L'eredità di Django

Miti e misteri da sempre circondano il mondo delle sei corde. Soprattutto da quando l’anima dei chitarristi è diventata nera come quella del rock. Leggende metropolitane per lo più. Favole diventate oggetto di culto per le masse di fan in delirio, disposti a bersi qualsiasi panzana pur di elevare il proprio beniamino al di sopra degli altri. Un affare d’oro per alcuni, una religione per altri. Morti inspiegabili, strumenti posseduti, allucinazioni mistiche e fosche trame… Insomma un campionario del sovrannaturale degno del miglior film di serie B. Alcune di queste storie però affondano le radici in una verità che, alle volte, lascia sconcertati per il suo carattere quasi divinatorio. E quando il protagonista non è un musicista maledetto ormai asceso all’olimpo degli dei del rock, bensì un jazzista gitano degli anni ’30, beh… allora il fascino che le circonda non può che risultarne ancora più avvolgente.

È una storia che sembra fatta apposta per essere impressa su di una pellicola quella di Django Reinhardt. Quasi lo stereotipo di una leggenda. Il fatto è che il chitarrista e compositore belga, menomato alla mano sinistra appena diciottenne, per via di un incendio divampato nella roulotte dove viveva insieme alla famiglia, ha rivoluzionato la storia stessa della chitarra jazz. Costretto ad abbandonare il banjo per la chitarra, strumento più dolce e leggero, proprio a causa della fusione di mignolo e anulare dovuta all’incidente, Django, servendosi solo delle due dita rimaste illese, sviluppò una tecnica del tutto peculiare, dotata di un’espressività e di un dinamismo incredibili oltre che assolutamente originali. Quell’incidente non cambiò solo la sua vita ma il destino del jazz.

Django è stato il primo e probabilmente unico gitano ad assaporare quella gloria riservata solo ai musicisti più grandi. Qualche aneddoto può aiutare a comprendere il personaggio e il mito… Django non solo non sapeva leggere un semplice spartito ma era anche del tutto analfabeta. Fu Grappelli, il brillante violinista che lo accompagnò per larga parte della sua carriera, a insegnargli a scrivere il suo nome in modo da poter firmare gli autografi e fu sempre a Grappelli che, sentendo il secondo chitarrista ritmico Roger Chaput e il contrabbassista Louis Vola discutere di scale musicali, chiese candidamente “cos’è una scala?”. Erano solo orecchio e genio per Django. Puro istinto. Il suo lascito musicale è diventato oggi il nucleo e lo standard di uno stile di jazz inconfondibile, il manouche (nome dato in Francia all’etnia rumena dei Sinti, da cui Reinhardt proveniva), dotato di un virtuosismo eccezionale, di una carica passionale che lasciano attoniti per bellezza e intensità. È impressionante osservare come tuttora i talentuosi interpreti del Gipsy Jazz, veri e propri maestri della chitarra come Angelo Debarre, Bireli Lagrene, Romane, Tchavolo Schmitt, si rifacciano sempre esplicitamente alla tradizione di Django, riproponendo brani tratti dalla sua ampia produzione, citandolo di continuo in copertine e titoli dei propri album, quasi l’intero genere fosse dedicato a celebrare la memoria del suo iniziatore. D’altronde è impossibile non riconoscere, in capolavori come Minor Swing, Manoir des mes reves, Nuages, per citare solo alcune delle composizioni di Django, il genio di chi ha saputo intrecciare, in modo prima assolutamente inedito, la ritmica dello swing americano, le sonorità tipiche del musette francese ed il virtuosismo eclettico tzigano. Sapere poi che sono le dita ferite e di un chitarrista zingaro a creare quella magia in musica, così toccante e coinvolgente da incantare qualsiasi ascoltatore non può che far pensare, se non a un vero e proprio miracolo, per lo meno a una buona dose di predestinazione.

Di origini belga Django crebbe e visse a Parigi, città nella quale dopo un lungo girovagare la sua carovana decise di fermarsi. La capitale francese fu il palcoscenico di quasi tutta la sua carriera da quando, insieme al violinista Stéphan Grappelli, formò nel 1934 il Quintette du Hot Club de France, quintetto di soli strumenti a corda che in breve tempo guadagnò molta notorietà nel vivace ambiente jazz parigino. La musica di Django, Grappelli e soci era eccitante, estremamente cadenzata e orecchiabile, ma carica di tensione, a volte frenetica a volte nostalgica. Le esibizioni lasciavano stupefatti gli spettatori per virtuosismo e capacità di improvvisazione. C’era una grande affinità musicale tra il la chitarra e il violino di Grappelli. Quest’ultimo, già affermato musicista di differenti origini rispetto a Django, studioso dello strumento e protagonista dell’avvento del ragtime negli anni ’20, riconobbe il talento del chitarrista gitano e se ne lasciò profondamente influenzare. Insieme si esibirono prima in Francia e poi in tutta Europa, riscuotendo particolare successo in Inghilterra. In seguito alla tournée negli Stati Uniti nel 1946 organizzata dal celebre Duke Ellington, che li volle come ospiti per una serie di concerti, l’ultimo dei quali al Carnegie Hall di New York, Django e il suo stile si guadagnarono fama internazionale, trovando negli U.S.A. e in particolare nel fertilissimo panorama musicale di New Orleans una seconda casa.

Tornato in Francia, negli ultimi anni della sua vita diede ulteriore prova di capacità artistica incidendo, sulla scia del neonato bebop, alcuni brani con la chitarra elettrica che dimostrano la padronanza dell’intero linguaggio jazz posseduta da Django oltre che la sopraffina capacità di riadattare e piegare qualsiasi genere al suo peculiare stile compositivo.

Morì nel 1953, all’età di 43 anni, in seguito a un’infezione mal curata, probabilmente anche a causa della sua avversione verso punture e aghi che lo tratteneva dal consultare i medici.

Lo stile creato da Django è un sodalizio tra una ritmica decisamente swing, cadenzata nel manouche da una o più chitarre e un contrabbasso che sostituiscono completamente la batteria e che prende il nome di pompe, e il linguaggio espressivo tipico della musica tzigana, basato su un’improvvisazione eclettica e capricciosa di chitarre e violini solisti. Ne risulta un’amalgama del tutto particolare con le dita che volteggiano sulla tastiera percorrendola da cima a fondo in un cascata di cromatismi e accordi minori dal sapore a volte malinconico a volte frenetico che si insinuano nel ritmo serrato scandito dagli strumenti di accompagnamento. L’uso intenso di scale cromatiche e la scelta di accordi (principalmente minori e diminuiti) deriva originariamente, oltre che alla tradizione armonica mitteleuropea, dalla menomazione alla mano di Django che non gli permetteva l’uso di anulare e mignolo. Solo dopo anni riuscì a portare le due dita sulla tastiera, comunque unite insieme e atrofizzate, per integrare le parti ritmiche sulle prime due corde. È prodigioso pensare come chi pochi anni prima aveva rifiutato ostinatamente l’amputazione della mano sia stato in grado di sviluppare, anche grazie a (o a causa di, se si preferisce) quel pesante deficit, uno stile così virtuoso e tecnicamente sofisticato e allo stesso tempo così dolce ed elegante.

Nel jazz manouche attuale, oltre a chitarre, violino e contrabbasso, si trovano spesso clarinetti e fisarmoniche a completare la parte solista. La musica è sempre trascinante, incalzante tra passaggi rapidi e corde stoppate, oppure delicatissima, cupa… quasi struggente. L’elevato virtuosismo e una straordinaria capacità di improvvisazione fanno degli interpreti del genere alcuni tra più eccellenti e tecnicamente ammirati chitarristi del globo. Artisti contemporanei come Angelo Debarre, Bireli Lagrene, Tchavolo e Dorado Schmitt, Romane, Stochelo Rosenberg, Florin Niculescu, Paul Vidal, Moreno, i nostrani Dario Pinelli, Jacopo Martini e i Manomanouche, sono veri maestri del genere e contribuiscono a portare avanti la tradizione cominciata da Django. Tradizione che oggi, proprio grazie ai musicisti sopracitati, insieme a molti altri appassionati, sta conoscendo un rinnovato interesse e una diffusione sempre maggiore anche a livello internazionale, come è testimoniato dai numerosi festival a essa dedicati.

Django è diventato un eroe per i gitani e non solo per loro. La storia alla fine si è fusa con la leggenda e lo spirito della sua musica è rimasto intatto, memoria di un grande poeta del ‘900 e ambasciatore della sua cultura tra i popoli.

Alcune performance di Angelo Debarre, Bireli Lagrene e Florin Niculescu

httpv://www.youtube.com/watch?v=2yfQN8-tVlQ&feature=related

httpv://www.youtube.com/watch?v=e4mc5R3xuLo

È tutta colpa dei giudici

È un copione già visto quello andato in scena oggi per l’udienza che vede coinvolto Silvio Berlusconi come imputato -insieme ad altre dieci persone- per il processo sui diritti TV Mediaset. Immancabili i sostenitori dell’Imperatore Maximo fuori dall’aula del tribunale, e immancabile show fatto di dichiarazioni e accuse, i ruoli ancora una volta ribaltati, un imputato – Berlusconi – che entra a sostenere un processo accusando la giustizia e i giudici.

“Accuse completamente inventate” secondo il Premier, l’ennesimo tentativo di ribaltone politico attuato dai giudici. E lo spunto è chiaro, si torna a parlare di quella famosa riforma della Giustizia che serve a “portare la magistratura a essere quello che deve essere, non quello che è oggi, un’arma di lotta politica” (via | Repubblica.it). Insomma, siamo alle solite. Le parole del Premier ripetute quasi ogni giorno da anni, contro quella magistratura che vuole a tutti i costi danneggiarlo per fini politici, contro una Giustizia che va assolutamente riformata perché non equa. Certo, poi viene qualche dubbio nel vedere una dichiarazione del genere fatta da chi le leggi le fa mentre è contemporaneamente imputato in un processo (e non soltanto uno), un processo che riguarda un’azienda televisiva di cui è proprietario. Insomma, ci troviamo di fronte ad un perfetto riassunto di quello che rappresenta il conflitto di interessi totale che vive il nostro Paese. La disperazione che prende leggendo dichiarazioni del genere è come sempre completa e inarrestabile, alimenta quell’enorme sentimento di stanchezza che pervade non soltanto il nostro povero Premier perseguitato dai giudici, ma anche in tutti noi semplici cittadini che dobbiamo assistere all’ennesimo teatrino propagandistico anche fuori dalle aule di un tribunale.

Pensate, pullman di sostenitori da tutta Italia, un palco montato (ma poi fatto sgomberare), gente che canta “Menomale che Silvio c’è”… questo è lo specchio del Paese. Cadono ancora una volta le braccia, cadute ormai infinite volte, che quasi passa la voglia di raccoglierle. Non ci viene risparmiato niente in questo tremendo spettacolo ormai quotidiano di totale decadimento della politica e della vita del Paese. Si torna anche a parlare di Ruby. Pensate, lui l’aveva aiutata. “Alla ragazza ho dato dei soldi per evitare che si prostituisse”. Che bontà. E poi ancora “Io sono sempre cortesissimo e ho chiesto un’informazione, preoccupato per una situazione che poteva dar luogo a un incidente diplomatico. Successivamente mi è stato risposto che la ragazza non era egiziana, ed è caduto tutto. Quindi non c’è alcuna concussione. Accuse risibili, demenziali e infondate.” (via | Repubblica.it) Certo, le accuse sono risibili, demenziali e infondate. Le accuse.

Insomma è tutto un complotto contro di lui, le sue aziende, i suoi soldi, la sua politica. Ancora una volta protagonista dei titoli dei giornali la sua storia giudiziaria, mentre il Paese è ormai allo stremo, pieno di emergenze irrisolte e colpito da un’evidente incapacità del Governo a risolvere i nostri problemi. L’unica cosa che riescono a fare, e su cui lavorano benissimo e a tempo pieno, sono proprio le vicende giudiziarie del Premier. Le altre cose rimangono in secondo piano. Poco importa della disoccupazione dilagante, dell’emergenza rifiuti, della città dell’Aquila ancora abbandonata a sé stessa, del problema immigrazione. L’importante è riformare la Giustizia politicizzata e cattiva. Le altre cose sono molto meno importanti.

Ah no, aspettate, c’è stata una bella idea riguardo al problema degli immigrati, e al fatto che l’Europa ci abbia risposto picche. Un’idea che definirei illuminante. Non pago degli acquisti (fittizi?) immobiliari nell’isola di Lampedusa che verrà proposta come Premio Nobel per la Pace (e qui ridiamo, ma per non piangere), di fronte ad un’Europa che ci tratta come l’ultimissima ruota del carro, l’idea geniale è arrivata: “O fanno come diciamo noi, o ci separiamo.” Mi sembra un’ottima idea di “politica creativa”, in Europa staranno di sicuro tremando di fronte alla terribile minaccia della fondamentale Italia. Insomma, non contenti della assoluta poca credibilità diplomatica internazionale, dei fallimenti sotto tutti i fronti (siamo riusciti a “strappare” la faccenda dei rimpatri con la Tunisia e basta), del fatto che l’Europa ci tratti come dei cretini che non contano niente, l’idea più brillante che viene al nostro Premier e ai suoi seguaci è di “separarsi dall’Europa”. Bene così. Non ci facciamo mancare niente, dai.

Di fronte a tutti questi fallimenti, perché non se ne tornano tutti a casa? Basta, non ce l’avete fatta, non avete risolto niente, non avete affrontato niente. Tornate a casa, deponete le armi e le iniziative, non è più il vostro tempo, cari governanti.

 

Ah no, non si può. Prima bisogna riformare la giustizia, perché è tutta colpa dei giudici.