C'è posta per te

Il postino non porta sempre belle notizie, ma quando fra pubblicità e bollette spunta una denuncia con una richiesta di risarcimento di 500.000 euro, allora la cosa si fa seria.

Qualche mese fa, l’associazione ambientalista Terra! ha messo in luce un’aggressiva campagna di espansione nel mercato italiano da parte della APP, che nel frattempo ha aperto uffici in Italia, Spagna, Regno Unito e Germania. Secondo i dati riportati da Terra!, l’Italia è divenuta oramai il primo importatore europeo di prodotti cartari dall’Indonesia, superando le 77.000 tonnellate, e nel 2009 editori, tipografie e rivenditori di carta hanno acquistato oltre 40.000 tonnellate di carta soltanto dalle tre cartiere indonesiane del gruppo APP: Tjiwi Kimia, Pindo Deli e Indah Kiat. Non si tratta solo di corresponsabilità con la deforestazione, ma di un vero e proprio (talvolta inconsapevole) incitamento a proseguire nella devastazione. Infatti la crescita delle vendite spinge il colosso cartario a produrre di più e alimenta la cronica deficienza di materia prima, il legno, gettando le basi di nuove conversioni di foreste pluviali in piantagioni di acacia. Per questo Terra!, assieme a 40 associazioni ambientaliste europee, ha chiesto alle imprese del settore di interrompere ogni relazione commerciale con il colosso cartario sino-indonesiano.

Terra! ricorda anche un altro aspetto: che acquistando prodotti della APP si favorisce l’espansione sul mercato italiano dei suoi prodotti, che rischiano di mettere fuori gioco la produzione cartaria nazionale proprio in un momento di crisi, dato che la APP gode di un accesso vantaggioso alla materia prima, ai danni delle residue foreste pluviali e delle comunità che vi abitano.

Imprese come Mondadori Printing, De Agostini, Gucci, Versace, Ferragamo, Burgo, Fedrigoni, Kimberly-Clark, Nestle, Kraft, Fuji Xerox, Unilever, Stamples, Office Depot, Corporate Express, Metro, hanno compreso come le pratiche della APP siano distruttive e  incompatibili con i propri valori aziendali e hanno evitato o interrotto l’acquisto di prodotti da APP.
Chi la campana di Terra! proprio non ha voluto ascoltarla sono le Cartiere Paolo Pigna, che non hanno ritenuto importante dare una risposta quando Terra! ha divulgato il legame commerciale tra la APP e Cartiere Pigna, quest’ultima si è affrettata a dichiarare alla stampa che si trattava di una menzogna: “Cartiere Pigna non tiene rapporti commerciali con la società indonesiana Asian Pulp and Paper e non si approvvigiona di prodotti derivanti dalle foreste indonesiane“.

La Pigna però non si è limitata a diramare comunicati: ed è così che un bel giorno il postino ha consegnato a Terra! una bella denuncia per danni. Morale della favola: l’associazione ambientalista è stata così condannata a pagare 20.000 euro più le spese, per aver rivelato un fatto vero. Sembra incredibile, ma è vero: in sede processuale, gli attivisti di Terra! hanno fornito gli estremi di diverse fatture che provano gli scambi commerciali tra Cartiere Pigna e la APP, nonché le analisi scientifiche sui quaderni Pigna Monocromo – uno dei prodotti più venduti dall’impresa – che risultano pieni di fibre provenienti da foreste pluviali, per cui Pigna ha dovuto ammettere di aver acquistato carta dalla APP.

Queste prove non hanno impedito a Pigna di tirare dritto e ottenere una condanna per Terra! “Certo è che una associazione ambientalista ci penserà due volte prima di esporre un crimine ambientale” sostengono preoccupati gli attivisti di Terra!. Insomma, deforestare va bene, distruggere il clima globale anche, denunciare quanto accade invece no.

Terra! ha annunciato che ricorrerà in appello, e nel frattempo ha trovato la solidarietà di oltre cinquanta associazioni: “la legge dovrebbe perseguire le imprese responsabili di crimini ambientali contro le forese pluviali dell’Indonesia e contro il clima, invece di condannare chi ha messo in luce il problema – recita il comunicato – è una palese violazione del diritto di parola, e un tentativo di impedire le campagne ambientali”. Tra i firmatari del comunicato: Greenpeace, Legambiente, Friends of the Earth, Rainforest Action Network e numerosi altri.

Sosteniamo Terra! nella sua battaglia contro un verdetto ingiusto – prosegue il comunicato – consideraiamo l’attacco di Pigna a Terra! cone un attacco a ciascuno di noi, che lavoriamo per un ambiente più sostenibile“. Un recente rapporto di Reporter Senza Frontiere, ha messo in guardia sulla crescita delle intimidazioni verso chi rivela crimini ambientali: “quando si rivelano crimini commessi da imprese e governi locali, iniziano i guai” . Ora, fanno notare gli attivisti di Terra! dall’Uzbekistan all’Indonesia, le intimidazioni sono arrivate all’Italia. Ma chi pagherà per i danni al clima globale?
Scheda: le analisi della carta.
Terra! ha fatto analizzare alcuni quaderni della Pigna dalla IPS Testing, un laboratorio statunitense specializzato nell’analisi delle fibre di carta.

Il campione di quattro quaderni “Pigna Monocromo” a copertina rigida (due quaderni e due quadernoni), è risultato contenere alte percentuali di acacia (tra il 62 e il 74%). L’espansione delle piantagioni di acacia e di olio di palma è la principale causa della distruzione delle foreste pluviali dell’Indonesia, che ha fatto di questo paese il quarto emettitore mondiale di gas serra.
Nei quaderni sono state anche rilevate importanti percentuali di latifoglie miste tropicali (MTH), ossia foresta pluviale ridotta in trucioli e quindi trasformata in carta. Tra le fibre rilevate alcune hanno l’aspetto delle dipterocarpacee (Dipterocarpus spp.) e altre delle Myristicaceae. Si tratta di piante che crescono solo nelle foreste pluviali, e ne fanno parte molte specie minacciate (inserite nella Lista Rossa dell’International Union for Conservation of Nature, IUCN).

I risultati delle analisi dei quattro quaderni Monocromo Pigna

 

 

 

 

Scheda: materie prime legate alla deforestazione.

Qualsiasi azienda può condurre periodiche analisi delle fibre, facendo testare periodicamente i campioni di prodotti di carta che si acquistano e i campioni di nuove carte offerte dai fornitori. Queste verifiche possono rivelare fibre sospette e fornitori poco attendibili. Le analisi delle fibre non hanno costi proibitivi, e vi sono diversi laboratori indipendenti in grado di realizzare questo tipo di ricerche.

MTH: dalla foresta pluviale alla carta
Mixed tropical hardwoods (MTH), o fibre miste tropicali, è un tipo di cellulosa fabbricata con fibre di latifoglie tropicali di una vasta gamma di specie diverse. Viene prodotta trasformando in trucioli gli alberi abbattuti da foreste tropicali naturali, composte da specie diverse, alcune delle quali di grande valore. È un prodotto tipico dell’industria cartaria asiatica.
Il genere Dipterocarpus spp., si trova solo nel Sud-est Asiatico e include 70 specie, oltre la metà delle quali sono incluse nella lista rossa dell’IUCN. Anche 225 specie della famiglia delle Myristicaceae sono considerate dall’IUCN minacciate.  Tanto Myristicaceae che Dipterocarpaceae non vengono solitamente impiegate nelle piantagioni.

Acacia: via la foresta, largo alle piantagioni.
L’ Acacia (Acacia Magnum) è un genere di piante della famiglia delle Fabaceae. L’Acacia Magnum, specie di origine africana, viene impiegata per la produzione di cellulosa e carta. La principale causa di distruzione delle foreste indonesiane è la conversione in piantagioni di acacia per rifornire l’industria della carta. Per soddisfare la propria necessità di fibre, i due grandi conglomerati cartari indonesiani, APRIL e Asia Pulp & Paper, causano impatti letali sugli ecosistemi, le loro specie animali e le comunità locali che le abitano, oltre a causare un impatto diretto sul clima globale. Infatti, le foreste dell’Indonesia custodiscono uno spesso strato di torba, accumulata in 20 mila anni, che contiene fino a 300 tonnellate di carbonio per ettaro. Quando vengono abbattute e drenate per farne piantagioni, e la torba si asciuga e inizia a decomporsi, il carbonio torna in atmosfera.  Come conseguenza, l’Indonesia ha il più alto tasso di deforestazione, ed è diventata il terzo paese per emissioni dopo Stati Uniti e Cina. Malgrado ciò, il governo indonesiano, in accordo con l’industria cartaria, ha accordato dieci milioni di ettari alle piantagioni di acacia per la produzione di carta, una superficie pari a un terzo dell’Italia!
Dall’inizio delle sue operazioni, nel 1984, si stima che la APP, le sue consociate e fornitrici abbiano distrutto un milione di ettari di foresta nelle sole province di Riau e Jambi, per farne piantagioni.

Sergio Baffoni – Osservatorio sulle Foreste Primarie

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Wasting Light – Recensione

I Foo Fighters sono tornati. Wasting Light è il settimo album di studio dei Foo, capitanati dal sempre più “signore del Rock” Dave Grohl. Il ragazzaccio della Virginia proprio non riesce a stare con le mani in mano, e dopo le ultimissime collaborazioni (“Them Crooked Vultures” vi dice niente?), è tornato in studio con la sua band di sempre.

“Echoes, Silence, Patience & Grace”, il precedente album, aveva lasciato i fan più accaniti con un po’ d’amaro in bocca. La sensazione che si respirava era quella di trovarsi di fronte agli scarti (di qualità in ogni caso) di “In Your Honor” (vero e proprio capolavoro assoluto dei Foo), e il successivo Greatest Hits aveva accresciuto un po’ lo scoramento nei confronti della band.

Ma quando tutto ormai sembra avviato verso la via della ripetizione ad libitum di sé stessi, ecco arrivare “Wasting Light”. Chiariamoci subito, i Foo non hanno fatto grande sperimentazione (non sono famosi per farlo, comunque): ciò che ci ritroviamo davanti è esattamente quello che ci si aspetta da loro, con in più la grossa (e non del tutto prevedibile) sorpresa di trovarsi di fronte undici brani che spaccano letteralmente il cervello per quanto ti si piantano in testa. Un rock genuino, una serie di riff che si stampano nella memoria come impronte nel cemento, con i classici ritornelli alla Foo che ripeterete e ripeterete mentre fate qualsiasi cosa. Spicca in maniera esorbitante la produzione di Butch Vig, tornato a collaborare con Grohl dopo i tempi epici dei Nirvana; il suo apporto si sente, e tanto. Wasting Light è stato tutto registrato nel garage di Dave, doveva essere un album cattivo, rock vecchio stampo. Quindi via i computer, i sequencer, le modifiche in digitale, rispolverati i mixer multitraccia e il nastro, il suono è la cosa che colpisce di più al primo impatto. Caldo, potente, con il basso che martella il ritmo, le chitarre che tirano giù riff che ti fanno fare headbangin’ in continuazione, la batteria di Taylor che è una vera macchina da guerra. L’idea è semplice e geniale. Fare un rock che suoni duro, sporco, semplice, come il rock deve essere (tanto Grohl ha ben altri modi per sperimentare). Il risultato è garantito. L’idea è piaciuta così tanto al gruppo che in USA hanno indetto un concorso per portare Wasting Light nei garage dei fan. Esatto, i Foo Fighters, che riempiono in due giorni Wembley con centottantamila persone, vengono a suonare a casa tua per te e i tuoi amici. Ennesima qualità di questa band, del suo indissolubile legame con i fan, della voglia di divertirsi che traspare in continuazione. E quando ci si diverte, fare bella musica viene naturale.

httpv://www.youtube.com/watch?v=pdAMSUFoKK0

Tornando alle tracce, ci troviamo di fronte a qualche spunto tecnico più complesso rispetto al passato (Rope), con tempi dispari e riff heavy metal (White Limo), insieme a pezzi più classici (One of these days, Back&Forth), che hanno forse l’unico difetto ascrivibile al disco: ci si ritrova ad ascoltare il “solito” ritornello alla Foo Fighters. Ciò che colpisce di più in ogni caso è la totale riuscita di ogni brano, che mantiene quella forza incisiva che forse era mancata con il lavoro precedente (di cui ci si ricorda “The Pretender” e poco altro). Qui ogni brano rimane piantato nella memoria, non viene mai a noia, mantiene la sua forza. Ascoltatelo dieci volte consecutive, e l’undicesima sarete ancora lì col tasto play. Una grossa qualità. I testi sono sempre belli, e si nota con piacere un po’ meno di nonsense a cui Grohl ci aveva abituati (il testo di Big Me rimarrà un mistero), continuando la strada iniziata con In Your Honor. I temi sono i più disparati, si va dalla love song Dear Rosemary (che vede la collaborazione di Bob Mould degli Husker Du; gruppo fondamentale tra le influenze di Dave), al travagliato rapporto con il luogo di origine di Arlandria (“You and what army, Arlandria?” epico). Non manca una piacevole sorpresa, la collaborazione di Krist Novoselic nella registrazione di I Should Have Known, che insieme a Pat Smear – ormai rientrato a far parte ufficialmente della band -, fa un po’ da revival-raccordo con il discorso lasciato ai tempi dei Nirvana.

Wasting Light è un album decisamente riuscito sotto tutti gli aspetti, una spanna sopra il precedente senza dubbio, consigliato anche a chi è a digiuno di Foo Fighters, perché un po’ di sano rock&roll non può che fare bene in questi tempi di magra e Justin Bieber.

Vi lasciamo con un live della band. Tutto l’album suonato di seguito, senza mai fermarsi, nel loro studio 606. Sono dei mostri, innegabilmente.

httpv://www.youtube.com/watch?v=Xnmzins2Uow

Manifesti d'Italia

Stanno facendo un enorme scandalo, giustamente, i manifesti che in questi giorni sono apparsi nelle vie di Milano. “Fuori le BR dalle procure” recita il malriuscito slogan. L’ennesima dimostrazione di come i toni siano oltre l’esasperazione, oltre ogni logica di giudizio, oltre ogni morale. Fa notizia che il sindaco di Milano ne abbia preso le distanze, così come Schifani, che ha condannato senza se e senza ma l’ignobile iniziativa. Roberto Lassini, candidato nelle liste del PDL in Lombardia, si trova al centro dello scandalo. La Moratti auspica una rinuncia alla candidatura, ma a quanto pare Lassini smentisce tutto, persino l’indagine, nonostante ancora oggi continui a dichiarare “Non sono io l’autore, non li farei, ma difendo gli autori” (via | Il Fatto Quotidiano), e si prende comunque la responsabilità essendo presidente dell’associazione “Dalla parte della Democrazia”, firmataria dei simpatici manifesti.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è intervenuto sulla questione, stigmatizzando e difendendo a spada tratta il lavoro dei magistrati, quelle “cattive toghe rosse”, i terribili persecutori, che vengono paragonati a organizzazioni terroristiche che i magistrati li uccidevano, in una delle pagine più buie della storia italiana. “Indica come nelle contrapposizioni politiche ed elettorali, e in particolare nelle polemiche sull’amministrazione della giustizia, si stia toccando il limite oltre il quale possono insorgere le più pericolose esasperazioni e degenerazioni. Di qui il mio costante richiamo al senso della misura e della responsabilità da parte di tutti” afferma il nostro Presidente della Repubblica. Ancora un richiamo dai piani alti, ancora una dichiarazione forte contro una situazione divenuta ormai insostenibile. Ma chi è il responsabile di tutto questo?

Perché prendersela con il povero Lassini che, in fondo, non fa altro che riportare il clima che si respira da qualche tempo a questa parte nella guerra Berlusconi-giudici? Quei terribili manifesti che oggi tutti si impegnano a condannare (da una parte e dall’altra, bisogna dirlo) sono figli di un costante attacco nei confronti dei giudici da parte di questo Governo, in particolare nella persona del nostro Imperatore Maximo. Solo qualche giorno fa il nostro magnanimo dittatore illuminato ci diceva come volesse “Liberare l’Italia dai giudici politicizzati”, di come le “toghe rosse comuniste” lo stanno perseguitando, accusandolo ingiustamente, di come la magistratura sia “un’arma di lotta politica” (ne abbiamo parlato qui.) Insomma, il Grande Capo dà le sue direttive sul da farsi, e quando uno dei piccoli seguaci prende in parola la cosa e affigge i suddetti manifesti della discordia, stiamo tutti a condannarlo? Il povero Lassini fa da capro espiatorio per una questione molto più grande di lui.

Roberto Lassini
Roberto Lassini

Perché la Moratti o Schifani non hanno preso le distanze da quanto dichiarato dall’Imperatore Maximo nei giorni scorsi? Eppure il succo non cambia, cambiano le frasi usate, ma il significato è quello. La campagna elettorale è cominciata e, checché se ne dica, questi manifesti in qualche modo sono comunque passati. Ora Lassini o chi verrà ritenuto responsabile dall’indagine verrà punito, redarguito (ma anche qui non ci metterei la mano sul fuoco), ma quei manifesti sono passati. Li abbiamo letti tutti, li hanno letti i Milanesi, sono passati in televisione. Sì, d’accordo, li abbiamo condannati. Ma scripta manent, e hanno fatto molto più lavoro delle dichiarazioni a ruota libera del nostro Premier in ottica elettorale. Ci sarà qualcuno che oggi sarà ancora più convinto che i magistrati sono come le Br, che stanno perseguitando il povero Silvio, che la colpa dei mali del nostro Paese sono i giudici cattivi che vogliono mandarlo via. Il messaggio inquinato che diventa l’acqua pura del popolino.

E allora cari Schifani, Moratti, opposizioni e Presidente Napolitano, perché non vi dissociate da quello che dice Berlusconi? Perché non stigmatizzate le sue dichiarazioni? Cosa credete, che questo clima, che l’idea di Lassini -o chi per esso sia- nata da lui per caso? O forse siamo di fronte al solito mantra tutto italiano “tanto si può fare”, e quindi lo si fa? Se lo fa il Premier, perché non io, piccolo candidato di provincia?

Non ci resta neanche più la faccia per vergognarci.

Un post senza Gelmini

Facciamo un piccolo salto indietro nel tempo. Non molto indietro. Immaginiamo di ritornare al luglio del 2008. Ritorniamo cioè a prima che venisse messa in atto la strategia della distruzione dell’Università pubblica e di ogni modello di sviluppo delle politiche educative. Ritorniamo a prima che i fondi del finanziamento ordinario venissero ridotti del 20% fino al 2013; a prima che aumentassero le tasse di iscrizione per i fuoricorso; a prima che il turn-over fosse ridotto del 50% fino al 2011, cancellando di fatto ogni speranza di ingresso per i giovani; a prima che i poteri di rettori e Consiglio di Amministrazione fossero intensificati, diminuendo la democrazia all’interno degli atenei; a prima che diventasse possibile per le Università pubbliche diventare fondazioni private. Cerchiamo di ritornare a quel momento in cui il lavoro precario non era ancora l’unica forma di lavoro universitario e, almeno sulla carta, esistevano ancora prospettive di carriera accademica. Ecco, facciamo questo piccolo sforzo di memoria che ci riporta a quando tutti questi e altri eventi non si erano ancora verificati e chiediamoci:

Come funziona l’Università nel Luglio del 2008?

I ranking internazionali non la classificano mai o quasi mai nelle prime 100-200 del mondo, a differenza di molte Università europee. Nonostante il livello di diffusione dei fenomeni non sia chiaro, nepotismo, scandali e corruzione sono all’ordine del giorno, coinvolgendo spesso figure di spicco degli atenei. I meccanismi di reclutamento (i famigerati concorsi) di dottorandi, ricercatori e professori sono il più delle volte (per non dire sempre) falsati. Troppo spesso non premiano i migliori e, dato il clima di sfiducia, non riescono ad attrarre nemmeno i concorrenti più qualificati (la partecipazione di concorrenti stranieri è un miraggio). La famosa fuga dei cervelli (che sarebbe opportuno definire espulsione dei cervelli) è solo la più eclatante delle conseguenze di questo meccanismo: i nostri giovani sono così bravi da poter lavorare nelle Università più prestigiose del mondo ma, per assurdo, non in quelle italiane.

La mentalità diffusa di chi lavora nei nostri atenei è molto spesso provinciale, rassegnata, vecchia e statica. I nuovi assunti accettano le regole del sistema con un servilismo a volte stupefacente, nulla è concesso al  cambiamento, al miglioramento e all’innovazione. Le stabilizzazioni di massa, basate solo su criteri di anzianità, permettono l’ingresso di personaggi che trascorreranno il resto della loro carriera in attesa della pensione, senza alcuna voglia di crescere e migliorarsi.

Il decentramento del potere decisionale dal Ministero verso i singoli atenei (cominciato nel 1989 con la riforma Ruberti) non ha fatto altro che creare un sistema fortemente autoreferenziale, in cui i docenti sono collettivamente responsabili di decisioni che riguardano essi stessi. La mobilità interna tra vari atenei del paese è ridotta quasi a zero e l’incapacità di attrarre studenti, ricercatori e docenti dall’estero è un caso unico nell’Occidente sviluppato. Ci si laurea, ci si dottora, si diventa ricercatori e professori nello stesso Dipartimento, apprendendo sin dall’inizio quali sono le regole del gioco e vendendo per tre soldi la propria dignità morale e professionale.

La produzione scientifica è troppo bassa se rapportata al numero di ricercatori accademici; spesso la lentezza e la superficialità con cui si lavora riescono a cancellare gli entusiasmi di chi ha appena iniziato e ha voglia di fare.

Molti docenti sono poco disponibili nei confronti degli studenti, assumendo comportamenti poco corretti e poco professionali in occasione delle sedute d’esame. Il fatto che il 41% del corpo docente abbia più di 60 anni e solo il 4% meno di 40 non lascia alcuna speranza di cambiamento al riguardo. Il numero di laureati resta basso (anche dopo la riforma del 3+2) rispetto agli altri paesi sviluppati dell’OCSE, con tempi di laurea lunghi e prospettive occupazionali inesistenti. Da parte loro i vari governi tagliano sempre più i finanziamenti, (arrivando a investire l’0.9% del PIL in università e ricerca, contro l’1.5 % della media OCSE) e non mostrano alcuna intenzione di voler varare una riforma radicale del sistema.

Il quadro che emerge è agghiacciante, con un’Università pubblica vecchia, provinciale e chiusa in sé stessa; senza alcuna prospettiva di miglioramento, diventa una terra di nessuno in cui tutti sono innocenti e l’unico responsabile è il ministro di turno. Nessuno spazio per riflessioni sul proprio ruolo sociale, sulle proprie responsabilità e doveri, su quanto si potrebbe fare, e fare molto bene. I casi di eccellenza (sparsi a macchia di leopardo nelle penisola) non bastano a giustificare una mentalità, nel suo complesso, distorta e malata. Chi ha voglia di emergere, di crescere o semplicemente chi è consapevole dei propri doveri nei confronti dello stato viene schiacciato in una morsa micidiale che annulla ogni entusiasmo. I più bravi vanno via, spaventati dalle frustrazioni di chi prova tutti i giorni a cambiare il sistema; gli sciacalli che comandano fanno di tutto per succhiare all’università pubblica tutto il suo sangue, senza preoccuparsi minimamente delle  terribili conseguenze per il paese. Sembra che l’Università sia un condannato a morte in attesa dell’esecuzione.

Stop! Fermiamoci e ritorniamo ad Aprile 2011. Un boia stupido e inconsapevole, l’On. Maria Stella Gelmini, ha compiuto l’esecuzione. L’Università pubblica è morta. Ma quanti ne hanno decretato la sua condanna?

 

Meridiano Zero – Tutti contro uno, uno contro tutti

Evidentemente, tra legittimo impedimento e Lodo Alfano ha fatto confusione. Qualche cattivo consigliere gli avrà suggerito che può dire quello che gli pare, tanto già fa, come gli pare; quindi, con la solita violenza che accompagna i suoi discorsi e con la meticolosità di un chirurgo, ha sferrato i suoi incoerenti attacchi contro scuola, magistratura, sinistra (spargiamolo un po’ di sale sulla terra deserta, tante volte dovesse nascere qualcosa). Tutti contro Silvio, la magistratura eversiva (addirittura a Milano spuntano manifesti che paragonano PM e BR) la scuola che inculca valori di sinistra (!) grazie all’opera di professori di sinistra (!!); e ce li vedo, questi manifesti di propaganda comunista appesi nelle aule dei licei, falci e martelli ovunque, “bandiera rossa” cantata durante l’intervallo e se qualcuno fiata, nel gulag. Molto meglio le scuole private, nelle quali studiano i figli di mezza Camera e Senato; grazie al buono scuola, infatti, nella Lombardia del fido Formigoni, sono stati distribuiti a caso 400 milioni di euro in 8 anni senza ottenere, tra l’altro, risultati in termini di efficacia formativa (http://www.leragioni.it/2009/11/30/lombardia-fallimento-del-buono-scuola-di-formigoni/). E così si è ritrovato sul podio della convention indetta dalla Brambilla a Roma, osannato dai fedelissimi sostenitori, ciechi come topolini di fronte al loro Leader (dalla folla urlano “sei pure bello!”), urlanti di fronte allo sproloquio del presidente. Ci è andato giù duro Berlusconi, come se si fosse dimenticato che non era nel bagno di casa sua, dove può dire quello che gli pare. Accecato da cotanta piaggeria, si butta sui magistrati con ferocia, che “Hanno fatto fuori Craxi e la prima Repubblica, ora vogliono fare fuori me, ma io resisterò”. Evidentemente il presidente si è dimenticato la storia, ma nella storia che conosco io, quella che mi hanno insegnato professori di sinistra nelle scuole di sinistra, Craxi e la prima Repubblica non sono stati fatti fuori, ma il primo è scappato al sicuro a Tunisi e la seconda si è sgretolata sotto al peso delle tangenti che volavano da una parte all’altra del Parlamento. Si è pure dimenticato del suo, di passato, affermando “l’opportunità di una commissione di inchiesta che accerti se esiste un’associazione a delinquere a fini eversivi nella magistratura”; l’associazione a delinquere a fini eversivi, Presidente, c’era, si chiamava P2 e non era solo nella magistratura, lei lo dovrebbe sapere visto che ne faceva parte. Difende la legge sul processo breve, buttando là ogni tanto un “ridicolo!”, o “illazioni!” a cui rispondono minuti di applausi. Troppo facile così, signor Presidente; su quel podio potrebbe dire davvero quel che le pare che scroscerebbero applausi.

Da domani, il lunedì, il giorno più brutto della settimana, si chiamerà Bersanedì, mentre il venerdì che è quello più bello lo chiameremo Silviedì. O Berlusconedì, devo decidere.

Siiii! Bravo! Bono!

Troppo facile così. Ci vorrebbe un Travaglio lì davanti, o uno Stella qualsiasi, giusto per correggerle il tiro quando la dice un po’ troppo grossa. Come quando stempera l’atmosfera con una battuta puramente omofoba delle sue, “ognuno è per il 25% gay, ma il mio 25% è lesbico”. Signor Presidente, tenga a freno la sua libido, che poi si ritrova a spergiurare sui suoi nipoti che quelle cene erano cene elegantissime tra un vecchio di settantanni e delle diciottenni, mentre le varie brasiliane e neolaureate giurano che le cene elegantissime c’erano, ma poi era tutto un fottifotti che neanche nei peggio porno (http://www.repubblica.it/politica/2011/04/15/news/ragazze_smentiscono-14954485/). Diciottenni signor Presidente, anche se immagino già il sorriso beffardo con cui potrebbe suggerire “beh, ma mi consenta, bisogna essere orgogliosi di un presidente che soddisfa una diciottenne. Lo sa che il 25% di quella diciottenne anche se è lesbico si è innamorato di me?”.

 

Pdl-Lega: per amore o per interesse

L’attività del governo è ultimamente concentrata su due materie: la gestione degli immigrati giunti a Lampedusa e la difesa a oltranza del premier dalle note vicende giudiziarie. L’aspetto interessante è che l’autorità sulle due materie sembra essere nettamente distinta fra le due principali componenti della maggioranza. La Lega, per la sua naturale vocazione e per il ruolo del ministro Maroni, si occupa della questione immigrazione, mentre il Pdl fa quadrato attorno a Silvio Berlusconi. A dire la verità gran parte dei papaveri del Popolo della Libertà non sono sulla ribalta, probabilmente troppo occupati nelle serrate rese dei conti interne al partito per la successione al capo. L’aria che tira, infatti, è quella di fine ciclo. Questa volta, se anche i processi non dovessero risultare in condanne definitive, Berlusconi non sembra in grado di ribaltare a suo favore la difficile situazione mediatica e c’è il rischio che abbia addirittura perso il tocco da Re Mida sull’elettorato vicino al centro-destra. Le elezioni degli ultimi 3-4 anni hanno visto crescere costantemente la quota leghista nella maggioranza anche a scapito dello stesso Pdl e il pericolo è che la prossima volta l’esito delle urne possa mettere in discussione il ruolo di leader indiscusso di Berlusconi.
A dire il vero anche la Lega, ultimamente, sta vivendo un periodo di fibrillazione. La caratteristica del partito di Bossi è sempre stata quella del partito di lotta e contestazione, anche in posizione di governo, cosa che è storicamente servita ad attirare il consenso del suo elettorato, giocando sul filo della xenofobia. Questo tratto mal si concilia con il dovere istituzionale di gestione dell’immigrazione, piuttosto che di contrasto, e potrebbe determinare confusione, se non malcontento, nella base del partito. In questa prospettiva è interpretabile la proposta volutamente esagerata di uscita dall’UE, avanzata da Maroni e sostenuta dagli altri leghisti. Per di più, la difesa di Berlusconi davanti alle numerose e pesanti accuse non giova all’immagine “dura e pura” del Carroccio, altro importante fattore di consenso nella storia del partito. In parole povere, senza una svolta plateale e netta, entrambi i compari rischiano di perderci. E qui arrivano le dolenti note. Da qui alla fine della legislatura si assisterà al solito crescendo di proposte di provvedimenti “epocali”, compatibilmente con le leggi ad personam (quelle, sì, vere) per la tutela del premier. È plausibile, però, che la prima vera svolta sarà anche la più importante, ossia la successione a Silvio Berlusconi. I giochi sono iniziati mesi fa e non fanno che infittirsi. È noto che Tremonti, con l’appoggio mai celato della Lega, stia lavorando per ipotecare il posto d’onore. I recenti sommovimenti nello scenario del capitalismo italiano, ancora appena all’inizio, rinforzano il ruolo del ministro dell’Economia, la cui figura, infatti, si profila sullo sfondo. Ma che succederebbe se alla fine la spuntasse un altro al posto di Tremonti? È di pochi giorni fa la notizia di una cena in un ristorante romano tra alcuni ministri ex Forza Italia (Alfano, Frattini, Gelmini, Prestigiacomo, Carfagna, Fitto e Fazio), ufficialmente per riequilibrare la bilancia del partito nei confronti degli ex-AN. Insospettisce, per usare un eufemismo, l’assenza proprio di Tremonti. Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che Berlusconi abbia già indicato Alfano come suo delfino, il clima di tutti contro tutti si fa palese.
Difficile che la Lega accetti di recitare ancora una volta il ruolo di alleato del partito del premier nel caso in cui le future elezioni politiche dovessero ancora favorire la coalizione.  Sempre che ci sia ancora una coalizione. Quello che unisce Lega e Pdl, in un post-Berlusconi, sarebbe paradossalmente l’isolamento del partito di Bossi in caso di mancato accordo. È improbabile immaginare un’alleanza Lega-Terzo Polo o Lega-PD, vista la divergenza di vedute su innumerevoli faccende e i precedenti scontri politici. Considerando anche le tendenze suicide di alcuni esponenti dell’opposizione, in particolare del PD, da escludere categoricamente restano solo le eventuali compresenze nello stesso cartello elettorale di Fini o Di Pietro con Bossi.
Per quanto riguarda il Pdl, l’unico possibile alleato alternativo alla Lega è il Terzo Polo, ma la presenza di Fini rende ancora una volta impraticabile l’idea.
In ogni caso, l’ipotesi più probabile è quella di partenza, ossia del mantenimento del patto fra Lega e Pdl, con un deciso apprezzamento dell’influenza “verde”. La prospettiva di rafforzare il potere di politici come Castelli e Calderoli sulle sorti del paese dovrebbe far storcere il naso a molti.
Lo scenario politico è troppo fluido per fare previsioni che vadano al di là della fantapolitica. Molto dipenderà dai risultati delle amministrative e dei referendum. Ancora una volta, per usare un’espressione ormai banale, gli ennesimi referendum su Berlusconi.

 

Saras: ci risiamo


Ci risiamo. Si, è proprio il caso di dirlo, anzi di gridarlo a gran voce. Per la quarta volta, un altro cuore ha cessato di battere, e per la quarta volta c’è di mezzo la Saras. La Saras Raffinerie Sarde è una Spa costituita costituita nel 1962. La società si occupa di raffinazione petrolifera e l’impianto di Sarroch lavora circa 300.000 barili al giorno, cioè il 15% dell’intera raffinazione in Italia.

Lunedì 11 aprile il venticinquenne operaio della Star Service, Pierpaolo Pulvirenti, è morto perché ha respirato l’idrogeno solforato uscito da una delle colonne dell’impianto “Dea2”, dove stava prestando la sua ordinaria opera lavorativa. La sua morte ripropone il dramma, in realtà mai sopito, della sicurezza, o meglio della poca sicurezza che si vive nei luoghi di lavoro. Il che risulta ancora più grave se si pensa che l’azienda coinvolta, ed ancora una volta sul banco degli imputati, è sempre la stessa cioè la Saras,.

La dinamica dell’incidente sembra essere abbastanza chiara ed evidente. Le testimonianze degli astanti e dei colleghi dei tre operai coinvolti hanno subito confermato l’anomalia accaduta nella circostanza dell’incidente. Gli operai della Star Service, azienda con base ad Augusta e cuore nella raffineria di Priolo, hanno aperto uno dei tre “passi d’uomo” collocati ad altezza diversa nella colonna per avviare le procedure di manutenzione. Il loro intervento è iniziato dopo il via libera, cartaceo, avuto dalla Saras ed in particolare dal settore che si occupa del rilascio dei permessi di lavoro. Il nulla osta è stato rilasciato, in quanto obbligo di legge, dopo aver effettuato prove ambientali, si presume certificate, dei tecnici Saras che dovevano certificare, ed infatti hanno certificato, l’assenza di pericoli.

Era stata accertata la assenza di  qualsivoglia gas in pressione, tantomeno nocivo come è l’idrogeno solforato. Dopo tali accertamenti, verifiche e assicurazioni, passati al vaglio dal capo cantiere della Star Service, i tecnici avrebbero potuto effettuare le prime attività. «Di solito in queste colonne si opera prima dall’apertura superiore, e poi si passa a quella inferiore, per consentire “l’effetto camino” in caso di presenza di fumi o vapori pericolosi a maggior ragione in pressione. E invece – ha detto William Schirru, delegato della Filctem – Cgil – mi risulta che l’ordine di intervento non sia stato quello abituale. Ma in ogni caso è evidente che dentro quella colonna non ci dovevano essere quei fumi, e chi ha consegnato l’impianto bonificato e verificato solo a parole ha commesso un errore non perdonabile».

La famiglia Moratti, proprietaria della Saras, è arrivata ieri mattina con una delegazione composta da Angelo, vicepresidente, e dai consiglieri Angelo Mario e Gabriele. Una “nota stampa” della famiglia Moratti recita «profondo dolore» per l’incidente definito «tragico evento» sul quale «sono in corso accertamenti sulla dinamica e le cause, sia da parte della società che da parte delle autorità competenti». Al di là della ovvia tragicità dell’evento la situazione risulta essere particolarmente drammatica, dato che siamo di fronte al ripetersi di una strage già avvenuta due anni fa, sempre alla Saras.

Per quel che concerne le responsabilità, la dinamica dei fatti e le testimonianze hanno fornito immediatamente una prima risposta che consente di puntare il dito sul committente. «È come se chiamassimo un elettricista a casa e gli chiedessimo di intervenire sulle prese a muro, garantendogli di aver staccato la corrente. E invece non lo facciamo». Il segretario della Camera del Lavoro della Cgil, Nicola Marongiu, ha utilizzato questa metafora per spiegare cosa sia successo lunedì sera. La corrente, cioè nel nostro caso il gas velenoso, era ancora sotto pressione nella colonna. I dirigenti della Saras, oltretutto, hanno ammesso di aver sbagliato.

La catena della sicurezza, quell’insieme complesso di procedure che obbliga a mettere insieme in una sequenza precisa tutte le autorizzazioni di diversi uffici prima di mettere mani all’impianto, è palesemente saltata. Sarà la magistratura ad accertare se esistono responsabilità gestionali o, cosa molto utopistica, solo personali. Sicuramente il modello Saras, messo in crisi dopo i tre morti del 2009, subisce nuovamente un ridimensionamento ed è auspicabile una nuova ricostruzione strutturale e gestionale. Non possono rimanere impunite certe condotte che hanno mietuto vittme e che nulla fa pensare che non possano mieterle nuovamente.

Vale la pena ricordare come il 26 maggio 2009, allo stabilimento di Sarroch, tre operai di un’azienda esterna rimasero uccisi mentre effettuavano un lavoro di manutenzione in un accumulatore dell’impianto MHC 2 (MildHydroCracking). A causare la morte fu la presenza di Azoto nell’apparecchiatura. I sindacati anche allora avevano indetto uno sciopero e parlato di “morte annunciata”, denunciando come la pericolosità del sito fosse ampiamente nota.

Voglio riproporvi (riportandole dal Corriere della sera del 27 maggio 2009) le parole a suo tempo spese dallo stesso Nicola Marongiu, segretario della Camera del lavoro di Cagliari e dal segretario generale della Cgil sarda, Enzo Costa. Il primo disse: “Non sappiamo se l’accumulatore dove i tre operai sono morti fosse stato bonificato. Certo, il gas che li ha uccisi non doveva essere presente al momento del loro ingresso della zona di accumulo, dove si svolge un particolare tipo di lavorazione sul gasolio”. Il secondo affermò: “La raffineria è un luogo ad alto rischio, non è la prima volta che succedono incidenti mortali, ma mai erano stati di questa gravità. È un incidente gravissimo ma nessuno parli di fatalità, la pericolosità del sito era ampiamente nota”.

Appunto. Nessuno parli di fatalità, la pericolosità del sito era ampiamente nota e, purtroppo, abbiamo le prove che lo è tuttora. Ecco allora spiegato il motivo per cui “ci risiamo”, perché da quel 26 maggio non è cambiato proprio niente. Quanti altri morti serviranno per iniziare a fare qualcosa?

 

 

Le impronte della deforestazione

[stextbox id=”custom” big=”true”]Pubblichiamo il primo di una serie di articoli sull’Indonesia inviati da Sergio Baffoni, membro dell’Osservatorio sulle Foreste Primarie, che ha già collaborato con noi in passato con una serie di articoli sull’ambiente (li trovate nell’omonima sottocategoria). Buona lettura.[/stextbox]

A pagina 29 de La Repubblica del 4 aprile un enorme annuncio pubblicitario mostra l’orma di una tigre sotto la scritta “Per scoprire il nostro impegno a favore della biodiversità, seguite le nostre tracce”. È l’annuncio della Asia Pulp & Paper (APP) una delle più grandi imprese cartarie del mondo.

Le tracce della APP però non hanno la forma di un felino, ma quella del bullodozer. Questa impresa da sola ha spianato oltre un milione di ettari di foreste pluviali – un’area vasta quanto l’Abruzzo – per farne piantagioni di acacia.

Altro che impronte di tigre! Dodici anni di deforestazione in Riau stanno portando l’elefante e la tigre di Sumatra all’estinzione. La tigre di Sumatra, l’ultima delle tigri insulari, non supera ormai i 500 esemplari in natura. Ma anche questo non basta. “In APP prendiamo seriamente in considerazione il nostro ruolo quali sostenitori dell’ambiente” si legge nell’annuncio, e la APP ha brigato per ottenere dal cedevole governo indonesiano il permesso per abbattere tutti gli alberi su 200.000 ettari nell’area del Parco Nazionale di Bukit Tigapuluh, nella provincia di Jambi, proprio quello che annuncia ai quattro venti di proteggere. Questo parco è essenziale per la tigre di Sumatra e l’orango. Le operazioni dovrebbero iniziare nel 2010 e includeranno l’unica area in cui era stato reintrodotto con successo l’orango. L’impresa ha inoltre progetti di espansione in Sumatra meridionale e nella provincia di Papua, nell’isola della Nuova Guinea.
Secondo il centro di ricerca indonesiano Eyes on the Forests, le licenze di taglio ottenute nel 2010 dalla APP e dal suo competitore APRIL, sono in gran parte in  aree di alto valore di conservazione, come quelle della Riserva della Biosfera di Giam Siak Kecil-Bukit Batu, recentemente istituita dall’UNESCO, o fanno parte di habitat preziosi, riconosciuti a livello internazionale, come l’habitat della tigre di Bukit Tigapuluh, la Penisola di Kampar, e le aree di Kerumutan e Senepis-Buluhala.

Inoltre il 90% delle concessioni sorge su suolo torboso. Nella maggior parte dei casi, la torba è più profonda di 4 metri, ed è quindi protetta dalla legge indonesiana. Le foreste torbiere palustri sono ricchissime di carbonio, fino a 300 tonnellate per ettaro. Quando la foresta viene abbattuta e la torba drenata e asciugata, il carbonio torna nell’atmosfera per ossidazione. La torba asciutta è inoltre un ottimo combustibile, e il fuoco un ottimo mezzo per rendere coltivabile la torba: è per questo che da un decennio gli incendi esplodono incontrollati in Sumatra e Borneo. Le emissioni provocate dalla distruzione delle foreste torbiere fanno di un paese scarsamente industrializzato come l’Indonesia il terzo emettitore di carbonio, dopo Stati Uniti e Cina. Il drenaggio della torba è infatti uno dei principali fattori delle emissioni di gas serra. Secondo uno studio del Rainforest Action Network, la sola APP emette più CO2 di 165 nazioni del mondo.

Malgrado un’economia scarsamente industrializzata, l’Indonesia è divenuta il terzo paese per emissioni di carbonio, dopo Stati Uniti e Cina, proprio a causa delle emissioni provocate dalla distruzione di foreste e torbiere.

L'eredità di Django

Miti e misteri da sempre circondano il mondo delle sei corde. Soprattutto da quando l’anima dei chitarristi è diventata nera come quella del rock. Leggende metropolitane per lo più. Favole diventate oggetto di culto per le masse di fan in delirio, disposti a bersi qualsiasi panzana pur di elevare il proprio beniamino al di sopra degli altri. Un affare d’oro per alcuni, una religione per altri. Morti inspiegabili, strumenti posseduti, allucinazioni mistiche e fosche trame… Insomma un campionario del sovrannaturale degno del miglior film di serie B. Alcune di queste storie però affondano le radici in una verità che, alle volte, lascia sconcertati per il suo carattere quasi divinatorio. E quando il protagonista non è un musicista maledetto ormai asceso all’olimpo degli dei del rock, bensì un jazzista gitano degli anni ’30, beh… allora il fascino che le circonda non può che risultarne ancora più avvolgente.

È una storia che sembra fatta apposta per essere impressa su di una pellicola quella di Django Reinhardt. Quasi lo stereotipo di una leggenda. Il fatto è che il chitarrista e compositore belga, menomato alla mano sinistra appena diciottenne, per via di un incendio divampato nella roulotte dove viveva insieme alla famiglia, ha rivoluzionato la storia stessa della chitarra jazz. Costretto ad abbandonare il banjo per la chitarra, strumento più dolce e leggero, proprio a causa della fusione di mignolo e anulare dovuta all’incidente, Django, servendosi solo delle due dita rimaste illese, sviluppò una tecnica del tutto peculiare, dotata di un’espressività e di un dinamismo incredibili oltre che assolutamente originali. Quell’incidente non cambiò solo la sua vita ma il destino del jazz.

Django è stato il primo e probabilmente unico gitano ad assaporare quella gloria riservata solo ai musicisti più grandi. Qualche aneddoto può aiutare a comprendere il personaggio e il mito… Django non solo non sapeva leggere un semplice spartito ma era anche del tutto analfabeta. Fu Grappelli, il brillante violinista che lo accompagnò per larga parte della sua carriera, a insegnargli a scrivere il suo nome in modo da poter firmare gli autografi e fu sempre a Grappelli che, sentendo il secondo chitarrista ritmico Roger Chaput e il contrabbassista Louis Vola discutere di scale musicali, chiese candidamente “cos’è una scala?”. Erano solo orecchio e genio per Django. Puro istinto. Il suo lascito musicale è diventato oggi il nucleo e lo standard di uno stile di jazz inconfondibile, il manouche (nome dato in Francia all’etnia rumena dei Sinti, da cui Reinhardt proveniva), dotato di un virtuosismo eccezionale, di una carica passionale che lasciano attoniti per bellezza e intensità. È impressionante osservare come tuttora i talentuosi interpreti del Gipsy Jazz, veri e propri maestri della chitarra come Angelo Debarre, Bireli Lagrene, Romane, Tchavolo Schmitt, si rifacciano sempre esplicitamente alla tradizione di Django, riproponendo brani tratti dalla sua ampia produzione, citandolo di continuo in copertine e titoli dei propri album, quasi l’intero genere fosse dedicato a celebrare la memoria del suo iniziatore. D’altronde è impossibile non riconoscere, in capolavori come Minor Swing, Manoir des mes reves, Nuages, per citare solo alcune delle composizioni di Django, il genio di chi ha saputo intrecciare, in modo prima assolutamente inedito, la ritmica dello swing americano, le sonorità tipiche del musette francese ed il virtuosismo eclettico tzigano. Sapere poi che sono le dita ferite e di un chitarrista zingaro a creare quella magia in musica, così toccante e coinvolgente da incantare qualsiasi ascoltatore non può che far pensare, se non a un vero e proprio miracolo, per lo meno a una buona dose di predestinazione.

Di origini belga Django crebbe e visse a Parigi, città nella quale dopo un lungo girovagare la sua carovana decise di fermarsi. La capitale francese fu il palcoscenico di quasi tutta la sua carriera da quando, insieme al violinista Stéphan Grappelli, formò nel 1934 il Quintette du Hot Club de France, quintetto di soli strumenti a corda che in breve tempo guadagnò molta notorietà nel vivace ambiente jazz parigino. La musica di Django, Grappelli e soci era eccitante, estremamente cadenzata e orecchiabile, ma carica di tensione, a volte frenetica a volte nostalgica. Le esibizioni lasciavano stupefatti gli spettatori per virtuosismo e capacità di improvvisazione. C’era una grande affinità musicale tra il la chitarra e il violino di Grappelli. Quest’ultimo, già affermato musicista di differenti origini rispetto a Django, studioso dello strumento e protagonista dell’avvento del ragtime negli anni ’20, riconobbe il talento del chitarrista gitano e se ne lasciò profondamente influenzare. Insieme si esibirono prima in Francia e poi in tutta Europa, riscuotendo particolare successo in Inghilterra. In seguito alla tournée negli Stati Uniti nel 1946 organizzata dal celebre Duke Ellington, che li volle come ospiti per una serie di concerti, l’ultimo dei quali al Carnegie Hall di New York, Django e il suo stile si guadagnarono fama internazionale, trovando negli U.S.A. e in particolare nel fertilissimo panorama musicale di New Orleans una seconda casa.

Tornato in Francia, negli ultimi anni della sua vita diede ulteriore prova di capacità artistica incidendo, sulla scia del neonato bebop, alcuni brani con la chitarra elettrica che dimostrano la padronanza dell’intero linguaggio jazz posseduta da Django oltre che la sopraffina capacità di riadattare e piegare qualsiasi genere al suo peculiare stile compositivo.

Morì nel 1953, all’età di 43 anni, in seguito a un’infezione mal curata, probabilmente anche a causa della sua avversione verso punture e aghi che lo tratteneva dal consultare i medici.

Lo stile creato da Django è un sodalizio tra una ritmica decisamente swing, cadenzata nel manouche da una o più chitarre e un contrabbasso che sostituiscono completamente la batteria e che prende il nome di pompe, e il linguaggio espressivo tipico della musica tzigana, basato su un’improvvisazione eclettica e capricciosa di chitarre e violini solisti. Ne risulta un’amalgama del tutto particolare con le dita che volteggiano sulla tastiera percorrendola da cima a fondo in un cascata di cromatismi e accordi minori dal sapore a volte malinconico a volte frenetico che si insinuano nel ritmo serrato scandito dagli strumenti di accompagnamento. L’uso intenso di scale cromatiche e la scelta di accordi (principalmente minori e diminuiti) deriva originariamente, oltre che alla tradizione armonica mitteleuropea, dalla menomazione alla mano di Django che non gli permetteva l’uso di anulare e mignolo. Solo dopo anni riuscì a portare le due dita sulla tastiera, comunque unite insieme e atrofizzate, per integrare le parti ritmiche sulle prime due corde. È prodigioso pensare come chi pochi anni prima aveva rifiutato ostinatamente l’amputazione della mano sia stato in grado di sviluppare, anche grazie a (o a causa di, se si preferisce) quel pesante deficit, uno stile così virtuoso e tecnicamente sofisticato e allo stesso tempo così dolce ed elegante.

Nel jazz manouche attuale, oltre a chitarre, violino e contrabbasso, si trovano spesso clarinetti e fisarmoniche a completare la parte solista. La musica è sempre trascinante, incalzante tra passaggi rapidi e corde stoppate, oppure delicatissima, cupa… quasi struggente. L’elevato virtuosismo e una straordinaria capacità di improvvisazione fanno degli interpreti del genere alcuni tra più eccellenti e tecnicamente ammirati chitarristi del globo. Artisti contemporanei come Angelo Debarre, Bireli Lagrene, Tchavolo e Dorado Schmitt, Romane, Stochelo Rosenberg, Florin Niculescu, Paul Vidal, Moreno, i nostrani Dario Pinelli, Jacopo Martini e i Manomanouche, sono veri maestri del genere e contribuiscono a portare avanti la tradizione cominciata da Django. Tradizione che oggi, proprio grazie ai musicisti sopracitati, insieme a molti altri appassionati, sta conoscendo un rinnovato interesse e una diffusione sempre maggiore anche a livello internazionale, come è testimoniato dai numerosi festival a essa dedicati.

Django è diventato un eroe per i gitani e non solo per loro. La storia alla fine si è fusa con la leggenda e lo spirito della sua musica è rimasto intatto, memoria di un grande poeta del ‘900 e ambasciatore della sua cultura tra i popoli.

Alcune performance di Angelo Debarre, Bireli Lagrene e Florin Niculescu

httpv://www.youtube.com/watch?v=2yfQN8-tVlQ&feature=related

httpv://www.youtube.com/watch?v=e4mc5R3xuLo

È tutta colpa dei giudici

È un copione già visto quello andato in scena oggi per l’udienza che vede coinvolto Silvio Berlusconi come imputato -insieme ad altre dieci persone- per il processo sui diritti TV Mediaset. Immancabili i sostenitori dell’Imperatore Maximo fuori dall’aula del tribunale, e immancabile show fatto di dichiarazioni e accuse, i ruoli ancora una volta ribaltati, un imputato – Berlusconi – che entra a sostenere un processo accusando la giustizia e i giudici.

“Accuse completamente inventate” secondo il Premier, l’ennesimo tentativo di ribaltone politico attuato dai giudici. E lo spunto è chiaro, si torna a parlare di quella famosa riforma della Giustizia che serve a “portare la magistratura a essere quello che deve essere, non quello che è oggi, un’arma di lotta politica” (via | Repubblica.it). Insomma, siamo alle solite. Le parole del Premier ripetute quasi ogni giorno da anni, contro quella magistratura che vuole a tutti i costi danneggiarlo per fini politici, contro una Giustizia che va assolutamente riformata perché non equa. Certo, poi viene qualche dubbio nel vedere una dichiarazione del genere fatta da chi le leggi le fa mentre è contemporaneamente imputato in un processo (e non soltanto uno), un processo che riguarda un’azienda televisiva di cui è proprietario. Insomma, ci troviamo di fronte ad un perfetto riassunto di quello che rappresenta il conflitto di interessi totale che vive il nostro Paese. La disperazione che prende leggendo dichiarazioni del genere è come sempre completa e inarrestabile, alimenta quell’enorme sentimento di stanchezza che pervade non soltanto il nostro povero Premier perseguitato dai giudici, ma anche in tutti noi semplici cittadini che dobbiamo assistere all’ennesimo teatrino propagandistico anche fuori dalle aule di un tribunale.

Pensate, pullman di sostenitori da tutta Italia, un palco montato (ma poi fatto sgomberare), gente che canta “Menomale che Silvio c’è”… questo è lo specchio del Paese. Cadono ancora una volta le braccia, cadute ormai infinite volte, che quasi passa la voglia di raccoglierle. Non ci viene risparmiato niente in questo tremendo spettacolo ormai quotidiano di totale decadimento della politica e della vita del Paese. Si torna anche a parlare di Ruby. Pensate, lui l’aveva aiutata. “Alla ragazza ho dato dei soldi per evitare che si prostituisse”. Che bontà. E poi ancora “Io sono sempre cortesissimo e ho chiesto un’informazione, preoccupato per una situazione che poteva dar luogo a un incidente diplomatico. Successivamente mi è stato risposto che la ragazza non era egiziana, ed è caduto tutto. Quindi non c’è alcuna concussione. Accuse risibili, demenziali e infondate.” (via | Repubblica.it) Certo, le accuse sono risibili, demenziali e infondate. Le accuse.

Insomma è tutto un complotto contro di lui, le sue aziende, i suoi soldi, la sua politica. Ancora una volta protagonista dei titoli dei giornali la sua storia giudiziaria, mentre il Paese è ormai allo stremo, pieno di emergenze irrisolte e colpito da un’evidente incapacità del Governo a risolvere i nostri problemi. L’unica cosa che riescono a fare, e su cui lavorano benissimo e a tempo pieno, sono proprio le vicende giudiziarie del Premier. Le altre cose rimangono in secondo piano. Poco importa della disoccupazione dilagante, dell’emergenza rifiuti, della città dell’Aquila ancora abbandonata a sé stessa, del problema immigrazione. L’importante è riformare la Giustizia politicizzata e cattiva. Le altre cose sono molto meno importanti.

Ah no, aspettate, c’è stata una bella idea riguardo al problema degli immigrati, e al fatto che l’Europa ci abbia risposto picche. Un’idea che definirei illuminante. Non pago degli acquisti (fittizi?) immobiliari nell’isola di Lampedusa che verrà proposta come Premio Nobel per la Pace (e qui ridiamo, ma per non piangere), di fronte ad un’Europa che ci tratta come l’ultimissima ruota del carro, l’idea geniale è arrivata: “O fanno come diciamo noi, o ci separiamo.” Mi sembra un’ottima idea di “politica creativa”, in Europa staranno di sicuro tremando di fronte alla terribile minaccia della fondamentale Italia. Insomma, non contenti della assoluta poca credibilità diplomatica internazionale, dei fallimenti sotto tutti i fronti (siamo riusciti a “strappare” la faccenda dei rimpatri con la Tunisia e basta), del fatto che l’Europa ci tratti come dei cretini che non contano niente, l’idea più brillante che viene al nostro Premier e ai suoi seguaci è di “separarsi dall’Europa”. Bene così. Non ci facciamo mancare niente, dai.

Di fronte a tutti questi fallimenti, perché non se ne tornano tutti a casa? Basta, non ce l’avete fatta, non avete risolto niente, non avete affrontato niente. Tornate a casa, deponete le armi e le iniziative, non è più il vostro tempo, cari governanti.

 

Ah no, non si può. Prima bisogna riformare la giustizia, perché è tutta colpa dei giudici.