Saras: ci risiamo


Ci risiamo. Si, è proprio il caso di dirlo, anzi di gridarlo a gran voce. Per la quarta volta, un altro cuore ha cessato di battere, e per la quarta volta c’è di mezzo la Saras. La Saras Raffinerie Sarde è una Spa costituita costituita nel 1962. La società si occupa di raffinazione petrolifera e l’impianto di Sarroch lavora circa 300.000 barili al giorno, cioè il 15% dell’intera raffinazione in Italia.

Lunedì 11 aprile il venticinquenne operaio della Star Service, Pierpaolo Pulvirenti, è morto perché ha respirato l’idrogeno solforato uscito da una delle colonne dell’impianto “Dea2”, dove stava prestando la sua ordinaria opera lavorativa. La sua morte ripropone il dramma, in realtà mai sopito, della sicurezza, o meglio della poca sicurezza che si vive nei luoghi di lavoro. Il che risulta ancora più grave se si pensa che l’azienda coinvolta, ed ancora una volta sul banco degli imputati, è sempre la stessa cioè la Saras,.

La dinamica dell’incidente sembra essere abbastanza chiara ed evidente. Le testimonianze degli astanti e dei colleghi dei tre operai coinvolti hanno subito confermato l’anomalia accaduta nella circostanza dell’incidente. Gli operai della Star Service, azienda con base ad Augusta e cuore nella raffineria di Priolo, hanno aperto uno dei tre “passi d’uomo” collocati ad altezza diversa nella colonna per avviare le procedure di manutenzione. Il loro intervento è iniziato dopo il via libera, cartaceo, avuto dalla Saras ed in particolare dal settore che si occupa del rilascio dei permessi di lavoro. Il nulla osta è stato rilasciato, in quanto obbligo di legge, dopo aver effettuato prove ambientali, si presume certificate, dei tecnici Saras che dovevano certificare, ed infatti hanno certificato, l’assenza di pericoli.

Era stata accertata la assenza di  qualsivoglia gas in pressione, tantomeno nocivo come è l’idrogeno solforato. Dopo tali accertamenti, verifiche e assicurazioni, passati al vaglio dal capo cantiere della Star Service, i tecnici avrebbero potuto effettuare le prime attività. «Di solito in queste colonne si opera prima dall’apertura superiore, e poi si passa a quella inferiore, per consentire “l’effetto camino” in caso di presenza di fumi o vapori pericolosi a maggior ragione in pressione. E invece – ha detto William Schirru, delegato della Filctem – Cgil – mi risulta che l’ordine di intervento non sia stato quello abituale. Ma in ogni caso è evidente che dentro quella colonna non ci dovevano essere quei fumi, e chi ha consegnato l’impianto bonificato e verificato solo a parole ha commesso un errore non perdonabile».

La famiglia Moratti, proprietaria della Saras, è arrivata ieri mattina con una delegazione composta da Angelo, vicepresidente, e dai consiglieri Angelo Mario e Gabriele. Una “nota stampa” della famiglia Moratti recita «profondo dolore» per l’incidente definito «tragico evento» sul quale «sono in corso accertamenti sulla dinamica e le cause, sia da parte della società che da parte delle autorità competenti». Al di là della ovvia tragicità dell’evento la situazione risulta essere particolarmente drammatica, dato che siamo di fronte al ripetersi di una strage già avvenuta due anni fa, sempre alla Saras.

Per quel che concerne le responsabilità, la dinamica dei fatti e le testimonianze hanno fornito immediatamente una prima risposta che consente di puntare il dito sul committente. «È come se chiamassimo un elettricista a casa e gli chiedessimo di intervenire sulle prese a muro, garantendogli di aver staccato la corrente. E invece non lo facciamo». Il segretario della Camera del Lavoro della Cgil, Nicola Marongiu, ha utilizzato questa metafora per spiegare cosa sia successo lunedì sera. La corrente, cioè nel nostro caso il gas velenoso, era ancora sotto pressione nella colonna. I dirigenti della Saras, oltretutto, hanno ammesso di aver sbagliato.

La catena della sicurezza, quell’insieme complesso di procedure che obbliga a mettere insieme in una sequenza precisa tutte le autorizzazioni di diversi uffici prima di mettere mani all’impianto, è palesemente saltata. Sarà la magistratura ad accertare se esistono responsabilità gestionali o, cosa molto utopistica, solo personali. Sicuramente il modello Saras, messo in crisi dopo i tre morti del 2009, subisce nuovamente un ridimensionamento ed è auspicabile una nuova ricostruzione strutturale e gestionale. Non possono rimanere impunite certe condotte che hanno mietuto vittme e che nulla fa pensare che non possano mieterle nuovamente.

Vale la pena ricordare come il 26 maggio 2009, allo stabilimento di Sarroch, tre operai di un’azienda esterna rimasero uccisi mentre effettuavano un lavoro di manutenzione in un accumulatore dell’impianto MHC 2 (MildHydroCracking). A causare la morte fu la presenza di Azoto nell’apparecchiatura. I sindacati anche allora avevano indetto uno sciopero e parlato di “morte annunciata”, denunciando come la pericolosità del sito fosse ampiamente nota.

Voglio riproporvi (riportandole dal Corriere della sera del 27 maggio 2009) le parole a suo tempo spese dallo stesso Nicola Marongiu, segretario della Camera del lavoro di Cagliari e dal segretario generale della Cgil sarda, Enzo Costa. Il primo disse: “Non sappiamo se l’accumulatore dove i tre operai sono morti fosse stato bonificato. Certo, il gas che li ha uccisi non doveva essere presente al momento del loro ingresso della zona di accumulo, dove si svolge un particolare tipo di lavorazione sul gasolio”. Il secondo affermò: “La raffineria è un luogo ad alto rischio, non è la prima volta che succedono incidenti mortali, ma mai erano stati di questa gravità. È un incidente gravissimo ma nessuno parli di fatalità, la pericolosità del sito era ampiamente nota”.

Appunto. Nessuno parli di fatalità, la pericolosità del sito era ampiamente nota e, purtroppo, abbiamo le prove che lo è tuttora. Ecco allora spiegato il motivo per cui “ci risiamo”, perché da quel 26 maggio non è cambiato proprio niente. Quanti altri morti serviranno per iniziare a fare qualcosa?

 

 

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