Osama Bin Laden: omicidio o pena di morte?

La morte del leader di Al Qaeda apre un dibattito più ampio che prescinde dall’avvenuto o presunto decesso. Si ricordi che i due governi Bush ed Obama, a fronte della tragedia dell’undici settembre, hanno manifestato entrambi l’intenzione (apparente) di catturare lo sceicco saudita: infatti dopo soli due giorni dall’attentato alle Twin towers, in una nazione in pieno shock, George Bush jr ha dichiarato “cattureremo Bin Laden” ( via | ilpiccolo). Anche Barack Obama al suo insediamento sostiene che “uccidere Osama non è necessario” (via | timesonline). Come è stato già chiaro per il premio nobel per la pace Mahatma Ghandi,  le buone intenzioni costituiscono la strada verso l’ipocrisia e il male.

 

 

Per Obama, e quindi per gli USA,  con la morte di Bin Laden giustizia è stata fatta. Quale ricordo si conserverà nella storia per un gesto simile? L’uccisione costituisce un epilogo che la storia dell’uomo potrebbe rendere amaro se il mondo si evolverà verso la convivenza civile, ammesso che ciò avvenga. Tuttavia si prospettano tempi assai lunghi per un uomo più mite: l’antica legge del taglione il cui principio è intrinseco nella pena di morte è propria dell’uomo barbaro ed è presente ancora oggi, dal regime politico autoritario fino alle democrazie occidentali, come Usa e Giappone. È altresì chiaro che l’inclinazione ad un sistema di leggi violente dipende dalla natura dell’uomo: chi idolatra l’America per il benessere e per la democrazia si dimentica, o nasconde delittuosamente,  di una società che approva l’utilizzo delle armi e della pena di morte. Chi si compiace di un delitto non può che approvarlo arretrando negli stati primordiali dell’umanità; la restituzione del danno non migliora l’uomo confinandolo in un perenne stato di non evoluzione e di cultura primordiale; come insegna la Fisica per ogni “reazione uguale e contraria” non vi è cambiamento.

 

Senza mutamenti non vi possono essere evoluzioni e ciò per gli uomini si traduce nella cessazione della speranza. Per restituire il sentimento dissolto completamente dalla tragedia delle due guerre mondiali, l’Europa ha processato i criminali nazisti in un’azione lunga e sofferta per i familiari delle vittime, gettando però una pietra miliare per la storia. Nel processo di Norimberga si è vero applicata la pena di morte per molti dei gerarchi nazisti, in particolare per i più fanatici hitleriani,  ma per alcuni di essi che hanno espresso pentimento è stata comminata una pena detentiva (fonte Wikipedia.org) . È stata quindi la rieducazione l’obiettivo del processo e  il modello positivo da trasmettere, di risposta all’efferato genocidio. Non si è cavalcata la sete di vendetta, l’onda emotiva, per un’uccisione istantanea, che appaga solo nell’immediato. Solo con un equo processo si può tracciare una speranza di vera giustizia ma soprattutto chiarire tutti gli aspetti oscuri. Chi raccoglie quest’aspirazione può solo contribuire a migliorare il mondo, chi soddisfa la sete di sangue aspira al consenso temporaneo del popolo proprio come nelle arene degli antichi romani. Pollice verso, Obama.

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