A volte ritornano.

Era stata smembrato, privatizzato, rinominato, rincollato e alla fine liquidato, ma finora mai nessuno aveva pensato di resuscitarlo. Stiamo parlando dell’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, per decenni regina e modello delle Partecipazioni Statali ed esempio pratico della cosiddetta “Terza Via” italiana in politica economica.

Fondato nel 1933 dal governo fascista per salvare l’Italia dalla crisi economica scoppiata negli Stati Uniti nel 1929, l’IRI è sopravvissuto al regime che l’ha creato e nel corso degli anni è diventato il motore dell’economia italiana, contando partecipazioni in quasi tutti i settori dell’industria manufatturiera e arrivando a contare oltre cinquecentomila dipendenti.

Di recente il ministro dell’economia, Giulio Tremonti, ha parlato spesso delle partecipazioni statali, rimpiangendo l’IRI degli anni ’70, negando però qualunque ipotesi di ricostituzione. Alle dichiarazioni del ministro però non stanno seguendo fatti. Il tentativo di scalata di Parmalat da parte del gruppo francese Lactalis ha visto un’inattesa levata di scudi da parte dei vertici economici del nostro paese e lo stesso ministro Tremonti ha ipotizzato un cosiddetto “decreto anti scalate”.

In cosa consiste? Molto semplice, lo stato autorizza la Cassa depositi e prestiti, (l’ente pubblico che si occupa degli investimenti pubblici) a entrare nell’azionariato di aziende strategicamente rilevanti. Nella fattispecie, al posto dei francesi, le azioni di Parmalat andrebbero a un istituto di credito diretta emanazione del Ministero dell’economia.

Vi suona familiare? Un tempo l’IRI agiva con modalità simili: si prendeva carico di aziende private in grave perdita (i famosi “salvataggi”), acquistandone il pacchetto di maggioranza, creando una sinergia con i soci privati, spesso privatizzando i profitti e scaricando alla finanza pubblica le perdite. Si trattava di una funzione in primo luogo, sociale e assistenzialistica, ma allo stesso tempo permetteva all’economia italiana, affiancata dai capitali di Mediobanca, di competere ad armi pari sullo scenario globale. La cara vecchia IRI riusciva perfettamente lì dove le nostre aziende, oggi, miseramente falliscono.

Ma è realmente realizzabile un colosso industriale simile ai giorni nostri?

La risposta è sicuramente negativa, e per alcune ottime ragioni. La più importante è senza dubbio la presenza dell’Italia nell’Unione Europea. Dalla fine degli anni ’80 garanzie statali sui debiti delle aziende statali, ricapitalizzazioni di aziende e altre pratiche volte a modificare il mercato finanziario e la libera concorrenza con iniezioni di denaro pubblico non sono più permesse agli stati membri dell’Unione. Di conseguenza il modello “sociale” dell’IRI, oggi, non sarebbe più possibile. A questo si aggiungono le gravi condizioni della nostra finanza pubblica, probabilmente incapace di avviare operazioni di largo respiro o troppo onerose. Ultimo ostacolo alla “nuova IRI” è l’attuale statuto della Cassa depositi e prestiti che vieta esplicitamente l’impiego del denaro disponibile per investimenti potenzialmente a rischio.

Allora cosa potrebbe avere in mente il ministro Tremonti?

L’ipotesi più plausibile è quella di seguire il modello francese della Caisse des Dépôts et Consignations, un ente pubblico simile al suo omologo italiano, ma con la sostanziale differenza che questa può liberamente disporre del denaro depositato e utilizzarlo per investimenti nel settore privato. L’esempio più celebre è la Danone, di cui la Caisse detiene una quota parti al 3,6% delle azioni. Il rischio di un ritorno dei “Panettoni di Stato” sembra per il momento scongiurato. Resta però da fare una considerazione: anni di liberismo economico sfrenato e senza scrupoli ci stanno consegnando generazioni più povere di quelle precedenti e un mondo in perenne crisi economica. In questo contesto l’intervento dello stato, come arbitro o come giocatore, a questo punto diventa essenziale, possibilmente senza gli eccessi e le distorsioni che in passato hanno caratterizzato il sistema italiano e quello di tanti altri paesi.

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2 pensieri su “A volte ritornano.

  1. Un ritorno allo stato oltre ad essere una possibilità e’ diventata una vera e propria necessita’ a causa delle privatizzazioni selvagge effettuate negli anni 90 da tutti quei sedicenti pseudopolitici, ( i vari amato e Prodi) che hanno agito dietro comando della finanza neoliberista consegnando tutti i pezzi pregiati dello stato a due lire ( vedasi la svendita dell’IMI. Oggi sentire ancora fini che invoca le privatizzazioni come soluzione degli attuali problemi, mi fa accapponare la pelle, mentre l’unica ricetta credibile deve essere ad uno stato attore della economia in quanto i privati come dimostrato oggi fanno e faranno sempre i propri interessi.

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