Verso i referendum – parte 1: perché votare

Gli ultimi giorni hanno visto un susseguirsi di notizie e aggiornamenti su temi molto dibattuti, come ad esempio la Libia, i conseguenti mal di pancia nella maggioranza o la campagna elettorale in vista delle amministrative. Tuttavia, non altrettanto si parla dei referendum del 12 e 13 giugno prossimi. Per questo motivo Camminando Scalzi ha deciso di dedicare una serie di articoli ai quesiti referendari oggetto di consultazione.

Cominciamo dall’inizio. Si tratta di referendum abrogativi, ossia propongono l’abrogazione di alcune leggi in vigore. I temi interessati sono tre, oggetto di quattro quesiti. I primi due riguardano la privatizzazione e la tariffazione dei servizi idrici (la gestione dell’acqua pubblica, per intenderci); il terzo quesito è quello sul ritorno all’energia nucleare; l’ultimo, ma certamente non meno importante, sul legittimo impedimento.

Dei singoli quesiti parleremo in tre articoli che pubblicheremo nei prossimi giorni. Per il momento, è interessante fare qualche osservazione sul modo in cui ci stiamo avvicinando alla data dei referendum. È in atto, infatti, un tentativo neanche troppo velato di mettere la sordina all’intera questione, evitando o procrastinando il dibattito pubblico sui temi interessati dalla consultazione (si spera che la RAI, con il nuovo direttore generale, ricominci a esercitare la sua funzione di servizio pubblico). Come per tutti i referendum abrogativi, nell’eventualità che non venga raggiunto il quorum del 50% + 1 degli aventi diritto al voto, il risultato delle votazioni non sarebbe valido, risolvendo la faccenda con un nulla di fatto e, quindi, mantenendo in vigore le leggi in esame. Anche la scelta delle date rientra nella stessa logica. I comitati promotori e le opposizioni avevano chiesto che la consultazione fosse fissata in concomitanza dei ballottaggi delle elezioni amministrative. I vantaggi dell’election day sarebbero stati molteplici: oltre a evitare la moltiplicazione delle chiamate alle urne, aumentando le possibilità di registrare buone affluenze per appuntamenti che normalmente appassionano meno (referendum e ballottaggi), l’accorpamento avrebbe comportato un risparmio di circa 300 milioni di euro. Il governo ha risposto picche, fissando la chiamata alle urne due settimane dopo i ballottaggi.

Qual è il motivo di tanto zelo? Basta riflettere sugli argomenti soggetti al voto, senza entrare nel merito delle scelte possibili, partendo dal referendum sul nucleare. Lo scopo del referendum è impedire la costruzione di impianti di produzione di energia nucleare, come previsto e pubblicizzato dalla maggioranza da alcuni anni, e stabilito da una serie di provvedimenti emanati tra il 2008 e il 2010. Se ai margini di profitto disponibili per le aziende coinvolte nella catena di affari si sommano le politiche a favore della cementificazione selvaggia operate dai vari governi Berlusconi (dai condoni al piano casa), si capisce che la posta in gioco in questo settore, dal punto di vista economico, è enorme. Gli scandali sulle varie cricche esplosi negli ultimi anni (storico vizio italiano, a ben vedere), dietro i quali in molte occasioni si celavano figure politiche di primo piano legate alla maggioranza (ma non solo), non fanno che avvalorare quanto detto finora. Dopo il disastro di Fukushima l’argomento, già caldo, ha acquisito enorme rilievo. L’ondata di rifiuto nell’opinione pubblica ha spinto il governo a non sfidare la piazza, approvando dapprima un decreto legge che sospende il provvedimento chiave dell’intera faccenda, e successivamente un emendamento al decreto omnibus 2011 che abroga parzialmente le norme oggetto del quesito. In questo modo si è tentato di mettere una pietra tombale sul referendum, svuotandolo di significato. Il trucco c’è e si vede. Il primo provvedimento del governo parla esplicitamente di un rinvio della decisione finale, non di un’abrogazione del progetto; questa parola viene invece usata nell’emendamento successivo, alla fine del quale viene però lasciata aperta la possibilità di riavviare l’intero progetto in futuro. Insomma, si vuole creare un papocchio legislativo per saltare a piè pari il referendum. Lo stesso Berlusconi ha confessato apertamente che si tratta di un tentativo di evitare che i cittadini impongano una marcia indietro decisamente non gradita: “La gente era contraria, fare il referendum adesso avrebbe significato eliminare per sempre la scelta del nucleare. […] L’accadimento giapponese ha spaventato ulteriormente i nostri cittadini. Se fossimo andati oggi al referendum, non avremmo avuto il nucleare in Italia per tanti anni. Per questo abbiamo deciso di adottare la moratoria, per chiarire la situazione giapponese e tornare tra due anni a un’opinione pubblica conscia della necessità nucleare”. Più chiaro di così… Adesso la parola spetta alla Cassazione, che a giorni si esprimerà sulla validità del quesito.

L’importanza della questione rischia di far passare in secondo piano i due quesiti concernenti l’acqua pubblica. Questi mirano a impedire che il servizio idrico sia appannaggio di soggetti privati: in breve, l’obiettivo dei promotori è salvaguardare il concetto di acqua intesa come bene comune. Una vittoria del sì ridurrebbe le possibilità di guadagno da parte di soggetti non pubblici sulla gestione dell’acqua. Il perché i due referendum siano sentiti come estremamente scomodi da parte del governo è palese, alla luce delle stesse considerazioni espresse in merito al quesito sul nucleare. Non è un caso se pochi giorni fa il governo ha inserito nel cosiddetto decreto per lo sviluppo una riforma della Commissione Nazionale per la Vigilanza sulle Risorse Idriche, che diventa l’Autorità per l’acqua, assumendo poteri di regolazione, anche sulle tariffe. L’idea alla base del provvedimento è simile alla farsa messa in atto con la sospensione della costruzione delle centrali nucleari. In questo caso, tuttavia, il referendum rimane valido, ma si cerca di abbassare la pressione sul tema, facendo credere che le istanze sollevate dal quesito referendario siano già accolte tramite questo provvedimento. L’obiettivo è il solito: evitare il raggiungimento del quorum. Anche in questo caso, una dichiarazione di un componente del governo, il sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia, vale più di mille commenti: “La decisione del governo testimonia che ci muoviamo nel solco del principio di sussidiarietà: acqua come bene pubblico, regolazione indipendente, gestione in concorrenza e investimenti. Il referendum non sarà superato legalmente ma lo sarà nei fatti”.

A questo punto sorgono dei dubbi. È credibile che i tentativi del governo derivino esclusivamente dalla visione politica della maggioranza? Se per quanto riguarda il nucleare, si potrebbe ipotizzare che la strategia del governo punti a evitare uno smacco proveniente dalle urne, quali sono i motivi dietro il provvedimento sull’Autorità per l’acqua? Il decreto legge contenente il regolamento attuativo della legge Ronchi, entrambi oggetto del primo dei quesiti sull’acqua, è stato approvato dall’attuale maggioranza. Perché si simula una marcia indietro davanti all’opinione pubblica a pochi giorni dal referendum? La risposta ai dubbi risiede nel quarto quesito, quello sul legittimo impedimento. È ragionevole pensare che una legge il cui unico scopo è sottrarre il Presidente del Consiglio al giudizio della legge sia invisa alla maggioranza della popolazione. Ed è eloquente il fatto che perfino la maggioranza rinunci (almeno per il momento) alla campagna referendaria in difesa del provvedimento per ricorrere a sotterfugi normativi e/o propagandistici. Si torna alla constatazione di partenza: si tenta di disarmare le istanze dei quesiti, noti per catalizzare l’attenzione della popolazione, sperando di abbassare di conseguenza l’affluenza alle urne e salvando così la legge ad personam del premier. Ancora una volta, l’obiettivo principale delle politiche del centrodestra è la salvaguardia a qualunque costo di Berlusconi dai processi che lo riguardano. Non solo si tenta di bypassare un fondamentale esercizio di democrazia popolare, ma lo si fa per ribadire un sopruso nei confronti di tutti i cittadini.

Il modo per evitare tutto ciò è semplice. Il 12 e il 13 giugno occorre prendere la propria tessera elettorale, un documento d’identità valido e andare a votare SÌ ai quattro quesiti. Nei prossimi articoli cercheremo di spiegarvi perché.

 

Gli altri articoli sul Referendum:

 

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