Pdl-Lega: per amore o per interesse

L’attività del governo è ultimamente concentrata su due materie: la gestione degli immigrati giunti a Lampedusa e la difesa a oltranza del premier dalle note vicende giudiziarie. L’aspetto interessante è che l’autorità sulle due materie sembra essere nettamente distinta fra le due principali componenti della maggioranza. La Lega, per la sua naturale vocazione e per il ruolo del ministro Maroni, si occupa della questione immigrazione, mentre il Pdl fa quadrato attorno a Silvio Berlusconi. A dire la verità gran parte dei papaveri del Popolo della Libertà non sono sulla ribalta, probabilmente troppo occupati nelle serrate rese dei conti interne al partito per la successione al capo. L’aria che tira, infatti, è quella di fine ciclo. Questa volta, se anche i processi non dovessero risultare in condanne definitive, Berlusconi non sembra in grado di ribaltare a suo favore la difficile situazione mediatica e c’è il rischio che abbia addirittura perso il tocco da Re Mida sull’elettorato vicino al centro-destra. Le elezioni degli ultimi 3-4 anni hanno visto crescere costantemente la quota leghista nella maggioranza anche a scapito dello stesso Pdl e il pericolo è che la prossima volta l’esito delle urne possa mettere in discussione il ruolo di leader indiscusso di Berlusconi.
A dire il vero anche la Lega, ultimamente, sta vivendo un periodo di fibrillazione. La caratteristica del partito di Bossi è sempre stata quella del partito di lotta e contestazione, anche in posizione di governo, cosa che è storicamente servita ad attirare il consenso del suo elettorato, giocando sul filo della xenofobia. Questo tratto mal si concilia con il dovere istituzionale di gestione dell’immigrazione, piuttosto che di contrasto, e potrebbe determinare confusione, se non malcontento, nella base del partito. In questa prospettiva è interpretabile la proposta volutamente esagerata di uscita dall’UE, avanzata da Maroni e sostenuta dagli altri leghisti. Per di più, la difesa di Berlusconi davanti alle numerose e pesanti accuse non giova all’immagine “dura e pura” del Carroccio, altro importante fattore di consenso nella storia del partito. In parole povere, senza una svolta plateale e netta, entrambi i compari rischiano di perderci. E qui arrivano le dolenti note. Da qui alla fine della legislatura si assisterà al solito crescendo di proposte di provvedimenti “epocali”, compatibilmente con le leggi ad personam (quelle, sì, vere) per la tutela del premier. È plausibile, però, che la prima vera svolta sarà anche la più importante, ossia la successione a Silvio Berlusconi. I giochi sono iniziati mesi fa e non fanno che infittirsi. È noto che Tremonti, con l’appoggio mai celato della Lega, stia lavorando per ipotecare il posto d’onore. I recenti sommovimenti nello scenario del capitalismo italiano, ancora appena all’inizio, rinforzano il ruolo del ministro dell’Economia, la cui figura, infatti, si profila sullo sfondo. Ma che succederebbe se alla fine la spuntasse un altro al posto di Tremonti? È di pochi giorni fa la notizia di una cena in un ristorante romano tra alcuni ministri ex Forza Italia (Alfano, Frattini, Gelmini, Prestigiacomo, Carfagna, Fitto e Fazio), ufficialmente per riequilibrare la bilancia del partito nei confronti degli ex-AN. Insospettisce, per usare un eufemismo, l’assenza proprio di Tremonti. Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che Berlusconi abbia già indicato Alfano come suo delfino, il clima di tutti contro tutti si fa palese.
Difficile che la Lega accetti di recitare ancora una volta il ruolo di alleato del partito del premier nel caso in cui le future elezioni politiche dovessero ancora favorire la coalizione.  Sempre che ci sia ancora una coalizione. Quello che unisce Lega e Pdl, in un post-Berlusconi, sarebbe paradossalmente l’isolamento del partito di Bossi in caso di mancato accordo. È improbabile immaginare un’alleanza Lega-Terzo Polo o Lega-PD, vista la divergenza di vedute su innumerevoli faccende e i precedenti scontri politici. Considerando anche le tendenze suicide di alcuni esponenti dell’opposizione, in particolare del PD, da escludere categoricamente restano solo le eventuali compresenze nello stesso cartello elettorale di Fini o Di Pietro con Bossi.
Per quanto riguarda il Pdl, l’unico possibile alleato alternativo alla Lega è il Terzo Polo, ma la presenza di Fini rende ancora una volta impraticabile l’idea.
In ogni caso, l’ipotesi più probabile è quella di partenza, ossia del mantenimento del patto fra Lega e Pdl, con un deciso apprezzamento dell’influenza “verde”. La prospettiva di rafforzare il potere di politici come Castelli e Calderoli sulle sorti del paese dovrebbe far storcere il naso a molti.
Lo scenario politico è troppo fluido per fare previsioni che vadano al di là della fantapolitica. Molto dipenderà dai risultati delle amministrative e dei referendum. Ancora una volta, per usare un’espressione ormai banale, gli ennesimi referendum su Berlusconi.

 

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