La cultura del sopruso

Parafrasando un termine degno del miglior Mario Merola, per sintetizzare al massimo la situazione dell’individuo nella società odierna, ci conviene usare la FISOLOFIA.

L’attuale momento storico ci inserisce in un panorama vastissimo di correnti di pensiero, di mode, di fazioni, di razzismi, di proselitismi e di tanti ismi che tendono a scomporsi sempre di più. Scomponendo scomponendo arriviamo a lui, la causa di tutto, l’individuo. Il singolo individuo per la precisione. Questa visione (sulla quale il buon Bauman ha scritto più e più “libri liquidi“) rende subito chiaro che questo individuo individuocentrico ha perso di vista il contatto con la realtà associativa, troppo preso dal suo io e dai suoi problemi.

La società ha perso la sua funzione di culla e di obiettivo per l’uomo che, invece, per soddisfare bisogni secondari, diventa ostile e si chiude in sé stesso.

Forse alcuni non diventano ostili, ma piuttosto distaccati, e sperano, come urla Peter Finch di Quinto Potere di essere lasciati in pace nei loro salotti, con i loro tostapane e le loro tv.

Tostapane a parte questi uomini, ostili o impauriti che siano, tendono all’isolamento e al tentativo perenne di affermare la propria persona e personalità a tutti costi e in tutti i campi.

Questo si tramuta in comportamento antisociale. Si tramuta in arrivismo, si tramuta in prepotenza, si tramuta in arroganza, si tramuta in sopruso.

Mi si potrà dire che il mondo è sempre andato così, che ovunque è così, ma non sono d’accordo.

Si può partire dall’esempio banale e addirittura fenomenologizzato: l’automobile.

L’uomo nell’automobile si trasforma, diventa improvvisamente re della strada e improvvisamente non può sopportare che qualcuno gli passi davanti. Anzi è lui che cerca di passare davanti agli altri con manovre brusche e pericolose, è lui che in autostrada si mette a due centimetri di distanza dall’auto davanti lampeggiando continuamente sulla corsia di sorpasso “perché questo fesso deve lasciare passare quelli più veloci” e così via.

Ma l’individuo ormai non ha bisogno della macchina per ostentare la sua superpotenza. Egli si getta nelle strade noncurante delle strisce o dei semafori perché comanda lui.

Non voglio fare l’elenco di cose che vedo vivendo giorno dopo giorno.

Voglio capire come mai siamo arrivati a questo punto. Come mai tutti hanno deciso di vivere al di sopra delle proprie possibilità economiche e mentali.

Perché l’affermazione della propria persona è diventata sinonimo di prevaricazione.

Gli individui che hanno ancora un barlume di luce dentro di loro, che sanno che la società, la condivisione di sentimenti positivi, di rapporti leali privi di invidie, competizione e gelosie, questi individui che (come direbbe Russell B.) sono pronti a conquistare la felicità guardando all’esterno e non solo dentro loro stessi, come fanno? Chi guardano? Quale materiale hanno a disposizione per far funzionare la loro splendida macchina chiamata cervello?

Essi sono costretti e limitati dalla società nella quale sono nati e cresciuti e che accettano spesso come un qualcosa impossibile da cambiare.

L’unico strumento per salvarsi dall’egocrazia imperante è creare piccoli microcosmi, in cui gruppi di persone sviluppino il proprio pensiero e attraverso l’arte della dialettica instaurino relazioni sincere e legami profondi.

Ma il senso della parola società? Si è dunque perso?

Il molosso e Palumbo

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