Andrea Masi: il Re del Sei Nazioni

Voglio iniziare questo articolo facendovi un nome: Andrea Masi. Molti di voi probabilmente neanche immaginano lontanamente di chi stiamo parlando. I più spavaldi crederanno che sia un parente proveniente da qualche ramo dell’albero genealogico del direttore generale della Rai, qualcun altro, che magari ha frequentato la mia stessa università, crederà che si tratti dell’omonimo professore. Invece devo stupirvi tutti, o quasi, perché sto parlando dell’estremo della nazionale italiana di rugby. Masi è stato eletto miglior giocatore del torneo Sei Nazioni 2011. Un successo davvero inimmaginabile per lui. Non solo perché ha giocato soltanto due delle cinque partite della nazionale italiana, ma perché l’Italia si è classificata ultima nel torneo, portandosi a casa l’ennesimo “cucchiaio di legno”, un’istituzione nel Sei Nazioni. Il cucchiaio di legno, curiosamente, nasce da una tradizione ereditata dagli studenti di Cambridge, i quali erano soliti regalare un cucchiaio di legno in segno di scherno e derisione ai compagni di corso che prendevano i voti più bassi agli esami.

Il giocatore aquilano della nazionale azzurra e del Racing Metro, squadra della periferia di Parigi, è il primo rugbista italiano a ricevere il prestigioso riconoscimento da quando la nostra nazione partecipa alla competizione, cioè dal 2000. Masi, che ha esordito in nazionale a soli 19 anni, ha ricevuto il premio a Parigi presso la club-house del proprio club di appartenenza. Ha ottenuto più del 30% dei voti totali dei tifosi di rugby che hanno seguito la manifestazione e che sono rimasti, evidentemente, piacevolmente colpiti dalle due prestazioni del nostro azzurro.

Fino a qualche anno fa se mi avessero parlato del rugby mi sarei messo a ridere, non comprendendo neanche la differenza dal football. Vi assicuro che non vi sto prendendo in giro se vi dico che qualcuno tutt’oggi crede che l’unica differenza tra i due sport sia data dal fatto che nel football si gioca con i caschi e con l’”armatura”, mentre nel rugby senza. Oppure, non mi stupirei, perché qualcuno ha avuto il coraggio di affermare anche questo, cioè che la differenza sta nel fatto che il football si gioca negli Stati Uniti, il rugby in Europa. Cose dell’altro mondo.

Ho avuto il piacere di conoscere un mio coetaneo, amante del rugby e non ci ho messo molto ad appassionarmene. Certo, non è molto intuitivo come sport, richiede una conoscenza approfondita delle regole anche soltanto per riuscire a seguirne una partita. Tutto questo sempre che non vi limitiate a riconoscere una meta, piuttosto che un “calcio”. La cosa che più di tutte, da amante del calcio (ahimé!), mi ha subito affascinato è che per quante botte possano prendere, i giocatori di rugby restano sempre in piedi, se crollano in terra sanguinanti non chiedono i soccorsi e non interrompono mai il gioco. Utopia pura per i calciatori. Le differenze sportive ma soprattutto “etiche” tra i due sport sono infinite, al punto tale che non vale neanche la pena elencarle. Per oggi ci limitiamo a segnalare una vittoria per il nostro sport, quella di Andrea Masi, e un ultimo posto non poi così tragico dato che la nostra unica vittoria è avvenuta proprio contro i nostri cugini d’oltralpe francesi. Bravo Masi, e adesso terzo tempo e birra per tutti.

Manifesto per la felicità – Recensione

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Federico esordisce sulla blogzine recensendo il libro “Manifesto per la felicità”. Si presenta con una semplice frase…
Dati Biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce e Calvino, che di un autore contano solo le sue opere (quando contano, naturalmente). A differenza di loro, io sono ancora vivo

…benvenuto su Camminando Scalzi.it [/stextbox]

Qual è il prezzo che stiamo pagando in nome della nostra prosperità economica?

La nascita di indicatori attendibili per misurare la felicità di un paese ha aperto una lunga serie di dibattiti sulla maniera più efficace per stabilire il livello di benessere di una comunità. Quello che sembra ormai certo è che il PIL da solo non basta.

Scorrendo la classifica della felicità mondiale, troviamo in testa  paesi come Messico, Colombia e Vietnam, tutti ben al di sopra degli USA, che tra i paesi occidentali è il fanalino di coda. Una situazione paradossale. Com’è possibile che un’aspettativa di vita più alta, maggiore democrazia, migliore istruzione e un largo accesso ai beni di consumo non si traducano di fatto in un aumento del benessere dei cittadini? Il libro di Stefano Bartolini analizza il “paradosso della felicità” e individua possibili soluzioni.

Per l’autore il cuore del problema è relazionale: sul lungo periodo, nelle società occidentali, si è registrato infatti un degrado nella qualità delle interazioni sociali. Maggiore individualismo ed esperienze relazionali meno frequenti e gratificanti rappresentano la chiave per spiegare il paradosso.  Secondo Bartolini quindi è possibile e necessario trovare alternative per coniugare prosperità, economia e felicità.

Migliorare la qualità della scuola, del lavoro, della sanità, dei consumi con proposte concrete è la sfida che ci lancia questo libro.

Stefano Bartolini insegna Economia Politica presso la facoltà di Economia “Richard M. Goodwin” dell’Università di Siena. Ha pubblicato numerosi articoli sulle più autorevoli riviste scientifiche.  Questo è il suo primo libro.

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