ambientali e pericoli per la salute. Negli ultimi anni il fenomeno si è diffuso, raggiungendo una qualche consistenza e contribuendo ad aumentare, nei nostri territori, la conoscenza dei fenomeni e la consapevolezza della criticità del sistema economico e sociale in cui viviamo.

Chi ha frequentato queste iniziative ha potuto constatare però che, a fronte di una diffusa e sincera motivazione dei promotori e degli attivisti, molte sono le criticità su cui è necessario riflettere. Difficoltà organizzative nella distribuzione, prezzi alti, scarsa varietà e prevalenza di prodotti “di nicchia”, criteri non omogenei nella selezione dei fornitori, ambienti di vendita non adeguati, ecc. Per la maggior parte sono i limiti della gestione volontaria, fondata sulla passione, “circolistica”, che molto spesso è rivendicata come necessaria e sufficiente dagli stessi promotori ma che contribuisce a rendere queste esperienze non realmente alternative ai modelli di consumo dominanti e ne limita la portata di cambiamento. Spesso, dopo un po’, restano pochi appassionati e la maggior parte torna a farsi un panino da McDonald’s.

A monte di tutto questo vi è un pregiudizio ideologico riassumibile nello slogan “un altro mondo è possibile”. Si badi bene, non “un mondo più giusto” o “un mondo più solidale”, ma “un altro mondo”. Ci si pone cioè in una dimensione “metafisica”: ritenendo l’attuale sistema irriformabile, se ne immagina un altro, non ancora presente ma che, un giorno, apparirà così come un tempo ci si aspettava “il sol dell’avvenire”. Al centro della critica sono posti il mercato, la moneta e il profitto in un misto di razionale critica dell’esistente e di irrazionale vagheggiamento di mondi passati o di utopie futuristiche. Tutto questo con un radicalismo che si intenderebbe estendere dalla dimensione del comportamento individuale alla società intera senza, alle spalle, una visione complessiva della posta in gioco. Questa visione radicalmente critica dell’attuale sistema di produzione si estende anche all’impresa, che è lo strumento in grado di innovare, diffondere, vendere, fare utili, aumentando le possibilità di distribuzione, incidendo sui comportamenti e sui modelli di riferimento delle persone, creando abitudini di consumo, stili, mode.

So che le esperienze sono diverse ed è forte il rischio della semplificazione, ma talvolta si ha l’impressione che, impegnati a pensare a un altro mondo, si rinunci a “sporcarsi le mani” in questo mondo, che è quello che esiste e in cui milioni di persone vivono e lavorano quotidianamente. Il mercato, l’impresa e la moneta sono il modo che, nei secoli, l’umanità ha costruito per migliorare le condizioni di vita delle persone. Che l’utilizzo che se ne è fatto – e si continua a fare – di questi strumenti sia spesso distorto, inefficiente e malvagio ci pone il problema di come modificare l’attuale condizione, costruendo mercati regolati e aperti, imprese giuste e rispettose dei lavoratori, moneta buona e capace di misurare il valore dei beni e delle merci. Per fare questo è necessario abbandonare il “circolo” e diventare imprenditori, costruire buone pratiche aziendali, trasferendo i valori e i concetti di sostenibilità, giustizia, solidarietà nei gusti, nelle percezioni e negli stili di tante persone.

Siamo nel mondo delle merci, e se nel campo dei beni comuni è giusto domandarci se il mercato sia lo strumento più adeguato, in questo settore è dimostrato che è l’assenza di mercato, di alternativa, di informazione, di scelta alimenta l’ingiustizia e la disuguaglianza. Uscire dall’autoreferenzialità del “circolo” e fare impresa è l’unica risposta possibile, affinché le nuove sensibilità diventino patrimonio comune. Sfidare McDonald’s è possibile, ma per farlo è necessario accettare il rischio d’impresa, a meno che non ci si accontenti della pura testimonianza e dell’illusoria sensazione di avere la “coscienza a posto”. In questo mondo, non in un altro, è possibile avere negozi con merci prodotte rispettando i diritti e l’ambiente, valorizzare l’economia locale, mettere la tecnologia al servizio delle persone. È necessario però non aver paura di fare profitto per metterlo al servizio dello sviluppo economico, della diffusione di un diverso modo di produrre e di vendere, utilizzando le economie di scala per abbassare i prezzi e rendere i prodotti accessibili a quante più persone possibile, per creare negozi e luoghi belli e piacevoli, dove le persone vanno volentieri non solo a comprare, ma a vivere esperienze positive. McDonald’s vince non solo perché gode dei vantaggi, spesso perversi, di essere una multinazionale, ma perché propone uno stile, una visione. Chi va da McDonald’s va a vivere un’esperienza non a mangiare un hamburger. Così chi compra da Ikea compra una scenografia per la vita che si immagina. È qui che dobbiamo accettare la sfida, proponendo reali alternative capaci di creare esperienze alternative e altrettanto attraenti. È possibile?

I tempi sono maturi, la risposta del mercato sarebbe buona e già piccoli esempi si vedono nelle nostre città. Bisogna avere fiducia nella possibilità di cambiare questo mondo, di utilizzare gli strumenti che ci offre, di mettere in rete le esperienze isolate, di non cedere ai falsi miti consolatori del passato o alle vane illusioni di un futuro che ha il solo vantaggio di non trovarci lì a constatare se davvero sarà migliore. Bisogna superare la dimensione dell’impegno volontario e l’isolamento della bottega, che hanno svolto un ruolo importante ma che necessitano adesso di un salto di qualità e di competenza per incidere concretamente sulla realtà.

Impresa, mercato e moneta non sono parolacce, ma strumenti in mano nostra e che di conseguenza chiamano la nostra responsabilità nel loro utilizzo. Giusto o ingiusto dipende da noi.

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Carta e sangue

Una colonna di fumo si leva sopra il villaggio indonesiano di Suluk Bongkal. E attorno, uno scenario da guerra civile: un elicottero della polizia che getta combustibile sulle quattrocento capanne che compongono il villaggio, abitanti che scappano inseguiti da gente armata.

Una giornata nera per i contadini di Suluk Bongkal. Sono stati sono svegliati da un raid congiunto di agenti di polizia, security privata e bande criminali. Una forza d’assalto dalla composizione piuttosto strana, ma relativamente normale nelle aree controllate dalle cartiere. Alla fine dell’incursione, le capanne sono state tutte carbonizzate, settanta abitanti del villaggio arrestati, e due bambini sono trovati morti, uno ucciso dalle fiamme, l’altro annegato in una pozza mentre fuggiva nella foresta. Gli arrestati sono poi stati trattenuti per mesi senza processo.

Il motivo dell’assalto? Nel villaggio non si nascondevano organizzazioni criminali, né centrali di spaccio o raffinazione di droga, o mercanti di armi. Il crimine dei contadini del villaggio era uno solo: non volevano cedere le loro terre al colosso cartario che aveva ottenuto la concessione in una fetta di foresta già abitata. Il colosso cartario sino-indonesiano Asia Pulp & Paper (APP) ha un pressante bisogno di nuovi terreni da ripulire e mettere a piantagione, e il governo rilascia loro nuove concessioni senza curarsi dei diritti di indigeni e comunità locali; e quando questi non accettano di abbandonare le proprie case, si passa alle maniere spicce.

L’impresa PT Arara Abadi, sussidiaria della APP, aveva ottenuto la concessione alcuni anni prima. In seguito, assieme ad altre imprese del gruppo, era finita nel mirino di investigazioni sul taglio illegale, che avevano portato al sequestro di un milione di metri cubi di legname. Secondo gli investigatori le concessioni erano state rilasciate in modo irregolare.

Probabilmente gli abitanti del villaggio di Suluk Bongkal avevano festeggiato, ma contro i vertici della polizia di Riau è intervenuto l’allora ministro delle foreste Malam Kaban, e dopo mesi di braccio di ferro istituzionale, il capo della polizia della provincia, il brigadiere Suciptadi, era stato rimosso. Nel giro di pochi giorni, ecco la polizia locale schierata assieme alle guardie private della Arara Abadi nel distruggere il villaggio.

Suluk Bongkal non un’eccezione. L’espansione delle piantagioni, oltre a minacciare l’ambiente e il clima, è una vera e propria spada di Damocle per le comunità dei villaggi, la cui vita dipende dai piccoli appezzamenti e dalle risorse che raccolgono nella foresta. Nelle province più ricche di foresta, Jambi e Riau, questi conflitti sono all’ordine del giorno, mentre le imprese cartarie si comportano come veri e propri feudatari. Nel luglio 2009 la security aziendale di un’altra impresa del gruppo APP – la PT Lontar Papirup Pulp and Papers – ha sequestrato due reporter della televisione France 24, che riprendevano camion di tronchi.

Con il vostro appoggio stiamo contribuendo a creare centinaia di migliaia di posti di lavoro in Indonesia” scrive la APP ai propri clienti preoccupati del fatto che iniziano a circolare sempre più informazioni sulle pratiche della APP.

La APP sostiene di lavorare per il benessere delle comunità delle aree in cui opera, lasciando intendere che il sacrificio delle foreste sia necessario allo sviluppo di un paese povero. Ma l’espansione delle piantagioni, quando non avviene ai danni della foresta pluviale, distrugge più posti di lavoro di quanti ne crei (le piantagioni industriali hanno un’intensità di lavoro molto più bassa dell’agricoltura tradizionale indonesiana) e causa grandi conflitti, spesso scacciando le comunità contadine dalle loro terre, lasciandole senza lavoro, casa e mezzi di sussistenza. Le foreste indonesiane danno da vivere a trenta milioni di persone, tra cui trecento gruppi indigeni, e la loro distruzione lascia questa gente senza casa, senza fonti di sussistenza, senza il loro ambiente e la loro cultura. La loro vita, sostenuta dalla foresta per migliaia di anni, si trasforma in una povertà senza radici né mezzi di sussistenza dignitosi. Secondo la FAO, in tutto il mondo le foreste danno da vivere a 1,2 miliardi di persone, che vivono in sistemi agro-forestali, e ovunque la deforestazione crea miseria. Non stupisce che i conflitti tra le sussidiarie della APP e le comunità contadine che vivono nelle nuove aree assegnate in piantagione siano spesso aspri. Secondo un rapporto pubblicato da Human Rights Watch redatto sulla base dei dati forniti dalla Commissione per lo Sradicamento della Corruzione (KPK) voluta dallo stesso Presidente della Repubblica, il settore forestale indonesiano avrebbe sottratto circa due miliardi di dollari tra tasse evase, sussidi “aggiustati” e prelievi di tronchi senza le necessarie autorizzazioni. La stessa cifra, secondo i calcoli della Banca Mondiale, sarebbe sufficiente ad assicurare l’assistenza sanitaria a cento milioni di indigenti per almeno due anni.

Dall’altra parte dell’oceano un’associazione chiamata “Consumers Alliance for Global Prosperity” si è specializzata in campagne contro gli ambientalisti, la cui colpa principale è proteggere le foreste e le specie minacciate. Guarda caso, dietro la Consumers Alliance for Global Prosperity e le violente campagne anti-ambientaliste, si nascondono i finanziatori cinesi della APP che, secondo un’inchiesta del New York Times, sono riusciti a coinvolgere i Tea Party, l’ala più oltranzista del Partito Repubblicano, nel sostegno alla causa della APP: il diritto di importare cellulosa e carta dalla Cina e dall’Indonesia senza curarsi di inezie come gli impatti ambientali. Una bizzarra alleanza, ma il denaro fa miracoli. E il denaro alla APP non manca. Mentre, assieme ai Tea Party, accusa gli ambientalisti di condannare alla povertà cento milioni di indonesiani, l’impresa continua a sottrarre terreni ai contadini poveri. Sarà difficile convincere i contadini di Suluk Bongkal che le loro case e i loro campi sono stati dati alle fiamme per promuovere sviluppo e benessere.

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Addio ad Apertura e Clausura: peccato

In Argentina si sta per arrivare ad una svolta storica per il calcio del paese che ha dato i natali a Diego Armando Maradona, colui che dello sport più seguito del mondo è stato il miglior interprete mai esistito. Dopo quasi mezzo secolo l’Afa (non la calura che a breve ci attanaglierà, ma la Federazione Argentina) ha deciso di ritornare alla formula europea del “torneo lungo”, abbandonando il doppio campionato in una stagione. Per chi non lo sapesse in pratica in Argentina fino a quest’anno si giocavano due campionati, il Torneo di Apertura ed il Torneo di Clausura.

La formula è esattamente la stessa della nostra Serie A, solo che alla fine di quello che da noi sarebbe il girone di andata chi è in testa alla classifica è campione nazionale. C’è poi la fase di mercato, la nuova preparazione e si riparte, con il calendario che rimane uguale (ovviamente si gioca poi a campi invertiti) e così via. Poi dopo il Clausura cambiava il calendario. Si può discutere su questa formula, ma onestamente sembra corretta. Abbiamo spiegato in passato della follia di assegnare un titolo del genere tramite playoff, ma la formula del tutti contro tutti all’italiana è sempre stata la più giusta. Qual’è era il grande vantaggio di tutto ciò? Semplice, la costante alternanza del campione nazionale. Tanto per fare un esempio negli ultimi otto campionati ci sono state otto squadre diverse campioni.

Alcune squadre poi hanno trovato vittorie storiche, come il San Lorenzo del Clausura 2007, oppure il Lanus, che subito dopo ha vinto il primo e finora unico titolo della sua storia. Non si possono però dimenticare i successi del Banfield (anche in questo caso primo titolo della storia per il “Taladro”) e quello dell’Argentinos Juniors dell’ex-giocatore del Napoli (probabilmente i tifosi azzurri si metteranno a ridere ricordandolo) Calderòn. Non mancano campioni illustri come River Plate e Boca Juniors, che poi magari nel torneo successivo arrivano penultimi (senza retrocedere però, perchè in Argentina si usa un curioso metodo che fa andare in Primera Division B le due squadre con il coefficiente punti degli ultimi tre anni più basso).

Ma perchè è più facile avere sorprese in campionati così? Magari perchè i valori alla fine vengono sempre fuori e più lungo è il campionato e più possibilità ci sono che le “big” abbiano la meglio. La preparazione è diversa e lo sprint più breve. Tanto per capirci, anche da noi qualche sorpresa ci sarebbe stata, come la Fiorentina campione nel 1998. Ma venendo a quest’anno sempre per spiegarlo meglio, la classifica sarebbe stata la seguente:

Milan 40
Lazio 34
Napoli 33
Roma 32
Juventus 31
Palermo 31
Inter 29
Udinese 27
Sampdoria 26
Bologna 24
Genoa 23
Cagliari 23
Fiorentina 23
Chievo 22
Parma 22
Catania 21
Cesena 19
Lecce 18
Brescia 15
Bari 14

Dunque sempre Milan in testa, ma Lazio seconda e soprattutto Inter settima. Ora si potrà discutere tanto se sia o meno opportuno, ma in un calcio così caldo ed appassionato come quello argentino onestamente dispiace una decisione del genere. Da un punto di vista sportivo è sicuramente la più corretta, ma quanto ci piaceva vedere Lanus, Banfield ed altri alzare un trofeo perchè in diciannove partite avevano fatto un punto più di Boca o River.

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Guerre mute o mondo sordo?

Provate a chiedere a chiunque di elencarvi i paesi dove si sta combattendo una guerra. Nella migliore delle ipotesi i conflitti conosciuti non arriveranno a dieci, ma la maggior parte delle persone si limiterà a citarvi i nomi delle guerre famose, quelle di cui possiamo seguire quotidianamente gli sviluppi grazie alle notizie diffuse a raffica dalla carta stampata e dai telegiornali: Israele-Palestina, Libia, Afghanistan, Iraq saranno gli stati che quasi tutti pronunceranno, convinti di aver dato una risposta esauriente.

Purtroppo il triste elenco dei paesi che da anni sono devastati da guerre civili, lotte fra diverse etnie, ribellioni contro tiranni oppressivi e regimi militari è molto molto più lungo. Attualmente nel mondo le guerre in corso sono trentuno. Guerre che causano tantissimi morti ogni giorno e che andrebbero raccontate, tutte quante, senza nessun pregiudizio e senza decidere a tavolino quelle da rendere famose e quelle da lasciare lì, nel dimenticatoio (abbiamo linkato un elenco nell’articolo “La legione dei pacifinti” di Griso, ricordate? ndR).

Ma perché certe guerre diventano l’argomento preferito di tutti i telegiornali e le testate giornalistiche nazionali, mentre certe altre vengono accuratamente evitate? E ancora, perché la comunità internazionale e gli stati definiti “democratici” si battono per liberare alcuni popoli da regimi oppressivi, mentre ignorano e si disinteressano a situazioni altrettanto cruente e disperate?

Per rispondere a queste domande bisogna affrontare l’argomento in un modo decisamente più ampio. Senza scendere nei dettagli di ogni conflitto, ognuno politicamente e strategicamente diverso, si possono trovare delle linee guida che ci aiutino a capire come mai non tutte le guerre sono uguali.

Un’analisi più approfondita della situazione attuale ci porta a individuare tre possibili strategie che in genere vengono adottate dagli stati che esportano democrazia nel Pianeta (per quello che può significare “esportare democrazia”).

La prima consiste nell’intervento armato contro uno degli schieramenti in guerra. L’obiettivo ufficiale è sempre liberare lo Stato in questione dal dittatore o dai ribelli di turno e porre fine alle atrocità che ogni guerra infligge quotidianamente alla popolazione civile. In realtà in questi casi si decide di intervenire in maniera radicale per difendere gli interessi economici che gli stati ricchi hanno nell’area del conflitto, e che vengono minacciati dai nuovi possibili scenari politici generati dalla guerra. Di queste guerre si deve parlare, e i media in genere ci bombardano di informazioni etichettando buoni e cattivi e spingendo gli ascoltatori a schierarsi emotivamente con chi arriva a salvare quei poveri popoli indifesi (uccidendo e usando la violenza, ma questo è solo un dettaglio…).

La seconda è quella che viene chiamata “intervento umanitario o di pace” e che porta, o dovrebbe portare, esclusivamente aiuti umanitari di ogni tipo ai popoli che vivono in un Paese dove si sta svolgendo una guerra. Già parlare di missione militare di pace in un Paese dove si combatte, dovrebbe se non altro destare qualche sospetto sulle reali intenzioni degli stati che aiutano così altruisticamente il prossimo. Mi piacerebbe un giorno capire che cosa significa realmente fare una missione di pace, come se l’arrivo di una marea di militari armati, per di più stranieri, serva a portare la pace in quei posti devastati dalla guerra. La verità è che si adotta questa strategia perché non si vuole volontariamente intervenire nel conflitto, per non interferire con gli interessi delle nazioni ricche che sono economicamente coinvolte, pur scegliendo di essere presenti sul territorio. Anche di queste missioni-non guerre si parla eccome. Come lasciarsi sfuggire l’occasione di apparire dei pacifisti capaci di rischiare la propria vita recandosi nelle zone di guerra con il solo scopo di aiutare chi soffre?

La terza strategia, sicuramente la peggiore, è il non intervento. Letteralmente ignorare che in certi stati si combatte da decenni, dimenticarsi che quelle popolazioni sono ridotte allo stremo e alla fame, chiudere gli occhi davanti alle numerose morti di civili, di donne e di bambini, e spingere quei posti nel limbo della disinformazione globale, perché si sa, se di una cosa non si parla, di fatto quella cosa agli occhi dei cittadini del mondo non esiste. E dunque silenzio.

Gli interessi economici legati alle guerre dimenticate sono molteplici. Per prima cosa le armi. Queste guerre sono quasi tutte localizate nei paesi poveri, il cosiddetto “Sud del Pianeta”. Paesi che non producono nulla, figuriamoci armi. Dunque il mercato delle armi dei paesi industrializzati è alimentato da quei conflitti silenziosi che chi le produce non ha alcun interesse a far cessare. In secondo luogo la presenza di petrolio e altre materie prime. Si tratta di aree ricche che vengono depauperate, sfruttate e derubate dai potenti del Pianeta senza che nessuno possa intervenire. La guerra aiuta a mantenere vivo il mercato, in modo che sia più facile da gestire e con un margine di guadagno decisamente più ampio. Molte di queste guerre sono sostenute e finanziate da potenti lobby economiche e finanziarie occidentali che hanno interesse a lasciare che la guerra vada avanti indisturbata. Non è un segreto che queste lobby finanzino dittatori e ribelli in cambio di vantaggiose condizioni di sfruttamento di giacimenti di petrolio, oro, diamanti, uranio, koltan, cobalto e rare materie prime ormai indispensabili per la produzione delle più avanzate tecnologie.

Solo per fare qualche esempio, in Sudan dal 2003 ad oggi i due gruppi armati Army (Sla) e del Justice and Equality Movement (Jem) combattono, uniti dal 2006, contro il regime del presidente Omar al-Bashir. Il bilancio è drammatico: circa 300 mila morti, 200 mila profughi fuggiti in Ciad e un milione e mezzo di sfollati interni. Inoltre dalle testimonianze di diversi abitanti e operatori umanitari è emersa la presenza di veri e propri lager dove si consumano le più atroci violenze a danno di guerriglieri e popolazione civile: persone torturate, civili uccisi nei modi più terribili, donne violentate. Anche i ribelli pare si siano macchiati delle peggiori atrocità nei confronti di quella stessa popolazione civile che dichiarano di voler liberare. Una guerra atroce per contendersi il territorio del Darfur, ricco di petrolio. Secondo Amnesty International Iran, Cina, Russia, Bielorussia e alcune società lituane, ucraine e inglesi sarebbero tra i principali fornitori di armi del governo Sudanese. Gli stati Uniti, Israele ed Eritrea invece pare finanzino e sostengano i ribelli.

In Costa d’Avorio dal settembre 2002 a oggi si stimano circa 3 mila morti. Un colpo di stato ai danni del presidente Laurent Gbagbo ha dato il via a una guerra civile che contrappone l’esercito ivoriano e i ribelli delle Forze Nuove, schieramento che comprende tre formazioni armate. Russia, Inghilterra, Romania e Angola forniscono al governo ivoriano armamenti, elicotteri da combattimento e milizie private. I gruppi ribelli invece ricevono armi dal Burkina Faso, da Liberia e Sierra Leone, anche se pare che le armi da loro usate siano principalmente quelle sottratte da depositi e caserme governative occupate. Il Paese ancora oggi versa in uno stato di confusione generale a scapito, come sempre, della popolazione civile, costretta a subire i continui scontri tra governo e ribelli, tra le cui file si registra la presenza di numerosi bambini-soldato. Bambini che non conoscono altro che guerra e violenza. Bambini che dovrebbero giocare e sorridere, invece di uccidere.

Ma queste sono quelle guerre di cui non si deve parlare. Tutto deve filare liscio, niente deve intromettersi nei vergognosi affari di chi si arricchisce grazie a tutta questa violenza. E così vige la regola del silenzio. Silenzio della comunità internazionale, silenzio dei media, silenzio della gente. Ma la disperazione di quei popoli che gridano il proprio dolore, che cercano aiuto, che sperano che qualcuno si accorga di loro, non può e non deve mai più rimanere inascoltata. Probabilmene viviamo in un mondo sordo. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

 

Nel mondo sono in corso 31 conflitti (Click per ingrandire)

Informazioni e dati tratti da: http://it.peacereporter.net

Torna Moretti e… tornano le polemiche

Da qualche giorno è al cinema l’ultimo film di Nanni Moretti, dal titolo “Habemus Papam” e, come sempre quando si tratta di un film di Moretti, non mancano feroci polemiche. La trama è già stata giudicata ”offensiva” dal quotidiano cattolico “L’Avvenire”. La pellicola narra di un cardinale eletto pontefice alle prese con debolezze varie, prima fra tutte quella di avere problemi con la fede, quella fede che lui, in quanto pontefice, non dovrebbe mai perdere. I film di Moretti sono sempre stati oggetto di tante critiche, molte volte ingiuste. Il regista è un personaggio schietto, molto schierato politicamente e questo, indubbiamente, crea delle polemiche a prescindere dal significato dei suoi film. Nel 2006 “Il Caimano” suscitò tante critiche, ma quel film era in forte polemica con il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Stavolta, invece, non ci sono attacchi alla chiesa, ma soltanto la storia del Papa che ha problemi con la religione. Tuttavia, non mancano polemiche di vario genere. Salvatore Izzo, vaticanista dell’agenzia Cei, ha scritto una lunga lettera sul quotidiano “L’Avvenire”, invitando i cattolici a boicottare Moretti e a non andare a vedere il film al cinema. In realtà, ci sono anche commenti positivi, come quello di padre Virgilio Fantuzzi, della Civiltà Cattolica e Radio Vaticana.

Un’altra opinione autorevole che critica il film è quella di Massimo Introvigne, sociologo cattolico e studioso di fenomeni religiosi, secondo cui “Moretti appartiene a una certa sinistra italiana, poco attenta ai fenomeni sociali e quindi anticlericale per partito preso”. A tutto ciò si aggiunge anche l’uscita programmata del film, a ridosso di un concentrato di date molto importanti per i credenti, come la settimana santa, il compleanno di Benedetto XVI e le celebrazioni per l’anniversario della sua elezione a pontefice. Insomma, Moretti, ancora una volta, è al centro di tante polemiche. Durante la trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”, il regista cinematografico, nato a Brunico in provincia di Bolzano, ha affermato ironicamente “C’è libertà di opinione. Ognuno può criticare il mio film, ma soltanto dopo averlo visto”, un po’ come dire che molte volte viene criticato a prescindere e chi lo attacca non ha neanche visto il film. Anche in passato, i suoi film sono stati oggetto di critiche feroci e spietate, come “Il Portaborse” di una ventina di anni fa, oppure ancora “Palombella rossa”, “Aprile”; tutte pellicole provocatorie che narravano la situazione politica di quel periodo storico. Moretti, quindi, come sempre è al centro dell’attenzione, ma lui non se ne cura. Va avanti per la sua strada, convinto di avere ragione, e non ha paura di dire sempre quello che pensa. Ricorderete, infatti, quando una volta, durante una manifestazione del centro-sinistra, non ebbe paura di attaccare i leader di questo schieramento politico nonostante fossero presenti sul palco insieme a lui. Ci saranno ancora polemiche nei prossimi giorni, ma c’è da essere certi che il film riscuoterà l’ennesimo successo.

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Boris: un flop da segno dei tempi?

Una serie televisiva ambientata nel “dietro le quinte” del frivolo set de Gli occhi del cuore: una fiction come tante, tra sceneggiature insignificanti, interpreti incapaci e professionisti disillusi. Una meta-serie originale e ironica, con colonna sonora di Elio e le storie tese, un cast d’eccezione e un’incredibile lista di guest star d’eccezione: da Corrado Guzzanti a Paolo Sorrentino e da Laura Morante a Filippo Timi.

Nel 2011 la serie tv si sposta sui grandi schermi delle sale italiane nella versione di un film ambientato nel set de La casta: l’interpretazione cinematografica del noto libro-inchiesta dei giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Boris comincia con un Renè Ferretti (Francesco Pannofino) all’opera con le riprese del film Il giovane Ratzinger, che decide di abbandonare a causa delle continue intromissioni di una Rete che gli impedisce di lavorare liberamente.

Incappato a guardare l’ennesimo cinepattone al cinema, Renè decide di rimettersi a lavoro, stavolta mirando a realizzare una pellicola impegnata… La storia prosegue intrecciando una trama sarcastica e avvincente con la rappresentazione acuta e sarcastica di una fotografia dell’Italia odierna.

Boris è ambientato in un Paese in cui le fiction beneficiano di circa 300 milioni all’anno e il cinema di appena 40 milioni. In un Paese in cui i cine-panettoni totalizzano il record di incassi con il beneplacito di case cinematografiche che puntano al profitto e mai alla qualità.

Boris è inserito in un luogo in cui i teatri si riempiono di risate per gli spettacoli di un noto Martellone e dei suoi insulsi tormentoni, tra “Bucio de culo” e “Sti cazzi”. In un contesto in cui la più capricciosa e incapace delle attrici è candidata a Strasburgo.

Boris è girato nella patria di giovani talenti sfruttati da ricchi sceneggiatori che fanno la bella vita speculando sulle loro ambizioni, e dove la passione e la genialità soccombono sotto il peso di un sistema che non trova spazio per loro.

Boris è perfettamente impiantato all’interno del contesto italiano, dove le sale vuote davanti alla proiezione del film sembrano dare un’ulteriore dimostrazione di quanto il flop di una pellicola possa rispecchiare i tanti flop di questo Paese.

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Tranquilli, si può curare

Joseph Nicolosi è uno psicologo statunitense balzato agli onori della cronaca in quanto co-fondatore della National Association for Research & Therapy of Homosexuality (NARTH), originariamente chiamata National Association for Research and Treatment of Homosexuality, e convinto sostenitore delle cosiddette terapie riparative dell’omosessualità. L’obiettivo di tali terapie è la conversione dell’orientamento sessuale degli omosessuali, in modo da “trasformarli” in eterosessuali. L’idea alla base di una tale abiezione (la teoria, ovviamente) è che l’omosessualità sia l’effetto di un problema di identità sessuale, originato da rapporti problematici con i genitori e/o traumi in fase di crescita. Naturalmente, il mondo scientifico ha preso le distanze da una tale assurdità, prime fra tutti l’American Psychiatric Association e l’American Psychological Association. Non si capisce, poi, il “bisogno” di convertire gli omosessuali, dato che anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha depennato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali, seppur solo nel 1990.

Il principio appare eufemisticamente infelice sotto vari punti di vista. Al di là dell’idea malsana di modificare l’orientamento sessuale di una persona, perfino la scelta, non casuale, dei termini “trattamento” prima e “terapia” dopo, rivela il giudizio negativo sull’omosessualità. Ridurre il tutto all’omofobia può sembrare banale ma tant’è. La spiacevole tendenza, d’altronde, è molto più diffusa nell’opinione pubblica di quanto non si pensi; se da una parte il concetto di terapia è largamente non condiviso, non altrettanto si può dire dell’idea che l’orientamento omosessuale stesso sia il risultato di squilibri psicologici o problemi della crescita mentale. Questa supposizione sottintende un giudizio dell’omosessualità come di una condizione deviata rispetto al normale status di una persona senza traumi o sfortune.

Siamo poi sicuri che l’orientamento sessuale sia un parametro dipendente esclusivamente dalla psicologia e di conseguenza modificabile, almeno in teoria? Non sono di questo avviso due scienziati da anni impegnati nello studio di questo argomento. Il neuroscienziato Simon LeVay ha pubblicato nel 1991 i risultati di un suo lavoro che mostra come sussistano differenze morfologiche fra alcune strutture cerebrali di soggetti eterosessuali e omosessuali. Lo stesso LeVay ha spiegato come questo non implichi una causa esclusivamente genetica dell’omosessualità, ma mostri chiaramente la presenza di fattori biologici non trascurabili. Omosessuali si nasce? La natura innata dell’orientamento sessuale è la conclusione a cui giunge anche Glenn Wilson, psicologo, che con Qazi Rahman sostiene che l’origine dell’omosessualità vada studiata nell’ambito della psicobiologia, per via delle imprescindibili cause biologiche, non necessariamente genetiche. Oltre alle citate tesi  accademiche, una semplice osservazione depone a favore della tesi che l’omosessualità sia una caratteristica innata: la trasversalità del fenomeno. Una quota più o meno costante di omosessuali è riscontrata nel mondo (l’OMS considera attendibile una percentuale attorno al 5%), a fronte di enormi differenze culturali, politiche e sociali. Un’origine culturale dell’omosessualità mal si accorda con i dati oggettivi, suggerendo quindi che, operando una semplificazione, “si nasce” e non “si diventa”.

La questione non è squisitamente accademica, in quanto una definitiva conferma delle cause biologiche del fenomeno abbatterebbe di fatto la principale obiezione sollevata nei riguardi del riconoscimento del matrimonio omosessuale da parte degli ambienti ultraconservatori, ossia l’automatica acquisizione del diritto all’adozione. Il discutibile ragionamento prevede che la crescita del bambino non possa avere luogo in maniera equilibrata in una famiglia composta da due genitori dello stesso sesso. La faccenda viene spesso riassunta nell’espressione “avere una mamma e un papà”. A poco valgono le prese di posizione del mondo scientifico. Come esempio, basta citare il policy statement della sopracitata American Psychological Association, in cui si afferma esplicitamente che lo sviluppo e il benessere di un bambino allevato da genitori omosessuali non è diverso da quello di un altro bambino, figlio di una coppia eterosessuale. Il motivo per cui queste attestazioni cadono nel vuoto è un altro. Alla base del netto rifiuto dell’estensione alle coppie omosessuali del diritto all’adozione vi è spesso l’inespressa paura che un bambino con genitori omosessuali diventi omosessuale a sua volta. Senza sottolineare ulteriormente l’inconsistenza scientifica di un’ipotesi del genere (se gli omosessuali sono figli di eterosessuali, non si capisce perché i figli degli omosessuali non possano essere tranquillamente eterosessuali),  la questione su cui vale la pena riflettere è un’altra. E se anche fosse? È a questo punto che il dibattito coinvolge la sfera personale di ognuno. Quanti considerano un gay, una lesbica o un bisessuale come una persona “difettosa” o anche solo “speciale”? E ancora, quanti accoglierebbero come una notizia anche solo leggermente spiacevole il coming out del proprio pargoletto? Coloro che si sentono chiamati in causa possono stare tranquilli. Non sono omosessuali. Ci sono, però, due notizie, una buona e una cattiva. Quella cattiva è che soffrono di un grave problema, questo sì, reale: l’omofobia. Quella buona è che la causa del male è conosciuta ed esiste una terapia, spesso efficace. Per combattere l’ignoranza e il pregiudizio, infatti, basta una buona dose di cultura.

P.S.: Per maggiori informazioni, oltre ai link riportati è consigliata la visione della puntata “L’omosessualità” di “Cosmo” (Rai Tre).

 

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Christine de Pizan – Da musa ad autrice

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi.it

L’articolo di oggi è scritto da Paola Asti, che si presenta citando Sylvia Plath, e parlandoci delle donne che hanno influito nella poesia e nell’affermazione dei diritti delle donne.

Io sono verticale. Ma preferirei essere orizzontale”  (Sylvia Plath)[/stextbox]

“Ahimè, mio Dio, perché non mi hai fatta nascere maschio? Tutte le mie capacità sarebbero state al tuo servizio, non mi sbaglierei in nulla e sarei perfetta in tutto, come gli uomini dicono di essere…”

Le parole di Christine de Pizan risuonano ancora oggi, cariche di attualità.

Questa poetessa vissuta tra il 1365 e il 1430 denuncia, come tante altre, la messa in ombra delle donne recluse tra le mura domestiche e impossibilitate nell’accesso alla cultura. La letteratura maschile si è imposta con tanto fervore grazie a una mancata letteratura femminile che fermentava negli animi delle donne evitando, quasi sempre, di prendere forma sulla carta.

Emily Dickinson

Perché abbiamo assistito alla rappresentazione della donna?

Eventi ed evoluzioni di ogni tipo hanno contribuito a tener spenta una luce che potesse risaltare i versi di una mano femminile, ma nonostante questo la donna e la Poesia hanno dato vita a uno splendido connubio. Canti di dolore o d’amore, gelosie, rese, speranze, tradimenti, guerre da combattere in solitudine nell’evidenza di una vita immutabile, versi gettati come liberazione su carta, quella carta amica intima o lettera portatrice di utopie. Christine de Pizan è stata una delle tante rappresentanti del suo sesso che, armata di penna, ha vissuto il suo tempo e i riflessi di quest’ultimo sul suo essere donna.

La lotta di una poetessa non ha termine né limite in quanto tesa a scavalcare posizioni e imposizioni sociali che fanno della sua persona una figura-oggetto priva di voce propria. Da Saffo a oggi, riviviamo tramite donne che esprimendo la loro sensibilità hanno segnato la storia della letteratura e soprattutto la loro storia personale. Tra le voci che più emergono è doveroso ricordare la combattiva Olympe de Gouges, autrice della “Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina” nella Francia del 1791. Questo testo giuridico portò la nascita di nuove concezioni della donna e la morte, due anni dopo, di colei che le scrisse, condannata “per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso ed essersi immischiata nelle cose della Repubblica”.

Sylvia Plath

Vittoria Colonna, decantata da Michelangelo, fu una delle voci più autorevoli del Rinascimento; “L’oppressione della donna” e la fervente lotta di Mary Wollstonecraft segnarono l’Inghilterra di fine ‘700. Seguirono le prodigiose mani di Jane Austen e delle sorelle Brontë per arrivare alla ricercata solitudine di Emily Dickinson. Una vita nell’amore e una poetica a far da sfondo furono gli elementi costitutivi di Sibilla Aleramo. La coniugazione tra il ruolo di scrittrice e quello di moglie segna la ricerca di Sylvia Plath, finita con l’autodistruzione della poetessa, che ha lasciato una forte impronta nel ‘900.

Nessuna di loro è più importante dell’altra. Ognuna di queste voci ha contribuito, a suo modo, alla formazione di ognuno di noi.

Queste donne sono sorelle nelle passioni, nelle armi e nella lotta. Mai del tutto personale.

“Uomo, sei capace d’essere giusto? È una donna che ti pone la domanda; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il Creatore nella sua saggezza; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere.

Risali agli animali, consulta gli elementi, studia i vegetali, getta infine uno sguardo su tutte le modificazioni della materia organizzata; e rendi a te l’evidenza quando te ne offro i mezzi; cerca, indaga e distingui, se puoi, i sessi nell’amministrazione della natura. Dappertutto tu li troverai confusi, dappertutto essi cooperano in un insieme armonioso a questo capolavoro immortale.
Solo l’uomo s’è affastellato un principio di questa eccezione. Bizzarro, cieco, gonfio di scienza e degenerato, in questo secolo illuminato e di sagacità, nell’ignoranza più stupida, vuole comandare da despota su un sesso che ha ricevuto tutte le facoltà intellettuali; pretende di godere della rivoluzione, e reclama i suoi diritti all’uguaglianza, per non dire niente di più.”

Olympe de Gouges

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