Carta e sangue

Una colonna di fumo si leva sopra il villaggio indonesiano di Suluk Bongkal. E attorno, uno scenario da guerra civile: un elicottero della polizia che getta combustibile sulle quattrocento capanne che compongono il villaggio, abitanti che scappano inseguiti da gente armata.

Una giornata nera per i contadini di Suluk Bongkal. Sono stati sono svegliati da un raid congiunto di agenti di polizia, security privata e bande criminali. Una forza d’assalto dalla composizione piuttosto strana, ma relativamente normale nelle aree controllate dalle cartiere. Alla fine dell’incursione, le capanne sono state tutte carbonizzate, settanta abitanti del villaggio arrestati, e due bambini sono trovati morti, uno ucciso dalle fiamme, l’altro annegato in una pozza mentre fuggiva nella foresta. Gli arrestati sono poi stati trattenuti per mesi senza processo.

Il motivo dell’assalto? Nel villaggio non si nascondevano organizzazioni criminali, né centrali di spaccio o raffinazione di droga, o mercanti di armi. Il crimine dei contadini del villaggio era uno solo: non volevano cedere le loro terre al colosso cartario che aveva ottenuto la concessione in una fetta di foresta già abitata. Il colosso cartario sino-indonesiano Asia Pulp & Paper (APP) ha un pressante bisogno di nuovi terreni da ripulire e mettere a piantagione, e il governo rilascia loro nuove concessioni senza curarsi dei diritti di indigeni e comunità locali; e quando questi non accettano di abbandonare le proprie case, si passa alle maniere spicce.

L’impresa PT Arara Abadi, sussidiaria della APP, aveva ottenuto la concessione alcuni anni prima. In seguito, assieme ad altre imprese del gruppo, era finita nel mirino di investigazioni sul taglio illegale, che avevano portato al sequestro di un milione di metri cubi di legname. Secondo gli investigatori le concessioni erano state rilasciate in modo irregolare.

Probabilmente gli abitanti del villaggio di Suluk Bongkal avevano festeggiato, ma contro i vertici della polizia di Riau è intervenuto l’allora ministro delle foreste Malam Kaban, e dopo mesi di braccio di ferro istituzionale, il capo della polizia della provincia, il brigadiere Suciptadi, era stato rimosso. Nel giro di pochi giorni, ecco la polizia locale schierata assieme alle guardie private della Arara Abadi nel distruggere il villaggio.

Suluk Bongkal non un’eccezione. L’espansione delle piantagioni, oltre a minacciare l’ambiente e il clima, è una vera e propria spada di Damocle per le comunità dei villaggi, la cui vita dipende dai piccoli appezzamenti e dalle risorse che raccolgono nella foresta. Nelle province più ricche di foresta, Jambi e Riau, questi conflitti sono all’ordine del giorno, mentre le imprese cartarie si comportano come veri e propri feudatari. Nel luglio 2009 la security aziendale di un’altra impresa del gruppo APP – la PT Lontar Papirup Pulp and Papers – ha sequestrato due reporter della televisione France 24, che riprendevano camion di tronchi.

Con il vostro appoggio stiamo contribuendo a creare centinaia di migliaia di posti di lavoro in Indonesia” scrive la APP ai propri clienti preoccupati del fatto che iniziano a circolare sempre più informazioni sulle pratiche della APP.

La APP sostiene di lavorare per il benessere delle comunità delle aree in cui opera, lasciando intendere che il sacrificio delle foreste sia necessario allo sviluppo di un paese povero. Ma l’espansione delle piantagioni, quando non avviene ai danni della foresta pluviale, distrugge più posti di lavoro di quanti ne crei (le piantagioni industriali hanno un’intensità di lavoro molto più bassa dell’agricoltura tradizionale indonesiana) e causa grandi conflitti, spesso scacciando le comunità contadine dalle loro terre, lasciandole senza lavoro, casa e mezzi di sussistenza. Le foreste indonesiane danno da vivere a trenta milioni di persone, tra cui trecento gruppi indigeni, e la loro distruzione lascia questa gente senza casa, senza fonti di sussistenza, senza il loro ambiente e la loro cultura. La loro vita, sostenuta dalla foresta per migliaia di anni, si trasforma in una povertà senza radici né mezzi di sussistenza dignitosi. Secondo la FAO, in tutto il mondo le foreste danno da vivere a 1,2 miliardi di persone, che vivono in sistemi agro-forestali, e ovunque la deforestazione crea miseria. Non stupisce che i conflitti tra le sussidiarie della APP e le comunità contadine che vivono nelle nuove aree assegnate in piantagione siano spesso aspri. Secondo un rapporto pubblicato da Human Rights Watch redatto sulla base dei dati forniti dalla Commissione per lo Sradicamento della Corruzione (KPK) voluta dallo stesso Presidente della Repubblica, il settore forestale indonesiano avrebbe sottratto circa due miliardi di dollari tra tasse evase, sussidi “aggiustati” e prelievi di tronchi senza le necessarie autorizzazioni. La stessa cifra, secondo i calcoli della Banca Mondiale, sarebbe sufficiente ad assicurare l’assistenza sanitaria a cento milioni di indigenti per almeno due anni.

Dall’altra parte dell’oceano un’associazione chiamata “Consumers Alliance for Global Prosperity” si è specializzata in campagne contro gli ambientalisti, la cui colpa principale è proteggere le foreste e le specie minacciate. Guarda caso, dietro la Consumers Alliance for Global Prosperity e le violente campagne anti-ambientaliste, si nascondono i finanziatori cinesi della APP che, secondo un’inchiesta del New York Times, sono riusciti a coinvolgere i Tea Party, l’ala più oltranzista del Partito Repubblicano, nel sostegno alla causa della APP: il diritto di importare cellulosa e carta dalla Cina e dall’Indonesia senza curarsi di inezie come gli impatti ambientali. Una bizzarra alleanza, ma il denaro fa miracoli. E il denaro alla APP non manca. Mentre, assieme ai Tea Party, accusa gli ambientalisti di condannare alla povertà cento milioni di indonesiani, l’impresa continua a sottrarre terreni ai contadini poveri. Sarà difficile convincere i contadini di Suluk Bongkal che le loro case e i loro campi sono stati dati alle fiamme per promuovere sviluppo e benessere.

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Addio ad Apertura e Clausura: peccato

In Argentina si sta per arrivare ad una svolta storica per il calcio del paese che ha dato i natali a Diego Armando Maradona, colui che dello sport più seguito del mondo è stato il miglior interprete mai esistito. Dopo quasi mezzo secolo l’Afa (non la calura che a breve ci attanaglierà, ma la Federazione Argentina) ha deciso di ritornare alla formula europea del “torneo lungo”, abbandonando il doppio campionato in una stagione. Per chi non lo sapesse in pratica in Argentina fino a quest’anno si giocavano due campionati, il Torneo di Apertura ed il Torneo di Clausura.

La formula è esattamente la stessa della nostra Serie A, solo che alla fine di quello che da noi sarebbe il girone di andata chi è in testa alla classifica è campione nazionale. C’è poi la fase di mercato, la nuova preparazione e si riparte, con il calendario che rimane uguale (ovviamente si gioca poi a campi invertiti) e così via. Poi dopo il Clausura cambiava il calendario. Si può discutere su questa formula, ma onestamente sembra corretta. Abbiamo spiegato in passato della follia di assegnare un titolo del genere tramite playoff, ma la formula del tutti contro tutti all’italiana è sempre stata la più giusta. Qual’è era il grande vantaggio di tutto ciò? Semplice, la costante alternanza del campione nazionale. Tanto per fare un esempio negli ultimi otto campionati ci sono state otto squadre diverse campioni.

Alcune squadre poi hanno trovato vittorie storiche, come il San Lorenzo del Clausura 2007, oppure il Lanus, che subito dopo ha vinto il primo e finora unico titolo della sua storia. Non si possono però dimenticare i successi del Banfield (anche in questo caso primo titolo della storia per il “Taladro”) e quello dell’Argentinos Juniors dell’ex-giocatore del Napoli (probabilmente i tifosi azzurri si metteranno a ridere ricordandolo) Calderòn. Non mancano campioni illustri come River Plate e Boca Juniors, che poi magari nel torneo successivo arrivano penultimi (senza retrocedere però, perchè in Argentina si usa un curioso metodo che fa andare in Primera Division B le due squadre con il coefficiente punti degli ultimi tre anni più basso).

Ma perchè è più facile avere sorprese in campionati così? Magari perchè i valori alla fine vengono sempre fuori e più lungo è il campionato e più possibilità ci sono che le “big” abbiano la meglio. La preparazione è diversa e lo sprint più breve. Tanto per capirci, anche da noi qualche sorpresa ci sarebbe stata, come la Fiorentina campione nel 1998. Ma venendo a quest’anno sempre per spiegarlo meglio, la classifica sarebbe stata la seguente:

Milan 40
Lazio 34
Napoli 33
Roma 32
Juventus 31
Palermo 31
Inter 29
Udinese 27
Sampdoria 26
Bologna 24
Genoa 23
Cagliari 23
Fiorentina 23
Chievo 22
Parma 22
Catania 21
Cesena 19
Lecce 18
Brescia 15
Bari 14

Dunque sempre Milan in testa, ma Lazio seconda e soprattutto Inter settima. Ora si potrà discutere tanto se sia o meno opportuno, ma in un calcio così caldo ed appassionato come quello argentino onestamente dispiace una decisione del genere. Da un punto di vista sportivo è sicuramente la più corretta, ma quanto ci piaceva vedere Lanus, Banfield ed altri alzare un trofeo perchè in diciannove partite avevano fatto un punto più di Boca o River.

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